La Carta di Milano: i commenti degli economisti agrari

La Carta di Milano: i commenti degli economisti agrari
a Università di Torino, Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”
b Università di Firenze, Dipartimento di Scienze per l'economia e l'Impresa
c Università di Milano, Dipartimento di Economia e Politica Agraria, Agroalimentare e Ambientale
d Università di Pisa, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali (DISAAA-a)
e Università di Pisa, Dipartimento di Giurisprudenza

La Carta di Milano nell’analisi degli economisti agrari

La Carta di Milano (http://carta.milano.it), è stata recentemente presentata ad Expo 2015 ad iniziativa del Governo italiano. Il suo scopo è di raccogliere e sollecitare l’impegno da parte di tutti: cittadini, istituzioni, imprese, Governi, per una soluzione al problema della sicurezza alimentare, fondata sulla sostenibilità ambientale, la lotta agli sprechi, la promozione di stili di vita sani. Essa diventerà l’eredità culturale e l’impegno politico per dare concretezza allo slogan Feeding the world, energy for life dell’Esposizione Universale.
Sulla Carta di Milano abbiamo raccolto l’opinione e l’analisi di alcuni dei più autorevoli economisti agrari italiani.

A chi si rivolge e per quali obiettivi la “Carta di Milano”

Alessandro Corsi – Università di Torino

La prima reazione alla lettura della Carta di Milano  è di sostanziale accordo con gran parte dell’impostazione del documento. In particolare, l’accordo riguarda i valori che ne sono alla base, enunciati nelle due premesse, una in positivo ed una in negativo (“Noi crediamo che…” e “Noi riteniamo inaccettabile che…”), che fanno riferimento a due principi etici generali: uno relativo alla giustizia sociale (e direi più generalmente umana) e l’altro ecologico. Il primo principio afferma il diritto degli uomini e delle donne alla libertà dal bisogno, specificato come diritto ad una nutrizione sufficiente, sana, sicura, e bolla come inaccettabile il fatto che 800 milioni di persone soffrano la fame; è invece una novità la sottolineatura del problema dell’obesità, che si richiama piuttosto al diritto alla salute. Se vogliamo trovare un riferimento più generale a questo principio di giustizia sociale, lo possiamo individuare nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, che nell’art. 25 recita: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari…”. Come tutti i principi etici, questo è un valore che trova in se stesso la sua ragione; ma, da laico, vorrei far osservare che il principio etico della giustizia sociale, che significa solidarietà coi propri simili, presenta anche un vantaggio in termini evolutivi: i gruppi umani che sviluppano forme di solidarietà di gruppo hanno maggiori probabilità di successo e, nel momento in cui il confine del gruppo umano diventa il complesso stesso dell’umanità, il principio vale per essa. Lo stesso vale per il principio ecologico: per la conservazione stessa della nostra specie, occorre una gestione responsabile e sostenibile delle risorse naturali.
Fatta questa premessa sui valori etici sottostanti la Carta, vorrei analizzarne i contenuti secondo quelli che a mio parere sono i cinque filoni che compongono le proposte di impegno per i firmatari del documento (persone e imprese): la qualità del cibo, le sue implicazioni ambientali, la sicurezza alimentare (nel senso di security), il ruolo dei piccoli produttori e quello della ricerca.
L’accento è posto in realtà più sugli aspetti qualitativi del cibo che sull’accesso al cibo in sé: così si insiste sull’impegno a “promuovere l’educazione alimentare e ambientale”, anche in ambito familiare, a ”sviluppare misure e politiche nei sistemi sanitari nazionali che promuovano die­te sane e sostenibili e riducano il disequilibrio alimentare”, ad “avere cura e consapevolezza della natura del cibo di cui ci nutriamo, infor­mandoci riguardo ai suoi ingredienti, alla loro origine e al come e dove è prodotto, al fine di compiere scelte responsabili”; gli aspetti qualitativi includono anche la valenza culturale del cibo (“il cibo svolge un ruolo importante nella definizione dell’identità di ciascuna persona ed è una delle componenti culturali che connota e dà valore a un territorio e ai suoi abitanti”).
Anche il principio ecologico si coniuga rispetto al consumo alimentare (“in quanto cittadini e cittadine…ci impegniamo … a scegliere consapevolmente gli alimenti, considerando l’impatto della loro produzione sull’ambiente”). Più dettagliati sono gli impegni dichiarati dalle imprese firmatarie rispetto alla produzione, che comprendono la diversificazione delle produzioni agricole e di allevamento per preservare biodiversità e benessere animale, il miglioramento della produzione e della logistica contro l’inquinamento, e la riduzione dei rifiuti da imballaggio.
Forse non era possibile centrare sulla tematica della lotta contro la fame e la malnutrizione un documento principalmente diretto ad impegnare persone e imprese; ma l’impegno in questa direzione, che pure era nelle premesse, non trova molto spazio nelle azioni proposte, se non quella di richiedere ai governi e alle organizzazioni internazionali di “promuovere un eguale accesso al cibo, alla terra, al credito, alla forma­zione, all’energia e alle tecnologie, in particolar modo alle donne, ai piccoli produttori e ai gruppi sociali più svantaggiati”.
La questione dei piccoli produttori è vista sia nell’ottica della giustizia sociale, sia in quella della qualità del cibo e delle sue valenze culturali: è sotto questi punti di vista che vanno letti rispettivamente gli impegni a “promuovere strumenti che difendano e sostengano il reddito di agricoltori, allevatori e pescatori, potenziando gli strumenti di organizzazione e coo­perazione, anche fra piccoli produttori” e a “valorizzare i piccoli produttori locali come protagonisti di una forma avan­zata di sviluppo e promuovere le relazioni dirette tra produttori, consuma­tori e territori di origine”. In particolare, quest’ultimo punto suggerisce un terreno di incontro fra le tendenze del consumo a recuperare le specificità territoriali del cibo e la conservazione di un tessuto di piccoli produttori, custodi dei saperi e delle tecniche tradizionali.
Queste tendenze del consumo possono portare ad una visione romantica e tradizionalista della produzione agricola e al rifiuto del progresso e della scienza; è per questo positivo invece che il documento in più punti sottolinei l’importanza della ricerca scientifica, anche impegnando le imprese ad una condivisione dei risultati e al suo sviluppo nell’interesse della collettività.
Il problema principale che ci si ritrova davanti una volta conclusa la lettura del documento, per chi ne condivide le premesse e i valori etici, è: e adesso, come lo usiamo? Che tipo di effetto possiamo trarne?  Direi che la funzione principale del documento è di costituire un riferimento “alto” a cui ispirare azioni e rivendicazioni future, in modo analogo a quello che la Dichiarazione dei diritti umani ha costituito per i diritti politici e la Dichiarazione di Rio per le questioni ambientali. Di fatto, il valore effettivo della Carta di Milano  sta nel rendere esplicite alcune esigenze e nell’impegnare i sottoscrittori. La sua forza sta nell’inserirsi in una tendenza presente in modo crescente nei consumatori, almeno nei paesi sviluppati: l’attenzione alla qualità del cibo, non solo rispetto alle qualità organolettiche e al recupero di sapori non omologati, ma anche rispetto alle sue valenze culturali e al contributo al mantenimento dell’ambiente. L’insistenza sull’educazione alimentare, dal punto di vista dietetico ma anche di quello culturale e ambientale, si inserisce bene in questo trend.
Quest’ultima considerazione è a mio parere importante rispetto alla principale debolezza non tanto del documento –non si può pretendere che una dichiarazione di questo tipo contenga analisi di fondo – ma di molte strategie “alternative” alla globalizzazione e all’omologazione. Debolezza che a mio parere consiste nel non sapere individuare i fattori economici e tecnici che sottostanno agli esiti attuali, quali la riduzione dei costi di trasporto, le economie di scala, le differenze di livello tecnologico, e così via. Il che porta a identificare le cause nell’azione di specifici “cattivi” (ad es., le multinazionali); ora, le multinazionali non sono certo angeli, ma se agiscono come agiscono è perché ci sono incentivi a queste azioni e ci sono istituzioni che lo consentono. Lo sforzo dovrebbe essere allora quello di individuare le leve con cui modificare gli incentivi ai comportamenti considerati negativi e le istituzioni che possano far rispettare le regole desiderate. Tenendo soprattutto conto che le convinzioni personali, e la loro traduzione in comportamenti di consumo, possono essere una delle leve importanti per modificare la situazione: dopotutto, se anche multinazionali delle banane hanno cominciato a commercializzare banane biologiche e tentato di accedere al commercio equo, è perché ritenevano che fosse di loro interesse rispondere ad una domanda specifica dei consumatori. Diffondere una cultura di un cibo sano, pulito e giusto (secondo l’azzeccato slogan di Slow Food), prestare attenzione all’origine e alle condizioni di produzione di quanto si mangia, capirne le implicazioni ambientali, al di là di tutte le esagerazioni e dei possibili equivoci, sono tutte azioni che contribuiscono ad andare nella direzione di una maggiore giustizia sociale e di un migliore ambiente; e, sotto questo aspetto, la Carta di Milano  è uno strumento che può essere estremamente utile.

Conciliare sostenibilità e sicurezza alimentare

Roberto Pretolani – Università di Milano

Tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Mdgs) approvati nel 2000 dai paesi Onu, il primo era dimezzare nel 2015 la percentuale di popolazione sottonutrita rispetto ai valori del 1990. Expo Milano 2015 costituisce un’occasione privilegiata per verificarlo e per proseguire nella direzione della lotta alla fame. L’ultimo rapporto Fao sullo stato della sicurezza alimentare evidenzia che sono stati fatti buoni progressi ma che l’obiettivo non è stato raggiunto1. A livello mondiale la percentuale di popolazione sottonutrita è calata dal 18,6% al 10,9% (dato quest’ultimo corrispondente a circa 800 milioni di persone), ma in alcune aree tende, addirittura, a crescere o rimane a livelli inaccettabili.
Nell’ambito dell’agenda post-2015 dello sviluppo, che verrà approvata a breve, la Fao propone l’ambizioso obiettivo di sconfiggere la fame e l’insicurezza alimentare nel tempo di una generazione, cioè nei prossimi 25 anni.2 I contenuti della Carta di Milano  sono in sintonia con questo obiettivo ma, pur identificando molto bene le complesse questioni che determinano l’insicurezza, rimangono abbastanza generici per quanto riguarda le modalità per raggiungerlo. Chi sottoscrive la Carta chiede “con forza” ai governi e alle pubbliche istituzioni internazionali una serie di impegni: l’elenco è esaustivo ma non vincolante e non sono previste modalità di verifica, rischiando così di trasformarsi in un libro dei sogni. Forse alla Carta non si può chiedere di più ma il tono usato nel formulare le richieste avrebbe potuto essere più deciso e diretto. L’accesso al cibo è un diritto di ogni uomo e garantirlo deve essere un dovere per i governi: lo ha detto con toni forti Papa Francesco nel messaggio all’evento "Le Idee di Expo 2015 - Verso la Carta di Milano ", parlando di “sconfiggere le inequità” e richiamando i politici ad impegnarsi su due pilastri: “la dignità della persona umana e il bene comune”.
E’ noto che le principali cause della fame e dell’insicurezza alimentare sono le guerre e le calamità naturali, ma molte responsabilità sono riconducibili anche alle politiche o ad interessi particolari. Negli ultimi anni si è discusso molto, anche nel mondo scientifico, sulle problematiche degli utilizzi energetici delle produzioni agricole, sul land grabbing, sulla speculazione finanziaria fine a sé stessa che altera anche i prezzi delle commodities agricole. Credo sia utile riflettere anche su un altro fattore, meno conosciuto ma il cui impatto appare rilevante nei paesi sviluppati: Fairhead, Leach e Scoones (2012)3 lo hanno chiamato Green grabbing. Gli Autori sostengono che, oltre alla sottrazione di terre coltivate da parte di paesi deficitari in forte crescita e al consumo di suolo per urbanizzazione, esiste un fenomeno di sottrazione di terre coltivabili per usi ambientali (parchi, foreste, ecc.). E’, quest’ultima, una tendenza che, “sulla spinta da parte di un insieme molto variegato di attori e di alleanze”, si sta diffondendo nei paesi sviluppati ed in particolare nell’Unione Europea. Un esempio di Green grabbing è rappresentato, a mio parere, dalle norme del greening introdotte con l’ultima riforma Pac. Non intendo mettere in discussione il principio del greening e la necessità di remunerare con la Pac anche i beni pubblici ambientali prodotti dall’agricoltura, ma porre l’attenzione sulle modalità di applicazione che, pur modificate dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dei Ministri, rivelano un approccio che ne ha trascurato i possibili impatti sulla sicurezza alimentare. Nell’Impact assessment for Cap towards 2020 (UE, 2011) prodotto per conto della Commissione4 nell’allegato 2d relativo alla stime delle conseguenze del greening è prevista una riduzione del 2,3% delle aree coltivate nell’UE causata dall’obbligo delle aree ecologiche al 5%, corrispondente a circa 3,5 milioni di ettari; ciò porterebbe ad incrementi nei prezzi di diversi prodotti e a diminuzioni dei redditi degli agricoltori. La riduzione dell’offerta UE avrebbe un impatto anche sul commercio internazionale, connotato da forti tensioni negli ultimi anni. Queste conseguenze del greening sono state del tutto trascurate e appaiono in forte contraddizione con il primo obiettivo della riforma Pac: preservare il potenziale di produzione alimentare dell'UE secondo criteri di sostenibilità, al fine di garantire la sicurezza dell'approvvigionamento alimentare a lungo termine per i cittadini europei e contribuire a soddisfare la domanda mondiale di prodotti alimentari.5
La Carta di Milano  accenna solo di sfuggita ad un altro tema chiave per il futuro: quello della ricerca e del trasferimento tecnologico, per il quale viene solo chiesto ai governi di “aumentare le risorse”. Su questo tema Expo avrebbe potuto costituire un luogo privilegiato per la condivisione delle innovazioni e per far diventare Milano, e l’Italia, un “hub delle conoscenze” durante e dopo la fine dell’esposizione. Occorre francamente ammettere che da questo punto di vista stiamo perdendo un’occasione irripetibile.

La Carta di Milano: troppe buone intenzioni

Benedetto Rocchi – Università di Firenze

La Carta di Milano  è un documento che prende le mosse da una nobile aspirazione: far sì che l’evento Expo lasci dietro di sé non solo grandi opere per una urbanizzazione di qualità, ricadute economiche significative e interessanti esperienze vissute da milioni di visitatori, ma anche un’eredità condivisa, che potremmo dire culturale, sul cibo come diritto delle genti.
Leggendo la Carta ho trovato molte cose che apprezzo: obiettivi che è importante sostenere, il cui perseguimento potrebbe portare benessere a molte persone e promuovere una maggiore giustizia sociale. Penso innanzitutto al riconoscimento dello spreco alimentare come campo ormai ineludibile di iniziativa economica e politica; o all’impegno per accrescere l’efficienza nell’uso delle risorse idriche. Gli strumenti tecnici per affrontare questi problemi spesso esistono già: quello che manca è una sufficiente diffusione di quei comportamenti individuali che, andando nella giusta direzione, possano stimolare volontà politica e azione di governi e istituzioni, mostrando l’intrinseca razionalità di determinate scelte ancor prima della loro giustizia. Di grande rilevanza è anche il richiamo all’educazione come fattore essenziale per orientare il sistema alimentare verso un sentiero di maggiore equilibrio nel soddisfacimento dei bisogni umani. Così come il sostegno alle iniziative di cooperazione tra piccoli produttori nelle diverse fasi della filiera alimentare, finalizzate alla crescita della loro competitività. Si tratta a mio giudizio di due punti essenziali perchè spostano l’enfasi della battaglia per il diritto al cibo verso cambiamenti strutturali che solo un mutamento permanente dei comportamenti individuali possono generare.
Nonostante questi e molti altri aspetti di rilievo (sono molti i “punti” che sottoscriverei in pieno, primo fra tutti il contrasto all’occupazione minorile e irregolare in agricoltura) a mio giudizio la Carta di Milano  rappresenta un’occasione sfruttata solo per metà. Forse sarà stato per l’eccessivo numero di “tavoli” incaricati di contribuire alla sua stesura (ben 42 per un totale di oltre 500 esperti!), sta di fatto che l’impressione complessiva che si ricava dalla sua lettura è quella di un documento nel quale si è cercato di includere troppi temi, declinandoli da troppe prospettive e secondo una molteplicità di visioni. Al prezzo finale di molte cadute nel generico e talvolta di qualche contraddizione.
Anche sorvolando sulla sorprendente distinzione tra l’essere cittadini e l’essere membri della società civile, come se il primo termine non potesse (e magari dovesse) includere il secondo, ci si imbatte lungo tutto il documento in una serie di espressioni che, alludendo a temi e problemi importanti, si appoggiano su un linguaggio talmente vago da risultare compatibile con significati molto diversi: ad esempio energia “pulita”, gestione “corretta” delle risorse idriche, “custodia” della terra. Un altro esempio di una certa tendenza a preferire espressioni con contenuto fortemente idealizzato (quando non ideologico) ma assolutamente poco definito è quello di “sovranità alimentare”, che viene associata al “diritto al cibo” nella prima delle richieste finali. Basta una veloce ricerca sul web per trovare molte declinazioni del suo significato, parzialmente sovrapposte, che spaziano da giuste rivendicazioni di natura socio-economica da parte dei piccoli agricoltori, alla promozione di una maggiore sostenibilità ambientale. Il climax di questo tipo di retorica a mio giudizio viene raggiunto proprio all’ultimo punto delle richieste ai governi, dove si chiede di “considerare il rapporto tra energia, acqua, aria e cibo in modo complessivo e dinamico”: sarei in difficoltà a spiegare cosa significhi esattamente. Il rischio di un tale linguaggio, a mio giudizio, è che il documento si presti a strumentalizzazioni in direzioni opposte.
Non mancano poi alcune affermazioni che rasentano l’ovvietà o l’approssimazione e che forse si potevano evitare, rendendo la Carta non solo più concisa ma anche maggiormente incisiva. Tra le manifestazioni di consapevolezza si dice, ad esempio, che “la conoscenza e la pratica dei modi di produrre, sia tradizionali sia avanzati, è essenziale per l’efficienza dei sistemi agricoli, dall’agricoltura familiare fino a quella industriale”: che è come dire che si impara a far meglio con l’esperienza. Non vorrei sembrare sarcastico e immagino che dietro questa enunciazione ci sia la (lodevole) volontà di promuovere una visione meno omologata delle tecniche di produzione agricola ma mi chiedo: c’era veramente bisogno della Carta di Milano  per ricordarcelo? Non riesco ad immaginare poi come la diversificazione degli allevamenti possa preservare il benessere degli animali o perché la cooperazione lungo la filiera renda più efficace la previsione della domanda invece che più efficiente la programmazione dell’offerta.
Risulta fin troppo evidente la presenza di più mani e anche di una molteplicità di portatori di interesse tra quelli che hanno collaborato alla stesura della Carta. Così, se da un lato ci si impegna a “valorizzare i piccoli produttori locali come protagonisti di una forma avanzata di sviluppo e promuovere le relazioni dirette tra produttori, consumatori e territori di origine”, dall’altro si indica lo sviluppo di “un sistema di commercio internazionale aperto, basato su regole condivise e non discriminatorio” come “condizione per una migliore sicurezza alimentare globale”. L’enfasi sulle produzioni alimentari con caratteristiche di qualità basate sulla fiducia (tipici, biologici e locali), una tipica espressione delle istanze dei piccoli-medi agricoltori dei paesi sviluppati, convive senza apparenti soluzioni di continuità con la richiesta di “un eguale accesso al cibo, alla terra al credito, alla formazione, all’energia e alle tecnologie” per gli individui e i gruppi sociali più svantaggiati, che rimanda ai problemi dell’agricoltura contadina dei paesi meno sviluppati.
Alla fine delle nove pagine ci si è imbattuti in tante, forse in troppe ottime intenzioni ma quello di cui si sente la mancanza è una strategia comune per darvi seguito. Per questo dico che la Carta di Milano  è un’occasione sfruttata solo a metà. Un approccio meno “visionario” e maggiormente ancorato ad alcuni ben definiti ed urgenti problemi da risolvere avrebbe forse (paradossalmente) aiutato a rendere tante e meritorie battaglie “locali” per il diritto al cibo parti di in un’unica campagna per una sua diffusione globale.

Obesità ed educazione alimentare: cosa manca nella Carta?

Gianluca Brunori, Eleonora Sirsi – Università di Pisa

La Carta di Milano aspira a definire alcuni principi generali cui tutti i soggetti coinvolti -  la società civile, le istituzioni pubbliche, le imprese private - dovrebbero ispirarsi nella loro azione quotidiana. Tuttavia la ricerca di un ampio consenso, necessario per generare più facilmente il cambiamento, rischia di far trascurare aspetti fondamentali. E' il caso dell'obesità, a proposito della quale la Carta si limita a menzionare la presenza di due miliardi di persone obese o in sovrappeso (peraltro accostando il dato agli 800 milioni di persone sottonutrite), glissando sul fatto che essa è in crescita ovunque, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Secondo il World Health Organization, l'obesità è raddoppiata nel mondo dal 1980, e in Europa il numero di adulti sovrappeso è aumentato dal 56.6% al 58.6% tra il 2010 e il 20146.
Considerando questi dati, riteniamo che la Carta avrebbe potuto dare maggiore enfasi al problema, accennando alle sue cause e identificando i possibili rimedi, tanto più che la crescita dell'obesità nel mondo, a causa della cosiddetta transizione alimentare, è più che proporzionale rispetto ai tassi di crescita economica.
Le cause dell'obesità sono ormai ben note, e sono per una buona parte legate alle strategie delle imprese alimentari che, per attrarre i consumatori e rimanere competitive, immettono nel mercato prodotti sempre nuovi , a forte contenuto di grassi, di zucchero e di sale  (che oltretutto generano dipendenza) a prezzi relativamente bassi. Nelle agende politiche dei paesi occidentali il problema è già considerato una priorità, e molte grandi imprese alimentari si sono avviate su una strada di riduzione volontaria del contenuto di queste sostanze nei propri prodotti. Expo 2015 rischia di essere un'occasione mancata per la sensibilizzazione a questi temi.
Il problema dell'obesità segnala un importante caso di fallimento del mercato per cui la libertà di scelta, sia delle imprese sia dei consumatori, conduce a situazioni non desiderate. L'epidemia dell'obesità nel mondo altresì evidenzia che i comportamenti del consumatore non sono sempre razionali, e che le sue scelte possono essere contradditorie, nella misura in cui affiancano alla soddisfazione  dei desideri  l'aspirazione al benessere e ad un migliore stato di  salute. Al tempo stesso, ci avverte che la libertà d'impresa, in mancanza di regole adeguate, soddisfa i vizi piuttosto che i bisogni.
La Carta affronta implicitamente il problema affidando un importante ruolo all'educazione alimentare, considerata "fondamentale per uno stile di vita sano e una migliore qualità della vita". Affermazione da condividere certamente, senonché a noi pare che  il problema stia nel  come mettere in pratica questa indicazione. Il primo aspetto su cui riflettere riguarda il rapporto tra educazione e informazione. Sappiamo infatti che il consumatore è esposto fortemente ai messaggi di un sistema alimentare perennemente in  gara nel marketing delle emozioni. In teoria, adeguate informazioni sul prodotto e sui processi di produzione dovrebbero bilanciarne gli effetti ma questo può avvenire  solo se il consumatore è in grado di interpretare quelle informazioni e tradurle in scelte: una  capacità critica che non può se non derivare dall'educazione.
Un secondo aspetto riguarda il fatto che, in un mondo dove le informazioni sono abbondanti, la diseguale distribuzione delle capacità critiche paradossalmente acuisce le diseguaglianze piuttosto che ridurle. Per questo l'educazione alimentare deve essere considerata un diritto, al pari del diritto al cibo.
Un terzo aspetto riguarda il rapporto dell'infanzia con il sistema alimentare. Molti studi hanno mostrato come l'industria alimentare si rivolga ai bambini per condizionarne i comportamenti, con conseguenze che spesso agiscono in modo strutturale, come appare dimostrato dalla dipendenza dal gusto dolce e dalla diffusione dell'obesità infantile. Oltre che a sollevare la necessità di una più stringente regolazione della comunicazione destinata all'infanzia, questi dati segnalano la necessità di estendere l'educazione alimentare agli adulti.
Infine, nella misura in cui l’educazione alimentare rappresenta uno strumento di orientamento delle scelte individuali di consumo, occorre intendersi su quali siano gli orientamenti 'corretti' in un periodo in cui si fronteggiano visioni e interessi alternativi, come mostrano le dispute sugli Ogm e sui cibi “naturali”, sul rapporto tra filiere locali e globali, sull’uso dei pesticidi, sul ruolo degli alimenti di origine animale, e altre ancora. In questo caso, chi è legittimato a educare i consumatori? Non l’industria alimentare alla quale pure è stata in passato incautamente affidata, ma anche l’educazione delegata a ‘esperti’, talvolta non immuni da conflitti di interessi, potrebbe rivelarsi non adeguata allo scopo.
Le tematiche del cibo sono, insomma, con sempre più evidenza parte dello spazio pubblico, sicché  la libertà di scelta di ciascuno  diventa anche possibilità di partecipare alle scelte, politiche sull'alimentazione. E l'educazione alimentare può diventare  educazione alla libertà, alla responsabilità delle scelte, alla partecipazione nelle scelte collettive che riguardano il cibo.

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