L’impatto della Pac Post-2013 sulla regione Emilia Romagna: un’analisi dell’accordo raggiunto in relazione alle proposte presentate al Trilogo

L’impatto della Pac Post-2013 sulla regione Emilia Romagna: un’analisi dell’accordo raggiunto in relazione alle proposte presentate al Trilogo
Istituto Nazionale di Economia Agraria

L’accordo politico sulla Riforma della Pac per il periodo 2014-2020 è stato raggiunto il 26 giugno scorso. Dopo un lungo dibattito, che ha coinvolto sia la comunità scientifica sia il mondo agricolo, cominciano adesso le prime valutazioni che cercano di misurare gli effetti del nuovo accordo sulla competitività delle aziende agricole e sul sistema agroalimentare italiano nel suo complesso.
L’accordo del 26 giugno rappresenta un compromesso tra i membri del Trilogo (la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’UE) e mette un punto fermo sui meccanismi di politica che condizioneranno le future erogazioni in agricoltura e i comportamenti degli agricoltori. Tra le misure previste dalla nuova riforma, le azioni di greening rappresentano la maggiore incognita in relazione ai possibili effetti sulle strategie produttive delle imprese agricole. Questi ultimi ancora tutti da valutare. Mentre il pagamento unico aziendale non influenza direttamente le scelte produttive, le pratiche di greening obbligano, al contrario, gli agricoltori ad individuare il piano produttivo sulla base della convenienza economica dei singoli processi e delle dinamiche di mercato.
Ai fini della valutazione dell’impatto della futura politica agricola, coniugare gli aspetti produttivi e strutturali delle singole aziende con la necessità di tenere conto delle dinamiche di mercato e territoriali, rappresenta un esercizio delicato e complesso. La stessa Commissione denuncia una difficoltà nel rappresentare gli effetti del greening per le diverse tipologie aziendali distribuite nelle regioni agrarie europee (Vard, 2013). Il presente lavoro ha l’obiettivo di confrontare l’accordo raggiunto sulla nuova Pac con gli scenari prospettati dalle tre proposte preliminari, per fornire indicazioni sull’impatto produttivo (uso del suolo) ed economico sulle aziende agricole della regione Emilia Romagna. Queste ultime sono rappresentate dalle aziende del campione Rica 2011, riferito ai territori di pianura.

Pagamenti diretti e greening nella riforma della Pac post-2013

I principali obiettivi strategici della nuova Pac riguardano la produzione alimentare sostenibile, uno sviluppo territoriale equilibrato per migliorare la diversificazione dell'agricoltura e delle zone rurali e la gestione sostenibile delle risorse. L’obiettivo è di garantire la produzione di beni pubblici e contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici (Povellato, 2012; Matthews, 2012). I pagamenti diretti rappresenteranno, ancora una volta, il principale strumento di sostegno delle aziende agricole comunitarie. Al fine di rendere la distribuzione dei fondi più equa, non solo tra gli Stati Membri, ma anche tra le regioni e le aziende agricole, la Commissione ha optato per la regionalizzazione e la convergenza interna dei pagamenti diretti (EC, 2011a). In Italia gli effetti ridistributivi di tali misure dipenderanno dalla scelta dei criteri per definire le “regioni omogenee” e dal metodo di convergenza. Per quanto riguarda la scelta delle "regioni" in Italia, il decentramento amministrativo nel settore agricolo e la gestione delle risorse finanziarie negli ultimi piani di sviluppo rurale suggeriscono il criterio della regione amministrativa come possibile scelta. È chiaro che questo è solo uno dei possibili criteri di regionalizzazione. Altri possibili criteri si riferiscono a una divisione alternativa del territorio nazionale basata sulle zone altimetriche, sulle regioni agrarie o sul grado di intensità produttiva delle aree (De Vivo et al., 2012).
Secondo la proposta della Commissione i pagamenti diretti saranno articolati in diverse componenti, le più importanti delle quali sono: il pagamento di base, che fornisce un sostegno diretto al reddito degli agricoltori e il pagamento verde. L’accordo finale, modificando in parte la proposta iniziale della Commissione, condiziona il pagamento verde e una quota del pagamento di base alla produzione di beni pubblici per garantire la conservazione della biodiversità, il mantenimento della fertilità del suolo, la conservazione delle risorse idriche e la mitigazione del cambiamento climatico1.
Nella proposta della Commissione, in parte confermata dall’accordo del 26 giugno, i criteri che definiscono il greening sono racchiusi in quattro articoli. Il primo (art. 29) descrive le regole generali e i criteri per beneficiare del pagamento ecologico. Gli altri tre articoli descrivono le misure obbligatorie che devono essere soddisfatte al fine di ricevere il pagamento verde: la diversificazione produttiva (art. 30), al fine di migliorare la biodiversità; il mantenimento dei prati e pascoli permanenti (art. 31); e la definizione delle aree di interesse ecologico (le Ecological Focus Area - Efa) all’interno delle singole aziende (art. 32).
L’implementazione di ciascuna di queste misure ha generato diverse critiche da parte della comunità scientifica nazionale e internazionale. La critica principale alla diversificazione delle colture pone l’accento sul fatto che la contemporanea presenza di tre colture non significa necessariamente l’esistenza di rotazione agronomica, non garantendo così un miglioramento delle caratteristiche agronomiche dei suoli agricoli e dell’ambiente rurale (De Filippis e Frascarelli, 2012). Il mantenimento dei prati permanenti non desta particolari preoccupazioni per l’Italia, anche se tale norma deve essere applicata con la debita attenzione (Frascarelli, 2013). L’introduzione delle aree ecologiche nella Sau aziendale è considerata, invece, la misura più onerosa per l'Italia, soprattutto negli ambiti territoriali specializzati nella produzione di seminativi. Una delle critiche a questo provvedimento riguarda l'aumento delle superfici ritirate dalla produzione e gli effetti potenzialmente destabilizzanti sul mercato agroalimentare, in relazione soprattutto alle problematiche della sicurezza alimentare a livello globale (Matthews, 2013).
Nel complesso, secondo la valutazione della Commissione (basata sulla proposta iniziale del 2011), l'impatto delle misure di greening sul reddito delle aziende agricole europee è relativamente basso, in media 43 Euro per ettaro (EC, 2011b). Questo costo, tuttavia, può variare notevolmente in relazione alle specificità territoriali, alla redditività dei singoli processi, nonché alle caratteristiche strutturali di ciascuna azienda (Cardillo et al., 2012; Solazzo et al., 2013).
La pratica del greening, insieme alla definizione del nuovo Bilancio, ha rappresentato il maggior elemento di frizione tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio.
Secondo la proposta iniziale della Commissione, le aziende biologiche erano escluse dai requisiti ecologici, avendo accesso ipso facto al pagamento verde. Con gli emendamenti proposti dal Parlamento Europeo (EP, 2013) e dal Consiglio (Council of EU, 2013) veniva proposta l’esclusione anche per le aziende agricole beneficiarie dei pagamenti agro-ambientali o con certificazioni ambientali (nazionali o regionali), nonché quelle attive nelle aree Natura 2000. Anche l’accordo finale, in linea con quanto previsto dal Parlamento e dal Consiglio, prevede un sistema di “equivalenza di greening” per le prassi agricole a favore dell’ambiente, come l’agricoltura biologica e i regimi agro-ambientali che adottano misure equivalenti.
Riguardo alla diversificazione delle colture, il Parlamento e il Consiglio proponevano l’innalzamento della soglia di applicazione a 10 ettari a seminativi, con l’introduzione della possibilità della compresenza di due sole colture (3 colture sopra i 30 ha) e l’incremento dell'area destinabile alla coltura principale (75-80% e 95% per le prime due colture). In linea con quanto previsto dal Consiglio, l’accordo finale ha confermato le soglie di applicazione (10 ha) e la quota per la coltura principale (75% e 95% per le prime due colture). Anche i criteri di esclusione riprendono quelli delle proposte alternative a quelle della Commissione, escludendo le aziende con oltre il 75% della superficie a prato permanente o foraggere (oltre alle colture sommerse), a patto però che la restante area a seminativi non superi i 30 ettari.
Per quanto riguarda il mantenimento dei prati permanenti, la differenza principale tra la proposta della Commissione e quella del Parlamento riguardava il mantenimento, a livello regionale o sub-regionale, della proporzione tra superficie a prato e pascolo permanente e la superficie agricola totale. Anche nell’accordo finale il rapporto tra i prati e pascoli permanenti e la superficie totale (al 2015) non deve diminuire di oltre il 5% a livello nazionale, regionale, sub-regionale o aziendale. Inoltre gli agricoltori non possono convertire o arare prati e pascoli permanenti ecologicamente sensibili designati dallo Stato membro.
Riguardo alla superficie ecologica, sia il Parlamento che il Consiglio proponevano l’applicazione di tale misura solo per le aziende oltre una certa dimensione, escludendo anche quelle con una quota elevata di superficie a foraggere. Gli emendamenti alla proposta della Commissione prevedevano inoltre la riduzione al 5% della quota da destinare ad Efa (contro il 7% della Commissione) e l’esclusione delle colture permanenti. Nell’accordo finale sono state sostanzialmente confermate sia la quota del 5%2 che l’esclusione delle colture permanenti e delle aziende con oltre il 75% a prati, foraggere o colture sommerse, a condizione che la restante superficie a seminativi non superi i 30 ettari. E’ stata invece ulteriormente innalzata la soglia di attivazione di questa misura, escludendo le aziende con meno di 15 ettari a seminativi.

Metodologia e dati utilizzati

La valutazione dell’impatto della nuova riforma è stata eseguita utilizzando la metodologia della Programmazione Matematica Positiva. Questa metodologia si è dimostrata particolarmente efficiente nello sviluppare analisi d’impatto della politica agraria sia su scala nazionale che europea (Arfini e Donati, 2011; Heckelei et al., 2012). Gli elementi che rendono particolarmente interessante questa metodologia sono diversi e possono essere riassunti nei seguenti aspetti: i) la metodologia consente di rappresentare il comportamento del produttore attraverso la stima di una funzione di costo della tecnologia (Paris e Arfini, 2000; Donati e Arfini, 2013); ii) il processo di ottimizzazione è svolto simultaneamente per tutte le aziende del campione oggetto dell’analisi restituendo informazioni ad un livello di dettaglio individuale (Arfini e Donati, 2011); iii) l’approccio considera le informazioni sui processi produttivi potenziali o “latenti” - ovvero quelle attività (colture e/o allevamenti) presenti nell’ordinamento produttivo regionale ma assenti nel piano produttivo osservato della singola azienda-, pertanto ogni azienda ha la possibilità di adottare nuovi processi produttivi non presenti nella situazione osservata (Arfini e Donati, 2013; Donati e Arfini, 2013).
Nel modello utilizzato per questo lavoro, l’individuazione delle scelte produttive è effettuata tenendo conto della tecnologia aziendale, dei prezzi di mercato, dei costi variabili di ogni processo produttivo e dei vincoli di politica agraria. Il Pua è considerato una costante esterna al processo di ottimizzazione, tenendo conto della sua caratteristica di pagamento disaccoppiato. In questo modo, il Pua non incide sulle scelte produttive dell’agricoltore, ma agisce sul livello di reddito aziendale complessivamente disponibile.
Un ulteriore aspetto particolarmente rilevante della metodologia adottata è rappresentato dall’uso dei pesi campionari presenti nella Banca Dati Rica. Questi ultimi, infatti, permettono di raggiungere una più accurata rappresentazione delle varie tipologie aziendali sulla base della loro rilevanza nel territorio di riferimento. Il peso viene utilizzato come un fattore di riporto all’universo associato alle unità di rilevazione (le aziende) per stimare le variabili strategiche, o quelle ad esse correlate (Inea, 2010). I pesi associati a ciascuna azienda dipendono dalla stratificazione adottata e dalla classificazione aziendale per l’assegnazione ad un determinato strato (Solazzo, 2013). La procedura di stratificazione utilizzata nel disegno campionario della Rica si basa sulla tipologia comunitaria, tenendo in considerazione, dove necessario, anche criteri nazionali aggiuntivi.
L'analisi degli impatti economici delle diverse proposte di riforma e dell’accordo finale del 26 giugno è basata, come detto, sulla banca dati Rica del 2011, utilizzando un campione di 460 aziende localizzate nella pianura della regione Emilia Romagna. I dati utilizzati nel modello riguardano l’uso del suolo, il livello produttivo e le informazioni economiche relative ai singoli processi produttivi di ciascuna azienda. Anche i dati relativi ai pagamenti sono stati estratti dalla banca dati Rica così come altre variabili descrittive relative alle aziende agricole al fine di specificare al meglio i requisiti ecologici (agricoltura biologica, adesione alle misure agro-ambientali, Natura 2000).
Il modello di Pmp sviluppato per l'analisi della riforma della Pac riproduce tutti i vincoli e le condizioni specifiche contenute nei vari passaggi associati alla nuova riforma, come riportato in tabella 1.

Tabella 1 - Gli scenari e i vincoli di greening considerati all’interno del modello

Oltre ai vincoli di greening, all’interno del modello sono stati considerati sia il capping dei pagamenti diretti a livello aziendale sia la ridistribuzione degli stessi secondo alcune delle opzioni previste nelle proposte presentate al Trilogo da Commissione, Parlamento e Consiglio, e nell’accordo finale3. È stato inoltre ipotizzato un taglio del 10,3% del plafond per l’Emilia Romagna, in linea con la riduzione stimata per l’Italia, che porterà il budget nazionale da 4,1 miliardi di euro nel 2013 (Reg. CE 287/13) a 3,7 miliardi nel 20194 (Com (2011) 625, Allegato II modificato dal doc. 7772/13) .

I risultati delle simulazioni

Benché l’analisi permetta un livello di disaggregazione dei risultati a livello aziendale, per motivi di sintesi in questo lavoro si offre una lettura dei dati aggregati finalizzata a valutare l’effetto complessivo dei diversi scenari prospettati dalle proposte del Trilogo e dall’accordo finale sull’offerta agricola della pianura dell’Emilia Romagna. Da questa analisi appare chiaro come l’elemento “compromesso” emerga all’interno dell’accordo finale. Forse la volontà politica di arrivare velocemente ad un accordo in un momento assai critico della storia dell’Unione Europea è via via diventata una vera e propria necessità. Nell’area di riferimento, l’analisi delle variazioni dell’uso del suolo per attività, compreso l’effetto Efa, (tabella 1 e figura 1), evidenzia un impatto dello scenario finale dell’accordo maggiore rispetto a quello del Consiglio, ma più contenuto rispetto a quello del Parlamento e, soprattutto, della Commissione. Le colture che diminuirebbero in modo significativo sono le grandi commodity (cereali e mais in primis), mentre le colture destinate ad un processo di trasformazione industriale (come il pomodoro da industria) si manterrebbero sostanzialmente stabili al variare degli scenari. Questo risultato indica un cambiamento di tendenza rispetto a quanto avvenuto fino ad ora dove la “cerealizzazione” ha rappresentato, di fatto, una forma strisciante di estensivizzazione. L’erba medica, che nello scenario della Commissione mostrava la contrazione più significativa, non viene praticamente interessata negli scenari alternativi di greening, grazie all’esclusione dai nuovi vincoli ambientali delle aziende con oltre il 75% della superficie a prato e foraggere.
La superficie a Efa per l’intero comprensorio di riferimento ammonterebbe a circa 14.500 ettari. Siamo quindi molto lontani dagli otre 30.000 ettari stimati in base alla prima proposta della Commissione e molto vicini ai circa 16.000 ettari dello scenario del Parlamento.

Figura 1 - Distribuzione dell’Ecological Focus Area sulla base delle proposte presentate al Trilogo e dell’accordo finale – Emilia Romagna (pianura)


Fonte: ns elaborazioni

Tabella 2 - Cambiamento dell’ordinamento produttivo in seguito all’introduzione del greening sulla base delle proposte presentate al Trilogo e dell’accordo finale – Emilia Romagna (pianura)


(*) Scenario di base costruito secondo la situazione di politica e di mercato al 2013.
Fonte: ns elaborazioni

Come conseguenza delle nuove scelte produttive che si verrebbero a determinare, l’impatto sulle principali variabili economiche evidenzia come lo scenario di compromesso sia stato notevolmente “mitigato” rispetto alla proposta iniziale della Commissione. Con riferimento a tutte le aziende (incluse quelle che non sono soggette al vincolo di Efa) e al solo margine lordo di primo livello (che scaturisce dai soli rapporti di mercato), il compromesso potrebbe contenere le perdite all’1,5% (Tabella 3). Questo valore è leggermente superiore rispetto alla proposta del Consiglio (-1,2%), ma inferiore a quelle del Parlamento (-1,7%) e soprattutto della Commissione (-5%). Il costo medio del greening (inteso come mancato reddito) per le aziende di pianura della regione Emilia Romagna è sceso dagli iniziali 70 Euro per ettaro (secondo la proposta della Commissione) a “soli” 21 Euro per ettaro (secondo l’accordo raggiunto il 26 giugno).

Tabella 3 - Impatto del greening (ML I Livello) e della ridistribuzione dei pagamenti (ML II Livello) sulle principali variabili economiche – Emilia Romagna (pianura) 


Fonte: ns elaborazioni

Viceversa se venissero considerate le sole aziende con l’obbligo di Efa in base all’accordo finale, la contrazione del margine lordo sarebbe più elevata e si attesterebbe a circa 35 Euro per ettaro, pari ad una riduzione del 4%.
L’organizzazione del modello utilizzato permette di fornire anche un’analisi per specializzazione produttiva delle aziende emiliano-romagnole (Figura 2). A questo riguardo, l’impatto economico negativo legato al greening è maggiore per le aziende specializzate in seminativi e in quelle zootecniche. Tale risultato è in parte legato alla presenza di pochi processi produttivi in alcune di queste aziende (in alcuni casi si tratta di vere e proprie monocolture), spesso con ampie superfici destinate a seminativi: la maggior parte di queste aziende è, quindi, sottoposta sia al vincolo di diversificazione che all’obbligo di destinare superficie ad Efa. È interessante sottolineare la forte mitigazione voluta dal Parlamento sull’impatto del greening, con contrazioni del margine lordo sostanzialmente dimezzate rispetto alla proposta iniziale della Commissione, in tutte le tipologie aziendali.

Figura 2 - L’effetto del greening sul Margine Lordo aziendale per specializzazione produttiva (Ote) - Emilia Romagna (pianura) 


Nota: La lunghezza delle barre fa riferimento alla variazione percentuale mentre i valori all’interno del grafico riportano la variazione in valore assoluto del ML (€/ha).
Fonte: ns elaborazioni

Benché questa breve analisi intenda focalizzarsi sull’effetto delle politiche di greening, non si può non sottolineare come il loro effetto “depressivo” sia notevolmente amplificato se si considera anche il passaggio al nuovo sistema di regionalizzazione e ridistribuzione dei pagamenti diretti. Nell’ipotesi che il pagamento sia calcolato su base regionale (in questo caso con riferimento alla regione Emilia Romagna) e pur tenendo conto dei nuovi criteri stabiliti dall’accordo del 26 giugno, si osserva l’azione ridistributiva dei pagamenti tra le diverse tipologie produttive. In media (Tabella 3) nella pianura dell’Emilia Romagna l’aiuto diminuirebbe del 12,8% (ipotizzando un taglio del plafond a livello regionale del 10,3%), mentre il margine lordo di II livello del 3,9%. Nel complesso il costo della riforma, dato dal greening più la regionalizzazione/ridistribuzione degli aiuti, ammonterebbe a 70 Euro per ettaro (Figura 3). Gli aspetti interessanti che occorre tuttavia cogliere sono: da un lato la forte mitigazione dell’impatto del passaggio al criterio regionale che, in pratica, dimezza la riduzione dei pagamenti alle aziende in pianura rispetto al flat rate della proposta iniziale della Commissione5; dall’altro lato va comunque sottolineata l’azione ridistributiva tra le tipologie aziendali. Nella pianura dell’Emilia Romagna, mentre le aziende specializzate nell’allevamento di erbivori e nelle colture a pieno campo subirebbero una sensibile riduzione del margine lordo di II livello (di poco superiore a 100 euro per ettaro), le aziende specializzate nelle coltivazioni permanenti e nell’allevamento di granivori, avrebbero un miglioramento del margine lordo complessivo (Allegato 1). Ovviamente si tratta di aziende che percepivano, nella situazione di partenza, aiuti molto bassi o, in molti casi, nessun aiuto e sono pertanto favorite dalla distribuzione dei pagamenti su tutte le superfici ammissibili. In particolare, per le aziende specializzate in granivori, interessate dai vincoli di greening, l’incremento dei pagamenti ad ettaro più che compensa la perdita di redditività legata ai nuovi requisiti ambientali.

Figura 3 - Scomposizione dell’impatto della Riforma (greening e ridistribuzione dei pagamenti diretti) sul Margine Lordo aziendale per specializzazione produttiva (Ote) – Emilia Romagna (pianura)


Fonte: ns elaborazioni

Conclusioni

L’analisi comparativa delle diverse proposte che hanno contraddistinto il processo di costruzione della nuova Pac sulle aziende agricole della regione Emilia Romagna, consente di trarre un primo bilancio dell’accordo raggiunto il 26 giugno: il lungo processo che ha portato all’accordo politico sancito dal Trilogo ridimensiona notevolmente l’impatto del primo documento formulato dalla Commissione introducendo la possibilità di tutelare maggiormente i beneficiari storici di pagamenti diretti elevati e mitigando la portata iniziale delle azioni di greening.
Nonostante l’importante revisione dell’impostazione iniziale della riforma, più aderente oggi alle proposte del Consiglio e del Parlamento, la nuova Pac produrrà comunque cambiamenti non trascurabili sulla distribuzione dei pagamenti diretti, sulle modalità con cui gli agricoltori dovranno dimostrare di possedere i requisiti necessari per poter accedere a tali pagamenti e, quindi, sulle decisioni produttive e sul reddito delle aziende.
La valutazione della nuova Pac condotta in questo lavoro conferma il forte affievolimento dell’impatto che avrebbe avuto la proposta della Commissione a favore degli scenari prospettati dal Consiglio e dal Parlamento. I risultati mostrano come i maggiori effetti economici derivanti dall’applicazione della nuova Pac sarebbero da attribuire principalmente alla ridistribuzione dei pagamenti piuttosto che alle tre misure di greening. In tutti gli scenari considerati, l’impatto economico del greening appare comunque modesto. Basti considerare che, in termini di maggiori costi sostenuti dagli agricoltori, nello scenario riferito all’accordo di giugno il greening inciderebbe per poco più di 20 euro/ettaro. Per contro, l’ipotesi adottata nel modello di distribuire il 70% del massimale regionale come pagamento di base applicando il meccanismo di convergenza parziale, produrrebbe effetti molto più importanti, soprattutto a carico delle aziende specializzate nella coltivazione di seminativi e nell’allevamento di erbivori.
Da un punto di vista produttivo, quindi legato all’uso del suolo, il compromesso raggiunto dal Trilogo contribuisce a mantenere una situazione di status quo che sarebbe stata pesantemente messa in discussione dal modello di greening prefigurato dalla Commissione, portando ad escludere dal piano produttivo le colture meno redditizie e meno remunerate dal mercato.
Sicuramente la proposta iniziale della Commissione si presentava come un tentativo di caratterizzare la Pac 2014-2020 secondo un modello agricolo fortemente orientato alla produzione di beni pubblici e più equo, sia a livello territoriale che tra tipologie aziendali. L’accordo del 26 giugno, molto vicino alle posizioni del Consiglio e del Parlamento, evidenzia come in realtà questo modello sia stato notevolmente mitigato.
Se la proposta della Commissione era molto vicina alle istanze della società, distaccandosi in misura significativa dall’attuale Pac 2007-2013, le proposte del Consiglio, quelle del Parlamento e l’accordo finale, sono invece più vicine alle istanze del mondo agricolo. Quest’ultimo aspetto è particolarmente sorprendente in quanto ci si poteva aspettare che il Consiglio (in quanto espressione dei Governi nazionali) fosse sensibile alle lobby agricole, ma non che il Parlamento adottasse una strategia più produttivistica e meno ambientalista della Commissione. Sotto questo profilo il compromesso raggiunto in sede di Trilogo sancisce definitivamente il nuovo ruolo del Parlamento nel processo di riforma e adeguamento della politica agricola europea evidenziando però la forte spinta conservatrice motivata dalla diversa natura politica delle due Istituzioni e dall’innegabile legame che i parlamentari europei hanno con il proprio elettorato.
Lo scenario che si prospetta per il mondo agricolo, quindi, è sicuramente più conservativo, ma permetterà alle aziende agricole di sopportare meglio le ripercussioni generate dal periodo di crisi che l’economia europea (e con essa quella agricola) sta vivendo. Si tratta di vedere se l’azione riformatrice della Commissione in chiave ambientale e ridistributiva si è fermata o è solo rimandata.

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  • 2. È inoltre prevista la possibilità di innalzare tale quota al 7% dopo una valutazione da parte della Commissione e successivo processo di codecisione con il Parlamento e il Consiglio.
  • 3. Nello scenario della Commissione è stato simulato un flat rate del pagamento ad ettaro a livello regionale (pari a 303,6 €/ha per tutte le aziende); per gli scenari del Parlamento e del Consiglio, il pagamento verde è stato stimato pari a 91,1 €/ha per tutte le aziende, mentre è stata simulata la convergenza interna per la restante quota dell’aiuto (considerata pari al 70%):

    • nel caso del Parlamento, applicando un limite alla riduzione (max -30%) per i titoli maggiori della media regionale
    • nel caso del Consiglio, applicando un sistema di recupero per i valori dei titoli inferiori alla media regionale, basato sul “modello irlandese” e già utilizzato per la convergenza esterna tra gli SM (recupero di 1/3 della differenza rispetto al 90% dell’aiuto medio di base stimato a livello regionale);

  • 4. Per le stime sull’allocazione dei pagamenti Post-2013 tra Stati membri si veda: Inea (2013), Rapporto sullo Stato dell’Agricoltura 2013, Parte III - Focus Pac.
  • 5. A tale proposito va precisato che nello scenario relativo all’accordo finale non è stata considerata l’attivazione (facoltativa) da parte dell’Italia del pagamento ridistributivo per i primi 30 ettari, che può riguardare fino al 30% del massimale nazionale.
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