Le energie rinnovabili in agricoltura

Le energie rinnovabili in agricoltura
a Università di Perugia, Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali
b Centro per lo Sviluppo Agricolo e Rurale (CeSAR)

Introduzione

La produzione di energia da fonti rinnovabili è oggi il tema più trattato nel dibattito sulle prospettive dell’agricoltura, con valutazioni di senso diametralmente opposto. Da una parte, le agroenergie suscitano un grande interesse nel mondo agricolo, con fortissime aspettative, tutte positive, per i benefici sia economici che ambientali. Dall’altro, emergono preoccupazioni per gli impatti che la “deriva” energetica dell’agricoltura può generare sulla disponibilità alimentare, sugli usi del suolo e sull’economia dei territori rurali.
In questo scenario s’inserisce il ruolo della politica, giacché lo sviluppo delle energie rinnovabili è totalmente correlato alle incentivazioni. Su tale aspetto, in Italia, si è recentemente aperto un fortissimo dibattito, a seguito dell’approvazione del Decreto legislativo 3 marzo 2011 che attua la Direttiva europea 2009/28/CE, il cosiddetto Pacchetto “Clima - Energia 20-20-20”.

Perché l’interesse per le agroenergie?

Per l’economia nel suo complesso, le energie rinnovabili suscitano un grande interesse per due obiettivi strategici: la necessità di contribuire alla riduzione della dipendenza energetica e l’impegno a concorrere al contrasto dei cambiamenti climatici.
In agricoltura si aggiungono altre motivazioni.
In primo luogo, la scelta di fondo dell’Unione europea e del Governo nazionale verso la multifunzionalità e la sostenibilità del nostro modello di sviluppo agricolo. È una scelta ormai operata da alcuni anni, chiaramente identificata in alcuni documenti strategici dell’UE, a partire dal Consiglio di Goteborg del 2001 fino alle ultime riforme della Pac. Le agroenergie sono viste da una parte come una necessità per la sostenibilità del modello produttivo europeo, dall’altra, come un’opportunità per favorire la multifunzionalità dell’agricoltura.
In secondo luogo, le agroenergie nutrono grandi aspettative da parte degli agricoltori come una possibilità di integrazione del loro reddito e come un’opportunità di diversificazione delle attività produttive, soprattutto nei periodi di stagnazione dei prezzi delle commodity agricole.
Queste motivazioni hanno spinto le autorità pubbliche (Unione europea e Stati nazionali) ad introdurre una normativa di forte incentivazione della produzione di biomasse per la produzione di energia rinnovabile.
L’attenzione della politica, il forte interesse e il proliferare di convegni sul tema delle agroenergie, accompagnati dalle difficoltà operative a percorrere questo sentiero di sviluppo, hanno generato una serie di pressanti domande nel mondo agricolo:

  • le agroenergie sono una “moda” temporanea o un’opportunità concreta di lungo periodo?

  • quali ricadute ci sono e ci saranno per il settore agricolo?

  • cosa può fare concretamente un’impresa agricola per sfruttare le opportunità delle agroenergie?

  • cosa prevede la politica di incentivazione per le agroenergie?

  • sarà una politica di breve o di lungo periodo?

  • la sostenibilità economica - o meglio la redditività - delle iniziative agroenergetiche delle imprese agricole è soddisfacente nel breve e nel lungo periodo?

La risposta a queste domande non è semplice per varie ragioni.
La prima, troppo spesso sottovalutata, è il fatto che le agroenergie non sono un settore omogeneo, ma un complesso diversificato e articolato di processi, prodotti, filiere, tecnologie, che generano benefici e impatti completamente differenti. Si va dalla utilizzazione dei reflui zootecnici alle colture dedicate (mais, soia, sorgo, triticale, oleaginose, short rotation forestry); dalla filiera del legno a quella degli oli vegetali; dai residui delle potature al colza per il biodiesel; dal fotovoltaico sui tetti dei fabbricati rurali ai parchi fotovoltatici su terreni fertili. Occorre quindi una valutazione specifica e attenta per differenziare benefici e impatti. Una generica valutazione del settore agroenergetico, come spesso succede nel dibattito corrente, è quanto di più superficiale ed errato.
La seconda ragione è legata ai contesti aziendali e territoriali. Le agroenergie hanno esiti molto diversi in aziende zootecniche, cerealicole o vitivinicole; esse possono rappresentare un’attività agricola integrativa o speculativa. A livello territoriale, le agroenergie possono valorizzare le economie locali, come nel caso dell’utilizzo dei residui di essenze forestali o di reflui zootecnici o dei pannelli fotovoltaici integrati nei fabbricati rurali, oppure distorcere gli equilibri tra domanda e offerta dell’uso del suolo o dei prodotti alimentari.
La terza ragione è legata alle scelte politiche. È stato già detto che il successo delle energie rinnovabili è totalmente condizionato dall’incentivazione, la quale non grava sui bilanci degli Stati, ma sui consumatori. Infatti, le principali politiche agroenergetiche prevedono l’obbligo di acquisto dell’energia elettrica da fonte rinnovabile a prezzi incentivati o l’obbligo di miscelazione di biocarburanti nei carburanti fossili; questa politica non grava sui bilanci dello Stato e dei contribuenti, ma sui consumatori. Da una parte, quindi, la politica stimola l’espansione della produzione di energia rinnovabile per i suoi benefici ambientali e di approvvigionamento energetico. Dall’altra, gli incentivi e l’eccesso delle norme autorizzative 1 sono troppo rilevanti per non destare dubbi sulla loro sostenibilità nel lungo periodo. Negli ultimi anni, si è assistito ad un susseguirsi convulso di normative incentivanti e autorizzative, perché la materia è relativamente giovane e la normativa va continuamente migliorata, ma anche perché la crescita è stata troppo convulsa e senza un’adeguata valutazione degli impatti, per cui si assiste ad una continua rincorsa ad introdurre correttivi (basti pensare alle nuove prescrizioni nazionali sul fotovoltaico).
Per fornire un contributo alla conoscenza del settore e al dibattito, questo articolo fornirà un quadro delle energie rinnovabili in agricoltura, ai fini di una generale valutazione sul loro futuro e sul ruolo delle politiche agroenergetiche.

Le agroenergie: un settore articolato

Prima di procedere a qualsiasi valutazione del settore agroenergetico, è necessario un suo inquadramento tecnologico. La produzione di energia rinnovabile da fonti agricole è un processo piuttosto articolato, sia perché le materie prime agrozootecniche che si possono utilizzare sono molteplici per origine (impresa agricola, agroindustria, impresa zootecnica, impresa forestale, biomasse della gestione del verde pubblico o delle aree boschive) e per tipologia (colture erbacee, biomasse legnose, sottoprodotti, effluenti zootecnici), sia perché le tecniche di trasformazione di queste materie prime sono costituite da una pluralità di processi fisici, chimici e biologici (Figura 1).
Cosa può fare un’impresa agricola per sfruttare le opportunità offerte dal settore delle agroenergie? In primo luogo, l’impresa agricola può produrre diverse materie prime (biomassa) che poi potranno essere convertite in energia attraverso differenti tecnologie di trasformazione. Ad esempio l’impresa agricola può produrre biomassa da una specie vegetale annuale (sorgo, mais, kenaf), o da una specie pluriennale (cardo, miscanto, canna, pioppo, robinia) o da residui di potatura e questa materia prima può essere poi trasformata, tramite una conversione termochimica, in combustibili (bio-olio, carbone, gas, gas combustibile) o calore, che a loro volta possono generare energia elettrica.
Una seconda possibilità è che l’impresa agricola possa produrre le stesse materie prime (mais, sorgo, graminacee, barbabietola), da finalizzare in energia tramite la conversione biologica (fermentazione e digestione) per ottenere etanolo o gas combustibile. Oppure può produrre un seme oleaginoso (girasole, colza, cartamo, soia) e, tramite un processo di conversione fisico-chimica (spremitura o esterificazione), ottenere olio combustibile o biodiesel. L’olio combustibile a sua volta può essere trasformato in energia elettrica o calore.

Figura 1 - Le filiere agroenergetiche

Oltre alla produzione di biomassa, l’azienda agricola può trovare opportunità agroenergetiche anche nella produzione di energia fotovoltaica, sia attraverso l’installazione di pannelli integrati nei fabbricati o opifici rurali, sia tramite parchi fotovoltaici a terra.
L’impresa agricola può limitarsi a produrre la biomassa agricola o mettere a disposizione il suolo agricolo o può anche intraprendere un percorso di trasformazione della biomassa in energia, in maniera tale da chiudere la filiera per l’autoconsumo o per la vendita sul mercato di energia elettrica e/o calore.
Indipendentemente dalle materie prime e dai processi di trasformazione, come si può anche osservare in figura 1, i prodotti del processo agroenergetico sono fondamentalmente tre: energia elettrica, energia termica e biocarburanti (biodiesel, bioetanolo, biometano). Le diverse forme di energia possono essere prodotte separatamente o in combinazione (cogenerazione 2).
L’individuazione del prodotto finale è molto importante perché le politiche agroenergetiche incentivano, non la produzione di biomasse agricole, ma i prodotti bioenergetici.

Le prospettive per le imprese agricole

Partendo da queste premesse, dobbiamo porci la domanda se le agroenergie sono un’opportunità economica per tutte le imprese agricole, nel breve e nel lungo periodo, e quali sono le condizioni per il successo.
Per rispondere a questa domanda, è importante partire dalle caratteristiche economiche della biomassa. Dal punto di vista commerciale, la biomassa è una commodity. Difatti le caratteristiche identificative sono la quantità, il contenuto di sostanza secca e il relativo potere calorifero. Le altre caratteristiche qualitative non hanno molta importanza. Se la biomassa è una commodity, dal punto di vista economico è un prodotto non differenziabile, quindi il prezzo è un dato imposto da un mercato fortemente concorrenziale e i produttori sono price taker; per questo motivo la competitività si basa esclusivamente sui prezzi.
Di conseguenza, la biomassa spunta dei prezzi sempre relativamente bassi, in base alla sua disponibilità sul mercato, e il produttore non ha la possibilità di influenzarne il prezzo di mercato che è frutto dell’incontro della domanda e dell’offerta. I fattori decisivi per la competitività delle imprese produttrici di biomassa, quindi, sono la produttività e la capacità dell’imprenditore agricolo di ottenere grandi quantità di prodotto a basso costo unitario. È evidente che, in queste circostanze, sono favorite le imprese con situazioni strutturali che consentono di avere bassi costi di produzione (alta disponibilità di terra, basso costo della manodopera, ecc.). In altre parole, i fattori decisivi sono la produttività e l’efficienza tecnica.
Quindi, nel caso delle biomasse, la competitività si gioca esclusivamente sui costi. Non a caso, i più grandi produttori di biomassa al mondo sono il Brasile e gli Usa, che possiedono immense disponibilità di terreno e condizioni pedo-climatiche favorevoli.
Dalle considerazioni appena svolte, appare evidente che in Italia la produzione di biomassa riscontra una serie di limiti strutturali ed economici non trascurabili. In primo luogo, per il fatto che in Italia ci sono pochi terreni fertili, in quanto il clima è prevalentemente asciutto con poca piovosità nella maggior parte del Paese; in secondo luogo, perché i costi di produzione italiani sono sensibilmente più alti rispetto quelli di altri paesi che hanno maggiore disponibilità di terra e quindi possono sfruttare le economie di scala.
Questo scenario comporta come conseguenze che gli investimenti agroenergetici si concentrano nelle zone fertili dell’Italia (pianura padana, in particolare, e pianure dell’Italia centrale e meridionale).
In Italia, oltre ai pochi casi di competitività sui costi, le migliori prospettive per le agroenergie si realizzano nello sfruttamento di economie di localizzazione (es. insilato per il biogas, scarti agroindustriali e agroforestali, reflui zootecnici). Quando non ci sono questi vantaggi, le filiere agroenergetiche decollano con difficoltà in Italia, come nel caso dei biocarburanti, il cui fabbisogno interno è infatti soddisfatto prevalentemente dalle importazioni.
Per il fatto che la biomassa sia una commodity ne deriva anche un’altra conseguenza: se l’agricoltore si limitasse solamente alla produzione di biomassa, egli subirebbe una forte pressione oligopsonostica tale da impedirgli di raggiungere livelli di reddito soddisfacenti. Ben diversa è la situazione in cui l’agricoltore non si limiti solo a produrre la materia prima, ma effettui anche la trasformazione della biomassa in energia elettrica o calore, da poter poi vendere sul mercato. In sintesi le opportunità sono ben diverse nel caso in cui l’agricoltore riesca a creare un’integrazione di filiera, fino a vendere il prodotto finale (energia elettrica e/o calore).
Alla luce di queste considerazioni, si pone la domanda sulle opportunità per le imprese agricole nel settore delle agroenergie. Il futuro dipenderà certamente dalle politiche agroenergetiche, ma possiamo presumere, anticipando una conclusione del prossimo paragrafo, che le agroenergie saranno fortemente incentivate anche nei prossimi anni.
Allora, quali prospettive per le imprese agricole in questo settore? Senza biomassa non ci sarà bioenergia, di conseguenza il punto è chi riuscirà a produrla in maniera redditizia.
Sicuramente la produzione di biomassa sarà possibile nelle imprese che producono a costi bassi, in quelle che utilizzano scarti di lavorazione, ma soprattutto nei casi di filiera corta (dalla produzione di biomassa alla vendita di energia) e/o di integrazione di filiera con efficaci soluzioni organizzative. I parametri fondamentali sono i prezzi, le rese e le tecnologie.
In termini generali, i conti tornano per i terreni più fertili, non per quelli meno fertili. I conti tornano (quasi sempre) quando si prevede l’utilizzazione in maniera efficiente degli scarti dell’agricoltura o dell’industria agroalimentare.
L’utilizzo della biomassa per fini energetici è fortemente incentivato dal punto di vista legislativo, politico ed economico, ma richiede specifiche tecnologie capaci di trasformare l’energia contenuta nella stessa biomassa, sotto forma di legami chimici, in altre forme direttamente utilizzabili dall’uomo, come il calore, l’energia elettrica, l’energia meccanica, la frigoria. Le politiche incentivanti sono una condizione necessaria ma non sufficiente per il successo di iniziative imprenditoriali nel settore delle agroenergie; occorre un’attenta valutazione della fattibilità in funzione delle risorse produttive e umane locali.
Dal punto di vista delle tecnologie, la situazione è in continua evoluzione. Allo stato attuale, i processi di digestione anaerobica (biogas) offrono in Italia le migliore garanzie tecniche ed economiche, mentre i processi di conversione termochimica forniscono risultati non sempre soddisfacenti, anche se la tecnologia sta facendo progressi considerevoli, per cui in futuro lo scenario potrebbe migliorare considerevolmente. I processi di fermentazione e di conversione fisico-chimica (esterificazione, spremitura, combustione) sono ampiamente cantierabili, con risultati soddisfacenti nei Paesi produttori di commodity (Brasile, Argentina, Usa), mentre presentano difficoltà di diffusione in Italia, a causa della difficoltà, come accennato, di reperimento di materie prime a basso costo.
In ogni caso, una condizione indispensabile per l’acquisizione di valore aggiunto da parte delle imprese agricole è la realizzazione di filiere strutturate e chiuse, con investimenti degli imprenditori agricoli sia nella fase di produzione primaria, sia nella fase di trasformazione in prodotti energetici finali.

Le politiche agroenergetiche

Lo sviluppo delle energie rinnovabili è un tema introdotto da tempo nelle agende politiche dei governi dei Paesi occidentali, sia per contrastare gli effetti dell’inquinamento ambientale, sia per le opportunità legate alla sostituzione delle fonti fossili, in progressivo esaurimento ed eccessivamente legate, per alcuni di essi, all’importazione.
Queste motivazioni hanno spinto le autorità pubbliche (Unione europea e Stati nazionali) ad implementare una politica di forte incentivazione della produzione di energia rinnovabile di origine agricola; l’espressione più avanzata di questa direzione è il “Pacchetto Clima-Energia” approvato dall’UE nel 2008 (Direttiva europea 2009/28/CE).
L’applicazione dei sistemi di incentivazione è delegata alle decisioni degli Stati membri. Nell’ambito delle politiche più importanti, annoveriamo il meccanismo di incentivazione della produzione di energia rinnovabile, l’obbligo di miscelazione di biocombustibili nei combustibili fossili, la defiscalizzazione di alcune produzioni agroenergetiche, ecc. In ultimo anche le Regioni stanno incentivando le agroenergie, tramite l’inserimento all’interno dei Piani di sviluppo rurale 2007-2013 di misure in favore di investimenti nelle filiere agroenergetiche.
Tali politiche hanno generato un insieme complesso e diversificato - e in alcuni casi disordinato - di norme e regolamentazioni, con forti differenze tra Stati, all’interno dell’Unione Europea, che hanno provocato effetti secondari rilevanti, come l’aumento dei prezzi delle commodity agricole e le modificazioni degli ordinamenti agricoli soprattutto nei territori più vocati alle produzioni agroenergetiche.
Tali politiche non sono neutre dal punto di vista finanziario, anzi comportano un importante costo per i consumatori e, in alcuni casi, anche un costo diretto per le Amministrazioni pubbliche. Da questo punto di vista, l’Authority per l’energia ha calcolato che in Italia il costo per l’incentivazione delle energie rinnovabili è pari a quasi 4 miliardi di euro nel 2011.
Tuttavia le politiche di incentivazione alle agroenergie sono state rafforzate e amplificate, negli ultimi anni, dietro la sollecitazione di una serie di ampie ed importanti motivazioni che oggi assillano l’economia e la società europea: l’alto prezzo dei combustibili fossili, la necessità di ridurre la forte dipendenza energetica nazionale ed europea, la fragilità del sistema di approvvigionamento energetico, gli impatti ambientali negativi che possono derivare dall’utilizzo delle fonti energetiche tradizionali, la necessità di contrastare i cambiamenti climatici.
Secondo tutti gli scenari fin qui elaborati, nell’arco dei prossimi anni, si dovrebbe assistere ad un forte aumento del contributo in termini di energia offerto dalle biomasse a livello europeo.
Se si raggiungeranno questi obiettivi si avranno effetti positivi non soltanto di natura ambientale ma anche un rilevante impatto dal punto di vista dello sviluppo economico del comparto primario.
Alla luce di questo scenario, oltre alle considerazioni fino a qui riportate, è necessario sottolineare il rischio di conflittualità tra produzioni agro-energetiche e produzioni per le filiere alimentari. E allora bisogna chiedersi se sia economicamente ragionevole puntare in questo modo sulle energie rinnovabili e se esse debbano essere (come e quanto) incentivate.
L’introduzione di incentivi di politica economica è un fatto accettabile nell’interesse collettivo, ma bisogna essere consapevoli che l’incentivazione distorce le convenienze individuali e quelle generali. Non va trascurato che gli incentivi garantiti alle rinnovabili costano allo Stato e al consumatore, subito e, in misura molto più rilevante in futuro. Ecco il motivo per cui occorre calcolare bene tutti i costi per l’ambiente e per l’economia nazionale, soprattutto in un Paese come l’Italia, sovrappopolato, in cui il suolo agricolo è una risorsa scarsa e in cui le pianure sono appena il 23% della superficie complessiva.
I problemi sono molto interrelati: da una parte, c’è il bisogno di disporre di energia a basso costo per la ripresa economica, dall’altro la necessità di uno sviluppo sostenibile (al quale le agroenergie danno un grande contributo), dall’altro ancora occorre assicurare il diritto al cibo, che mal si concilia con la sottrazione di terreno fertile per finalità agroenergetiche.
La supremazia della politica impostata al bene comune richiede un’attenta valutazione di tutti gli aspetti. La tentazione di attingere ai ricchi incentivi delle energie rinnovabili rischia di far dimenticare il costo complessivo. Se oggi qualcuno ne trae beneficio, domani tutti ne pagheranno il conto. Quindi, prima di assumere impegni internazionali da onorare con misure distorsive, occorre prudenza e un’attenta valutazione di ogni aspetto.

L’evoluzione in Italia

L’Italia sta raggiungendo traguardi importanti nel settore agroenergetico, seppure in grave ritardo rispetto alla Germania, il paese europeo leader in quest’ambito.
Secondo una elaborazione Aiel, si ha un’immagine chiara di quanto contano le biomasse nelle diverse tipologie energetiche da fonti energetiche rinnovabili:

  • energia elettrica da fonti di energia rinnovabile (FER) al 2020: biomasse 19%; altre rinnovabili 81%;

  • riscaldamento e raffreddamento da FER al 2020: biomasse 54%; altre rinnovabili 46%;

  • energia per trasporti da FER al 2020: biomasse 87%, altre rinnovabili 13%.

Queste interessanti prospettive, non devono far dimenticare il grave ritardo accumulato. Nell’annata 2007/2008 la Germania produceva 1,8 Mtep di energie rinnovabili a fronte della produzione italiana di 0,3 Mtep; l’annata successiva, che ha visto in Italia l’espansione del fenomeno, la Germania ha prodotto 2,1 Mtep e l’Italia 0,4 Mtep. La produzione di un Paese quale la Germania, che gode tra l’altro di un irraggiamento solare molto inferiore rispetto al nostro Paese, è 6 volte maggiore rispetto all’Italia.
Non bisogna dimenticare che i risultati tedeschi sono il frutto di una pianificazione energetica che in Germania è iniziata nel 1970. In quest’ottica, la pianificazione in Italia è ancora in corso; c’è grande attesa in tutti i settori che sono coinvolti nel campo delle energie rinnovabili nei confronti del Decreto legislativo 3 marzo 2011, in recepimento della Direttiva 28/2009. Finisce l’ansia per la tariffa omnicomprensiva per gli impianti alimentati a biomasse e non, di potenza inferiore a 1 MW e che entreranno in esercizio entro il 2012: la tariffa rimane fissa e costante per 15 anni. Viene istituito un fondo di garanzia a sostegno della realizzazione di reti di teleriscaldamento, di solito realizzate in piccoli comuni e spesso gestite da imprese forestali locali; vengono riformati i certificati bianchi, legati all’energia termica e all’efficienza energetica, che attualmente hanno valori troppo bassi per garantire un reale sviluppo (si tratta di un’altra opportunità alla termica prodotta da biomasse o in cogenerazione da biogas); si conferma la cumulabilità delle tariffe incentivanti con altri incentivi pubblici non eccedenti il 40% degli investimenti per gli impianti entro 1 MW a biomasse, biogas e bioliquidi sostenibili di proprietà di aziende agricole e gestiti in connessione con esse.

Alcune considerazioni generali

Nel settore agricolo, in Europa, può essere definito un modello di sviluppo decisamente più sostenibile di quello attuale. Lo potrà essere se si riusciranno a definire politiche coerenti con i principi fissati dalla strategia della sostenibilità e, in questo ambito, a promuovere e sperimentare nuovi approcci per la produzione alimentare e per quella delle agro-energie, tali da poter raggiungere situazioni innovative di equilibrio tra le esigenze di sviluppo della società e la tutela dell’ambiente.
La scelta politica a favore delle agroenergie è chiara e netta. Il pacchetto di incentivi pubblici è ampio e diversificato, a volte anche un po’ confuso, ma si sta lavorando per migliorarlo.
Lo sviluppo della funzione energetica dell’agricoltura può trascinare il settore agricolo in un ciclo virtuoso, collegando delle vantaggiose ricadute sociali, ecologiche, culturali connesse alle coltivazioni energetiche alle nuove opportunità economiche derivanti dalla valorizzazione dei sottoprodotti e residui organici; in questo modo si persegue la diversificazione e l’integrazione delle fonti di reddito del settore agricolo, nonché la creazione di nuove figure professionali nel campo della bioenergia.
Una premessa metodologica è d’obbligo: nell’affrontare il tema delle agroenergie occorre coniugare gli aspetti economici (redditività delle biomasse) con quelli ambientali (riduzione delle emissione di CO2, risparmio di combustibili fossili, ecc.). Questo significa che quando si parla di convenienza delle biomasse si deve considerare non solo il vantaggio ambientale ma anche il bilancio economico. Infatti l’obiettivo della politica comunitaria è quello di massimizzare congiuntamente la sostenibilità ambientale e la sostenibilità economica. Le biomasse hanno una fortissima eterogeneità e richiedono tecnologie altrettanto differenti per il loro utilizzo, che implicano investimenti altrettanto diversi.
L’imprenditore deve seguire un percorso metodologico che tenga conto di tutti i fattori e si svolga secondo le tappe di un progetto di fattibilità. In quest’ultimo contesto occorre:

  • identificare le soluzioni a maggiore potenziale competitivo: efficienza tecnologica (energia prodotta a ettaro o per unità di prodotto), efficienza organizzativa e logistica (facilità di approvvigionamento di materia prima, efficienza del sistema di trasporto);

  • collegarle con chiarezza gli obiettivi aziendali;

  • individuare i partner che interpretano gli obiettivi dell’azienda;

  • derivarne la soluzione organizzativa che si adatta all’azienda e alle caratteristiche del suo capitale umano;

  • comparare le diverse soluzioni tecnologiche possibili: efficacia nell’utilizzo della materia prima disponibile, efficienza dell’impianto, esigenza di manutenzioni, modalità di sorveglianza e controllo, verifica di impianti funzionanti da un certo tempo, servizi e garanzie offerti dalla ditta fornitrice, impegno di gestione richiesto;

  • valutare gli aspetti tecnici e organizzativi: verifica delle materie prime a disposizione, verifica dei potenziali fornitori di materie prime, valutazione delle forme di integrazione di filiera (cooperativa tra produttori, ATI, ecc.), gestione logistica delle materie prime e dei residui (depositi, piattaforme, spandimento del digestato);

  • misurarsi con gli aspetti tecnici e autorizzativi: localizzazione dell’impianto, caratteristiche e vincoli del territorio (giacitura, falda, stabilità del terreno), eventuali problemi e vincoli di allacciamento, eventuali problemi e vincoli per le autorizzazioni (edificabilità, antincendio, ecc.);

  • esaminare gli aspetti economici e finanziari: valutazione delle prospettive di mercato (es. biocombustibili), incentivi e sgravi (certificati verdi, ecc.), finanziamenti (bandi regionali e nazionali), piano economico finanziario di massima, disponibilità di sostegno da parte di istituti di credito, consorzi fidi, ecc.

Una condizione indispensabile per la diffusione delle colture dedicate è la realizzazione di filiere strutturate e chiuse, in quanto solo con esse si possono diminuire i costi di produzione e di transazione, quindi rendere economicamente convenienti per l’agricoltore la coltivazione delle colture dedicate alla produzione di biomassa, con il trasferimento di valore aggiunto alla fase di produzione primaria. La creazione di filiere favorisce lo sviluppo delle industrie di mezzi tecnici e di macchine, l’abbattimento dei costi di trasporto, la presenza capillare sul territorio di strutture di trasformazione e stoccaggio del prodotto e di centri di vendita.
Per la realizzazione di filiere strutturate risulta di fondamentale importanza il ruolo delle Regioni e degli Enti locali che, oltre a promuovere progetti legati all’uso delle biomasse, dovrebbero partecipare attivamente allo sviluppo del settore, per esempio attraverso l’incentivo alla installazione di impianti di riscaldamento di edifici pubblici alimentati a biomassa. Inoltre, con la creazione di “filiere locali”, le risorse economiche e umane rimangono sul territorio, creando condizioni di sviluppo soprattutto per le zone rurali.
Da questo punto di vista, la politica agraria nazionale e regionale deve incentrarsi prioritariamente nella creazione di filiere organizzate che valorizzino i produttori di biomasse agroforestali e i territori rurali italiani.
Le semplici e limitate considerazioni svolte danno evidenza della complessità insita nel rapporto tra agricoltura ed energia; esse permettono di comprendere come alcuni tra i più urgenti problemi che si stanno proponendo all’umanità - la fame nel mondo, la carenza di energia e i cambiamenti climatici - siano fortemente interdipendenti.
In questo scenario, per garantire sostenibilità ambientale e sostenibilità economica, il ruolo della ricerca e dell’innovazione tecnologica è fondamentale, soprattutto della ricerca interdisciplinare.

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  • 1. L’incentivazione è assicurata a condizione che un impianto sia riconosciuto per la produzione di FER (Fonti di Energia Rinnovabile). Per questo scopo, occorrono percorsi autorizzativi lunghi e complessi, oltre ai tradizionali vincoli autorizzativi di tipo urbanistico. Inoltre le norme in questo campo sono in continua evoluzione.
  • 2. Oltre alla cogenerazione (produzione congiunta di energia elettrica e di energia termica), vi è anche la possibilità della tri-generazione, quando l’energia termica viene utilizzata anche per processi di refrigerazione.
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