Fisco e agricoltura: una difficile convivenza

Fisco e agricoltura: una difficile convivenza

Un quadro di sintesi

L’agricoltura: un mondo complesso

Con le riforme “renziane” del 2015 e del 2016, consistenti nell’abolizione quasi totale dell’Irap e con l’esclusione almeno fino al 2019, di una quota significativa dei redditi agricoli dalla base imponibile dell’Irpef, il settore agricolo è diventato in gran parte un mondo tax-free.
È diventato anche un mondo fiscalmente più semplice avendo sciolto con la spada di Alessandro i due nodi gordiani dell’individuazione dei contribuenti soggetti ad Irap da un lato e della determinazione dei redditi su base catastale dall’altro; ma tale semplificazione, a parte considerazioni di carattere equitativo sul livello della pressione fiscale, rischia di accentuare una serie di distorsioni, già presenti nel sistema, in quanto l’imprenditore si trova ora di fronte ad una normativa che lo condiziona, nelle sue scelte economiche, in modo molto più tranchant di quanto avvenisse in precedenza.
Sta di fatto che il settore agricolo così come definito nella contabilità nazionale italiana si presenta con alcune specificità, che non si riscontrano negli altri settori produttivi, e che almeno in parte hanno condizionato una politica tributaria, che in questo settore assomiglia terribilmente ad una specie di patchwork in cui i singoli pezzi, sembrano essere stati assemblati del tutto casualmente.
Nel primo capitolo viene delineata la struttura complessiva del settore sia a livello macro che a livello micro, con l’identificazione dei “produttori agricoli”, una categoria la cui composizione è stata sempre oggetto di un ampio dibattito e non solo da un punto di vista tributario.
Gli aspetti macro sono sviluppati nel primo paragrafo nel contributo di Domenico Ciaccia e Roberto Moro, che delineano le nuove caratteristiche del settore, come risultano dalla revisione dei Conti Nazionali effettuata in occasione del passaggio al Sec2010, nonché la sua posizione rispetto all’agricoltura degli altri paesi che fanno parte dell’UE; aldilà degli aspetti meramente quantitativi, anche ad un livello così aggregato, risultano evidenti alcune particolarità, che, come si vedrà, avranno un significativo rilievo per la valutazione della politica tributaria, non solo per il necessario confronto tra il settore agricolo nel suo insieme e le altre attività produttive, ma anche con riferimento alla sua composizione interna in termini di tipologie colturali e di configurazione giuridica dell’impresa.
In primo luogo, anche a livello ufficiale, la rappresentazione del settore viene fatta secondo due distinte impostazioni; nella versione della contabilità nazionale italiana (Quadro Centrale) si ha una rappresentazione per prodotti; i beni e i servizi agricoli vengono merceologicamente definiti, indipendentemente dal loro modo di produzione; nella versione europea dei Conti Economici dell’Agricoltura (Cea/Eea), viene considerata soltanto la produzione riconducibile ad un’attività professionale (“agricultural industry”), con l’esclusione quindi di quella realizzata in strutture non riconducibili a tale modello (orti familiari, piccoli allevamenti familiari, piccolissime aziende etc.). Ma anche all’interno di questa ristretta accezione ci troviamo di fronte ad un mondo tutt’altro che omogeneo. Come verrà ampiamente analizzato nel paragrafo successivo, l’80% della produzione agricola è realizzato da grandi imprese individuali o strutturate in forma societaria, il peso di tutte le altre, che sono la stragrande maggioranza, è quantitativamente modesto e probabilmente irrilevante in termini di influenza sulle variabili economiche a livello micro (prezzi, retribuzioni unitarie etc.)
In secondo luogo nel Quadro Centrale la definizione di beni e servizi agricoli è più ampia di quella accolta nel Cea, includendo una serie di servizi, che tradizionalmente svolti all’interno dell’azienda agricola, sono stati via via esternalizzati, acquistando, come si vedrà un peso quantitativo non indifferente; si fa riferimento ai servizi classificati nell’Ateco 01.6 (Attività di supporto ed attività che seguono la raccolta) di cui il contoterzismo puro ne è l’esempio più classico.
Infine viene messo in luce come il settore si sia negli ultimi anni sempre più diversificato, affiancando alla tradizionale produzione di beni agricoli una serie di attività, che in teoria potrebbero essere svolte in maniera del tutto indipendente, come la trasformazione e la commercializzazione di prodotti aziendali, l’agriturismo, il fotovoltaico, il biogas, le biomasse etc.
Nel secondo paragrafo viene analizzata in generale la figura del “produttore agricolo”, essendo questo settore probabilmente l’unico in cui la produzione può avvenire in modo significativo, prescindendo da un’attività imprenditoriale; successivamente viene delineata ed in dettaglio la figura dell’imprenditore agricolo secondo diversi parametri, come la forma giuridica dell’impresa, la tipologia colturale, identificata secondo la classificazione ufficiale delle attività economiche1, e la dimensione economica, misurata in termini di fatturato.
Le informazioni relative derivano dai dati pubblicati dall’Istat sui risultati economici delle aziende agricole e dalle banche-dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), in cui sono contenute le informazioni ricavabili dalle dichiarazioni presentate ai fini Irpef, Ires, Irap ed Iva.
In accordo con le più recenti ricerche (Arzeni A. Sotte F., 2013) il settore agricolo si presenta come un mondo multipolare, in cui convivono vari soggetti, con distinti obiettivi e diverso peso economico.
Se teniamo a mente la divisione del settore in agricoltura tradizionale (Ateco 01.1 – 01.5 e 2.10 – 2.30), prestazioni di servizi (Ateco 01.6 e 2.40) e attività connesse (o attività secondarie secondo la contabilità nazionale) possiamo identificare le seguenti categorie di produttori:

  • un primo gruppo comprende i proprietari terrieri che non sono titolari di partita Iva e quindi non è plausibile identificarli come imprenditori, secondo la definizione standard della teoria microeconomica, anche se possono vendere saltuariamente i loro prodotti sul mercato; nel 2014 si trattava di circa 5 milioni e mezzo di soggetti, a cui secondo l’Istat era imputabile il 13% della produzione complessiva; quasi certamente la loro attività si esplica nel campo dell’agricoltura tradizionale;
  • un secondo gruppo comprende le piccole imprese individuali, ossia i titolari di partita Iva con un volume d’affari inferiore ai 100 mila euro, con un valore medio nel 2014, di 25 mila euro; la loro attività si esplica quasi esclusivamente nell’agricoltura tradizionale con una quota del volume d’affari pari al 16%; è la categoria più numerosa, comprendente 290 mila contribuenti pari al 73% del totale; è dubbio peraltro che si possano definire come imprenditori nel senso strettamente economico del termine;
  • un terzo gruppo è composto dalle grandi imprese individuali e dalle società di persone; è un gruppo abbastanza omogeneo in termini di valori medi (tra 250 e 300 mila euro), anch’esso presente quasi esclusivamente nell’agricoltura tradizionale con una quota del 57%;
  • infine occorre prendere in considerazione le società di capitali (incluse le cooperative), a cui è imputabile quasi il 100% della prestazione di servizi, che costituiscono quasi il 29% del volume d’affari totale, ma che sono presenti anche nell’agricoltura tradizionale con una quota del 27%; inutile dire che per questo gruppo siamo di fronte a valori medi particolarmente elevati tra uno e tre milioni di euro.

Si può concludere che la maggior parte dell’agricoltura tradizionale è svolta da imprese medio- grandi, ma con strutture organizzative e forme giuridiche molto diverse; il “nanismo” di cui si continua a parlare è più un fenomeno sociale che economico. Nello stesso tempo come già evidenziato dai dati di contabilità nazionale le prestazioni di servizi stanno acquistando un rilievo sempre più significativo e sono svolte esclusivamente da grandi imprese (soprattutto cooperative) con una dimensione in termini di volume d’affari del tutto ragguardevole.

La politica tributaria: teoria e realtà

La politica tributaria si trova così di fronte ad una molteplicità di produttori che possono avere obiettivi abbastanza differenti, ma anche alla produzione di beni del tutto simili, ma svolta in contesti completamente diversi.
Di fronte a questa situazione ci si è comportati finora, pur con alterne vicende (Cristofaro A., 2012), cercando di perseguire più o meno consapevolmente due distinti obiettivi:

  • mantenere a livello generale, anche per le reiterate pressioni delle associazioni professionali, un tasso di pressione tributaria molto al di sotto di quella prevalente nelle altre branche dell’economia;
  • discriminare il prelievo all’interno del settore in funzione della configurazione giuridica dei produttori da un lato e della tipologia dei beni prodotti dall’altro, spesso senza rendere esplicite le specifiche motivazioni.

Riguardo al primo punto per gli anni più recenti le analisi svolte nell’Annuario dell’Agricoltura Italiana, edito dal Crea, documentano come tra il 2011 ed il 2015 la pressione fiscale sul settore agricolo, in termini di valore aggiunto sia stata mediamente pari al 40% di quella prevalente negli altri settori economici e sia diminuita di circa due punti percentuali a fronte di un incremento di tre punti per il resto del sistema economico2. Nello stesso periodo il valore aggiunto del settore agricolo è aumentato del 6,6% a prezzi correnti ed è diminuito di circa l’1% a prezzi costanti; per gli altri settori si ha una riduzione di circa il 2% a prezzi correnti e del 4% a prezzi costanti.
Nell’ultimo capitolo di questo volume l’analisi limitata all’impresa agricola in senso stretto, ossia ai titolari di partita Iva, dell’Agricoltura e Silvicoltura, rileva che tra il 2007 ed il 2014 il risultato netto di gestione, a prezzi correnti è aumentato del 29%, mentre negli altri settori è diminuito del 17%; la pressione tributaria con riferimento a tale variabile e limitatamente alle imposte sul reddito di esercizio è stata, nel settore agricolo, mediamente pari al 57% di quella prevalente negli altri settori.
Ciò malgrado le associazioni professionali del settore hanno sempre sostenuto l’insostenibile “pesantezza” del carico tributario ottenendo a partire dal 2016 l’abolizione dell’Imu e dell’iìIrap agricola e l’incremento delle percentuali di compensazione per il settore della zootecnia, nonché dal 2017 l’abolizione temporanea dell’Irpef agricola.
Questi aspetti differenziali rientrano, almeno in parte, nella più vasta tematica delle agevolazioni fiscali, argomento ampiamente trattato nei suoi termini generali nel contributo di Antonio Di Majo ed Elina De Simone nella parte terza del volume.
Da un punto di vista quantitativo si tratta di importi ragguardevoli; secondo le stime che il Crea, pubblica annualmente, (Crea 2017, cap.17) siamo nell’ordine dei due miliardi e mezzo di euro, come media per gli anni dal 2011 al 2015, di cui circa metà attribuibili all’accisa ridotta sugli oli minerali.
In questo quadro l’aspetto concettualmente più interessante è la determinazione catastale del reddito d’impresa; una tematica ampiamente dibattuta fino alla prima metà degli anni novanta, poi sostanzialmente abbandonata ed inopinatamente ripescata dall’abolizione temporanea dell’Irpef agricola (Tosoni G.P., 2016).
Ancora oggi il sistema catastale riguarda un numero d’imprese (persone fisiche e società semplici) a cui è imputabile circa il 70% del volume d’affari dell’agricoltura tradizionale; bisogna poi aggiungere da un lato i proprietari non-imprenditori e dall’altro le altre società di persone e le società a responsabilità limitata che hanno optato per tale sistema, pur restando definito il loro reddito imponibile come reddito d’impresa e quindi escluso dall’abolizione temporanea.
Per quanto si dica usualmente che non c’è nulla di più definitivo di una norma transitoria, è probabile che tale abolizione abbia comunque vita breve, potendosi ipotizzare anche una pronuncia di incostituzionalità, in quanto l’esclusione di un reddito, derivante da un’attività economica di mercato, dalla base imponibile dell’Irpef, indipendentemente dal suo livello, costituisce sul piano normativo un unicum, che contrasta in modo palese con il concetto di capacità contributiva sancito dall’art.53 della Costituzione.
Comunque la determinazione catastale dei redditi agricoli presenta significativi caratteri di ambiguità, per cui le sue relazioni con le problematiche relative alle agevolazioni fiscali, non sono di facile definizione anche perché nel corso dell’ultimo mezzo secolo la sua natura è profondamente cambiata.
L’illusione della determinazione catastale del reddito delle imprese agricole, in quanto geneticamente diverso da quello di qualsiasi altra impresa, svolgente la propria attività in un altro settore economico, è durata praticamente fino alla prima metà degli anni ’90, quando con il passaggio delle società di capitali prima e delle società di persone poi alla tassazione in base a bilancio, si ammise che non si trattava tanto di definire un concetto di reddito, quanto di “proteggere”, per diversi motivi, un settore, che anche dopo il suo “dimagrimento” rappresentava un elemento significativo, a livello anche politico dell’economia nazionale. Tuttavia ciò ha aggiunto un nuovo elemento di incoerenza ad un sistema che, come si è già detto presenta diversi punti critici.
Nell’ampio contributo di Antonio Pierri, nella quarta parte del volume, i concetti di reddito agrario e di reddito dominicale, prescindendo dalla loro determinazione pratica, sono così fissati:

  • il reddito agrario comprende gli interessi sul capitale di esercizio e la remunerazione imputata per il lavoro direttivo, svolto dall’imprenditore agricolo;
  • il reddito dominicale è il residuo che si ottiene sottraendo ai ricavi i costi intermedi, gli ammortamenti, il reddito agrario, la remunerazione del lavoro dipendente e quella imputabile al lavoro autonomo, che di fatto viene ad essere esclusa dal reddito complessivo rilevante ai fini Irpef.

Tale esclusione è del tutto anomala rispetto alla definizione standard di reddito aziendale, in cui tale grandezza è implicitamente compresa ed in questo senso può essere considerata una vera e propria agevolazione, secondo le varie definizioni analizzate nel contributo Di Majo – De Simone, mentre le problematiche relative ai redditi agrari e domenicali debbono essere considerate su un altro piano.
I valori dei redditi agrari e domenicali sono rimasti nella loro struttura sostanzialmente inalterati, dopo l’ultima ed unica revisione del 1988, che del resto, come ampiamente documentato nel contributo di Simonetta Botarelli, si occupò soltanto di una revisione delle tariffe, lasciando intatto il sistema delle colture, che risaliva al 1939! Successivamente e saltuariamente i valori dei redditi, furono aumentanti uniformemente, attraverso l’applicazione di un coefficiente unico nazionale, eventualmente differenziato tra imprenditori agricoli (coltivatori diretti, imprenditori agricoli professionali) e proprietari non-imprenditori.
Tutto ciò ha portato alla conseguenza che la distribuzione del carico tributario avvenga sulla base di parametri che, come minimo, risalgono ad un quarto di secolo fa e nello stesso tempo i valori del reddito dominicale risulterebbero superiori a quelli calcolati sui valori correnti, secondo la definizione data in precedenza, con la conseguenza, ampiamente documentata nel contributo di Pierri, di sottoporre di fatto ad imposizione la quota di “reddito” imputabile al lavoro autonomo che pure dovrebbe essere esente.
Se però ci si astrae dalle incoerenze interne del sistema catastale come è oggi e ci si interroga sulla possibilità di una sua revisione, come fu ampiamente dibattuto alla fine degli anni novanta (Leccisotti M., 1990; Seroglia G., 2003), si giunge alla conclusione che la permanenza di un sistema del genere è incompatibile con quelli che sono comunemente ritenuti i principi a cui un sistema tributario dovrebbe ispirarsi.
Questa analisi è ampiamente svolta nel contributo di Amedeo Di Maio nella terza parte del volume in cui partendo da un excursus storico, a partire dal XVIII secolo, sulle motivazioni sottostanti questa particolare configurazione del reddito d’impresa, le rilegge alla luce di obiettivi specifici (equità, stabilità, crescita, semplificazione etc.), che la teoria economica ha via via elaborato e l’evoluzione dei sistemi tributari moderni ha più o meno recepito.
Le conclusioni sono molto nette; non sembra che ci siano sufficienti ragioni perché nel settore agricolo la determinazione del reddito d’impresa debba seguire criteri propri e nello stesso tempo i criteri finora adottati portano di fatto a risultati incoerenti.
Se così stanno le cose bisogna dire che la politica tributaria è stata usata in funzione degli interessi dell’impresa agricola, pur con diversi distinguo al suo interno, senza un coordinamento, almeno in tempi recenti, con le altre parti del sistema tributario, né in relazione ad obiettivi più generali; in questo modo si sono create una serie di contraddizioni con la politica economica generale, di cui gli esempi più macroscopici, sono le problematiche relative al finanziamento degli enti locali da un lato e le relazioni con la politica ambientale dall’altro.
Nel primo caso l’abolizione avvenuta in questi ultimi anni dell’Imu, e dell’Irap ha privato gli enti locali di strumenti di diversificazione territoriale del carico tributario, che, nel caso del settore agricolo, possono avere una significativa importanza in quanto le diversità merceologiche sono legate al territorio, molto più di quanto lo siano i prodotti manufatti; una fabbrica può essere impiantata ovunque ma i limoni non possono essere coltivati in Val d’Aosta! Si può discutere quale debba essere il grado di autonomia di un ente locale, ma comunque, come analizzato nei contributi di Mafalda Monda nella parte quinta del volume, l’abolizione dell’Imu e dell’Irap ha effetti territoriali abbastanza diversificati, di cui non sembra si sia tenuto conto al momento opportuno.
Altrettanto può dirsi della politica ambientale ampiamente analizzata nel contributo di Fabio Fiorillo nel terzo capitolo.
Mentre da un lato il territorio e l’ambiente sembrano essere stati delle priorità per tuti i governi che si sono succeduti da una quindicina d’anni almeno, di cui l’esempio più emblematico è stato il dibattito sugli Ogm, nello stesso tempo in campo fiscale sono state adottate politiche pro-inquinamento, come l’agevolazione per il “gasolio agricolo” o le stesso sussidio Iva che favorisce la zootecnia, coltura sicuramente più inquinante dell’orto-frutta, mentre non sono state prese in considerazione politiche atte a favorire modi di produzione eco-compatibili, come ad esempio l’agricoltura biologica.

Riferimenti bibliografici

  • Arzeni A., Sotte F. (2013), Imprese e non-imprese nell’agricoltura italiana, Agriregionieuropa, 32

  • Crea (2017), Annuario dell’Agricoltura Italiana, Roma

  • Cristofaro A. (2012), Il prelievo tributario in agricoltura da Vanoni a Calderoli, QA-Rivista dell’Associazione Rossi-Doria, 3

  • Istat (2009), Classificazione delle attività economiche Ateco 2007

  • Istat (2015), I risultati economici delle aziende agricole. Anno 2013

  • Leccisotti M. (a cura di), Per un’imposta sul reddito normale, Il Mulino, Bologna

  • Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali [link]

  • Seroglia G. (a cura) (2003), La revisione del catasto terreni, Inea, Roma

  • Tosoni G.P. (2016), Senza Irpef sui redditi agrari cade il pilastro del fisco agricolo, Agrisole, 7-13 Ottobre, 2016

  • 1. Istat, 2009.
  • 2. Crea, 2017 Cap. 17 a cura di Monda M.
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