Agricoltura contadina, accesso alla terra e giovani: approcci, risorse e politiche inutilizzate e/o (mal)utilizzate

Agricoltura contadina, accesso alla terra e giovani: approcci, risorse e politiche inutilizzate e/o (mal)utilizzate

Introduzione1

Oggi diverse questioni concorrono contemporaneamente a dibattere di agricoltura contadina, accesso alla terra e giovani. I tre temi trattati nel presente contributo sono attuali, strategici e fortemente integrati per il settore agricolo italiano. Partendo dalla tematica dell’insediamento dei giovani in agricoltura e dagli strumenti che potrebbero favorire il loro ingresso e la loro permanenza, nonché il consolidamento di aziende agricole, al fine di perseguire pratiche agricole sostenibili e più legate al territorio in termini di prodotti e di servizi offerti.
Il punto di avvio di questo lavoro può essere individuato da un rinnovato interesse per i destini dell’agricoltura e dei territori locali, nonché dalle nuove forme di partecipazione degli attori locali ai processi decisionali, supportati dai risultati delle ricerche (Cavazzani et al., 2006; Paciola e Giannota, 2009; Cavazzani, 2008) che evidenziano un ritorno in agricoltura attraverso forme innovative ed alternative, che meriterebbe di essere potenziato, sostenuto ed accompagnato con opportuni strumenti e metodologie (Ascione et al. 2014, Cersosimo, 2013; Di Iacovo, 2008; Ploeg, 2009).
La diffusione del dibattito attorno a questi temi sembra fornire nuovi elementi teorici e nuove proposte pratiche non solo alla secolare questione demaniale2 e al ruolo dell’agricoltura oggi, ma anche all’emergenza sociale (alti tassi di disoccupazione giovanile, soprattutto nel Sud Italia), alla crisi economico-finanziaria ed ambientale (degrado del territorio e dissesto idrogeologico) in atto.
Anche lo scenario 2014-2020 delineato dai programmi comunitari (De Filippis, 2012) enfatizza l’uso delle risorse finanziarie attraverso processi di programmazione che valorizzino le risorse locali, procedure di progettazione integrata e percorsi di sviluppo sostenibili, nonché obiettivi che riguardano la nuova povertà, l’inclusione sociale e lo sviluppo rurale.
Il lavoro qui presentato non deriva tanto da una semplice curiosità scientifica quanto piuttosto dal fornire un contributo di conoscenze e stimoli che possano costituire la base per una verifica delle opportunità di sviluppo e per una migliore impostazione delle politiche future, nonché per la riappropriazione del territorio da parte delle comunità locali e per un utilizzo sostenibile, efficiente ed efficace delle risorse.

Il contesto di riferimento

Ma procediamo con ordine rispetto ai tre temi, sinergici e complementari.
Innanzitutto, una vasta letteratura pone all’attenzione la crisi del paradigma della modernizzazione3.
Il modello agroindustriale attuale è basato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, alle quali non è stato attribuito alcun valore etico ne tantomeno economico-sociale con la falsa consapevolezza, che queste fossero inesauribili. Gli aumenti della produttività conseguiti da un’agricoltura via via più intensiva, industrializzata e assoggettata ad esigenze di massimizzazione dei profitti ha determinato lo sradicamento dei saperi locali, dell’autonomia decisionale degli agricoltori, della biodiversità e della sostenibilità economica, sociale ed ambientale e dei sistemi economici tradizionali.
Accanto a questo modello imperante, è ampiamente diffusa un’agricoltura, di piccola e media scala, più attenta a pratiche ecocompatibili e più legata al territorio. Un sistema locale di produzione di cibo che ha il vantaggio di integrare un'agricoltura sana, favorire l’eliminazione e/o la riduzione dei prodotti chimici, conservare le tecniche e le conoscenze tradizionali, tutelare i sistemi ecologici e le varietà/specie locali. E’ questa una pratica che consente ai produttori e ai consumatori di avere un maggior controllo e più informazioni sui processi produttivi e distributivi.
Inoltre, questo modo di fare agricoltura, realizzato principalmente in piccole realtà radicate sul territorio, contribuisce a mantenere vive le economie locali e quindi la fonte di occupazione, specialmente nelle aree rurali.
Diverse sono le esperienze positive (Res, 2010; Res, 20123, Sivini e Corrado, 2013) che si fondano su un diverso rapporto col territorio (Gruppi di Acquisto Solidali, filiere corte, cooperative sociali, agricoltura sociale, fattorie didattiche, orti sociali, ecc.).
Nuove soluzioni alla crisi, sostenibili ed innovative, stanno nascendo nelle aree marginali e nel settore primario. La letteratura (Senni, 2007; Cersosimo, 2012; Canale e Ceriani, 2013; Cavazzani, 2008; Inea 2009 e 2010) a tal riguardo propone una miriade di storie positive che fondano nuove economie attraverso un ritorno rivisitato alla terra con un’attenzione particolare all’ambiente, al paesaggio e al sociale.
Passando al secondo tema in questione, la terra, di recente l’Istat (2011), ha ricompreso nelle rilevazioni del 6° Censimento dell’Agricoltura anche i terreni demaniali e gravati da uso civico. Sono state censite circa 3 mila proprietà collettive che occupano circa 750 mila ettari di Sau e 2 milioni di ettari di superficie totale. Nel complesso i soggetti interessati rappresentano lo 0,2% delle unità agricole nazionali, ma gestiscono oltre il 5% della Sau complessiva italiana e il 13% circa della superficie totale. Inoltre, la Consulta Nazionale della Proprietà Collettiva4, comparando diverse fonti, ha effettuato una prima ricognizione degli enti che gestiscono gli usi civici e ha rintracciato almeno 1.567 gestori di questi beni pubblici, senza contare gran parte delle Regioni meridionali, dove i terreni gravati da uso civico sono per lo più confusi con il patrimonio dei Comuni5.
Sono dati su cui riflettere con attenzione e contezza poiché imporrebbero un’inversione di tendenza nelle politiche pubbliche anche alla luce del dibattito in corso tra chi ne prevede l’alienazione e che ne propone il riutilizzo sociale. Volendo schematizzare c’è chi prevede (Coldiretti) l’alienazione in misura stabile dei terreni in quanto si toglierebbe allo Stato il compito improprio di coltivare la terra e si incentiverebbe la crescita, l’occupazione e la redditività delle imprese e chi sostiene (Aiab, Slow Food e altre associazioni contadine) che questa alienazione non farà altro che incentivare la concentrazione fondiaria, per altro già in corso; i sostenitori della seconda ipotesi propongono di sostituire la procedura di vendita con quella dell’affitto in maniera da evitare speculazioni fondiarie e di facilitare l’accesso alla terra da parte dei giovani privi di capitali.
Secondo gli autori, l’utilizzo degli usi civici e dei terreni agricoli pubblici potrebbero rivestire, ancora e soprattutto oggi, una certa importanza negli assetti economico-sociali ed ecologici dei territori sia per la loro valenza quantitativa che per il loro carattere qualitativo, culturale, storico-giuridico, ambientale, sociale ed economico. L’utilizzo dei terreni agricoli pubblici va, perciò, rivalutato perché rappresenta uno dei passi possibili per iniziare a tutelare e salvaguardare il territorio con consapevolezza e responsabilità e per perseguire il progetto di una società sostenibile, evocando una sfida etica e culturale prima che tecnica.
Infine, affrontiamo, seppur in maniera sintetica, il terzo ed ultimo tema riguardante i giovani e il lavoro agricolo.
Anche se il numero di giovani imprenditori tende in maniera costante a diminuire, gli agricoltori sotto i 40 anni, rappresentano una realtà imprenditoriale, pari a circa il 10% dei conduttori di aziende agricole italiane, con specifiche peculiarità e un ottimo dinamismo: prevalentemente maschio, anche se la presenza femminile è in continua crescita, con una scolarizzazione medio-alta, impegnato a tempo pieno nella conduzione aziendale, gestisce aziende agricole medio-grandi, diversificate e innovative.
Quanto appena evidenziato segnala il limitato impatto prodotto dagli interventi rivolti a favore dei giovani attraverso la politica di sviluppo rurale nel garantire il loro insediamento e, soprattutto, la loro permanenza in agricoltura. I dati Istat evidenziano ancora un processo di senilizzazione dell’agricoltura, che assieme al basso livello di istruzione dei conduttori (circa un quinto dei conduttori sono privi di titoli di studio), potrebbe rappresentare un freno all’adozione e alla diffusione di innovazioni tecnologiche e organizzative, quanto mai necessarie per rendere l’agricoltura competitiva. Nel complesso, nelle regioni meridionali si concentra il 40% circa dei giovani agricoltori contro il 25% circa rilevato nel Nord Italia e il 13% circa del Centro. Se analizzata a livello delle singole Regioni italiane, l’incidenza dei giovani sul totale degli agricoltori presenta una notevole variabilità. L’incidenza è di poco più elevata, rispetto al dato medio nazionale (10% circa), nelle regioni dell’Italia Nord-occidentale, nel Trentino e nelle Isole mentre nelle regioni dell’Italia centrale, ma anche nel Nord-est, e Abruzzo e Puglia la presenza dei conduttori giovani è particolarmente bassa. In tutte le altre regioni del meridione, i giovani agricoltori si attestano sul valore medio nazionale.
Al contrario, gli autori dell’articolo credono fortemente nella capacità del settore agricolo di dare risposte soddisfacenti alla situazione di crisi attuale e al declino dell’occupazione, giovanile e femminile, in particolare. Il recupero produttivo dei terreni agricoli pubblici, affidandoli a giovani imprenditori, appare sensato e mostra grandi vantaggi e prospettive da diversi punti di vista: da quello sociale a quello della riorganizzazione del settore in chiave innovativa e competitiva, capace di soddisfare la sostenibilità economica, sociale ed ambientale.
È quanto mai urgente, perciò, adottare misure concrete ed efficaci affinché questa “emorragia rurale” si arresti e i giovani guidino il processo di ripopolamento sia delle aree rurali che del settore agricolo più in generale. I giovani dovranno pertanto essere i destinatari prioritari della prossima Pac, che dovrà prevedere azioni (avvio di nuove aziende agricole, mettendo a disposizione i terreni agricoli pubblici, e ricambio generazionale per quelle esistenti, facilitazioni nell’accesso al credito, sgravi fiscali, formazione, informazione ed assistenza tecnica, ecc.) mirate a sostenere, incentivare e remunerare adeguatamente il lavoro dei giovani nel settore primario.

La visione del futuro

Nel quadro della grave crisi economica, ambientale e sociale, in cui l’attuale paradigma economico ha mostrato tutti i suoi limiti6, la nuova programmazione 2014-2020 è chiamata a sostenere importanti sfide, individuando politiche innovative ed alternative alla liberalizzazione del mercato e alle privatizzazioni e capaci di trovare soluzioni al cambiamento climatico, alla tutela dell’ambiente e delle risorse naturali, all’approvvigionamento idrico ed energetico, all’inclusione sociale, all’occupazione e al lavoro in agricoltura, ecc.
Il presupposto affinché la futura programmazione possa dare una risposta a quanto detto sta nel riconoscere che la strada della liberalizzazione del mercato agricolo – alla quale le ultime riforme della Pac si sono ispirate – nei fatti ha fallito. La logica del liberismo a ogni costo è una delle cause principali all’origine dell’insostenibilità sociale, economica ed ambientale che oggi ci troviamo a dover affrontare.
Infatti, nella consapevolezza del fallimento della Pac, la nuova programmazione non riguarda i soli aspetti produttivi, ma si interessa anche di aspetti inerenti lo sviluppo locale in aree rurali, l’ambiente, il territorio, i servizi, l’inclusione sociale, la qualità della vita, ecc. Per rispondere a queste esigenze, è necessario, però, che le politiche europee formalizzino e strutturino in maniera più articolata questo ampliamento della sfera di azione, esprimendo una visione globale e compiendo una concreta transizione da una politica meramente agricola a una politica territoriale. Da ciò un aspetto critico riguarda la rottura e discontinuità in cui operano le politiche nei territori, dovuta a problemi di scarso coordinamento fra gli interventi, alla loro frammentazione e alla mancanza di una visione globale e conoscenza del territorio. Si sollecita, pertanto, nell’ambito della Pac la necessità di incentivare l’integrazione e le sinergie fra i diversi interventi e strumenti disponibili, nonché tra i diversi livelli di governo del territorio e fra le politiche messe in campo da differenti soggetti.
Pur nella consapevolezza che lo sviluppo delle aziende agricole e il loro consolidamento dipendano da una pluralità di strategie e interventi che coinvolgono diversi ambiti, attori, risorse locali e livelli istituzionali e da una sempre attenta risposta alla domanda del mercato (Mantino, 1995; Alfano e Cersosimo, 2009), i giovani agricoltori hanno dimostrato, nonostante le difficoltà congiunturali e strutturali del settore nell’ultimo decennio, di avere le capacità e le potenzialità per contribuire alla costruzione di un modello agricolo europeo diversificato, competitivo, innovativo, multifunzionale e sostenibile. Un modello che ha il territorio rurale e la comunità rurale al suo centro, dove l’agricoltura ne rappresenta un aspetto importante, ma non il solo, dove l’integrazione intersettoriale in termini di risposta alle esigenze della società sotto il profilo economico, ambientale e sociale, si svolge su un piano paritario, ma rispettoso delle funzioni proprie di ciascun settore.
Lo sforzo che la Pubblica amministrazione dovrebbe affrontare nei prossimi anni è quindi quello di spostare progressivamente l’attenzione dalle strutture produttive ai soggetti economici e dallo status di impresa ai risultati conseguiti dalle attività imprenditoriali.
Si tratta di evidenziare l’importanza di un’agricoltura capace di essere realmente multifunzionale, in grado cioè di offrire al territorio rurale, oltre che prodotti agricoli e derrate alimentari, anche beni e servizi derivanti dalle molteplici funzioni economiche, ambientali e sociali che essa svolge.
Prendendo in considerazione l’attività agricola, i giovani si scontrano con innumerevoli problemi che vanno dall’accesso ai fattori produttivi a quello dei capitali nel caso in cui siano necessari investimenti, dalle scelte produttive alle difficoltà burocratiche, dalla carenza di servizi e infrastrutture alla commercializzazione dei prodotti. L’avvio di un’azienda agricola richiede un chiaro progetto aziendale impostato tenendo conto delle caratteristiche strutturali dell’azienda (quantitative e qualitative, organizzazione, lavoro, diversificazione attività, ecc.) e del conduttore (formazione e competenza), delle potenzialità e dei limiti del contesto territoriale (carenza di servizi, infrastrutture, piattaforme logistiche, reti relazionali esistenti o potenziali, ecc.), del mercato di sbocco dei prodotti e della disponibilità delle risorse finanziarie pubbliche o private (ammodernamento e investimenti).
Il primo gruppo di criticità riguarda l’avvio dell’attività agricola che si scontra con l’accesso ai fattori produttivi (terra innanzitutto), da lungo tempo discusso e tornato in auge negli ultimi anni a causa della crisi finanziaria, le difficoltà burocratiche e l’accesso ai finanziamenti per gli investimenti in azienda (credito). Un secondo gruppo di criticità interessa le gestione e la conduzione dell’azienda agricola e in particolare le scelte produttive, le norme vigenti e le innovazioni necessarie. Un terzo gruppo di criticità riguarda il rapporto dell’azienda con l’esterno in termini di infrastrutturazione, servizi e mercato. Tutto ciò ovviamente non può prescindere dalle conoscenze e competenze del giovane imprenditore agricolo, dalla ricerca ed innovazione e dalle politiche pubbliche.
Molto segnalata è la questione della commercializzazione dei prodotti che così com’è organizzata determina una bassa remunerazione del lavoro agricolo. Accanto alla questione dei prezzi, emerge quella degli sbocchi di mercato. Un secondo ordine di criticità per l’avvio e la gestione da parte dei giovani di iniziative imprenditoriali riguarda il mercato e l’apertura di sbocchi per i loro prodotti. A tal proposito, la scarsa visibilità delle piccole produzioni locali, la difficoltà a diversificare la produzione e i servizi offerti, la mancanza o l’insufficienza delle condizioni di contesto (servizi e infrastrutture in particolare), l’assenza di reti rappresentano le criticità più evidenti. Gli operatori a tal riguardo sottolineano la necessità che siano attuati percorsi di valorizzazione dei prodotti attraverso l’introduzione di denominazioni di qualità attente al legame con il territorio, la creazione di piattaforme logistiche e servizi, lo snellimento delle pratiche burocratiche e cosi via. Un ulteriore problema deriva dall’eccessivo individualismo e frammentazione del sistema produttivo nelle aree rurali che condiziona l’operare in rete con altri attori della filiera alimentare (ristoratori, educatori, consumatori) e con gli altri settori produttivi.
I giovani, puntando ad aziende competitive, moderne e redditizie attraverso l’innovazione tecnologica, la valorizzazione qualitativa delle produzioni, la diversificazione e la costruzione di reti, necessitano di condizioni di contesto adeguate.
E’ ormai riconosciuto che l’agricoltura e, in generale, le attività connesse, contribuiscono a fornire oltre a materie alimentari, beni e servizi d’interesse collettivo in grado di esercitare un’importante influenza sullo stato e sulle dinamiche dell’ambiente naturale (conservazione della biodiversità vegetale, animale e del paesaggio, la protezione della fertilità dei suoli, la disponibilità e la qualità delle risorse idriche, la stabilità del clima, ecc) e sociale delle aree rurali. L’agricoltura ha inoltre un ruolo fondamentale nel fornire anche beni pubblici che hanno natura economica, sociale e culturale e che contribuiscono allo sviluppo delle aree rurali e al mantenimento della loro vitalità e attrattività favorendo la creazione di opportunità occupazionali, la presenza di servizi e infrastrutture, la valorizzazione del capitale umano (conoscenze e competenze) e sociale (le reti), il rafforzamento del senso di identità e comunità, reciprocità e mutualità.
I livello di beni ambientali e sociali sono fortemente interconnessi in una dinamica positiva di sviluppo economico sostenibile. Infatti, il mantenimento di attività economiche e, in particolare, dell’agricoltura a presidio dell’ambiente naturale, favorisce a sua volta la vitalità delle aree rurali, tra cui un paesaggio naturale incontaminato, la qualità dell’aria permette lo sviluppo di alcuni settori come il turismo e le attività ricreative. In questo senso, nell’ambito dell’UE, si sono affermate politiche che indirizzano le aziende a perseguire l’integrazione con le altre componenti del territorio rurale attraverso forme di gestione multifunzionale e processi di diversificazione produttiva. Sono un esempio le modalità innovative di gestione della natura e del paesaggio (turismo didattico, itinerari ambientali e naturalistici, servizi di ripristino degli habitat e dei paesaggi), l’erogazione di servizi con finalità di inclusione sociale e cura e riabilitazione (agri-nidi, fattorie didattiche e sociali) o turistici (agriturismi, ristorazione, ricezione) i prodotti a marchio di origine e le produzioni tipiche e di qualità, la produzione biologica.
La nuova programmazione 2014-2020 rileva l’opportunità di delineare strategie di sviluppo sostenibile in un’ottica generazionale. Nonostante gli agricoltori più anziani siano i custodi dei saperi e da sempre i protagonisti di manutenzione e gestione del territorio, i giovani sanno intraprendere percorsi sostenibili di gestione delle proprie aziende creando reddito in virtù di una capacità imprenditoriale più elevata frutto anche di un maggiore grado di istruzione rispetto al passato. Pur tuttavia, emerge una significativa insufficienza degli indirizzi politici a orientare e sostenere i giovani verso attività agricole o rurali produttive che siano contestualmente funzionali alla produzione, alla tutela di beni pubblici e creatrici di valore economico. L’attuale politica di sviluppo rurale prevede diverse azioni che assicurano la fornitura di beni pubblici ambientali (misure per investimenti di capitale, consulenze/formazione, pagamenti a superficie, ecc.) e che incentivano l’ingresso dei giovani in agricoltura e in attività connesse allo sviluppo delle aree rurali (primo insediamento, pacchetto giovani, sottoprogramma giovani, ecc.), ma allo stesso tempo essa non stimola in maniera adeguata la loro integrazione assicurando solo interventi di settore. Serve un approccio globale ed integrato nei confronti della produzione agricola e agroalimentare, del cibo e del territorio in generale.

Conclusioni

Quanto riportato non si pone l’obiettivo di esaurire la riflessione, ma di mantenere vivo il dibattito sulle prospettive delle imprese giovanili in agricoltura, nonché punto di partenza per la definizione di strategie e strumenti comunitari, nazionali e regionali a supporto dei giovani imprenditori.
Le dinamiche delle imprese agricole condotte dai giovani fanno emergere luci ed ombre dell’approccio dell’intervento pubblico a favore dell’imprenditorialità giovanile in agricoltura.
L’intervento pubblico è tarato sull’esigenza di favorire il ricambio generazionale settoriale con l’obiettivo di ridurre la senilizzazione del settore e contenere l’abbandono dell’attività. Non a caso si è concretizzato in un premio all’insediamento, rivolto più alla persona che all’azienda. Solo di recente, accanto al premio di insediamento, sono stati definiti strumenti di complemento destinati, da una parte, a favorire l’adeguamento professionale del nuovo imprenditore e, dall’altra, interventi di adattamento strutturale dell’azienda. Nella nuova programmazione sarà quanto mai opportuno tenere conto dell’esigenza di accompagnamento che vada oltre il semplice start up di impresa. Questo alla luce di un Regolamento sullo sviluppo rurale che continua a prevedere gli stessi interventi, ma che al contempo propone la possibilità di un’azione sinergica e coordinata del pacchetto di interventi da attivare attraverso un sottoprogramma mirato ai giovani agricoltori7. Il sottoprogramma giovani dovrebbe proporsi come una strategia coordinata a favore dell’insediamento dei giovani nel settore primario, finalizzando ad essa interventi e politiche. Gli interventi del Psr dovrebbero essere finalizzati non solo al ricambio generazionale, ma anche a mettere a sistema altre politiche e interventi direttamente o indirettamente rivolte alla problematica, quali azioni di sistema capaci di agire sulle condizioni di contesto. Tali politiche e interventi dovrebbero agire su due tipologie di fabbisogni espressi: l’accesso ai fattori della produzione e al credito, come ad esempio la banca della terra o la concessione di terre del demanio o gli strumenti di garanzia per il credito. Anche in relazione a queste specifiche esigenze, la riflessione dovrebbe spostarsi dal singolo strumento all’individuazione di una politica di sistema. Mettere terre a disposizione o favorire l’accesso ai capitali senza accompagnare il giovane nella definizione e realizzazione dell’idea imprenditoriale, senza mettergli a disposizione un contesto capace di informarlo e assisterlo, senza che l’azienda possa operare in un sistema di relazioni significa solo creare un’azienda senza assicurarsi che essa possa essere vitale e competitiva. In relazione a tale considerazione è bene tenere presente il problema dell’accesso ai mercati che vede l’agricoltore fare i conti con un sistema distributivo fortemente condizionato da filiere poco organizzate, dominate da soggetti forti, quali quelli della Gdo. Favorire la partecipazione dei giovani a filiere e reti o spingerli alla collaborazione in contesti locali potrebbe essere un approccio vincente teso a incentivare processi di accompagnamento e di formazione sul campo. Non andrebbe nemmeno trascurato nella definizione degli strumenti di intervento la diversificazione. Sollecitare l’accesso dei giovani con la possibilità di fare agricoltura innovativa, i cui canoni vanno al di là della mera attività primaria potrebbe essere la chiave di nuovi accessi.
La questione appare quindi complessa e presenta numerosi risvolti sia legislativi e culturali che politico-amministrativi e socio-economici.
Se così stanno le cose, esistono significative, importanti e utili ragioni per cominciare a riflettere e discutere dal punto di vista settoriale al fine di salvaguardare e sviluppare le piccole e medie aziende agricole, le economie locali e le aree rurali, da un lato, e difendere e sostenere le conoscenze tradizionali, fonte di sapere e saper fare, valori utili e preziosi per affrontare i problemi attuali, dall’altro. Ma diventa anche importante discuterne e dibatterne dal punto di vita territoriale al fine di riacquisire all’uso pubblico/comune i terreni, riprendere il controllo sul territorio da parte delle comunità locali nel triplice aspetto della cura, della tutela e della valorizzazione delle aree rurali e individuare e sostenere percorsi di sviluppo alternativi.
Secondo stime del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, ci sono le terre male utilizzate o inutilizzate e ci sono giovani pronti ad entrare nel settore agricolo, allora perché non dare a questi ultimi un’opportunità?

Riferimenti bibliografici

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Siti di riferimento

  • 1. Gli autori ringraziano i referee anonimi per il tempo e l’attenzione dedicata, oltre che per i preziosi suggerimenti.
  • 2. Ad oggi è carente la mappatura dei terreni, nonostante la promulgazione, risalente ad oltre ottanta anni fa, della legge (n. 1766 del 16 giugno 1927) che avrebbe dovuto definire la questione degli usi civici e delle terre demaniali (Corrado et al., in corso di pubblicazione; Carestiato, 2008).
  • 3. Per ragioni di spazio, rimandiamo gli approfondimenti alla letteratura esistente, tra cui (Cavazzani, 2006; Ploeg, 2006).
  • 4. La Consulta, con sede a Trento, opera da diversi anni al fine di rappresentare, assistere e tutelare i soggetti rappresentativi dei Dominii Collettivi, svolgendo altresì attività di sensibilizzazione alla buona conservazione dei patrimoni agro-silvo-pastorali, dei corpi acquei, e al rispetto del loro valore ambientale, con l'obiettivo di conservare, sviluppare ed approfondire le peculiarità storiche, culturali, istituzionali, giuridiche ed economiche di tali peculiari forme di gestione, attraverso ricerche, iniziative e manifestazioni idonee ad una maggiore conoscenza dell'argomento ed alla loro difesa e valorizzazione a livello nazionale.
  • 5. Relazione presentata dal presidente della Consulta, Michele Filippini, al seminario su “L’agricoltura a beneficio della collettività locale. Proprietà collettive e usi civici tra tradizione e innovazione”, organizzato dall’Inea, Roma, 13 luglio 2012.
  • 6. Pur riconoscendo il ruolo fondamentale che la Pac ha svolto in passato, è indubbio che oggi si presenti all’appuntamento della riforma con gravi criticità (iniquità del sistema dei pagamenti diretti, ineguaglianza nella redistribuzione del cibo e danni alla salute delle persone, disoccupazione e declino del lavoro agricolo, inadeguatezza del reddito agricolo e calo dei prezzi al produttore senza un corrisposto calo dei prezzi al consumatore, disequilibri nella filiera alimentare, sfruttamento delle risorse naturali e inquinamento) e lontana dalle istanze delle medio-piccole produzioni agroalimentari, poiché assoggettata alle grandi imprese agroalimentari (Commissione Europea, 2010; Oms, 2008; Eurostat, 2010; Fao, 2010 e 2011; European Environmental Agency, 2008 e 2009).
  • 7. Si tratta di uno strumento che, all’interno del Psr, permette di riservare parte delle risorse finanziarie a una programmazione strategica di carattere tematico.
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