La sostenibilità alimentare inizia dall’uso del suolo: prime indicazioni dai Psr per il 2014-2020

La sostenibilità alimentare inizia dall’uso del suolo: prime indicazioni dai Psr per il 2014-2020

Introduzione

Il suolo è una fonte inestimabile di beni e servizi non sostituibili, importantissimi per l’umanità e fondamentali per l’attività agricola: è base della produzione agroforestale, riserva di patrimonio genetico, filtro e serbatoio di acqua, elemento essenziale del paesaggio e, non da ultimo, principale deposito di carbonio delle terre emerse. Differenti studi hanno provato a stimare il valore economico dei servizi che possono essere svolti dai suoli. Il ciclo e riciclo della materia organica, ad esempio, è oggi considerato una delle sue funzioni più importanti, tanto che il suo valore economico a livello globale è stato stimato essere superiore ai 700 miliardi di dollari/anno (Brussaard et al., 2007).
Per essere di grado di erogare questo genere di servizi essenziali, il suolo ha però bisogno di essere messo nella condizione di farlo. E’ il caso dei suoli agrari il cui uso sostenibile diviene oggi priorità delle politiche internazionali e comunitarie, oltre che necessità cogente da riconsiderare per la crescita competitiva (e sostenibile) di un bel pezzo del settore agricolo. Solo un suolo che è ben utilizzato, infatti, è in grado di erogare a pieno le sue funzioni pubbliche e di assicurare quello stato fertilità che garantisce sostenibilità alla produzione di cibo.
Secondo la Fao al mondo ci sono oltre 805 milioni di persone che soffrono di fame e malnutrizione e la costante crescita della popolazione mondiale richiederà nei prossimi anni di aumentare forse del 60% la produzione alimentare globale (Fao, 2014 ). La possibilità di riuscirci dipenderà in parte dai progressi della scienza e della tecnica, ma anche da quanto l’essere umano sarà in grado di utilizzare al meglio la risorsa primaria “suolo”.
Su quest’ultimo fronte, però, le premesse già oggi non sono delle migliori: un terzo dei suoli mondiali versa già in condizioni di degrado, con una pressione antropica che continua a salire oltre i livelli di guardia generando fenomeni deleteri come erosione, compattazione, impermeabilizzazione, salinizzazione, erosione di materiale organico e di nutrienti, acidificazione, inquinamento. Possono volerci fino a 1.000 anni per rigenerare un centimetro di suolo e, se non vengono adottati nuovi approcci, nel 2050 l’ammontare pro-capite di suoli adatti alla produzione agricola potrebbe scendere, a livello globale, ad un quarto dei livelli del 1960 per effetto congiunto del costante processo di consumo di suolo e dell’aumento della popolazione (Fao, 2011) (Figura 1 e Figura 2).
I suoli sono dunque una risorsa fondamentale e insostituibile per la produzione mondiale di cibo: la sostenibilità di quanto troviamo nel nostro piatto inizia dal campo e dall’uso sostenibile del suolo, un importante, infaticabile e silenzioso alleato dell’essere umano.
Non è forse un caso, dunque, che il 2015 sia l’anno designato dall’Onu e dalla Fao come Anno internazionale dei suoli e che sia anche l’anno consacrato all’Esposizione universale di Milano, l’evento globale dedicato al tema dell’alimentazione sostenibile.

Figura 1 – Proiezioni della superficie globale di suolo agrario al 2050

Fonte: Bruinsma (2009)

Figura 2 – Superficie pro-capite di suolo agrario: confronto fra 2000 e proiezioni 2050

Fonte: Fao (2011) adattato da Fischer et al. (2010)

L’uso agricolo e la degradazione del suolo

Il concetto di fertilità del suolo sembra essere antico e acquisito almeno quanto il concetto di agricoltura, eppure negli ultimi decenni è stato forse fin troppo trascurato dall’agricoltura moderna e intensiva (Marandola, 2014a). Per molti anni si è diffusamente creduto, anche solo tacitamente, che i progressi della meccanica, della chimica e della tecnica potessero rappresentare la soluzione a ogni difficoltà produttiva dell’agricoltura. Un approccio, questo, che ha spesso ridimensionato il suolo al rango di semplice substrato su cui poter realizzare l’attività agricola. Eppure lo stato di salute di un suolo rappresenta l’alleato migliore di cui l’agricoltore può avvalersi per produrre in modo sostenibile e conveniente: fare agricoltura su terreni fertili e in buona salute significa produrre di più e in modo più semplice, con minori input e a costi ambientali contenuti. Gli equilibri che possono instaurarsi in un suolo agrario, infatti, sono in grado di svolgere funzioni essenziali come la fornitura di elementi minerali, la distribuzione delle risorse idriche o anche il controllo di organismi ed elementi patogeni che sono fondamentali per lo sviluppo delle colture. Il crescente impiego di input colturali e l’elevata efficienza delle tecnologie di cui la moderna agricoltura si avvale, per il vero, possono anche riuscire a mascherare le perdite di produttività associate alla perdita di fertilità del suolo (Reeves, 1997), ma il crescente ricorso a questi input espone l’agricoltore all’aumento dei costi di produzione e al rischio di impattare in modo sempre più negativo e sempre più diffuso sulla qualità ecologica dei terreni (National Research Council, 1993). Non è un caso, dunque, che il declino della produttività dei suoli agrari sia oggi un fenomeno molto esteso (e ancora non del tutto quantificato) che rischia di annullare, anche nel breve periodo, tutti i progressi sinora ottenuti nel campo delle tecnologie agrarie (Iiasa-Fao, 2001).
In Europa circa 115 milioni di ettari (una superficie pari a tre volte l’Italia), sono soggetti ad erosione idrica, mentre 42 milioni di ettari sono soggetti a erosione eolica (Boardman e Poesen, 2006). In Italia l’erosione idrica comporta nelle aree montane e collinari una perdita di suolo che supera anche le 40-50 tonnellate/ettaro/anno (Grimm et al., 2003). Anche il contenuto di carbonio organico, vera e propria chiave di fertilità e multifunzionalità dei suoli, si è fortemente ridotto nei terreni agrari. Nell’area del Mediterraneo ed in Italia, per esempio, il contenuto medio di sostanza organica si aggira intorno all’1,5% (Montanarella e Jones, 1999) e si stima che l’86,4% della superficie di suolo totale in Italia sia caratterizzato da valori di carbonio organico inferiori al 2% (Zdruli et al., 2004). È stato calcolato, inoltre, che il degrado del suolo ogni anno costi a ciascun abitante dell’Unione Europea almeno 80 euro. Complessivamente, invece, a livello comunitario, si stima che i costi annui connessi al declino della materia organica possano ammontare a 3-6 miliardi di euro, quelli legati alla contaminazione del suolo a 2-17 miliardi, quelli dovuti all’erosione a 1-14 miliardi e quelli per salinizzazione a 0,3 miliardi di euro (European commission, 2006).
Quello della degradazione dei suoli è dunque un problema che va oltre il mondo strettamente agricolo e forestale per coinvolgere tutta la società, nei suoi diversi aspetti, esigenze e priorità. Ecco perché oggi a livello di Unione europea si torna a parlare con ritrovato interesse di fertilità e di qualità dei suoli agrari e di strumenti normativi che possano garantirne la tutela.
Dal 2006, ad esempio, è ai blocchi di partenza una Strategia tematica per la protezione del suolo [Comunicazione della Commissione del 22 settembre 2006, Com (2006) 231/def)] finalizzata a tutelare la risorsa suolo e a preservarne le funzioni. Nonostante sia stata proposta nel 2006, però, tale strumento è oggi ancora in discussione sia al Consiglio che al Parlamento europeo per l’opposizione di alcuni Paesi membri che si dichiarano contrari a tale legislazione in nome del principio di sussidiarietà e dei costi eccessivi che deriverebbero dalla sua applicazione. Nel febbraio 2012 la Commissione europea è però tornata alla carica su questo tema presentando una Relazione sull’attuazione della Strategia tematica per la protezione del suolo [Com(2012) 46 final] che, di fatto, ha sollecitato le istituzioni europee ad esprimere posizioni sul problema del degrado dei suoli europei al fine di accelerare il processo legislativo avviato nel 2006.
In Italia il tema della protezione del suolo è stato affrontato recentemente con un di disegno di legge comunicato alla presidenza del Senato alla fine del 2013. Il disegno di legge (Legge quadro per la protezione e la gestione sostenibile del suolo, n. 1181), frutto del lavoro di ricercatori della associazione delle società scientifiche agrarie (Aissa), intende istituire un quadro normativo per la protezione e la gestione sostenibile del suolo e la conservazione delle sue capacità di svolgere funzioni o servizi economici, ambientali, sociali e culturali.
In attesa che la strategia europea e il disegno di legge per la protezione dei suoli in Italia trovino dovuta attuazione, il problema della conservazione della risorsa suolo si trova già oggi ad essere uno degli elementi chiave del dibattito sulla sostenibilità ambientale e climatica dell’agricoltura avviato con la programmazione della Politica agricola comune 2014-2020. Questa, infatti, chiederà agli agricoltori, che sono i custodi di una gran parte dei suoli del vecchio continente, di gestire in modo più razionale, efficiente e sostenibile i propri terreni fornendo opportuni strumenti di incentivazione e sostegno a pratiche colturali amiche del suolo.

Uso sostenibile del suolo: priorità chiave delle politiche Ue 2014-2020

La priorità uso sostenibile del suolo rientra fra i target di diverse politiche e strategie del pacchetto 2014-2020 di politiche Ue. Alcune di queste interessano in modo diretto l’agricoltura attraverso quelli che sono gli strumenti di regolamentazione, sostegno o incentivo rivolti al settore e agli operatori dal primo e secondo pilastro della Pac. Altre politiche, invece, lo fanno in modo indiretto, non meno importante, ponendo l’accento su questioni che interesseranno anche i suoli agricoli e gli agricoltori. Fra queste, ad esempio, le politiche sulla conservazione della biodiversità, le strategie per la ricerca in agricoltura, le direttive sulle energie rinnovabili e, non da ultimo, le politiche di lotta al cambiamento climatico. Queste, in particolare, pur preventivando risultati nel medio-lungo termine, rappresentano già oggi dei drivers importanti del processo di definizione delle strategie climatico-ambientali della Pac 2014-2020. Proprio in quest’ottica può essere letta la Decisione Ue di contabilizzare le emissioni e gli assorbimenti di gas serra connessi anche all’uso del suolo agricolo (Decisione 529/2013/EU) (nota anche come Decisione Lulucf - Land use, land use change and forestry). La decisione interessa in modo esplicito (e rilevante) la gestione dei suoli agricoli e il settore primario e, pur proiettando i propri scenari nel medio termine, fornisce già oggi dei punti di riferimento cui la programmazione della Politica di sviluppo rurale 2014-2020 deve opportunamente ispirarsi.
Come indicato dalla Commissione, infatti, le modalità di uso del suolo (es. le lavorazioni meccaniche, le destinazioni produttive o le pratiche agronomiche) e il cambiamento di uso del suolo (es. la conversione dei pascoli o aree boscate in terre arabili) possono incidere in maniera determinante sulla capacità dei suoli agrari di assorbire e stoccare importanti quantità di carbonio. Ne è conferma il fatto che con questa Decisione, la Commissione indichi chiaramente come l’impegno di considerare i suoli nelle strategie di lotta al cambiamento climatico debba prevedere, nell’ambito degli strumenti di sviluppo rurale (Psr), la definizione di adeguate strategie d’incentivazione finalizzate a premiare o sostenere gli agricoltori che gestiscono i suoli in modo virtuoso in termini di sequestro della CO2 atmosferica. Anche perché, come sottolineato dalla Commissione stessa, l’aumento dello stock di carbonio del suolo è generalmente accompagnato da altri co-benefici importanti come, ad esempio, l’arricchimento della biodiversità, la diminuzione dei fenomeni di erosione e la gestione positiva delle risorse idriche, oltre che l’aumento della fertilità complessiva del terreno.
Le politiche agricole e di sviluppo rurale, dunque, sono chiamate ad intervenire con i propri strumenti nel raggiungimento di questi obiettivi, anche perché la capacità di sequestrare carbonio nei suoli deve essere considerata il risultato ultimo della buona gestione agricola, prima ancora di essere un obiettivo a se stante di lotta al cambiamento climatico (Garnett, 2011).

Le misure agro-climatico-ambientali dei Psr per l’uso sostenibile del suolo: prime indicazioni dalle Regioni italiane

Tra le grandi novità della nuova Pac 2014-2020 c'è sicuramente il forte accento alle questioni verdi e di sostenibilità ambientale. Mai come in passato l’Unione europea chiede agli agricoltori più sostenibilità obbligatoria in campo, alzando l’asticella della condizionalità ambientale della Pac (greening); e mai come prima la stessa Ue è disposta a sostenere, attraverso i pagamenti agro-climatico-ambientali, quegli agricoltori che decidono di adottare in azienda pratiche più sostenibili per superare volontariamente la stessa asticella della sostenibilità posta dal greening.
I pagamenti agroambientali sono uno strumento ormai consolidato dei Psr. Nel periodo 2007-2013, attraverso la Misura 214, hanno erogato alle aziende agricole italiane circa 2,7 miliardi di euro per supportare oltre 100.000 beneficiari nell’adottare impegni volontari di maggiore sostenibilità ambientale su oltre 2,6 milioni di ettari (Inea, 2014). Nel 2014-2020 la stessa misura viene rinominata Misura 10 (pagamenti agro-climatico-ambientali) (Paca) e viene disegnata come linea di intervento chiave per il raggiungimento delle priorità Clima e Ambiente della programmazione dello sviluppo rurale. Due priorità significative, attuali e sentite dalla società, che contribuiscono (almeno in parte) a giustificare l’ancora forte impegno profuso dalla Ue nel sostegno diretto e indiretto all’agricoltura (Marandola, 2014b). Due priorità cui i regolamenti comunitari chiedono di destinare almeno il 30% delle risorse totali programmate per i Psr.
I Paca, dunque, sono lo strumento attraverso il quale l’Ue si appresta a compensare gli agricoltori che volontariamente decidono di adottare metodi produttivi più rispettosi del clima e di risorse naturali come acqua, biodiversità e suolo. Nel concreto, si tratta di pagamenti a superficie (euro/ha) disegnati per compensare gli agricoltori dei maggiori costi e dei mancati guadagni che possono derivare dall’adozione di metodi produttivi più sostenibili, ma meno produttivi di quelli convenzionali. Con la misura 214, nel periodo 2007-2013, questi pagamenti hanno supportato sistemi come l’agricoltura biologica o l’agricoltura integrata. Con la nuova programmazione 2014-2020 l’agricoltura biologica è oggetto di una misura dedicata (Misura 11), mentre la Misura 10 è focalizzata a sostenere interventi innovativi per la sostenibilità produttiva.
Il suolo, in particolare, assume per le finalità climatico-ambientali della prossima programmazione Pac il ruolo di tematica cerniera fra le questioni del cambiamento climatico (e quindi delle emissioni e assorbimenti di gas serra) e i temi dell’erosione, della biodiversità, dell’equilibrio idrogeologico e della sostanza organica che sono di forte e attuale interesse agroambientale.
Proprio per questa sua natura trasversale, il tema uso sostenibile del suolo viene affrontato non solo all’interno delle misure Paca, ma anche all’interno di altre misure per la sostenibilità come i pagamenti silvo-ambientali (Misura 15), gli investimenti non-produttivi (Sotto-misura 4.4), i pagamenti per Natura 2000 (Misura 12) o la stessa misura a sostegno dell’agricoltura biologica (Misura 11) che può prevedere impegni rafforzati di tutela del suolo da erosione e da perdita di sostanza organica.
Ad oggi (maggio 2015) quasi tutte le 21 Regioni e Province autonome italiane sono ancora in attesa di acquisire o metabolizzare le indicazioni della Commissione europea necessarie per perfezionare le proposte di Psr presentate nell’autunno del 2014. Tra le certezze dei testi dei regolamenti e le incertezze legate alla fisiologica evoluzione dei lavori in corso, è però già possibile delineare un primo quadro delle linee di intervento che i prossimi Psr prevedono di dedicare al tema uso sostenibile del suolo.
Diverse, infatti, risultano le Regioni intenzionate ad attivare degli schemi Paca dedicati ad agricoltori che intendono adottare volontariamente metodi di coltivazione più rispettosi del suolo o pratiche capaci di migliorarne la qualità. Il ricorso agli ammendanti organici (deiezioni zootecniche, digestati, altre forme di compost etc.) ad esempio, è una pratica che verrà diffusamente sostenuta nel quadro della Misura 10 dei Psr al fine di ripristinare struttura e contenuto di sostanza organica dei suoli. Allo stesso modo, l’impegno di effettuare ampi avvicendamenti colturali verrà sostenuto come strumento utile a favorire la naturale strutturazione dei suoli e il ripristino di un adeguato stato di biodiversità edafica. Molta attenzione, infine, sarà dedicata a tutti quei sistemi di coltivazione che consentono di ridurre il carico di lavorazioni meccaniche del suolo. Le lavorazioni (es. aratura, erpicatura, frangizollatura etc.), infatti, oggi sono sempre più considerate fra le principali cause di degrado dei terreni agrari, specie in contesti pedoclimatici marginali e in assenza di opportune pratiche di mitigazione. Tra i metodi di coltivazione a basso impatto sul suolo viene annoverata l’agricoltura conservativa e, in particolare modo, la semina su sodo (NoTillage), un sistema di coltivazione che si basa sulla totale non-lavorazione del terreno.
L’agricoltura conservativa viene riconosciuta come sistema colturale capace di offrire una serie di importanti benefici climatici e ambientali come: accumulo di sostanza organica (e carbonio) nel suolo, riduzione dei fenomeni di erosione nelle aree collinari, migliore efficienza d’uso delle risorse idriche di campo, maggiore biodiversità edafica, minori emissioni di CO2 da consumo energetico (diretto e indiretto).
Da una lettura dei Psr provvisori delle 21 Regioni e Province autonome italiane emerge che 15 Regioni stanno programmando uno schema di Paca per favorire la diffusione dell’agricoltura conservativa nel prossimo periodo 2014-2020 (Tabella 1). Questo appare un dato significativo dell’interesse che oggi gravita attorno a questo tema, specie se confrontato con le passate programmazioni.
Nel 2007-2013, infatti, solo alcune Regioni italiane avevano sperimentato con successo il lancio di una misura agroambientale (la misura 214) dedicata a sostenere gli agricoltori intenzionati a convertirsi volontariamente all’agricoltura conservativa. Al tempo le priorità ambientali dei Psr, benché rilevanti, erano forse meno pressanti degli attuali orientamenti verdi della Pac. Regione pioniera era stata il Veneto che, approfittando della riforma di medio termine della Pac (Health Check) e delle risorse aggiuntive destinate alla priorità del cambiamento climatico, aveva lanciato nel 2010 il primo esempio in Italia di pagamento agroambientale dedicato alla semina su sodo. Questo ha rappresentato un precedente significativo nel contesto della Politica di sviluppo rurale, a cui si sono legate altre Regioni che hanno dimostrato di essere altrettanto sensibili al tema (Lombardia, Sardegna, Lazio, Basilicata). Gli schemi di misura sperimentati da queste Regioni pioniere hanno dovuto inevitabilmente scontare tutte le difficoltà di chi inaugura un nuovo filone di attività, ma hanno aperto la strada per fare dell’agricoltura conservativa e della tutela del suolo un tema chiave della programmazione Psr 2014-2020.

Tabella 1 – Quadro provvisorio degli interventi a sostegno dell’agricoltura conservativa previsti nei Psr italiani 2014-2020 (proposte autunno 2014)

Fonte: elaborazione su dati Marandola, 2014b

In attesa che i Psr vengano resi definitivi da tutte le Regioni, auspicabilmente nell’estate 2015, è già possibile delineare, anche se solo per tratti generali, quelli che saranno gli schemi di pagamento destinati al tema dell’agricoltura conservativa nei diversi territori interessati.
In generale tutte le proposte sembrano convergere verso uno schema che prevede come impegni di base: a) l’adozione in via esclusiva della semina su sodo o di tecniche di minima lavorazione, b) la realizzazione di avvicendamenti colturali, c) la conservazione dei residui colturali in campo.
In certi contesti territoriali come tecnica a basso impatto sul suolo per le colture sarchiate1 è anche proposto il metodo dello strip tillage2. In alcuni casi viene previsto come impegno aggiuntivo anche la coltivazione e gestione di colture di copertura (cover crops). Per questo impegno viene previsto anche uno specifico pagamento supplementare finalizzato a compensare i mancati guadagni e i maggiori costi connessi all’esecuzione di questo passaggio colturale.
Emergono poi interessanti specificità tra un Psr e l’altro come l’obbligo della formazione che è considerata propedeutica all’efficace realizzazione dell’intervento. Oppure l’obbligo di introdurre colture primaverili-estive in rotazioni tradizionalmente autunno-vernine per finalità di tipo agronomico connesse al successo della conversione.
Le maggiori incertezze su questi interventi di sostegno sono oggi relative alla quantificazione dei pagamenti unitari (euro/ha). Queste incertezze sono in parte dovute ai ritardi dei lavori di programmazione e in parte (forse) all’attesa di maggiori certezze sui pagamenti diretti della Pac e, in particolar modo, sulla loro componente greening. L’importo dei pagamenti Aca, infatti, deve tenere conto del pagamento greening tanto che le Regioni sono chiamate ad assicurare che nessun agricoltore venga pagato due volte per adottare la medesima pratica verde (principio del no-double funding).
Stando alle preliminari informazioni finora disponibili e ancora non definitive, comunque, il pagamento destinato agli agricoltori che decidono di adottare le pratiche di agricoltura conservativa sembra poter oscillare fra i 135 e i 400 euro/ha, a seconda dei territori e delle tipologie di seminativi interessati, anche se questi due estremi sembrano destinati ad avvicinarsi per effetto dell’innalzamento del minimo e della riduzione dell’importo massimo attesi.
Al di là del sostegno offerto all’agricoltura conservativa dalle misure agro-climatico ambientali, come detto, esiste poi una altra serie di Misure Psr che sono state scelte dalle Regioni per incentivare l’uso sostenibile del suolo da parte di agricoltori, selvicoltori e altri gestori del territorio. Un esempio è rappresentato dalla sotto-misura 4.4 (investimenti non-produttivi). In diverse regioni questa sotto-misura viene programmata per favorire anche il ripristino di opere, manufatti e pratiche di gestione dei versanti, con un sostegno rivolto ad esempio al ripristino dei muri a secco o dei terrazzamenti, intesi sia come strutture di presidio idrogeologico che come elementi tradizionali del paesaggio o come aree di conservazione della biodiversità.
La stessa misura a sostegno dell’agricoltura biologica (Misura 11), come accennato, in alcune Regioni viene programmata prevedendo impegni rafforzati (e pagamenti aggiuntivi) per la tutela del suolo da erosione e da perdita di sostanza organica. Non da ultimo ci sono poi i pagamenti per l’agricoltura integrata, disegnati sempre nell’ambito della Misura 10. Tali pagamenti vengono concessi a fronte dell’applicazione dei disciplinari di produzione integrata (Dpi) che, in diverse regioni, prevedono misure ben precise di gestione e salvaguardia del suolo specie in aree collinari e declivi. Importanza viene data al tema suolo anche dalla Misura 16 (cooperazione) che prevede pagamenti dedicati ad agricoltori che intendono adottare congiuntamente pratiche sostenibili al fine di amplificare sul territorio i benefici del loro operato.
Sopra tutte le Misure resta infine il ruolo strategico delle Misure 1 e 2, quelle dedicate a Formazione e Consulenza, che dovrebbero fornire a tutti i beneficiari che si avvicinano per la prima volta al tema dell’uso sostenibile del suolo gli elementi conoscitivi necessari per affrontare al meglio questa priorità tanto attuale.

Considerazioni conclusive

Alle soglie del 2020, l’uso sostenibile del suolo si connota come tema attuale, trasversale e prioritario nel quadro delle politiche comunitarie e nazionali. Dalla mitigazione del cambiamento climatico alla conservazione della biodiversità, infatti, il suolo svolge funzioni importantissime difficilmente sostituibili che vanno preservate a beneficio di tutti. Non secondario, però, è sicuramente il ruolo che il suolo ricopre come fattore primario dell’attività agricola. In questo senso la sostenibilità alimentare, tema centrale di Expo 2015, non può non essere conseguita a pieno senza considerare i suolo, e il suo uso sostenibile, come primo anello della (spesso lunga) catena che unisce il campo al piatto. Gli agricoltori, che sono i principali custodi dei suoli europei e italiani, sono pertanto chiamati ad adottare pratiche e metodi di coltivazione che possano preservare, ripristinare o amplificare le innumerevoli funzioni di questa fondamentale e difficilmente rinnovabile risorsa. La nuova Pac, attraverso i suoi strumenti d’intervento del I e II pilastro, prevede sia elementi di condizionalità che elementi di premialità che possono contribuire a cogliere questi obiettivi già nel breve periodo. In particolare il II pilastro, quello dei Psr, prevede un set di misure, sotto-misure e interventi che possono incentivare gli agricoltori ad adottare pratiche amiche del suolo. Fra queste pratiche si annoverano azioni classiche che appartengono alla buona pratica agricola, ma anche metodi produttivi di coltivazione che sono alternativi alle pratiche ordinarie. Il no tillage o lo strip tillage, per esempio, sono sistemi di coltivazione a basso impatto sul suolo che i Psr programmano di sostenere in diverse Regioni nel quadro degli interventi previsti dalle misure agro-climatico-ambientali. Proprio queste misure rappresentano il principale strumento di intervento di cui i Psr possono avvalersi per favorire la diffusione di pratiche benefiche per l’ambiente e per il suolo. In questo contesto, però, un ruolo chiave sarà giocato anche dalle misure di cooperazione, formazione e consulenza. La misura di cooperazione, in particolare, può contribuire a diffondere pratiche amiche del suolo in modo più omogeneo e capillare sul territorio, stimolando e supportando l’adesione collettiva da parte di agricoltori a impegni comuni di sostenibilità produttiva. Le misure di formazione e consulenza, invece, dovranno garantire opportuno supporto immateriale ad agricoltori e tecnici del settore per fare in modo che la sostenibilità ambientale possa divenire pratica ordinaria di una nuova agricoltura amica del suolo.

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  • 1. Si dicono sarchiate le colture di pieno campo realizzate con ampi spazi di interfila. Sono colture sarchiate ad esempio alcune ortive, il mais, il tabacco. La sarchiatura è la pratica di lavorare superficialmente il suolo negli spazi di interfila allo scopo di limitare lo sviluppo delle infestanti o l’evaporazione dell’acqua, o per favorire il riscaldamento del terreno a inizio primavera.
  • 2. Lo strip tillage, detto anche lavorazione a bande, è una tecnica colturale che prevede la lavorazione del suolo solo in corrispondenza delle file di semina o di trapianto, ma che lascia indisturbato tutto lo spazio di suolo interfila. La realizzazione di questa tecnica si avvantaggia notevolmente di sistemi di guida satellitare assistita delle macchine che consentono di operare con precisione nella lavorazione delle interfile e nelle operazioni da realizzare sulla fila.
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