Il contributo del Greening alla riduzione delle emissioni di CO2

Il contributo del Greening alla riduzione delle emissioni di CO2

Introduzione

All’interno degli interventi del primo pilastro il pagamento verde (c.d. greening) rappresenta una delle novità più importanti introdotte nella Pac 2014-2020 (PE e Consiglio dell’UE, 2013). Per la prima volta, infatti, viene esplicitamente legata una quota dei pagamenti diretti, pari al 30%, ad alcune pratiche agricole ritenute benefiche per l’ambiente. Queste prevedono sostanzialmente il rispetto di tre requisiti: diversificazione delle colture, mantenimento dei prati e pascoli permanenti e la destinazione di una quota della superficie aziendale ad aree di interesse ecologico (Aie). Il mancato rispetto (totale o parziale) di queste misure potrà portare a una riduzione (o azzeramento) del pagamento verde destinato all’azienda, e in alcuni casi intaccare parte del pagamento di base. Nonostante la chiara connotazione ambientale di queste misure, ribadita più volte nei documenti preparatori della riforma (CE, 2010), il lungo processo che ha portato all’accordo politico sancito dal Trilogo ha ridimensionato notevolmente la portata innovativa della prima proposta formulata dalla Commissione (CE, 2011) mitigando la forza iniziale delle azioni di greening (Arfini et al., 2013). Si pone pertanto la questione di valutare l’effettivo contributo che queste misure potranno apportare al miglioramento della qualità ambientale. Tali misure, infatti, secondo la Commissione hanno l’obiettivo di esplicare un’azione benefica per il clima e l'ambiente attraverso il sequestro del carbonio nel suolo e il mantenimento degli habitat erbosi presenti nel pascolo permanente, la protezione delle acque e degli habitat attraverso l'istituzione di aree di interesse ecologico e il miglioramento della resilienza dei suoli e degli ecosistemi con la diversificazione delle colture (CE, 2011)
L’obiettivo di questo studio è di stimare i possibili benefici ambientali derivanti dal greening in termini di riduzione delle emissioni di gas-serra (greenhouse gases-Ghg) in una macroregione del Nord Italia composta da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. A tale scopo, è stato necessario quantificare le emissioni, scomposte nei tre principali Ghg (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), per singolo processo produttivo. Queste informazioni sono state successivamente utilizzate all’interno di un modello aziendale di Programmazione Matematica Positiva (Pmp) per stimare gli effetti del greening sull’ordinamento produttivo aziendale e territoriale e il conseguente impatto sulle emissioni totali.

Dati e metodologia

Al fine di stimare l’impatto delle tre misure di greening sull’ordinamento produttivo e il conseguente effetto sulle emissioni è stato utilizzato un modello di Pmp a livello aziendale (Solazzo et al., 2014; Heckelei et al., 2012; Paris e Howitt, 1998). Le informazioni impiegate per l'analisi sono state estratte dalla banca dati Rica del 2012 e riguardano un campione di oltre 2.000 aziende agricole operanti in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto (macroregione). In particolare, i dati impiegati si riferiscono all’uso del suolo, alla resa, ai prezzi di produzione e ai costi specifici per singolo processo produttivo a livello aziendale. Per la stima dell’impatto del greening, effettuata a livello di singola azienda agricola, è stato utilizzato il sistema di pesi della Rica che permette di estendere i risultati a livello regionale e rendere le simulazioni più coerenti con i sistemi di produzione agricola della macroregione analizzata (Solazzo et al., 2014; Consiglio dell’UE, 2009).
Il modello di Pmp tiene conto di tutti i requisiti, vincoli e criteri di esclusione previsti dal greening per poter stimare i cambiamenti dell’ordinamento produttivo aziendale e dei livelli di emissione derivanti dall’introduzione delle nuove misure agroambientali. Le aziende biologiche sono state escluse ipso facto dagli obblighi di greening. Per l’implementazione della misura di diversificazione, oltre naturalmente alle soglie di esclusione legate sia alla superficie a seminativi che alla specializzazione in determinate colture (es. foraggere), si è tenuto conto del significato di “coltura” definito dal regolamento. Ad esempio, nelle aziende del campione analizzato che presentano superficie sia a grano duro che tenero, entrambe appartenenti al genere triticum, è la somma di queste a non dover superare il vincolo del 75% dell’area a seminativi (o il 95% insieme ad un'altra coltura nel caso di un’area maggiore di 30 ha). Riguardo al mantenimento dell’area a prati e pascoli permanenti, il modello impone che nessuna azienda possa ridurre di oltre il 5% tale superficie rispetto a quella rilevata nella situazione osservata.
Più complessa è risultata l’implementazione nel modello del vincolo di Aie. Tutti i processi produttivi presenti nella Rica sono stati riclassificati in 48 voci, di cui quattro classificate come colture azotofissatrici (soia, erba medica, leguminose da granella e erbai di leguminose). Queste ultime, opportunamente ricalcolate applicando il fattore di ponderazione azotofissatrici-Aie (0,7), sono state utilizzate insieme alla superficie a riposo per il calcolo dell'Aie già presente nelle aziende agricole e dell’eventuale quota mancante per il raggiungimento del requisito del 5%1. Le aziende che risultano non rispettare in tutto o in parte il vincolo di Aie possono, all’interno del modello, decidere di destinare superficie a riposo e/o allocare superficie a una o più delle quattro colture azoto-fissatrici, considerando ogni ettaro di tali colture come 0,7 ettari di area ecologica.
Il modello di simulazione tiene conto di uno specifico vincolo per il calcolo delle emissioni di CO2 equivalente (CO2eq). Questo vincolo permette di ottenere un’importante informazione sugli impatti delle scelte produttive degli agricoltori sulla quantità di Ghg e valutare possibili scenari di applicazione di tasse o incentivi sulle emissioni di CO2eq in agricoltura2. La compensazione monetaria prevista per l’adozione delle misure di greening può sovrapporsi con gli strumenti di incentivazione all’abbattimento dell’anidride carbonica dei mercati volontari dei crediti di carbonio (Romano, 2010).
La valutazione degli impatti delle misure di greening introdotte con la nuova Pac da un punto di vista ambientale è stata svolta utilizzando come indicatore la quantità di gas-serra emessa dal settore agricolo, espressa in tonnellate di CO2eq.

Tabella 1 - Emissioni stimate per ogni ettaro/capo di superficie in tonnellate di CO2 equivalente

NB: le emissioni di protossido di azoto e metano sono espresse in tCO2eq.
Fonte: ns elaborazioni

Il calcolo delle emissioni è stato operato seguendo un procedimento articolato in più fasi con l’obiettivo di confrontare la situazione osservata con quella rappresentata dal modello di simulazione. Nello specifico è necessario, per ogni processo produttivo attivato, conoscere i corrispondenti livelli di emissione per ettaro, nel caso delle colture, o per capo, nel caso degli allevamenti, con i quali è possibile individuare le emissioni totali prima dell’applicazione della riforma (baseline) e successivamente all’introduzione dei nuovi meccanismi di politica agricola (scenario greening). I dati sulle emissioni di CO2eq imputabili ai diversi processi produttivi sono stati ricavati utilizzando le informazioni agronomiche contenute nel prontuario dell’agricoltura Ribaudo (2011) congiuntamente alle linee guida per il calcolo dell’impronta di carbonio delle aziende Rica sviluppate dall’Inea (Coderoni e Bonati, 2013).
Le stime sono state svolte per i principali gas-serra di origine agricola, vale a dire: anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O) e metano (CH4). Le emissioni di protossido d’azoto e metano sono state trasformate in emissioni di CO2 equivalente utilizzando i coefficienti di global warming potential (Gwp). La tabella 1 riporta le emissioni di CO2, N2O e CH4 stimate per ogni processo produttivo ed espresse in tonnellate di CO2 equivalente per ettaro o capo. La loro somma fornisce le emissioni totali di Ghg in tCO2eq. Si sottolinea che le informazioni sugli impatti ambientali utilizzati in questo lavoro non tengono conto degli effetti del cambiamento dell’uso del suolo sugli stock di carbonio (Di Bene et al., 2014).

Analisi dei risultati

Effetti sull’ordinamento produttivo

La tabella 2 mostra come i cambiamenti nell’ordinamento produttivo, all’interno della macroarea considerata, risultino generalmente contenuti. Fanno eccezione alcune colture cerealicole che caratterizzano determinate aree per l’elevato livello di specializzazione produttiva. Nel complesso l’impatto più rilevante riguarda la riduzione di superficie coltivata a mais, e in misura minore quella a frumento duro e tenero. La contrazione supera il 6% per il mais con oltre 40.000 ettari riallocati per soddisfare i requisiti del greening. Per il frumento duro e tenero la riduzione della superficie, rispettivamente pari a -1.700 e -2.700 Ha, è significativamente più contenuta, ma si traduce, nel caso del frumento duro, in una contrazione percentuale non marginale (-2,3%). A livello territoriale l’impatto del greening risulta differenziato in base alla specializzazione produttiva delle regioni. La regione maggiormente colpita dai nuovi vincoli ambientali è la Lombardia, data la significativa presenza di grandi aziende fortemente specializzate nella maidicoltura. Il mais risulta infatti la coltura più interessata dal greening in Lombardia con una riduzione della superficie regionale superiore al 9%, pari a oltre 25.000 ettari. Va precisato che, sebbene a livello regionale sia solo la superficie a mais a ridursi, l’impatto del greening non riguarda solo le aziende maidicole ma anche altre aziende cerealicole. Queste ultime, infatti, in molti casi riducono l’area destinata alla coltura principale ma tale effetto è nascosto a livello regionale dal rilevante spostamento di superficie coltivata a mais verso altre colture cerealicole messo in atto dalle grandi aziende maidicole per rispettare il vincolo di diversificazione.
Anche in Veneto l’impatto del greening a livello regionale, sebbene più contenuto rispetto alla Lombardia, riguarda principalmente il settore maidicolo (-3,6% della superficie a mais), oltre ad alcune aziende orticole, principalmente specializzate nella coltivazione del radicchio. Diverso è invece l’impatto sull’agricoltura dell’Emilia Romagna dove, in linea con le caratteristiche produttive regionali, i vincoli ambientali impattano oltre che sul mais, anche su altre colture cerealicole come l’orzo (-1,2%) e il frumento (sia duro che tenero), con una riduzione di poco inferiore al 4%.

Tabella 2 - L’impatto del greening sull’uso del suolo (Emilia Romagna, Lombardia e Veneto)

* Colture azoto-fissatrici
Fonte: nostre elaborazioni

Di contro nella macroregione esaminata si osserva il contestuale aumento di superficie destinata a colture azoto-fissatrici, incentivato dal riconoscimento di queste colture come Aie (applicando il coefficiente di ponderazione dello 0,7). Le grandi aziende cerealicole altamente specializzate per rispettare il vincolo di diversificazione scelgono spesso di riallocare parte della superficie che supera la soglia del 75% (95% per le prime due colture) ad azoto-fissatrici. In questo modo adempiono anche al vincolo di Aie mantenendo in produzione tutta la superficie riallocata. Anche per le aziende già diversificate, che devono però sottostare al vincolo di Aie, si pone la scelta se mettere a riposo il 5% della propria area a seminativi o riallocarne ad azoto-fissatrici poco più del 7%, in funzione del fattore di ponderazione pari a 0,7. Anche in questo caso le aziende decidono spesso di mantenere in produzione la propria area introducendo (o incrementando) produzioni riconosciute come Aie quali leguminose, erba medica e soia. Tra queste la scelta aziendale ricade prevalentemente, come è logico attendersi, sulla coltura più diffusa nell’area di riferimento. Questo spiega il netto incremento di erba medica in Emilia Romagna e Lombardia, dove questa coltura è largamente diffusa a livello regionale. Mentre in Veneto, dove tra le colture azoto-fissatrici è la soia a detenere il primato, è proprio quest’ultima a mostrare il maggiore incremento in seguito all’applicazione del greening.

Figura 1 - Riallocazione della superficie agricola in seguito all’introduzione del greening


*Colture azoto fissatrici.
Fonte: ns elaborazioni

Impatto ambientale

Le emissioni complessive della macroregione considerata ammontano a circa 9,15 milioni di tonnellate di CO2eq nella situazione osservata. Riguardo all’incidenza dei tre principali gas-serra (CO2, N2O e CH4) sulle emissioni complessive, metano e protossido d’azoto risultano responsabili di circa il 72% delle emissioni, mentre l’anidride carbonica contribuisce per il restante 23%. In particolare è il protossido d’azoto a concentrare la quota maggiore di emissioni, con una quota superiore al 40%. Sulla base delle informazioni utilizzate, la Lombardia sarebbe responsabile di oltre il 40% delle emissioni complessive, l’Emilia Romagna per poco meno di un terzo e il Veneto per circa il 25%. La Lombardia inoltre si differenzia dalle altre regioni analizzate per la composizione delle emissioni: in questa regione ricoprono, infatti, un ruolo più rilevante le emissioni derivanti dal metano, data la concentrazione di aziende zootecniche da latte sul territorio regionale e la significativa estensione di superficie coltivata a riso.
I risultati del modello forniscono alcune utili indicazioni sulle dinamiche dei Ghg prodotti dall’agricoltura in conseguenza all’applicazione del greening. Il passaggio ai nuovi vincoli agroambientali determinerebbe una riduzione modesta delle emissioni totali di gas-serra. Il calo nell’intera macroregione sarebbe di circa 100.000 tonnellate di CO2eq, pari a una riduzione di poco superiore a un punto percentuale.

Figura 2 - contributo regionale sui Ghg


Fonte: ns elaborazioni

In particolare il modello stima nello scenario di greening una riduzione delle emissioni di CO2 pari a quasi il 2% rispetto alla situazione osservata. Le emissioni derivanti dal protossido di azoto mostrano un ridimensionamento più contenuto (-1,3%) mentre non si evidenziano riduzioni rilevanti per il metano, i cui valori mostrano una sostanziale stabilità rispetto allo scenario iniziale

Figura 3 - Effetto del greening sui Ghg

Fonte: ns elaborazioni

La regione che contribuisce in misura maggiore all’abbatimento dei livelli di CO2eq è la Lombardia essendo caratterizzata da aziende con coltivazioni intensive di mais e specializzate nella zootecnia da latte; sulla base di quanto indicato dal modello, quasi il 60% dell’abbattimento totale infatti è dovuto al ridimensionamento dell’attività zootecnica da latte e maidicola nella regione. Il Veneto contribuisce al ridimensionamento delle emissioni per circa il 22% e l’Emilia Romagna per il restante 18%.
L’analisi degli impatti a livello regionale, mostra come il greening influenzi molto la componente relativa alle emissioni di CO2 in ragione della riduzione dei cereali, frumento e mais in particolare. In Lombardia il modello stima una riduzione delle emissioni di CO2 di quasi il 3%, in conseguenza del processo di sostituzione del mais con la coltivazione di erba medica. Emilia Romagna e Veneto registrerebbero invece riduzioni più modeste, intorno all’1-1,5%, in quanto caratterizzate da tipologie aziendali più diversificate dal punto di vista produttivo e più specializzate nella produzione di azoto-fissatrici, come l’erba medica. Anche le emissioni di protossido di azoto, riconducibili principalmente all’impiego di fertilizzanti di sintesi, secondo quanto previsto dal modello di simulazione, segnalano una riduzione dovuta alla sostituzione di colture annuali, con un alto fabbisogno di nutrienti, con colture semi-permanenti, come l’erba medica, meno esigenti in termini di apporto di fertilizzanti. Come per l’anidride carbonica, anche per il protossido, la Lombardia evidenzia le maggiori riduzioni, pari a circa il 2%, mentre Emilia Romagna e Veneto riducono le emissioni da N2O rispettivamente dello 0,5% e dell’1,3%. La diversità dei modelli produttivi delle tre regioni spiega evidentemente la diversa intensità di riduzione delle emissioni. Per il metano, come già indicato precedetemente, non si osservano variazioni significative nelle tre regioni rispetto alla situazione di baseline, in quanto l’impatto del greening è di una certa rilevanza soprattutto nel caso di aziende molto specializzate in colture diverse dalle foraggere.

Figura 4 - Effetto del greening sui Ghg a livello regionale

Fonte: ns elaborazioni

Considerazioni conclusive

Uno degli obiettivi principali delle misure di greening della nuova Pac è quello di rafforzare la produzione di esternalità positive, o limitare quelle negative, da parte dell’agricoltura europea. Il contributo dell’agricoltura nella mitigazione dei cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di Ghg è al centro dei documenti preparatori e conclusivi della riforma. Nonostante le giustificazioni ambientali costituenti l’impianto delle azioni orizzontali della nuova Pac, le pressioni esercitate dalle Istituzioni europee e dai gruppi di interesse agricolo hanno svilito notevolmente gli strumenti inizialmente proposti dalla Commissione, facendo del greening un vincolo facilmente sormontabile da parte di quelle aziende agricole maggiormente emissive, come quelle zootecniche.
Il giudizio sostanzialmente negativo sull’efficacia degli strumenti di greening viene confermato dai risultati ottenuti, per la macroregione agricola più importante del Nord Italia, dal modello di simulazione presentato in questo lavoro. I risultati del modello forniscono, infatti, nel quadro delle ipotesi adottate, interessanti indicazioni su quanto le misure di greening potranno effettivamente incidere sul miglioramento dell’impatto sull’ambiente dell’agricoltura, in termini di riduzione di emissioni di gas-serra.
Il principale effetto del greening sull’uso del suolo è la netta riduzione di mais, e altre colture cerealicole in alcune aree, e la contestuale maggiore diffusione di azotofissatrici, prime fra tutte erba medica e soia. Il comparto zootecnico da latte viene invece interessato solo marginalmente dalle nuove misure di inverdimento del primo pilastro, a conferma delle limitate ricadute del greening su uno dei settori più impattanti in termini di emissioni di Ghg.
Nonostante l’effetto positivo del mantenimento dei prati e pascoli permanenti sullo stoccaggio di carbonio (Di Bene et al., 2014) e la potenziale riduzione di input (fertilizzanti) legata alla sostituzione di coltivazioni annuali (mais, grano) con colture miglioratrici (azoto-fissatrici), i cambiamenti sull’uso del suolo si traducono in un effetto contenuto sulle emissioni complessive di gas-serra, che si riducono di poco più dell’1%. A tale risultato contribuisce soprattutto la Lombardia che, data la forte specializzazione nella maidicoltura e nella zootecnia da latte, è la regione che pesa per oltre il 40% sulle emissioni totali della macroregione analizzata. In un quadro di strategia integrata di mitigazione del cambiamento climatico, tali riduzioni potrebbero concorrere al raggiungimento degli obiettivi previsti per l’abbattimento dei Ghg a livello nazionale corrispondente ad una riduzione del 13% entro il 2020 rispetto ai livelli misurati nel 2005.
Nel complesso si tratta però di un risultato modesto per una misura come quella del greening, introdotta per fornire un contributo significativo alla riduzione dei livello di CO2. Malgrado lo studio si concentri sulla riduzione dei gas-serra, non valutando le ricadute dirette sulla biodiversità, sul paesaggio agrario e sulla fertilità dei suoli, i cambiamenti limitati nell’uso del suolo previsti dal modello lasciano prospettare impatti ambientali altrettanto modesti anche in questi ambiti.
Il processo di “alleggerimento” che ha interessato il greening durante l’intera fase di negoziazione si è inevitabilmente tradotto in una mancata occasione di introdurre, attraverso la Pac, un cambiamento positivo dei comportamenti in agricoltura, in sintonia con le aspettative e i bisogni della collettività che vede nell’agricoltura un fornitore di beni pubblici.

Ringraziamenti

Gli autori desiderano ringraziare i due referee anonimi per gli utili suggerimenti forniti.

Riferimenti bibliografici

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  • Coderoni S. e Bonati G. (a cura di) (2013), Impronta carbonica delle aziende agricole italiane, Inea, Roma

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  • 1. Gli altri elementi e superfici riconducibili all’Aie (fasce tampone, siepi, muretti a secco, ecc.) non sono considerati nel presente studio, in quanto non desumibili dalle informazioni Rica.
  • 2. L’inserimento della variabile riferita alla produzione totale di CO2eq nella funzione obiettivo associata ad un parametro economico positivo (incentivo) o negativo (tassa) potrebbe contribuire all’analisi di nuovi strumenti di governo dell’impatto dell’agricoltura sul cambiamento climatico. Queste valutazioni non fanno parte del presente studio.
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