I dilemmi della bioeconomia: una riflessione sulla Bioeconomy Strategy della Commissione Europea

I dilemmi della bioeconomia: una riflessione sulla Bioeconomy Strategy della Commissione Europea
a Università di Pisa, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali (DISAAA-a)

Introduzione

Nel corso del 2012 la Commissione Europea ha pubblicato la sua "strategia per la bioeconomia", che propone un approccio globale per affrontare le sfide ecologica, ambientale, energetica, alimentare e delle risorse naturali che l'Europa e il mondo si trovano ad affrontare (EC, 2012).
La strategia si propone di concentrare gli sforzi con l'obiettivo di "spianare la strada a una società più innovativa, efficiente e competitiva che riconcilia la sicurezza alimentare con l'uso sostenibile di fonti rinnovabili a fini industriali, garantendo al tempo stesso la protezione dell'ambiente". Il documento è articolato in tre sezioni. La prima sezione illustra le sfide sociali che la bioeconomia dovrà contribuire ad affrontare. La seconda riguarda le azioni per uno sviluppo coerente della bioeconomia. La terza sezione definisce un piano di azione che riguarda la ricerca, le politiche e i mercati.
Il documento enfatizza il ruolo della bioeconomia e le strategie per rispondere alle principali sfide sociali dell'Unione Europea, e manifesta un forte ottimismo circa le potenzialità che le nuove tecnologie della bioeconomia offrono1. L'evidenza empirica sulle prime valutazioni lascia un po' meno spazio ad un ottimismo a priori. Analizzare gli scenari futuri attraverso la lente della bioeconomia implica prima di tutto maturare consapevolezza delle interdipendenze tra economia ed ecologia. Lo sviluppo tecnologico nel campo della trasformazione delle biomasse rende oggi possibile una varietà di scenari molto diversi tra di loro, il cui avverarsi dipenderà da come le tecnologie della bioeconomia saranno incorporate in regole, modelli organizzativi, politiche, infrastrutture, coordinamento tra imprese, schemi di comportamento individuali e collettivi. Scenari basati sulle proiezioni degli attuali trend di crescita della popolazione e dei relativi consumi mostrano che nel prossimo futuro la competizione per l’uso del suolo, per l’acqua, per le risorse biologiche aumenterà (Rosegrant et al., 2013). Negli scenari più ottimistici le risorse biologiche - insieme alle energie alternative come il solare, l'energia eolica e l’idrogeno - potranno sostituire quasi completamente le risorse non rinnovabili ed essere la base per la creazione di nuovi settori produttivi. Gli scenari peggiori fanno prevedere un aumento dell’insicurezza, delle disuguaglianze, dei conflitti, e persino il collasso di molti sistemi socio-ecologici. Una strategia per la bioeconomia coerente con gli obiettivi generali dell'Unione Europea dovrà prendere in considerazione sia i rischi derivanti dai peggiori scenari che le opportunità legate agli scenari più favorevoli. Sulla base delle considerazioni ora esposte, il presente articolo analizza il ruolo che la bioeconomia potrà svolgere nei confronti delle grandi sfide sociali.

Definizione di bioeconomia

Un'efficace strategia per la bioeconomia richiede innanzitutto una chiara e condivisa definizione di bioeconomia. Il documento non fornisce una definizione, ma un elenco dei settori che vi sono coinvolti2.  Questo ha generato un po' di confusione e un ampio dibattito, anche perché in altre parti del documento si parla di 'transizione verso la bioeconomia', il che implica che la bioeconomia sia qualcosa di più rispetto a un insieme di settori economici. Se inizialmente la bioeconomia era definita, ad esempio dall'Ocse, in relazione all'adozione di biotecnologie (Oecd, 2009), il dibattito generato intorno a questa definizione ha teso ad allargare il campo. Oggi si tende a considerare la bioeconomia come insieme di attività di produzione di cibo, bio-energia e bio-materiali, ovvero a tutte le attività che trasformano risorse biologiche. In molti casi, come nel settore forestale e in molti ambiti di attività di produzione di biomateriali, non sono implicati processi biotecnologici ma biofisici o biochimici. Altri commentatori ritengono che concentrare l'attenzione sull'uso della biomassa appiattisca l'importanza relativa delle varie attività della bioeconomia, in particolare trascurando il ruolo delle produzioni alimentari di qualità e della multifunzionalità dell'agricoltura (Brunori, 2013; Schmid et al., 2012).
La sintesi che la Commissione Europea ha operato non risolve il problema della definizione. Se la bioeconomia è un insieme di settori, molti dei quali molto antichi, perché tanta enfasi? Dov'è la novità?
A nostro avviso, la novità sta nelle promesse che le nuove conoscenze biologiche oggi offrono alla possibile riconversione di questi settori. La possibilità di disaggregare e riaggregare la composizione chimica della biomassa rende possibile aggiungere valore a risorse che prima avevano solo un costo, a partire dai rifiuti. I settori sorti intorno a questa possibilità - le bio-plastiche, gli enzimi, i microrganismi specializzati, le fibre, i nuovi alimenti - hanno mostrato grandi capacità di crescita intorno a nuovi processi e nuovi prodotti (Asveld et al., 2011). Le proprietà multifunzionali che le nuove conoscenze biologiche danno alla materia vivente rendono necessario un ripensamento dei confini tra settori nonché la definizione di chiare gerarchie di valore tra i suoi possibili impieghi. Per questo motivo riteniamo che i confini della bioeconomia vadano definiti intorno al rapporto tra bio-valore e biomassa, nella consapevolezza che il 'biovalore industriale' può limitare e danneggiare il ‘biovalore naturale’ (ovvero la produzione di prodotti destinati al consumo finale e di altri importanti servizi ecosistemici). Una bioeconomia sostenibile non può che considerare prioritaria la produzione di alimenti di elevato livello qualitativo, e la trasformazione in energia l'ultimo passaggio di una serie di cicli di uso e riuso. Questi principi richiedono paradigmi tecnologici adeguati, che spostino l'attenzione su una ‘produttività del secondo tipo’, centrata su nuovi prodotti e nuove funzioni del settore primario (Esposti, 2012). È intorno a questo rapporto che va misurata la capacità di rispondere alle grandi sfide sociali che l'Unione Europea ha delineato nella sua strategia.

La bioeconomia e le sfide sociali dell'Unione Europea

La strategia per la bioeconomia elenca le sfide sociali a cui la bioeconomia dovrà far fronte. Qui di seguito analizziamo le potenzialità, e i dilemmi, che ciascuna sfida pone alla bioeconomia.

Garantire la sicurezza alimentare

La crisi del 2007-2008 ha riportato all'attenzione il tema della sicurezza alimentare, mostrando una fragilità prima inaspettata dei sistemi alimentari dei paesi sviluppati (Rosin et al., 2013). Una revisione delle strategie future per la sicurezza alimentare parte dalla necessità di dare più peso alla responsabilità che l'Europa ha verso il resto del mondo. Oltre a garantire a tutti i cittadini europei l’accesso a cibo sufficiente, sicuro e nutriente, l’Europa deve infatti rispettare il suo impegno nelle sedi internazionali a promuovere il diritto al cibo come diritto globale. Questo significa innanzitutto tenere conto delle implicazioni sistemiche delle politiche, delle strategie aziendali, dello sviluppo delle tecnologie, e predisporre meccanismi di governance in grado di impedire effetti indesiderati.
La visione ottimistica della bioeconomia affida alle nuove sementi biotecnologiche la possibilità di aumentare la produttività, e alla capacità di valorizzare i rifiuti e i sottoprodotti la possibilità di attenuazione della pressione sulle risorse naturali o di miglioramento degli standard ambientali. Una visione meno ottimistica evidenzia i dilemmi, che potremmo chiamare 'malthusiani', legati alla competizione per l’uso delle risorse, della terra e dell'acqua (Pfau et al., 2014). La diffusione delle agroenergie ha fatto intravedere alcuni degli scenari che potrebbero avverarsi di fronte a scenari malthusiani: aumento dei prezzi alimentari, peggioramento dell’accesso alle risorse da parte di gruppi e regioni vulnerabili, distribuzione ineguale del potere (Sassi, 2015; Gomiero et al, 2010). Sebbene caldeggiata come una delle rilevanti opzioni di mantenimento dell’agricoltura nelle aree marginali, la diffusione delle agro-energie ha evidenziato un notevole crescita nelle aree maggiormente produttive oppure a scapito delle aree forestali, creando pressione sulle emissioni di gas serra. L’ingresso di nuove figure non storicamente legate al mondo della produzione agricola, come ad esempio i fondi di investimento (the Economist, 2015), se non adeguatamente regolati, potrebbero contribuire ad accrescere le disuguaglianze sociali e geografiche. Investimenti su larga scala per creare capacità di trasformazione nel settore non-alimentare potrebbero generare un cambiamento strutturale della domanda per le colture dedicate, attivando flussi commerciali internazionali e creando squilibri locali. Gli sviluppi tecnologici in alcuni settori, non compensati da un’adeguata regolamentazione e accettazione sociale, potrebbero creare un cambiamento sistemico radicale.
Di fronte al dilemma malthusiano, vi è una crescente convergenza sulla necessità di concentrare l’attenzione non solo sul lato dell’offerta, ma anche su quello della domanda, ad esempio promuovendo percorsi di consumo sostenibile per contenere la crescita dei consumi di alimenti di origine animale e, nel caso dei consumatori dei paesi più ricchi, invertendo questa tendenza. Il concetto di ‘dieta sostenibile’ (Johnston et al, 2014;. Sabaté e Soret, 2014), implementato nelle politiche pubbliche come l'educazione, l'informazione, la responsabilità sociale d’impresa, i sistemi di certificazione, gli acquisti pubblici, potrebbe rappresentare la chiave per affrontare le sfide di una nutrizione adeguata alla salute delle persone e dell'ambiente.

Gestire le risorse naturali in modo sostenibile

Il concetto di bioeconomia sottolinea una stretta interdipendenza tra il sistema ecologico e il sistema umano, che è anche alla base del dilemma del rapporto tra economia ed ecologia: come ottimizzare le prestazioni del sistema economico senza erodere le basi ecologiche di ricchezza. Gestire le risorse naturali in modo sostenibile implica la creazione di istituzioni in grado di regolare l'accesso in nome dell'interesse collettivo e la predisposizione di meccanismi di feedback - a tutti i livelli della società - che segnalino i rischi imminenti e stimolino le iniziative necessarie per prevenirli (Young et al., 2006).
I meccanismi di feedback dovrebbero controllare sia l’offerta che la domanda di risorse. Secondo alcuni scienziati, l’umanità ha già oltrepassato alcuni dei ‘confini’ di uno spazio operativo sicuro rispetto al sistema Terra, aumentando la possibilità che alcuni sottosistemi alterino il proprio stato in modo irreversibile (Rockstrom et al., 2009) diminuendo drasticamente la capacità di fornire servizi ecosistemici.
Il mondo scientifico oggi concorda su una serie di principi generali di intervento e di ricerca: arrestare l'espansione delle aree agricole a scapito delle foreste e degli ambienti naturali, colmare gli yield gaps -  il divario tra produttività attuale e produttività potenziale -  ridurre gli sprechi (valutati intorno ad un terzo dell'intera produzione) (Foley et al., 2011). La strategia dell’intensificazione sostenibile (Godfray et al., 2010) incorpora le preoccupazioni per la disponibilità e le questioni della sostenibilità delle risorse. Essa mira a colmare gli yield gaps attraverso pratiche sostenibili. Tuttavia, l’intensificazione sostenibile non è una strategia adeguata quando i rendimenti sono già ben al di sopra la soglia di sostenibilità, come nel caso di molti sistemi agricoli europei. In questi casi, alcuni studiosi propongono una ‘estensivizzazione sostenibile’ (van Grinsven et al. 2015), che adegui le rese alla capacità di carico dell'agroecosistema riducendo al minimo le conseguenti perdite economiche.
Oltre al problema delle rese sostenibili, la gestione delle risorse naturali implica una maggiore attenzione alla biodiversità, messa in pericolo dall'omogeneizzazione produttiva generata dalla coltivazione di un numero limitato di specie, come il mais, il grano e il riso nella produzione agricola e pino, eucalipto e pioppo nella produzione forestale. Tendenze simili sono osservate nella produzione di materie prime per l’economia bio-based, con la grande crescita delle superfici coltivate a soia e mais, oppure nei paesi in via di sviluppo della palma da olio. Un altro problema della gestione delle risorse naturali è legato ai rifiuti, che secondo molte stime è di circa il 30% della biomassa totale prodotta (Gustavsson et al., 2011). Ridurre la produzione di scarti può aumentare notevolmente la quantità di biomassa disponibile per usi umani, e al tempo stesso una parte della biomassa necessaria alla produzione di bioprodotti potrebbe derivare proprio dai rifiuti. Il concetto di bioraffineria (Liu et al., 2012), centrale nella bioeconomia, permette di pensare ad impianti in grado di trasformare una molteplicità di residui biologici in una molteplicità di prodotti ad alto valore aggiunto, chiudendo i cicli dei materiali.

Ridurre la dipendenza dalle risorse non rinnovabili

La Bioeconomia viene spesso opposta all’economia fossile, suggerendo che la biomassa può essere la l'alternativa all'energia fossile. Questa visione è, alla luce di una crescente evidenza, eccessivamente ottimista. L’esperienza maturata in questi anni mostra che la riduzione della dipendenza da fonti fossili non verrà da una semplice sostituzione di risorse fossili con la biomassa, ma si baserà su una riprogettazione radicale dei processi produttivi, dei prodotti, nonché dei modelli di consumo (Preston, 2012).
Le bio-energie rappresentano l’11% del consumo mondiale di energia (US-Ieo, 2013), e nello scenario migliore tale consumo non andrà oltre il 15% nel 2040 (US- Ieo, 2013). Il consumo è in crescita in tutti i settori di utilizzo della biomassa e la concorrenza sul suo utilizzo aumenta. Un approccio prudenziale è oggi suggerito dalla crescente consapevolezza che considerare l'energia come prodotto principale della trasformazione della biomassa sia un errore. Secondo un approccio ‘a cascata’ (Keegan et al., 2013), la conversione in energia rappresenta l’ultima fase di un ciclo che prevede la trasformazione della biomassa in prodotti di maggior valore. Diverse alternative alle energie fossili - come l’idrogeno, l'eolico e il solare - sono molto più promettenti delle bioenergie, la cui attuale diffusione è in gran parte legata agli incentivi pubblici.
Questo non significa che la bioeconomia non possa contribuire a ridurre la dipendenza dalle risorse non rinnovabili, ma dovrà farlo in modo intelligente, evitando le scorciatoie che non tengono conto della complessità dei sistemi socio-ecologici. In particolare, la riduzione della dipendenza dal petrolio sarà molto rilevante in settori specifici e in specifiche aree geografiche, in cui il rendimento marginale di utilizzo e la lavorazione delle biomasse è più alto. Ad esempio, l’agricoltura è un grande consumatore di energia a causa dell’uso di fertilizzanti azotati, irrigazione, e macchinari, per non parlare di mangimi per l’allevamento (Smith et al., 2014). Con l'intensificazione ecologica (Bommarco, 2013) si potranno sostituire gli input fossili attraverso una attenta gestione dei servizi ecosistemici. Lo sviluppo delle bioeconomie locali potrà migliorare la resilienza delle zone vulnerabili, in particolare le zone rurali remote. Impianti di biogas agricoli potranno ridurre la dipendenza energetica degli agricoltori, fornendo anche la soluzione del problema di gestione del letame. Bioraffinerie rurali potranno aiutare le zone rurali più remote ad assicurarsi l'autosufficienza di energia e materiali (Papendiek et al., 2012) e non ultimo potranno rappresentare una fonte notevole di stabilizzazione e di incremento dei redditi agricoli (Ridier, 2013; Bartolini et al., 2015).

Mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici

La sfida della mitigazione del cambiamento climatico è fortemente legata al dilemma del rapporto tra ecologia ed economia. Secondo l'Ipcc (Smith et al. 2014), il settore agricolo, con il 56% delle emissioni nel 2005, è il maggior contribuente globale di gas serra antropici diversi dalla CO2 (non-CO2). Nel 2010 il totale delle emissioni agricole non-CO2 è stato stimato nel 10-12% delle emissioni antropiche globali. Le principali categorie di emissioni di gas serra provenienti dall’agricoltura sono letame, fermentazione enterica e fertilizzanti sintetici. La deforestazione contribuisce di gas serra del 12% delle emissioni totali.
C'è un ampio consenso su tutta la gamma di opzioni di mitigazione, sia dal lato dell’offerta (cioè, di ridurre le emissioni di gas a effetto serra per unità di terra / animali, o per unità di prodotto), che sul lato della domanda (ad esempio, moderando i consumi di prodotti alimentari e di fibre e riducendo gli sprechi). La sfida del cambiamento climatico, tuttavia, non riguarda solo la produzione primaria europea. Essa mette in discussione il commercio estero, che genera indirettamente importanti effetti esterni. I progressi nel campo scientifico hanno generato una serie di strumenti per misurare l’impatto indiretto del commercio internazionale e costruire strumenti decisionali adeguati. Standard di sostenibilità volontari basati sulle consultazioni multilaterali sono in fase di sviluppo in molti settori dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca (Elbersen et al., 2013). Le politiche per i biocarburanti hanno progressivamente incorporato le preoccupazioni legate al cambiamento indiretto di uso del suolo (indirect Land Use Change (iLuc)), e la valutazione iLuc ha portato ad una sostanziale revisione della potenziale riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dei biocarburanti. La seconda riunione del panel sulla bioeconomia (forum creato a seguito della pubblicazione della strategia) sostiene che “L’UE dovrebbe portare allo sviluppo di criteri di sostenibilità armonizzati a livello internazionale per la biomassa, comprese le dimensioni sociale e ambientale, senza la quale non si può definire quanta biomassa può essere coltivata in modo sostenibile. L’esperienza acquisita con l’applicazione dei criteri di biocarburanti dovrebbe essere utile in questo senso “3. Nel prossimo futuro, gli iLuc e le altre misure dell'impronta ecologica potranno essere utilizzati per orientare la scelta alimentare e i flussi commerciali. Gruppi privati hanno già fatto tentativi di etichettatura volontaria indicante l’impronta di carbonio del prodotto. Anche se i risultati di questi tentativi non sono sempre soddisfacenti, questo interesse ha generato un ampio sforzo di affinare la misurazione dell'impronta ecologica (Lifset, 2014), e i big data stanno creando le condizioni per ulteriori sviluppi (Cooper et al., 2014).
Secondo l'Ipcc (Smith et al., 2014), l’adattamento al cambiamento climatico comporta “cambiamenti nell’ambiente delle decisioni, come le strutture sociali e istituzionali, e un cambiamento delle opzioni tecniche in grado di realizzarle” (p.518). La bioeconomia può dare un forte contributo all’adattamento al cambiamento climatico, fornendo innovativi sistemi di gestione delle colture e varietà migliorate. Allo stesso tempo, essa può essere un ostacolo all’adattamento nel caso che impianti e filiere di grandi dimensioni generino capacità produttiva che richiede flussi di biomassa fortemente specializzati e poco reversibili. Inoltre, sarà da valutare con attenzione l’impatto sociale delle nuove tecnologie, in quanto ogni cambiamento tecnologico potrebbe alterare i già delicati equilibri dei sistemi socio-ecologici.

Creazione di posti di lavoro e il mantenimento della competitività

Si sostiene che l’attuale bioeconomia impieghi circa 20 milioni di posti di lavoro. Gli sviluppi futuri della bioeconomia potranno portare ad una riprogettazione radicale dei prodotti e dei processi, e potranno richiedere una diversa regolazione sociale e istituzionale (Preston, 2012). La formazione di cluster industriali, progettati per adattare la logistica della biomassa alle opportunità offerte da un approccio circolare, è un esempio. Si creerà la domanda di nuove competenze, si apriranno nuovi mercati, e si genereranno nuovi modelli di vita quotidiana, come nel caso della gestione dei rifiuti. Allo stesso tempo, vecchi prodotti, processi e competenze potrebbero diventare obsoleti. L’effetto netto dipenderà dal modo in cui saranno attuate le strategie della bioeconomia.
Il dilemma ecologia-economia sottolinea i limiti della crescita economica e la necessità di creare un feedback tra il sottosistema economico e il sottosistema ecologico. La concorrenza di mercato ritarda gli investimenti in tecnologie pulite per paura dell'aumento dei costi di produzione, e l'insufficienza di risorse pubbliche ritarda la soluzione dei rilevanti problemi ecologici. Porter e Kramer (2011) hanno sviluppato il concetto di creazione valore condiviso, secondo cui le imprese possono conciliare i profitti con la creazione di valore sociale. La sfida è quella di creare contesti di mercato in cui le imprese siano incoraggiate a cercare queste soluzioni. L'Earth Summit di Rio + 20 ha ribadito la necessità di una transizione verso una ‘economia verde’, che richiede uno sforzo per orientare e coordinare tra di loro gli ambiti di regolazione finanziari, istituzionali, normativi e culturali (Bailey e Caprotti, 2014).
Un altro dilemma sarà collegato alla scala di produzione. Impianti industriali di grandi dimensioni, che soddisfano gli interessi degli investitori finanziari e imprese multinazionali, generano concentrazione, intensificazione degli scambi internazionali e investimenti diretti all'estero, con una distribuzione geografica e sociale diseguale dei costi e dei benefici. Una capacità decentralizzata di trasformazione della biomassa su misura per le risorse naturali e umane locali, con il coinvolgimento delle aziende agricole nei vari segmenti del processo produttivo, può consentire il mantenimento dell’occupazione e del reddito su base locale, conservando al tempo stesso la diversità biologica e culturale. Una strategia sulla produzione di biomassa su larga scala può generare posti di lavoro poco qualificati e mal retribuiti, mentre l'attenzione ad alto valore aggiunto genererebbe la domanda di posti di lavoro qualificati (Asveld et al., 2011). La priorità data ai prodotti a basso valore aggiunto (bio-energia) potrebbe generare tensioni nel settore alimentare, mentre l'attenzione data ai prodotti ad alto valore aggiunto che affrontano i mercati di nicchia può dare più spazio alle piccole e medie imprese.

Conclusioni: principi per una bio-economia sostenibile

Le sfide e i dilemmi sopra illustrati mostrano che una transizione verso una bioeconomia sostenibile è un processo che non può essere governato solo da mercati e tecnologie. Le considerazioni sopra tratteggiate fanno emergere quattro principi ai quali la transizione si dovrebbe ispirare: a) il cibo come priorità, b) i rendimenti sostenibili, c) i processi a cascata, d) la circolarità. In un'ottica di ‘cibo come priorità’, l’attenzione sarà concentrata su come migliorare la disponibilità, l’accesso e l’utilizzo di cibo per tutti in una visione globale, che comporta strumenti di governance che allocano le risorse in modo da prevenire rischi per la sicurezza alimentare. I rendimenti sostenibili implicano un tasso di utilizzo delle risorse naturali compatibili con la loro biocapacità. L' ‘approccio a cascata’ implica il riutilizzo e riciclo degli scarti biologici secondo gerarchie di valore, privilegiando il più alto tasso di valore (socialmente definito). La ‘circolarità’ implica che i processi siano organizzati nel tempo e nello spazio in modo da minimizzare le perdite ed i costi di riutilizzo e riciclaggio. La sostenibilità economica ed ecologica del riuso e riciclo dei rifiuti dipendono in larga misura dai costi logistici (separazione, caratterizzazione, trasporto, stoccaggio). Un’economia circolare implica un raggruppamento di attività di produzione e di trasformazione in modo da ridurre al minimo i costi e massimizzare il valore aggiunto della trasformazione.
L’applicazione di questi principi rende necessarie politiche coerenti, possibili solo se si stabiliscono chiare gerarchie di priorità. Data l’interazione di diverse questioni, interessi e attori coinvolti, l’attenzione dovrà essere rivolta ai processi di integrazione delle politiche. Gli Stati dovrebbero valutare attentamente l’impatto previsto delle politiche di sostegno sull’intensità flussi di materiali e flussi commerciali e sul cambiamento del territorio, predisponendo sistemi di allerta in grado di segnalare tempestivamente possibili crisi. La capacità della bioeconomia di rispondere alle sfide sociali sarà fortemente legata alla capacità della società di coglierne le opportunità e di prevenirne i possibili rischi, mobilitando la ricerca scientifica per favorire soluzioni sostenibili. Per l'economia agraria, che più di altre discipline è attrezzata per affrontare tematiche di confine come questa, la sfida della bioeconomia sostenibile impone un adeguamento di modelli concettuali e metodi di analisi, in grado di consentire una più profonda comprensione dei nessi tra sistemi economici e sistemi ecologici e tra priorità politiche e progresso tecnologico.

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  • 1. "Establishing a bioeconomy in Europe holds a great potential: it can maintain and create economic growth and jobs in rural, coastal and industrial areas, reduce fossil fuel dependence and improve the economic and environmental sustainability of primary production and processing industries." (EC 2012, p.2)
  • 2. Secondo il documento, "The bioeconomy includes the sectors of agriculture, forestry, fisheries, food and pulp and paperproduction, as well as parts of chemical, biotechnological and energy industries" (p.3, nota n. 3)
  • 3. [pdf]
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