Agricoltura e biodiversità: strumenti e prospettive

Agricoltura e biodiversità: strumenti e prospettive

Introduzione

La conservazione della biodiversità, l’uso sostenibile delle sue componenti e la condivisione giusta ed equa dei benefici derivanti da tale uso costituiscono obiettivi a cui tutti i soggetti istituzionali che hanno un ruolo nella gestione della biodiversità sono chiamati a rispondere. A partire dalla Convenzione di Rio, che costituisce il primo strumento vincolante sulla conservazione della biodiversità, l’insieme delle attività istituzionali che hanno dato luogo ad accordi internazionali, strategie e politiche finalizzate alla conservazione della biodiversità è andato crescendo. E così anche la consapevolezza che la biodiversità costituisce uno dei fattori cardine dello sviluppo sostenibile, per la sua importanza non solo per la sostenibilità ambientale, ma anche per quella sociale ed economica.
Negli ultimi anni le risposte istituzionali tengono sempre più conto di questo ampliamento della prospettiva integrando i principi della conservazione con quelli dello sviluppo sociale ed economico negli strumenti messi in atto per la gestione della biodiversità e per arrestarne la perdita.
Un ruolo di primo piano per affrontare la sfida dell’arresto della biodiversità è nelle mani dell’agricoltura, che interessa quasi la metà del territorio europeo. Nella nota che segue viene definito il quadro degli strumenti a disposizione dell’agricoltura per fornire il suo contributo all’obiettivo dell’arresto della biodiversità, con un’attenzione particolare alla politica agricola europea e a quella nazionale.

La biodiversità agricola secondo l’approccio ecosistemico

La biodiversità può essere intesa come l’intera variabilità delle forme di vita o varietà degli organismi (Wilson, 1988; 1992), e “include la diversità nell’ambito delle specie e tra le specie e la diversità degli ecosistemi”1 secondo livelli di complessità crescenti. Parte integrante e centrale della biodiversità è l’agrobiodiversità che comprende tutte le componenti della diversità biologica di rilevanza per l’agricoltura: la varietà degli animali, delle piante e dei microrganismi a livello genetico, di specie e di ecosistema, necessaria a sostenere le funzioni chiave degli agroecosistemi, la loro struttura e i processi. La Fao (1999a; 1999b) include nella sua definizione anche una dimensione socio-economica e culturale, considerando le conoscenze tradizionali parte integrante dell’agrobiodiversità. Questa è vista come il risultato dell’interazione tra ambiente, risorse genetiche, sistemi e pratiche di gestione adottate da popolazioni culturalmente diverse che, di conseguenza, utilizzano le risorse ambientali in modi diversi.
L’esistenza di un legame indissolubile tra diversità biologica e culturale, è ormai riconosciuto da tutte le principali organizzazioni internazionali che, facendo spazio al concetto di diversità bioculturale2 offrono una prospettiva  più ampia alla conservazione della biodiversità e allo sviluppo sostenibile. Considerare la diversità culturale e linguistica come fattori che contribuiscono alla vitalità, all’organizzazione e alla resilienza degli ecosistemi che sostengono la vita, comprendendone i legami e le sinergie con la diversità biologica, può infatti avere importanti implicazioni per la definizione di strumenti per la conservazione della biodiversità.
Questa visione della biodiversità rispecchia l’approccio ecosistemico inteso come “strategia per la gestione integrata della terra, dell’acqua e delle risorse viventi, che promuove la conservazione e l’uso sostenibile in modo giusto e equo” (Unep, 2000), e in base al quale l’uomo è considerato parte integrante degli ecosistemi. Il coinvolgimento diretto e sostanziale dei portatori di interesse locali nella gestione della biodiversità è una delle caratteristiche principali di questo approccio che rappresenta più una filosofia di intervento che uno schema preciso da seguire (Padovani et al, 2003). Esso implica che la gestione del territorio sia di tipo adattativo e rispetti il principio di precauzione tenendo, quindi, in considerazione le caratteristiche dinamiche e complesse degli ecosistemi, e le condizioni di incertezza legate ad una incompleta conoscenza degli effetti ambientali. L’adozione dell’approccio ecosistemico nell’attuazione delle politiche richiede, tuttavia, ancora un processo di assimilazione e sperimentazione da parte dei policy maker, rivelando un ritardo della politica rispetto al quadro concettuale proposto.
Le politiche e l’insieme degli strumenti per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità in agricoltura si sono evoluti parallelamente al dibattito internazionale sulla biodiversità e lo sviluppo sostenibile. Dal dibattito, che si sviluppa a cavallo tra mondo ambientalista e mondo agricolo, emerge la necessità di pervenire ad una visione condivisa attraverso l’individuazione di obiettivi comuni (Quinn, 2012; Henle, et al, 2008), individuando soluzioni per migliorare la performance ambientale dell’agricoltura, per favorire le sue funzioni di tutela e miglioramento della biodiversità, anche ai fini della sicurezza alimentare e della conservazione delle specificità culturali dei territori (Frison, et al. 2011).
Le politiche che riguardano il settore agricolo, sollecitate dal dibattito in corso dal quale possono attingere approcci, modelli concettuali e possibili soluzioni tecniche3, mirano quindi, da un lato a ridurre l’impatto ambientale negativo dell’agricoltura e, dall’altro, a sostenere quei sistemi agricoli, come quelli ad alto valore naturale, che producono effetti benefici sulla biodiversità e l’ambiente in generale, favorendo, nel contempo, una ripartizione giusta ed equa dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche. Gli strumenti messi a punto intervengono, direttamente o indirettamente, sui diversi livelli della biodiversità e sono rivolti alle specie o ai territori.

Politica agricola europea e biodiversità

L’agricoltura è uno dei settori maggiormente coinvolti nel conseguimento dell’obiettivo di “Arrestare il declino della biodiversità” sancito nel Consiglio Europeo di Göteborg e ribadito come ambizioso obiettivo per il 2020 dal Consiglio dell’Unione Europea (2010a, 2010b), nonché dal piano di implementazione della Convenzione Internazionale sulla Diversità Biologica (Cbd, 2010).
A livello europeo le conseguenti politiche fanno riferimento alla nuova strategia europea per la biodiversità (European Commission, 2011), articolata in sei obiettivi complementari e sinergici, di cui uno specificatamente rivolto all’agricoltura. Molti problemi legati alla conservazione della biodiversità, a livello europeo, vengono affrontati con strumenti e politiche ambientali4, ma la politica agricola, per la sua consistente dotazione finanziaria e il tipo di meccanismi politici messi in atto, ha un impatto ambientale superiore a tutte le altre politiche (Pe’er, G., 2014), rappresentando, così, uno dei più importanti strumenti in grado di incidere sulla conservazione della biodiversità.
Nonostante la riduzione degli incentivi all’intensificazione attraverso il decoupling e il progressivo rafforzamento della componente ambientale attuato nel lungo processo di revisione della Pac iniziato già nel 1992 con la riforma Mac Sharry e proseguito con la recente riforma, molte sfide ambientali restano ancora aperte.
In Italia, come in Europa, lo stato della biodiversità continua, infatti, a peggiorare: negli ultimi 15 anni gli uccelli degli ambienti agricoli sono diminuiti del 18%5 le specie coltivate e le razze allevate continuano a diminuire6. Il livello di minaccia è alto anche per le specie non domestiche: oltre il 50% di vertebrati, il 15% delle piante superiori e il 40 per cento di quelle inferiori sono in pericolo. Lo stato di conservazione di specie e habitat delle aree Natura 2000 risulta sfavorevole per circa la metà delle specie di interesse comunitario e per ben oltre la metà di quelle relative agli habitat (67%)7.
Quindi, coerentemente con quanto affermato nella strategia europea per la biodiversità, la nuova Pac prevede una serie di misure e meccanismi finalizzati alla miglioramento della performance ambientale dell’agricoltura, con particolare attenzione alla biodiversità e ai cambiamenti climatici. Attraverso l’introduzione delle misure di greening, per la prima volta, una quota dei pagamenti diretti, principale strumento di sostegno delle aziende agricole, viene condizionata alla produzione di beni pubblici attraverso pratiche benefiche per l’ambiente. Tuttavia, molto scetticismo è stato mosso dal mondo ambientalista, e non solo8, sulla reale efficacia ambientale delle misure di greening con riferimento sia al tipo di misure sia alle regole di applicazione che escluderebbero gran parte delle aziende.
La politica di sviluppo rurale resta, in ogni caso, lo strumento principale per la conservazione e la valorizzazione delle risorse naturali e paesaggistiche delle zone rurali, attraverso un ventaglio di misure che agiscono in modo complementare e sinergico a vari livelli e con diversi meccanismi. Essa prevede, infatti, non solo misure finalizzate ad incidere sul comportamento degli agricoltori sostenendo l’adozione di pratiche benefiche per l’ambiente9, ma anche misure che favoriscono il presidio e la tutela del territorio10, che creano le condizioni per la valorizzazione della biodiversità11 e che facilitano il trasferimento e la diffusione delle informazioni e della conoscenza12. Queste misure intervengono sia a livello territoriale sia sul capitale umano e offrono l’opportunità di affrontare il problema della conservazione della biodiversità in tutti i suoi aspetti (biologico, economico e socio-culturale) e a tutti i livelli (genetico, di specie e di ecosistema).
Le misure agro-climatico-ambientali sono quelle che incidono in maniera più diretta sulla biodiversità, sebbene la loro efficacia sia legata principalmente al grado di focalizzazione degli obiettivi, al livello di adattamento alla situazione locale, alle modalità di implementazione, nonché all’ammontare delle risorse ad esse dedicate.
Tra gli aspetti positivi della recente riforma è possibile cogliere un maggior peso alla quantificazione degli obiettivi e al processo di valutazione che induce le Autorità di gestione ad una migliore individuazione delle strategie e, di conseguenza, ad aumentare l’efficacia dei programmi. Tuttavia, tra le righe del regolamento solo timidi stimoli vengono forniti, in concreto, all’introduzione di forme e meccanismi innovativi per la salvaguardia della biodiversità che sciolgano i nodi emersi nell’ampio dibattito sull’efficacia delle misure agroambientali13. Ad esempio, l’attuazione di schemi agroambientali orientati ai risultati, sebbene da un lato possa aumentare il rischio degli agricoltori e creare difficoltà nel processo di monitoraggio (Burton e Schwarz, 2013), dall’altro sembrerebbe più efficace e, offrendo una maggiore flessibilità agli agricoltori, potrebbe agire positivamente sulle loro attitudini verso la conservazione della biodiversità (Matzdorf e Lorenz, 2010; Zabel e Roe, 2009).
Il regolamento sullo sviluppo rurale fa esplicito riferimento alla biodiversità nell’art. 29, che prevede un sostegno per la conservazione, nonché l’uso e sviluppo sostenibile delle risorse genetiche, evidenziando un particolare interesse per questo aspetto della biodiversità. Limitata attenzione viene, invece, dedicata al sostegno dell’agricoltura sostenibile nelle aree marginali e ai sistemi agricoli ad alto valore naturale che, per definizione, rappresentano quel tipo di agricoltura che sostiene alti livelli di biodiversità.
Opportunità interessanti sono offerte dall’istituzione del partenariato Europeo per l’Innovazione “Produttività e sostenibilità in agricoltura” (Pei-Agri) che, attraverso un nuovo metodo basato sulla cooperazione tra soggetti diversi, sullo scambio di conoscenze e su metodi di intermediazione, e ispirato ad un modello interattivo e multiattore per l’innovazione, mirano a ridurre la distanza tra ricerca e mondo operativo. Le potenzialità di sviluppo di approcci innovativi in tema di biodiversità attraverso il Pei-Agri è stata affrontata nell’ambito di focus group, organizzati dalla rete europea Pei-Agri, specificatamente dedicati alle risorse genetiche in agricoltura e all’agricoltura ad alto valore naturale.
Infine, le misure che favoriscono lo sviluppo del territorio e la diversificazione, andando ad incidere sulla componente socio-culturale, producono effetti indiretti positivi sulla biodiversità, e su altri beni pubblici sia ambientali che sociali.
Nonostante le debolezze del nuovo impianto, la Pac continua ad offrire opportunità per la conservazione della biodiversità che vanno colte dalle Autorità di gestione sfruttando quei margini di flessibilità che consentono loro di aumentare l’efficacia dei programmi in termini di biodiversità attraverso un’opportuna scelta delle priorità su cui orientare i fondi disponibili e delle modalità di attuazione delle misure.
Occorre, infine, evidenziare il ruolo fondamentale della ricerca nel ridurre le condizioni di incertezza che condizionano le decisioni politiche, e nel migliorare il processo di monitoraggio e valutazione delle misure adottate, aumentando il livello delle conoscenze sulla relazione tra agricoltura e biodiversità, e tra agrobiodiversità e servizi ecosistemici. Il sistema della conoscenza, incluso l’insieme delle conoscenze tradizionali e delle culture locali, costituisce, pertanto, uno strumento essenziale per l’individuazione di adeguate soluzioni per la conservazione della biodiversità. Coerentemente con gli obiettivi di Europa 2020, il tema della conoscenza e dell’innovazione è inserito in modo trasversale negli obiettivi delle principali politiche europee, tra cui la Pac.

Il quadro nazionale

Nell’ambito della programmazione strategica nazionale l’accordo di partenariato, che costituisce lo strumento di programmazione nazionale dei fondi strutturali e di investimento europei, prevede tra le priorità dell'Obiettivo tematico 6 (Tutelare l'ambiente e promuovere l'uso efficiente delle risorse) la “messa in atto di politiche per migliorare lo stato di conservazione di Rete Natura 2000 e favorire la tutela e la diffusione dei sistemi agricoli e forestali ad alto valore naturale, mantenendo o ripristinando la diversità del mosaico ambientale tipico del paesaggio rurale italiano e salvaguardando razze animali e vegetali in pericolo di estinzione”. In questo ambito le azioni cofinanziate dal Feasr che mirano alla conservazione della biodiversità verranno attuate sia a livello regionale, sia a livello nazionale. In particolare, nel programma di sviluppo rurale nazionale è stato inserito uno specifico intervento a favore della conservazione della variabilità e del miglioramento genetico in ambito zootecnico per garantire un’azione di sistema omogenea ed efficace sull’intero territorio. Questa scelta conferma la crescente attenzione che a livello nazionale viene dedicata al tema della biodiversità con l’intento di sviluppare sinergie tra gli strumenti disponibili e nell’ottica della creazione di un sistema nazionale per la biodiversità di interesse per l’agricoltura.
A supporto dell’attuazione della politica di sviluppo rurale, e in considerazione dei nuovi filoni di ricerca individuati dal programma Orizzonte 2020, è stato adottato lo scorso febbraio in Conferenza stato-regioni il Piano strategico nazionale per l’innovazione e la ricerca nel settore agricolo alimentare forestale (Mipaaf, 2014) che individua le azioni da intraprendere, al fine di “promuovere il trasferimento della conoscenza ed innovazione nel settore agricolo e forestale nelle zone rurali”. Il piano individua sei aree di intervento, nel cui ambito trova spazio il tema della biodiversità con particolare riferimento alle risorse genetiche animali, vegetali e microbiche di interesse per l’agricoltura. Scarsa attenzione è invece dedicata sia agli ecosistemi e, più in generale, all’agricoltura ad alto valore naturale, e alla componente socio-culturale della biodiversità.
Parallelamente all’azione svolta nell’ambito della politica comunitaria, a livello nazionale si sta intensificando l’attività istituzionale e normativa in attuazione degli accordi internazionali. In particolare, in applicazione del Trattato internazionale sulle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao, 2002), ratificato dall’Italia con la legge 101/2004, è stato approvato, nel febbraio 2008, il Piano Nazionale sulla Biodiversità di interesse Agricolo (Pnba) che definisce le linee strategiche, gli obiettivi e il piano d’azione per dare attuazione agli impegni sottoscritti. Il Piano si pone l’obiettivo generale di coordinare l’insieme delle iniziative e dei rapporti con gli Organismi nazionali e internazionali che si occupano di biodiversità in agricoltura, nonché di formare un sistema nazionale di tutela della biodiversità agraria capace di riportare sul territorio gran parte della biodiversità scomparsa o a rischio di estinzione, a vantaggio della tutela dell’ambiente e di uno sviluppo rurale sostenibile. In esso viene evidenziato che la conservazione delle varietà locali è realizzabile solo sul bio-territorio, in un rapporto di stretta collaborazione tra gli operatori che effettuano conservazione “ex situ” e quelli che effettuano la conservazione “in situ” (Mipaaf, 2012).
Gli obiettivi indicati nel Pnba sono stati incorporati tra quelli assegnati al settore agricolo14, nella strategia nazionale per la biodiversità (Ministero dell’Ambiente, 2010), adottata dalla conferenza stato-regioni nell’ottobre del 2010. La strategia, che rappresenta il quadro unitario nazionale per la tutela della biodiversità in tutti i suoi aspetti, viene sviluppata secondo il nuovo approccio alla sostenibilità, in cui diversità biologica e socio-culturale giocano un ruolo fondamentale e sinergico per lo sviluppo e il benessere umano, e contempla i molteplici legami con le politiche economiche nazionali e settoriali.
In recepimento della legge 101/2004, un numero crescente di Regioni, alle quali la legge  affida le competenze in merito all’attuazione e all’esecuzione del Trattato Fao, si è attivato attraverso l’emanazione di leggi regionali finalizzate alla tutela e valorizzazione del patrimonio di risorse genetiche autoctone, in particolare di quelle a più elevato rischio di erosione, fornendo un quadro normativo di riferimento alle numerose iniziative messe in campo da diversi soggetti.  Queste esperienze legislative italiane rappresentano uno dei pochi esempi in Europa in cui la conservazione delle risorse genetiche è coniugata con lo sviluppo del territorio (Mipaaf, 2012).
Il Pnba pone una grande enfasi sul concetto di varietà locale intesa come “carattere prioritario e di alto valore socio-culturale”. Da ciò l’esigenza di identificare correttamente le varietà e le razze locali, a partire da un’accurata ricerca storico-documentale volta a dimostrare il legame con il territorio di provenienza, ovvero con il bioterritorio, unico luogo dove può essere realizzata la loro conservazione. Proprio per rispondere a questa esigenza il Mipaaf ha promosso la redazione delle Linee guida per la conservazione e la caratterizzazione della biodiversità vegetale, animale e microbica di interesse per l'agricoltura (Mipaaf, 2012). L’intero documento ruota intorno allo stretto legame tra chi effettua la conservazione ex situ e chi salvaguarda e favorisce la conservazione in situ e on farm (coltivatori/allevatori custodi), in un quadro istituzionale chiaro e coerente che possa assicurare il dialogo e l’interazione tra tutti gli attori coinvolti.
Degna di nota è l’esplicita trattazione della biodiversità microbica che è spesso stata trascurata a favore di una maggiore attenzione alle forme di vita presenti sulla superficie del suolo. Questa scelta è legata all’importanza delle risorse genetiche microbiche sia per la tutela dei prodotti tipici nazionali, che sono il cuore della tradizione enogastronomica italiana, sia per la fertilità del suolo, senza la quale nulla potrebbe essere coltivato né conservato (Mipaaf, 2012).
Il Pnba prevede come fasi successive l’avvio di possibili progetti interregionali e l’attivazione dell’Anagrafe nazionale delle varietà e razze locali. Quest’ultima è oggetto di un recente progetto di legge, approvato dalla camera, per la tutela della biodiversità agraria e alimentare (Baa) che individua come elementi costituenti del sistema nazionale di tutela e valorizzazione della Baa: l’Anagrafe nazionale; la Rete nazionale della Baa; un portale della Baa; un Comitato permanente. Sono previste, inoltre, alcune iniziative di divulgazione e sensibilizzazione, quali l’istituzione degli itinerari della Baa, della comunità del Cibo e della Baa, della Giornata nazionale della Baa, iniziative di sensibilizzazione presso le scuole, oltre ad interventi per la ricerca e all’istituzione di un fondo per la tutela della Baa. La norma interviene anche sulla commercializzazione di sementi di varietà da conservazione. Mentre da un lato questo disegno di legge potrebbe offrire l’opportunità di realizzare un sistema nazionale per la tutela della biodiversità di interesse agrario e alimentare nell’ambito di schema normativo organico e uniforme a livello nazionale, dall’altro presenta diversi punti di debolezza che potrebbero ingenerare confusione e limiti all’azione degli agricoltori. Tra i punti più critici emersi nel dibattito sono stati: l’intervento nazionale in un ambito di competenza regionale, e la possibilità di commercializzare le sementi esclusivamente all’interno della Rete nazionale per la baa dalla quale potrebbe venire esclusa una parte degli agricoltori che pure quotidianamente lavorano per la tutela e la valorizzazione della biodiversità  (Martinelli, 2014). Cruciale nella conservazione della biodiversità agricola resta, infatti, il coinvolgimento degli agricoltori nell’ambito di un processo partecipativo. L’evoluzione di questa norma è legata alla discussione in Senato.

Considerazioni conclusive

Fondamentale è il ruolo dell’agricoltura per la conservazione della biodiversità e molteplici sono gli strumenti a disposizione per contribuire alla sfida lanciata con la strategia europea per la biodiversità fino al 2020.
Di particolare rilevanza e potenziale impatto resta la Pac, nonostante il ridimensionamento del processo di greening, e il suo depotenziamento imposto dal quadro finanziario pluriennale. Nel suo impianto, tra gli elementi positivi troviamo il rafforzamento dell’approccio strategico e della valutazione, l’introduzione di alcuni strumenti innovativi come il Pei-Agri, l’introduzione della ricerca come elemento orizzontale. La politica di sviluppo rurale resta lo strumento principale per la conservazione e la valorizzazione delle risorse naturali e paesaggistiche degli agroecositemi.
Tuttavia, il nuovo disegno non contiene particolari stimoli e meccanismi per favorire una sua maggiore efficacia in termini di biodiversità, superando i problemi che hanno caratterizzato le passate programmazioni. Nel regolamento per lo sviluppo rurale, inoltre, se da un lato viene fatto esplicito riferimento alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse genetiche, dall’altro scarsa enfasi viene posta agli aspetti della biodiversità legata agli habitat naturali e seminaturali che connotano l’agricoltura ad alto valore naturale. Alle Autorità di gestione, insieme a tutti gli stakeholder coinvolti, spetta dunque il compito di utilizzare efficacemente gli strumenti a disposizione attraverso una adeguata definizione delle misure e un’idonea attribuzione di risorse.
Parallelamente alla politica comunitaria, a livello nazionale si registra un’intensificazione dell’attività istituzionale che mira alla creazione di un sistema nazionale per la tutela della biodiversità di interesse per l’agricoltura e l’alimentazione. Si stanno compiendo tutti i passi necessari per riportare sul territorio gran parte della biodiversità scomparsa o a rischio di estinzione, a vantaggio della tutela dell’ambiente e di uno sviluppo rurale sostenibile. L’attenzione al territorio e al ruolo attivo degli agricoltori nella conservazione e valorizzazione delle risorse genetiche locali rappresenta uno dei punti di forza dell’approccio nazionale.
Notevole supporto per una migliore implementazione delle politiche può essere attinto dal corrente dibattito sulla biodiversità in termini sia di approccio complessivo al problema sia di definizione e implementazione delle misure. Ad esempio, l’adozione di approcci innovativi alla gestione della biodiversità e del territorio, come l’approccio ecosistemico, potrebbe favorire un migliore uso degli strumenti disponibili offrendo una nuova prospettiva alla loro attuazione. Emerge, tuttavia, ancora uno scarto tra la politica e approcci innovativi, che evidenzia una certa inerzia della politica nel processo di assimilazione delle innovazioni e dei risultati della ricerca.
Nel complesso, le attuali politiche europee e nazionali che coinvolgono il settore agricolo nella conservazione della biodiversità offrono un insieme di strumenti che lo mettono potenzialmente in condizione di contrastare la perdita di biodiversità. Cruciale diventa la governance dell’intero sistema e la capacità di attivare le potenzialità offerte dagli strumenti disponibili, attraverso un processo di integrazione, sviluppo di sinergie, coinvolgimento e partecipazione di tutti gli attori.

Riferimenti bibliografici

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Siti di riferimento

  • 1. Nell’articolo 2 della Convenzione sulla diversità biologica (Unep, 1992) la biodiversità è definita come:  “la variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi inter alia gli ecosistemi terrestri, marini ed altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell’ambito delle specie e tra le specie e la diversità degli ecosistemi”.
  • 2. La diversità bioculturale comprende la diversità della vita in tutte le sue manifestazioni: biologica, culturale e linguistica collegate (e probabilmente coevolute) nell’ambito di un sistema adattativo socio-ecologico complesso (Maffi, 2007).
  • 3. Si veda ad esempio la discussione sull’intensificazione sostenibile (land sharing vs land sparing), sui meccanismi e strumenti di implementazione delle politiche, tra cui i pagamenti per i servizi ecosistemici, i pagamenti basati sui risultati, ecc.
  • 4. Es. direttiva Habitat, Uccelli, Nitrati, Uso sostenibile dei pesticidi.
  • 5. Dati Lipu 2015.
  • 6. Ad esempio dal rapporto Fao (Fao, 2007), su un totale di 61 razze bovine censite, ben 19 sono classificate come estinte. Nella specie ovina la situazione è analoga, ben 14 razze estinte negli ultimi anni e un numero imprecisato a rischio. Più grave la situazione nella specie suina, dove la metà delle razze censite risulta estinta (18 su 36).
  • 7. Si veda Ispra (2014).
  • 8. Si veda ad esempio Pe’er, et al, 2014; Matthews, 2013, 2012.
  • 9. Misure agro-climatico-ambientali, agricoltura biologica, Indennità Natura 2000.
  • 10. Indennità a favore delle zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici.
  • 11. Servizi di base e rinnovamento dei villaggi nelle zone rurali, regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, Leader.
  • 12. Trasferimento di conoscenze e azioni di informazione, cooperazione, consulenza.
  • 13. Si veda ad es. Corte dei Conti europea, 2011; Poláková, 2011.
  • 14. La strategia, oltre alla conservazione e all’uso sostenibile della biodiversità agricola, assegna al settore agricolo l’obiettivo di “diffondere i sistemi agricoli e forestali ad alto valore naturale; mantenere e recuperare i servizi ecosistemici dell’ambiente agricolo; promuovere il presidio del territorio (in particolare in aree marginali) attraverso politiche integrate che favoriscano l’agricoltura sostenibile con benefici per la biodiversità, evitando l’abbandono e la marginalizzazione delle aree agricole”.
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