Biocombustibili e sicurezza alimentare: rischi e possibili soluzioni

Biocombustibili e sicurezza alimentare: rischi e possibili soluzioni

Introduzione

In questi ultimi anni si è assistito ad un significativo aumento della produzione di biocombustibili di prima generazione, ovvero ottenuta a partire da biomassa derivate da colture alimentari. I più importanti incrementi produttivi hanno riguardato l’etanolo e il biodiesel. L’etanolo è estratto principalmente dalla canna da zucchero, dal granturco e, in misura minore, dal frumento, dalla barbabietola da zucchero e dalla yucca. Il biodiesel è, invece, ottenuto prevalentemente dall’olio di semi di colza, di palma, di soia e della jatropha. La produzione di combustibili di prima generazione è, pertanto, in forte competizione con la produzione agricola per uso alimentare e per questa ragione è oggetto di crescente attenzione per i suoi controversi effetti sulla sicurezza alimentare.
I biocombustibili possono offrire significative opportunità in termini di sicurezza energetica, riduzione dell’impatto ambientale e mitigazione del cambiamento climatico. Essi potrebbero offrire una vera e propria opportunità di sviluppo economico per i paesi poveri, fornendo energia a basso costo prodotta localmente aiutando a risolvere i problemi energetici di circa 4 milioni di persone che vivono nelle zone rurali dei paesi in via di sviluppo senza accesso all’elettricità (Diouf, 2008).
A tali benefici si contrappongono importanti rischi, in particolare, di sicurezza alimentare. Le preoccupazioni per questi effetti negativi si sono sviluppate a partire dalla crisi del 2007-2008 in occasione della quale numerosi studi hanno individuato nell’aumento della produzione di biocombustibili una delle principali cause dell’impennata dei prezzi alimentari sui mercati internazionali. Un incremento produttivo che per giunta, le previsioni al 2050, non hanno indicato rallentare. Nello stesso periodo sono state pubblicate le stime sulla popolazione mondiale al 2050 le quali hanno mostrato, per quella data, il superamento dei 9 miliardi di persone. In questo scenario, il settore primario e la sua capacità di produrre il prospettato aumento del fabbisogno alimentare sono stati posti al centro di un dibattito che ha evidenziato gli elementi di criticità legati alla competizione tra le produzioni agricole per usi alimentari ed energetici e i possibili conseguenti effetti negativi in particolare di sicurezza alimentare nelle economie arretrate.
L’analisi di questo dibattito rappresenta l’obiettivo del presente articolo che prende avvio con l’introduzione di una struttura concettuale che chiarisce il significato di sicurezza alimentare e le sue determinanti, offrendo gli elementi necessari per comprendere i canali attraverso i quali operano le interazioni tra biocombustibili e sicurezza alimentare. Successivamente si approfondisce la questione da cui ha preso avvio il dibattito “alimenti vs combustibili”, ovvero il rapido aumento della produzione di biocombustibili di prima generazione e il sostegno ricevuto dalle specifiche politiche introdotte. Chiariti questi aspetti di cornice, prende avvio l’analisi dei principali rischi connessi alla competizione tra produzioni agricole per usi alimentari ed energetici e per i fattori di produzione. Il paragrafo che chiude questo articolo presenta le principali raccomandazioni proposte per evitare, o quanto meno limitare, gli effetti negativi analizzati favorendo lo sviluppo di un settore bioenergetico sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e capace di contribuire al superamento della condizione di insicurezza alimentare della popolazione più povera del mondo.

Sicurezza alimentare e biocombustibili

Dal punto di vista tecnico, la sicurezza alimentare è intesa come una situazione in cui ogni individuo dispone in ogni momento dell’accesso, dal punto di vista economico e fisico, ad alimenti sufficienti, adeguati e sicuri a soddisfare il fabbisogno nutrizionale necessario per condurre una vita attiva e sana (World Food Summit, 1996).
Tale concetto poggia sui fondamentali pilastri della disponibilità di cibo e accesso ad esso, entrambi in maniera stabile, e del suo utilizzo.
Per disponibilità di alimenti si intende la garanzia nel tempo e nello spazio di sufficienti quantitativi di cibo di buona qualità e di origine sicura, attraverso la produzione interna derivante dal settore agricolo o mediante le importazioni, includendo in questo secondo caso sia le importazioni commerciali sia l’aiuto alimentare.
Accesso al cibo significa che gli alimenti devono essere disponibili localmente e raggiungibili economicamente. Dal punto di vista fisico tale dimensione del concetto di sicurezza alimentare dipende dalla capacità di un paese di generare le risorse necessarie per pagare le importazioni e delle famiglie di generare il reddito necessario per acquistare gli alimenti. L’accesso fisico al cibo è principalmente connesso ad elementi quali lo stato delle infrastrutture, la disponibilità di strutture di stoccaggio e di commercializzazione.
Affinché un individuo sia sano e ben nutrito occorre che gli alimenti siano utilizzati nel migliore dei modi, ovvero devono essere sufficienti in quantità, qualità e varietà a seconda dei bisogni individuali (Sassi, 2010).
L
a figura 1 pone in evidenza i principali elementi alla base delle sopradescritte dimensioni e le loro interdipendenze ed è di utilità per comprendere come la produzione di biomassa per usi energetici possa influenzare negativamente lo status nutrizionale a livello di famiglia e di individuo.

Figura 1 - Determinanti della sicurezza alimentare


Fonte: Sassi, 2012

Come illustrato in Sassi (2012), l’economia alimentare descrive le differenti modalità adottate dalle famiglie per accedere al cibo. Attraverso le risorse naturali, umane, finanziarie, fisiche e sociali di cui dispongono, i componenti del nucleo familiare possono svolgere un insieme di attività produttive, agricole e non agricole, che generano reddito. Il reddito disponibile dalle famiglie, che include anche i trasferimenti pubblici e privati, nonché i prestiti, è speso in generi alimentari, non-alimentari o risparmiato. Parte della produzione agricola viene direttamente consumata e ciò che avanza viene collocato sul mercato. Questi prodotti, insieme agli stock alimentari, alle importazioni e all’aiuto alimentare costituiscono la disponibilità di alimenti il cui livello, interagendo con la domanda, definisce il prezzo di mercato degli alimenti stessi. La famiglia, confrontando tale prezzo con il suo reddito decide la quantità di alimenti acquistabili sul mercato, ovvero il suo livello di accesso al cibo. Nell’ambito del contesto familiare, gli acquisti di cibo dal mercato e la quota di produzione dedicata all’autoconsumo, attraverso la distribuzione di cibo tra i membri della famiglia, l’applicazione dei principi nutrizionali di base, la cura delle malattie e lo stato di salute in particolare dei bambini e della madre, determinano lo status nutrizionale dei singoli componenti della famiglia. La sicurezza alimentare è un concetto dinamico per le implicazioni dello status nutrizionale sulle risorse umane in termini di produttività del lavoro e quindi di capacità di generare reddito.
L’economia alimentare e il contesto familiare sono, infine, influenzate dai fattori di confondimento che operano a livello internazionale, nazionale e sub-nazionale. Tra questi si annoverano gli elementi demografici, economici, politici, socio-culturali, le condizioni ambientali e i fattori di rischio e di shock.
La produzione di biomassa per usi energetici può determinare effetti negativi sulle diverse sfaccettature della sicurezza alimentare i cui principali poli di origine sono cerchiati in rosso nella figura 1.
La disponibilità di cibo può essere minacciata dallo spostamento delle risorse dalla produzione alimentare a quella agricola per fini energetici. L’accesso al cibo può essere limitato dall’aumento dei prezzi degli alimenti e dalla conseguente riduzione del potere di acquisto delle famiglie legati alla contrazione della produzione alimentare. Un’ulteriore direzione di influenza è sull’utilizzo di cibo da parte del componenti della famiglia che si manifesta attraverso l’impatto di biomassa per usi energetici sulla disponibilità di alimenti in termini di quantità, varietà e nutrienti.
I potenziali rischi di sicurezza alimentare legati ai biocombustibili fanno pertanto riferimento a due tipologie di competizione: la competizione tra produzioni e la competizione per le risorse.

L’aumento della produzione di biocombustibili e il ruolo delle politiche

Il punto di partenza della riflessione proposta da questo articolo è rappresentato dall’aumento senza precedenti della produzione di biocombustibili di prima generazione che si è manifestato nell’ultimo decennio. Come evidenziato dalla figura 2 tra il 2000 e il 2011 la produzione mondiale giornaliera di etanolo e biodiesel, espressa in termini di barili, è più che sestuplicata.

Figura 2 - Produzione di etanolo e biodiesel – migliaia di barili al giorno (2000-2011)

Fonte: ns. elaborazione dati Eia (http://www.eia.gov)

Al 2011, i principali produttori erano gli Stati Uniti, con il 51,2 percento della produzione mondiale giornaliera di barili di etanolo e biodiesel, seguiti da Brasile (23 percento) ed Europa (13,2 percento). Va sottolineata la posizione di Argentina e Cina che solo di recente hanno fatto il loro ingresso sul mercato dei biocombustibili raggiungendo nel giro di pochi anni una quota di circa il 2,4 percento ciascuna.
L’aumento della produzione di biomassa è da collegare al forte sostegno dato dalle politiche introdotte dai paesi principali produttori al fine di promuovere l’impiego di bioenergia per raggiungere obiettivi di sicurezza energetica, riduzione di emissioni di gas serra e sviluppo rurale (Fao, 2010). La tabella 1 sintetizza i principali elementi di tali politiche in relazione ai tre paesi principali produttori di biodiesel ed etanolo.

Tabella 1 - Politiche per i biocombustibili introdotte dai maggiori produttori

Fonte: adattato da Diop et al., 2013

Più in generale, gli interventi introdotti dai principali produttori di biocombustibili di prima generazione possono essere classificati nelle seguenti tipologie: sostengo diretto alla produzione, obiettivi di consumo vincolanti e non vincolanti, misure di commercializzazione e di stimolo della produttività e dell’efficienza dell’offerta nelle diverse fasi della filiera di produzione (Blanco et al., 2010).
Nei Paesi in via di sviluppo la produzione di biomassa a fini energetici è ancora relativamente bassa se confrontata con quella dei paesi sviluppati. Nel 2011, l’Africa, ad esempio, ha prodotto 0,8 mila barili di bioetanolo e biodiesel al giorno (http://www.eia.gov). Questo scenario è tuttavia destinato a modificarsi se si tiene conto del fatto che in queste economie si sta assistendo all’introduzione di politiche volte a favorire l’energia rinnovabile, in particolare, da biomassa.
Ad esempio, l’Africa, il continente che forse è arrivato ultimo riguardo all’introduzione di tali interventi, ma anche quello in cui l’insicurezza alimentare sta creando maggiori preoccupazioni, alla fine del 2010 contava 40 paesi che avevano implementato o predisposto politiche bioenergetiche (Uneca, 2012). La tabella 2 ne propone alcuni esempi.

Tabella 2 - Politiche per i biocombustibili introdotte da alcuni paesi africani

* Blending targets: miscelazione obbligatoria di una certa percentuale di biocarburanti nei diversi tipi di carburante disponibili
**E10: combustibili costituiti per la maggior parte da combustibili di derivazione fossile e per il restante 10% da etanolo
Fonte: adattato da Diop et al., 2013

Inoltre, nel novembre del 2012, la Conferenza dei ministri alle politiche energetiche dell’Africa ha adottato l’African Policy Framework e le relative linee guida per le politiche e la regolamentazione del settore al fine di promuovere un comparto bioenergetico sostenibile. Superati i problemi legati alla effettiva implementazione di tali misure ci si attende un ulteriore rafforzamento della produzione di biocombustibile di prima generazione con un aumento della pressione sulle risorse agricole. Ciò, in un continente in cui la popolazione e la quota di essa in condizioni di insicurezza alimentare sono in rapida crescita rendendo necessario un significativo aumento della produzione alimentare.
In Africa, il basso reddito procapite e la crescita limitata nell’uso di energia convenzionale fa sì che l’impiego di biocombustibili di prima generazione rappresenti una quota importante dell’offerta energetica totale, una quota che si prevede sia destinata ad aumentare (Tabella 3). Alcune stime indicano, addirittura, che tale incremento sarà pari al tasso di crescita della popolazione (Iea, 2003) e prospettano un rafforzamento della quota di energia prodotta da biomassa. Un dato, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alle altre aree sia sviluppate sia in via di sviluppo.

Tabella 3 - Offerta di biocombustibili e di energia totale al 2020 e tasso di crescita tra il 2002 e il 2020

Competizione tra produzioni

Le principali criticità evidenziate in letteratura con riferimento alla competizione tra produzioni agricole per uso alimentare ed energetico hanno riguardato l’aumento dei prezzi alimentari e della loro volatilità e la maggiore integrazione tra prezzi delle materie prime agricole e dell’energia
L’aumento della produzione di biocarburanti di prima generazione, descritto nel precedente paragrafo, è stato così rapido da non consentire alle economie i necessari adattamenti per controbilanciarne gli effetti negativi, in particolare, sui prezzi. Lo spostamento della domanda di materie prime agricole dagli usi alimentari a quelli energetici è pertanto considerato come uno dei fattori che ha contribuito all’aumento dei prezzi degli alimenti sui mercati internazionali.
I recenti studi scientifici che hanno stimato tale impatto concordano sulla direzione del cambiamento dei prezzi alimentari, nel senso di un loro aumento, ma offrono un quadro piuttosto differenziato in termini di entità dell’impatto, che varia tra il 3,4 percento a oltre il 60 percento, come evidenziato dalla tabella 4.

Tabella 4 - Selezione di studi quantitativi relativi all’impatto delle materie prime agricole a fini energetici sul prezzo delle materie prime agricole


A questi studi, si aggiungono quelli che considerano del tutto marginale l’impatto dei biocombustibili sui prezzi delle materie prime agricole (si veda, ad esempio, Gilbert, 2010; Baffes, Haniotis, 2010; Baffes, Dennis, 2013) e quelli che sottolineano la difficoltà, se non anche l’impossibilità, di misurare tale impatto isolandolo dagli altri fattori determinanti la crisi dei prezzi agricoli e alimentari (ad esempio, Tangermann, 2011).
La summenzionata letteratura sottolinea, inoltre, il contributo della produzione di biocombustibili di prima generazione alla volatilità dei prezzi degli alimenti sui mercati internazionali. La responsabilità di ciò viene attribuita ai vincoli di consumo obbligatori introdotti dalle politiche energetiche che rendono la domanda di biocombustibili inelastica. Al proposito, viene sottolineato che la volatilità dei prezzi degli alimenti sia più dannosa per la sicurezza alimentare della loro tendenziale crescita di lungo periodo; infatti, i consumatori, in particolare quelli più poveri, presentano una bassa capacità di adattamento alle modificazioni di breve termine del mercato.
In termini generali, il contributo dato dalla produzione di biocombustibili di prima generazione all’aumento, più o meno intenso che sia, dei prezzi internazionali dei prodotti alimentari e alla loro volatilità è destinato ad avere un impatto negativo sui paesi importatori netti di alimenti con effetti negativi sulla loro bilancia commerciale. Come indicato dalla tabella 5 tali paesi rappresentano la quasi totalità delle economie arretrate.

Tabella 5 - Numero paesi importatori ed esportatori netti di prodotti alimentari per area geografica (2005-2009)

Fonte: ns. elaborazione dati Faostat

Gli effetti negativi legati all’aumento dei prezzi alimentari sono destinati ad essere più severi per i 55 paesi classificati dalla Fao come a basso reddito e con deficit alimentare (per l’elenco si veda http://www.fao.org/countryprofiles/lifdc/it/). Per essi sarà, infatti, difficile aumentare la produzione interna e/o trasferire l’aumento dei prezzi degli alimenti sui prodotti esportati e il loro destino sarà quello di diventare ancora più poveri e insicuri dal punto di vista alimentare. Queste considerazioni hanno dato origine a una serie di studi che hanno valutato l’impatto sui prezzi delle principali materie prime agricole e alimentari causato dalle principali politiche bioenergetiche (per una revisione si veda Hlpe, 2013, pp. 124-125), nell’ambito delle quali le politiche che fissano vincoli obbligatori di consumo di biocombustibili di prima generazione sono state fortemente criticate (Oxfam, 2012).
In questo scenario, gli studi proposti in letteratura concordano sul fatto che a soffrire dell’aumento dei prezzi della materia prima agricola saranno i consumatori netti di alimenti; al contrario, gli agricoltori in grado di produrre tali beni in eccesso rispetto al proprio fabbisogno alimentare ne beneficeranno conseguendo un maggior reddito. L’impatto netto dipenderà dalla struttura socio-economica del paese considerato, dal tipo di materia prima agricola interessata dall’aumento del prezzo, dai volumi prodotti dai singoli agricoltori e dalla loro capacità di appropriarsi del maggior prezzo. Nei paesi in via di sviluppo, però, i poveri non praticano una agricoltura commerciale e non solo non producono un surplus agricolo, ma devono anche ricorrere al mercato per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare. Pertanto, essi non beneficeranno degli effetti positivi determinati dalla produzione di materie prime agricole ma sosterranno i costi dei più elevati prezzi degli alimenti (Wright, 2011).
L’aumento della produzione di biocombustibili di prima generazione introduce un ulteriore elemento di rischio di cui vi sono già prime chiare manifestazioni. Il prezzo dei biocombustibili risulta sempre più legato a quello dei combustibili fossili, determinando una correlazione tra prezzo delle materie prime agricole e prezzo del petrolio peraltro già evidente, ad esempio, per lo zucchero. Recenti studi mostrano che, in alcuni casi, l’aumento della domanda della materia prima agricola per usi energetici abbia prodotto un quasi sistema di intervento e un prezzo minimo per quel prodotto agricolo. Allo stesso tempo, poiché il costo della materia prima agricola rappresenta il principale costo per la produzione di biocombustibili, i prezzi degli alimenti e dei prodotti agricoli non possono superare il prezzo dell’energia affinché i biocombustibili possano rimanere competitivi sul mercato energetico. Il prezzo dell’energia rappresenta, pertanto, il prezzo massimo per la materia prima agricola (Schmidhuber, 2006; Fao, 2008).

Competizione per le risorse

L’espansione della produzione di biocombustibili di prima generazione può condurre ad una maggior competizione rispetto all’accesso ai fattori di produzione, in particolare, terra, acqua e lavoro.
Rispetto alla risorsa terra due sono i principali elementi dibattuti in letteratura. Il primo riguarda il fabbisogno di superficie necessaria per soddisfare la produzione di biomassa per usi energetici attuale e futura rispetto alla disponibilità globale e la sua compatibilità con la necessità di produrre un quantitativo crescente di alimenti per soddisfare il prospettato aumento della domanda (Hlpe, 2013). Alcuni studi sottolineano come la disponibilità di terra sia tale da non dare luogo ad alcun effetto competitivo. In questa direzione sono, ad esempio, gli studi di Timilsina et al. (2012) e Nunez et al. (2013) secondo i quali l’aumento della produzione di biocombustibili nei paesi in via di sviluppo avrebbe effetti solo marginali sull’uso delle terre, anche tenendo conto dei cambiamenti indiretti legati alla deforestazione e alla distruzione dei pascoli. Inoltre, si osserva che la biomassa per usi energetici può essere realizzata sulle terre marginali. Su questo aspetto, tuttavia, un filone della letteratura fa notare che molte di queste terre considerate marginali sono, in realtà, integrate in forme tradizionali di uso della terra quali la pastorizia. Altri studi hanno, inoltre, posto in evidenza la loro importanza per la tutela della biodiversità. Va osservato che questi lavori sono sviluppati per lo più a livello globale o di aree geografiche. Per questa ragione non forniscono elementi conclusivi circa l’effettiva portata della competizione rispetto alla terra che è strettamente legata alle condizioni locali.
Gli studi svolti a livello locale mostrano, infatti, una situazione molto più complessa. Anzitutto, essi evidenziano la forte competizione per la risorsa terra indotta dall’ampia domanda di superficie agricola da destinare alla produzione di biomassa a fini energetici. Tale fenomeno si osserva con chiarezza in paesi quali il Benin, il Ghana e il Burkina Faso (Auc-Eca-Afdb Consortium, 2011). In Indonesia le ampie piantagioni di olio di palma sono state dichiarate come una presunta invasione delle terre e paragonate a violazioni dei diritti umani (Aglionby, 2008). Uno studio condotto da Cotula et al. (2008) ha posto in evidenza casi di espropriazione dalle loro terre di famiglie povere in Tanzania e Mozambico, di concentrazione delle terre nelle mani di attori influenti in Brasile, Indonesia e Papua Nuova Guinea, e di perdita dei diritti sulla terra attraverso coercizione in Colombia. Un ulteriore esempio è offerto dal caso senegalese. Il programma nazionale per la promozione dei biocombustibile varato dal governo ha pianificato la destinazione di 1.000 ettari di jatropha in ciascuna delle 321 comunità rurali di cui si compone il paese senza tener conto che tale superficie non è disponibile in alcune di tali comunità. Il rispetto di tale prescrizione potrà quindi creare tensioni riguardo al possesso della terra. Esso, infatti, richiederà o l’espropriazione della terra o il cambio di destinazione della superficie usata per produrre alimenti in superficie usata per produrre biomassa a fini energetici (Diaz-Chavez et al., 2010).
Considerazioni analoghe vengono sviluppate per quanto riguarda l’accesso all’acqua. Ad esempio, in paesi caratterizzati da scarsità d’acqua, come il Kenya, la competizione per tale risorsa potrebbe essere forte, con effetti negativi sulla disponibilità idrica per la popolazione che potrebbero aumentare significativamente nei ricorrenti periodi di siccità (Diaz-Chavez et al., 2010). Uno degli esiti della competizione per l’acqua e la terra è l’aumento dei prezzi di tali risorse e conseguentemente l’aumento dei costi di produzione agricoli che, inevitabilmente, si scaricherebbero sui prezzi degli alimenti.
Viene anche osservato che sicuramente il possibile aumento del valore dei terreni fornisce un indubbio vantaggio per i proprietari fondiari. Dall’altro lato, però, la popolazione povera in molti paesi in via di sviluppo non possiede alcun diritto di proprietà fondiaria, un diritto che sovente non trova nemmeno formalizzazione. Questo segmento di popolazione resta pertanto escluso da ogni beneficio derivante dall’aumento della rendita fondiaria, mentre la sua possibilità di accesso alla terra risulta ulteriormente compromessa.
La seconda questione dibattuta in letteratura riguarda in che misura i progetti di espansione della produzione di biocombustibili abbiano sostenuto le acquisizioni di terra su larga scala, il cosiddetto land grabbing (Hlpe, 2013). Nel 2008 si è sviluppato un corpo consistente di studi che hanno affrontato tale aspetto sottolineando la forte correlazione tra i due fenomeni, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana. Successivamente, l’accento sulla questione si è ridimensionato, ma resta il fatto che i progetti di investimento di larga scala per la produzione di biomassa per usi energetici tuttora implementati sono numerosi e interessano ampie superficie, come evidenziato dalla figura 3.

Figura 3 - Superficie destinata alla produzione di biomassa per usi energetici oggetto di land grabbing


Fonte: ns. elaborazione dati Grain (www.grain.org)

In Mozambico, Ghana, Kenya e Zambia alcune comunità hanno già perso il loro accesso alla terra a seguito del land grabbing per la produzione di jatropha su larga scala (Foe, 2011; Makutsa, 2010).
Sempre su tale questione, alcuni studi pongono in evidenza i benefici che questa nuova forma di investimenti diretti esteri può fornire ai paesi in via di sviluppo in termini di generazione di occupazione e reddito e di trasferimento di capitale e tecnologia. La letteratura evidenzia però il forte rischio che gli agricoltori poveri restino esclusi da tali benefici e al contrario soffrano della conseguente espropriazione delle terre e concentrazione delle risorse a favore delle aziende di grandi dimensioni. Inoltre, laddove la produzione di biomassa a fini energetici è realizzata con tecnologie a risparmio di lavoro, come la canna da zucchero, l’impatto sul reddito e perciò sull’accesso al cibo sarà negativo. In particolare le più colpite saranno le famiglie rurali senza terra che sono acquirenti nette di cibo e energia (Faaij, 2008).
Un’ultima questione considerata in letteratura con riferimento alla competizione per le risorse riguarda l’impatto della produzione di biomassa per usi energetici sull’occupazione in particolare nelle aree rurali ove si concentra il 70 percento circa della popolazione povera e sottonutrita. Questo aspetto rappresenta una delle principali finalità dei programmi nazionali introdotti dai governi in numerosi paesi in via di sviluppo, quali il Senegal. Le attese sono ottimistiche. In Kenya, ad esempio, è stato stimato che il rapporto tra forza lavoro e investimento per la produzione di biocombustibili è cento volte più alto di quello per la produzione di petrolio. I lavori di German et al. (2011) e Schut et al. (2011) hanno, però, posto in evidenza che l’aumento della domanda riguarderà principalmente il lavoro stagionale piuttosto che offrire vantaggi legati all’aumento della domanda di lavoro a tempo pieno. Questa situazione è stata, ad esempio, riscontrata in Zambia e Mozambico. Si osserva, inoltre, che i benefici maggiori saranno legati alla domanda di lavoro da parte del settore industriale, come sta già succedendo, ad esempio in Tanzania. Al proposito, uno studio svolto in Zambia da Haywood et al. (2008) ha evidenziato come la produzione di biocombustibili di prima generazione richieda forza lavoro qualificata ponendo il problema dell’inclusione della forza lavoro non qualificata che potrebbe contribuire a migliorare la condizioni di povertà e insicurezza alimentare.

Quali soluzioni per una produzione di biocombustibile che non comprometta la sicurezza alimentare

L’analisi svolta ha posto in evidenza la necessità di comprendere con attenzione le relazioni tra sicurezza alimentare e biocombustibili nei paesi in via di sviluppo e in particolare in Africa dove le due questioni sono fortemente interrelate. Senza la disponibilità di energia è impossibile raggiungere la sicurezza alimentare, ma la produzione di biocombustibili di prima generazione può avere effetti negativi tali da compromettere ulteriormente le già drammatiche condizioni di povertà e di fame (Fao, 2014).
Per questa ragione è fondamentale un coordinamento tra le politiche agricole, alimentari ed energetiche che ponga al centro il raggiungimento della sicurezza alimentare per i quai 800 milioni di persone che tuttora soffrono la fame.
Ma in quale direzione deve svilupparsi tale azione? La letteratura converge su alcune raccomandazioni che, ripercorrendo gli aspetti affrontati in questo articolo, possono essere riferite alla produzione agricola per usi alimentari ed energetici, alla terra, ai redditi e ai prezzi.
Quanto alla produzione di biocombustibili si raccomanda di favorire la diffusione di bioenergie da scarti o residui e di sostenere la ricerca nel settore dei biocombustibili di seconda, terza e quarta generazione che non competono con la produzione agricola. La seconda generazione di biocombustibili deriva dai residui non commestibili della produzione agricola alimentare, da altre colture non alimentari e dai residui industriali, mentre la terza generazione si basa sullo sfruttamento delle alghe e la quarta generazione su quello dei lieviti.
Un secondo orientamento va nella direzione dello sviluppo di co-prodotti. Ad esempio, i sottoprodotti dal cereale usato per la produzione di bioetanolo e dei semi oleosi impiegati per l’ottenimento di biodiesel sono ricchi di proteine e possono essere usati nell’alimentazione animale. In questo caso, i co-prodotti hanno il vantaggio di ridurre la pressione sulla superficie agricola e sui prezzi dei mangimi (Hamelinck, 2013).
L’aumento della produttività del settore agricolo resta, tuttavia, non solo l’elemento centrale per affrontare le questioni della povertà e dell’insicurezza alimentare, ma anche un requisito indispensabile per lo sviluppo del settore bioenergetico (Ogonna et al., 2013). Ciò chiama in causa il miglioramento della dotazione infrastrutturale, il rafforzamento degli investimenti nella ricerca e divulgazione agricola, della capacità di attrazione dei capitali, dell’accesso ai mercati e, soprattutto, dello sviluppo dell’agricoltura di piccole dimensioni. Rispetto ai produttori su piccola scala è raccomandata la diffusione di modelli di tipo inclusive business, ovvero che favoriscano la loro inclusione nella catena del valore dei biocombustibili e la loro partecipazione ai benefici derivanti dal land grabbing (Fao, 2012). Più in generale, si ritiene che l’acquisizione delle terre per la produzione di biomassa a fini energetici debba seguire procedure trasparenti fissate dai governi nel rispetto delle comunità che ne fanno uso. Di recente, il Committee on World Food Security ha suggerito l’uso delle linee guida volontarie sull’investimento responsabile in agricoltura prodotte dalla Fao (Committee on World Food Security, 2014). Più in generale, si ritiene necessario uno sforzo della comunità internazionale volto a promuovere una azione responsabile che integri la bioenergia nelle strategie di sviluppo sostenibile e di lotta contro fame e povertà (Diouf, 2008).
Quanto ai prezzi, le raccomandazioni avanzate in letteratura riguardano la riduzione dell’effetto dei biocombustibili sui prezzi alimentari e il contenimento degli effetti dell’aumento dei prezzi alimentari sui segmenti più poveri della popolazione. I diversi studi recentemente sviluppati pongono, in particolare, in stato di accusa i sussidi, gli obiettivi al consumo e le restrizioni commerciali introdotte per i biocombustibili, proponendone lo smantellamento integrale o parziale (Achterbosh et al., 2013).
Quanto sino ad ora evidenziato sottolinea come la ricerca a livello locale resti prioritaria così come la necessità di rafforzare la capacità dei paesi in via di sviluppo di valutare la propria situazione per quanto riguarda lo sviluppo dei biocombustibili alla luce delle implicazioni di sicurezza alimentare. A tale proposito, l’approccio Bioenergy and Food Security sviluppato dalla Fao (http://www.fao.org/energy/befs/en/) rappresenta, in ordine cronologico, l’ultimo strumento proposto per supportare i paesi nella predisposizione e implementazione di politiche e strategie bioenergetiche sostenibili. L’obiettivo di questa iniziativa è di favorire lo sviluppo di un comparto che possa contribuire alla sicurezza alimentare ed energetica, insieme alla crescita agricola e rurale.

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