Il sistema della conoscenza in agricoltura in Italia: è in corso una fase regressiva?

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Il sistema della conoscenza in agricoltura in Italia: è in corso una fase regressiva?
Istituto Nazionale di Economia Agraria

La ricerca, la consulenza (altrimenti denominata assistenza tecnica o divulgazione o più genericamente servizi di sviluppo) e la formazione sono riconosciute quali parti interconnesse di un medesimo sistema da quasi vent’anni. Trattano tutte e tre il medesimo contenuto immateriale: la conoscenza, anche se ciascuna di esse la manipola e la trasforma con modalità proprie e con finalità diverse. Essa è considerata per tutti i settori produttivi un importante fattore di crescita e di sviluppo; dal 2000 l’Unione europea ha indirizzato gli interventi di politica verso la promozione dell’economia della conoscenza (Strategia di Lisbona) e nel 2010 ha deciso di intensificare il proprio impegno sia in termini di progetti che di finanziamenti (Europa 2020) affiancando al concetto di conoscenza quello di innovazione.
Anche l’ambito agricolo ha un proprio sistema della conoscenza caratterizzato da una serie di peculiarità rispetto agli altri settori produttivi fra le quali la grande complessità in termini di soggetti che lo compongono (università e istituti di ricerca, agenzie di servizi e di informazione, scuole professionali e centri di formazione, liberi professionisti, strutture di R&S delle industrie produttrici di presidi, rete di consulenza dell’ industria privata, centri di assistenza del sindacato e dell’associazionismo produttivo ecc.) e in termini di modalità operative di lavoro (ricerche, sperimentazioni, prove collaudo, multimedialità, reti agrometeorologiche, consulenza, prove di campo, tutoraggio, attività corsuale, training by doing, stage ecc.).
Fare il punto sull’evoluzione recente del sistema della conoscenza agricolo in Italia non è quindi un esercizio di analisi né semplice né scevro da rischi di errore, tuttavia a parere di chi scrive in questa fase di rinnovato interesse e di “ripartenza” è quanto mai opportuno provare a fare alcune riflessioni critiche generali che potrebbero essere stimolo per un dibattito.
L’analisi che si propone parte dallo stato del sistema all’avvio del 2000, con particolare attenzione all’iniziativa delle istituzioni pubbliche, sia con riferimento alle attività che venivano realizzate che agli indirizzi strategici che le muovevano, per verificare quanto si è consolidato nel decennio trascorso e quanto è cambiato nell’insieme e nelle sue principali componenti. Si cerca inoltre di dare conto delle riflessioni teoriche maturate nel periodo da parte degli studiosi afferenti all’agricoltura e non, per concludere con la verifica di quale prospettiva strategica può indicare il percorso del prossimo decennio.

Da dove si partiva e a che punto siamo

Gli aspetti sui quali si è concentrata l’attenzione nei primi anni del 2000 sono stati: da un lato, l’esigenza di multidisciplinarietà e di multi/approccio delle attività di produzione e diffusione della conoscenza e dall’altro, l’avvio di processi di programmazione, verifica e valutazione di tali attività.
Dunque, sul versante dei contenuti, i progetti di ricerca hanno affrontato temi generali (ad esempio: le possibilità di meccanizzazione di una coltivazione piuttosto che la razionalizzazione nell’uso della risorsa idrica) o problematiche trasversali (la riduzione dei costi di alcune tecniche o il miglioramento organolettico di alcuni prodotti alimentari) coinvolgendo competenze diversificate sia sul piano scientifico che sul piano del rapporto con le imprese (organizzazioni professionali, tecnici consulenti, consorzi, cooperative ecc.)1; l’obiettivo era quello di garantire nel progetto quell’azione di sistema e di rete che si riteneva fosse auspicabile come prassi operativa in modo che le attività dei partenariati diventassero una sorta di azioni pilota. Gli elementi fondanti questo approccio erano: la necessità di partire da un’analisi dei bisogni, l’opportunità di valutare le problematiche da tutti i punti di vista, l’esigenza di valorizzare le competenze scientifiche insieme a quelle esperienziali dei diversi attori.
Dal punto di vista della normativa e delle regole, i soggetti istituzionali ad ogni livello hanno enfatizzato lo strumento della programmazione sia politica che tecnica: un esempio per tutti la pubblicazione nel 2001 da parte del Ministero per l’istruzione, l’università e la ricerca (MIUR) del primo Piano Nazionale della Ricerca per realizzare il quale ciascuna amministrazione settoriale, competente in ricerca, e ciascuna istituzione di ricerca doveva produrre un analogo strumento di programmazione2. Inoltre, è stata accentuata l’attenzione al monitoraggio e alla verifica delle attività finanziate ponendo l’accento non soltanto agli aspetti di rendicontazione delle spese, ma anche di verifica degli obiettivi e di conseguimento dei risultati. E’ del 2004 la realizzazione del primo ciclo strutturato di valutazione della ricerca in Italia; nella prima metà degli anni 2000 tutti gli enti di ricerca si sono dotati di un comitato di valutazione composto da esperti esterni con il compito di realizzare periodicamente un processo di valutazione dell’attività scientifica.
Come è possibile notare dagli esempi sin qui riportati, il ruolo trainante all’interno del sistema è sempre stato svolto dalla ricerca attorno alla quale, con una certa fatica organizzativa, si è cercato di coagulare l’attività dei soggetti che operano nel campo variegato dei servizi alle imprese (informazione, consulenza tecnica, supporto tecnico avanzato, consulenza di gestione, collaudo e dimostrazione ecc.) e della formazione o dei, più modernamente denominati, servizi all’impiego (tutoraggio, corsi di formazione, stage ecc.). Le motivazioni di tale predominanza riguardano il ruolo prestigioso riconosciuto, la maggiore strutturazione dell’ambito, la maggiore mole di finanziamenti in grado di movimentare e, forse, la minore frammentazione in aree, attività e specificità tecniche che caratterizzano la più fragile delle tre gambe del sistema della conoscenza, quella dei servizi.
Il segmento privato del sistema della conoscenza agricolo ha operato sempre parallelamente a quello pubblico; non ha mai preso le mosse dall’ambito delle imprese agricole, ma dalla realtà industriale a monte (produzione di mezzi tecnici) e a valle (trasformazione delle produzioni agricole). Una caratteristica di efficacia che gli è sempre stata riconosciuta riguarda proprio la connessione funzionale fra le strutture di ricerca e sviluppo e quelle di promozione dei prodotti e di assistenza tecnica alle imprese. Tuttavia, a metà degli anni 2000, l’industria dei mezzi tecnici ha avviato un forte ridimensionamento delle reti dei consulenti a causa degli alti costi.
Negli ultimi anni si sta assistendo a una sorta di stasi e di rallentamento di tutto quanto è stato avviato precedentemente e sin qui brevemente descritto. Non si fa riferimento alla quantità di attività in essere, né alla entità dei finanziamenti a favore dei tre segmenti del sistema della conoscenza3, ma alla forte caduta di interesse dei soggetti coinvolti (istituzionali e non) rispetto all’obiettivo di sviluppo e di risposta ai bisogni delle imprese che la produzione e la diffusione di conoscenza dovrebbe avere. Non si può neanche affermare che le attività di studio e ricerca oppure quelle di informazione e consulenza non siano rivolte a questioni rilevanti per le problematiche agricole emergenti, ma è evidente che tutti gli attori in campo hanno ripreso a giocare la propria partita in maniera autonoma e disconnessa.
A parere di chi scrive i segnali del cambiamento possono essere analizzati secondo le stesse categorie sopra evidenziate:

  • rispetto ai contenuti delle ricerche, essi sono più specialistici e meno ispirati da esigenze verificate, i partenariati meno multidisciplinari, la diffusione dei risultati lasciata in carico a qualche piccola iniziativa finale (seminario o pubblicazione); sostanzialmente alcune scelte di organizzazione delle ricerche che avevano come scopo la centralità dei bisogni, la contaminazione fra i saperi, il collegamento con le imprese e i territori sono state ridotte a mere attenzioni burocratiche a cui si cerca di dare spazio con il minimo sforzo;
  • rispetto alle gestione e alle regole di funzionamento del sistema, c’è un più ridotto ricorso allo strumento della programmazione utilizzato in forma ufficiale soltanto dal MIUR e da alcune Regioni. Ha fatto molta fatica a ripartire il secondo ciclo di valutazione della ricerca (che peraltro coinvolge soltanto le università e non gli istituti vigilati dal MIPAAF); solo qualche Regione (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, province autonome di Trento e Bolzano) ha prodotto documenti di indirizzo relativi all’erogazione di servizi alle imprese e al potenziamento del capitale umano impegnato in agricoltura. La verifica delle attività progettuali finanziate si limita al controllo della spesa effettuata e delle modalità con le quali viene realizzata, nonostante le numerose esperienze di monitoraggio attuate negli ultimi anni (Programma interregionale “Servizi di sviluppo”, leggi regionali marchigiana, toscana, ecc.).

Le motivazioni di questa evoluzione sono legate alle condizioni in cui operano i diversi ambiti del sistema e alle pressioni esterne e interne che hanno subito negli ultimi anni, alcune delle quali peraltro determinate da indubbi obiettivi di crescita e promozione che stanno però causando effetti indiretti depressivi.
Il sistema ricerca agricolo ha visto ridursi in maniera continua i finanziamenti relativi al suo “metabolismo basale” (strutture e personale) contemporaneamente ad un incremento importante di possibilità esterne di finanziamento derivanti da soggetti istituzionali diversi, l’Unione europea, il MIUR, il MIPAAF, le Regioni, i quali promuovono bandi, iniziative a sportello, progetti a chiamata diretta, su molti dei temi dell’agricoltura (in genere organizzati per settore produttivo) coniugati alle questioni emergenti che via via si presentano. Grande è la frammentazione di tali iniziative nonostante i tentativi degli ultimi anni di avviare un coordinamento: da parte dell’Unione europea mediante i tavoli settoriali con gli Stati membri (ERANET), da parte delle Regioni mediante la Rete dei referenti regionali della ricerca (gruppi temporanei di interesse, analisi della domanda di ricerca). In una prima fase le strutture di ricerca hanno incontrato importanti difficoltà organizzative e amministrative ad usufruire di queste possibilità, oggi si riscontra una maggiore capacità spinta (forse troppo) dall’esigenza di sopravvivenza: la riduzione dei finanziamenti basali, infatti, è diventata così alta che i progetti di ricerca sembrano concorrere più al sostegno in vita delle strutture che ad un reale avanzamento della conoscenza.
I servizi per lo sviluppo agricolo e la formazione professionale sono sempre stati un ambito strutturalmente complesso. Si tratta, infatti, di un insieme di numerosi strumenti di sostegno alle imprese e ai territori rurali, la ricchezza che li contraddistingue è sempre stata considerata positiva in quanto consente di utilizzare le forme e le modalità più adeguate a seconda dei contesti. Negli anni ’90 si è cercato di organizzarne l’operatività secondo criteri sistemici un po’ rigidi che dessero ad ogni componente ruoli precisi e collegamenti funzionali. All’avvento del 2000, l’entusiasmo verso l’approccio di rete ha depotenziato tali tentativi che spesso si esprimevano mediante normative regionali specifiche e programmi strutturati. Oggi è sicuramente aumentata la tipologia e la quantità di servizi di cui le imprese potrebbero usufruire e che l’istituzione pubblica è disponibile a promuovere, ma mancano quasi dovunque le linee di indirizzo che indichino verso quale obiettivo, per quali tipologie aziendali, a favore di quali territori e, soprattutto, che consentano di fare massa critica dei finanziamenti scarsi disponibili. Una ricerca svolta dall’INEA in Piemonte (Vagnozzi, Trione 2011) con la finalità di verificare quali esigenze di servizio avesse l’agricoltura piemontese ha potuto positivamente verificare che esiste un legame stretto fra competitività gestionale e territoriale del tessuto imprenditoriale e supporti disponibili, e che in presenza di risorse scarse è possibile definire quali siano i settori produttivi prioritari sui quali intervenire (cerealicolo e zootecnico da carne), con quali tipologie di servizi (specializzati e tecnologicamente avanzati), su quali ambiti è indispensabile l’intervento pubblico e su quali le imprese si rivolgono al mercato.

Le riflessioni scientifiche

Gli studi e le attività di ricerca sul sistema della conoscenza in generale e su quello agricolo in particolare non sono state numerose negli ultimi dieci anni, soprattutto in Italia. Gli elementi di riflessione più importanti hanno riguardato il concetto di innovazione e i problemi connessi alla sua diffusione, il ruolo della ricerca, l’ammodernamento dei servizi tradizionali e, più in generale, le modalità con le quali le istituzioni pubbliche possono promuovere il sistema della conoscenza.
Il concetto di innovazione si è allargato molto dalla accezione meramente tecnica di “novità prodotta dalla scienza” fino ad arrivare a coniugarsi strettamente con l’ambito sociale, economico e produttivo in cui è inserita e in cui determina un cambiamento (Innovazione vuol dire “produrre, assimilare e sfruttare con successo le novità nei settori economico e sociali”. L’innovazione è molto più che l’applicazione riuscita dei risultati della ricerca. Commissione Europea , COM (2003) 112 ).
Pertanto, l’innovazione assume un valore in base alla capacità che ha di modificare, nella direzione dello sviluppo, i contesti che la fanno propria (Brunori et al. 2009) ed è soggetta ad una mediazione che coinvolge non soltanto chi la produce e chi l’adotta, ma anche la società civile in cui l’impresa e la struttura di ricerca sono immersi (i casi OGM e, più recentemente, la TAV, insegnano). L’innovazione continua tuttavia ad essere uno degli obiettivi primari dell’Unione europea che ad essa affida il compito di permettere la coesistenza fra: produzione e sostenibilità, utilizzo delle risorse ambientali e resilienza, miglioramento della qualità di vita e riduzione nell’utilizzo di energia. Uno dei temi che sempre si coniugano con l’innovazione riguarda le modalità di diffusione; l’approccio relazionale (Nisch 2000) che vede in campo più soggetti (ricercatori, formatori, organismi di categoria, addetti commerciali, tecnici) che rinforzino da vari punti di vista l’attività di adozione è quello oggi ritenuto più efficace; in particolare, alcuni esperti ritengono necessaria l’azione di figure professionali specifiche con ruoli di animazione, assistenza tecnica o semplice connessione fra chi produce l’innovazione e chi la vuole adottare (Klerkx 2008).
La tendenza a sopravvalutare il ruolo della ricerca nello sviluppo di un settore produttivo, di un territorio, di una rete di imprese è stata tipica degli anni 2000, tant’è che sul sistema ricerca ed in particolare sul progetto di studio (lo strumento tipico della ricerca) si sono concentrate le attenzioni dei policy maker per tentare formule diverse di attuazione e gestione che ne garantissero l’efficacia (produrre risultati utili) e l’efficienza (produrre innovazioni facilmente trasferibili). Su questo aspetto gli esperti si sono schierati su fronti anche molto diversi. Secondo alcuni, il sistema ricerca deve puntare all’eccellenza scientifica dei suoi gruppi di studiosi; altrove è la responsabilità e l’onere di orientare l’impegno di studio e di creare le condizioni perché i risultati si diffondano (Dosi 2006, Orsenigo 2010). Secondo altri, le strutture di ricerca possono organizzarsi e strutturarsi per cogliere le esigenze dei sistemi economici e sociali nelle quali sono collocate, realizzare attività di studio coerenti, fungere da antenne rispetto al sistema scientifico internazionale e poi specializzare alcune strutture all’attività di consulenza alle imprese (Rabellotti et al., 2011).
Circa i servizi alle imprese le riflessioni più recenti degli esperti si sono rivolte verso due direzioni:

  • la verifica dell’utilizzo più appropriato delle avanzate tecnologie della comunicazione e dell’informazione per consentire agli imprenditori di consultare rapidamente e a costi bassi notizie e consigli utili e ai tecnici di ottimizzare il proprio tempo lavoro mediante l’utilizzo di banche dati, le elaborazioni online e il rapporto telematico con l’imprenditore;
  • le analisi sociologiche delle motivazioni che spingono un imprenditore a realizzare le proprie scelte, con particolare riferimento alle interazioni con il contesto in cui opera. Analisi dalle quali emerge l’unicità delle diverse situazioni aziendali e l’infondatezza degli approcci secondo cui un’innovazione si possa diffondere e un imprenditore possa cambiare radicalmente le proprie prassi operative soltanto sfruttando l’effetto imitazione del comportamento di altri imprenditori (Leeuwis 2004). Da queste ultime riflessioni emergono conseguenze importanti sulle modalità di lavoro dei tecnici consulenti e sulla necessità di un approccio personalizzato e locale per promuovere un cambiamento.

Infine, soprattutto in Italia, ma anche in Europa, sono state riproposte alcune attività di studio relative al ruolo delle istituzioni pubbliche nello sviluppo dei sistemi della conoscenza e dell’innovazione per l’agricoltura. Per quanto concerne il sistema ricerca italiano, sono stati analizzati i diversi livelli istituzionali competenti in materia (UE, Stato, Regioni) per verificarne competenze e eventuali sovrapposizioni (Ascione, Di Paolo, Vagnozzi, 2006) e sono state studiate le modalità di promozione della conoscenza a livello regionale e gli strumenti utilizzati per selezionare le proposte di studio in modo da verificarne l’efficienza e l’efficacia (Esposti, Materia, Sotte, 2010). Per quanto riguarda invece i servizi, è stato riproposto in una chiave non consueta il dibattito sulle diverse tipologie di soggetti che offrono assistenza e supporto alle imprese, ponendo in evidenza come la scelta di privatizzare questo segmento del sistema della conoscenza e di mettere in concorrenza le strutture coinvolte ha forse migliorato la qualità o diminuito i costi dei singoli servizi offerti, ma non ha fatto crescere i territori rurali e i sistemi di imprese perché i contenuti tecnici o le proposte innovative sono diventate una sorta di merce “riservata” che non veniva condivisa per ovvi motivi di mercato (Leeuwis, Klerkx 2009). Inoltre, altri esperti hanno sottolineato come il ruolo delle istituzioni pubbliche rispetto all’erogazione di servizi vada rivalutato nell’ottica delle nuove funzioni assegnate all’agricoltura (Laurent, Cerf, Labarthe 2006) quali: la salvaguardia ambientale, il supporto alle esigenze sociali della collettività, le esigenze ricreative e turistiche. Tali funzioni necessitano di una intensa attività di supporto alle imprese in quanto si tratta di percorsi lavorativi non tradizionali e al tempo stesso riguardano ambiti di interesse generale in cui il ruolo delle istituzioni pubbliche è fondamentale.

Il prossimo futuro

A seguito della emanazione del documento di indirizzo denominato Europa 20204, l’Unione europea ha confermato il suo interesse verso i temi della conoscenza e dell’innovazione avviando iniziative specifiche di promozione e finanziamento. In particolare, ad ottobre 2011, quando la Commissione europea ha reso pubbliche le proposte di regolamento relative alla politica agricola, ha enfatizzato l’impegno che si intende profondere verso lo sviluppo della conoscenza e dell’innovazione sottolineando in particolare l’incremento del finanziamento alla ricerca agricola (4,5 miliardi di euro) e l’avvio di iniziative specifiche nell’ambito dell’European Innovation Partnership5. Inoltre, anche gli interventi promossi dal fondo strutturale per lo sviluppo rurale prevedono un potenziamento del sistema di consulenza aziendale, istituito con la precedente riforma della PAC, a cui è affidato il compito di dare supporto alle imprese e ai territori per l’applicazione delle novità più importanti portate avanti dalle politiche agricole: condizionalità, sostenibilità (greening), sviluppo delle piccole imprese, cambiamenti climatici ecc..
I suddetti atti formali, ampiamente attesi dagli addetti ai lavori, sono stati preceduti e seguiti da numerose iniziative di analisi, approfondimento e condivisione che hanno visto coinvolti gli esperti e gli stakeholders dei Paesi europei e che stanno creando un clima di attesa e di grande positività. Tuttavia, a parere di chi scrive, l’Italia ha la necessità di fare una seria riflessione sui segnali di disagio che si è cercato di rappresentare nei paragrafi precedenti e di verificarne gli esiti anche alla luce della crisi finanziaria che farà sentire i suoi effetti sul sistema della conoscenza agricolo nel 2012 e nel 2013 ridimensionando molte delle attività di sviluppo progettuale sia sul fronte della ricerca che sul fronte dei servizi, sia a livello nazionale che a livello regionale.
La frammentarietà del sistema e la sua disconnessione rispetto al settore produttivo, di cui è supporto e da cui dovrebbe derivare i propri obiettivi, sono elementi che potrebbero rendere difficile usufruire anche delle opportunità offerte dalle istituzioni europee e portare al ridimensionamento ulteriore di un ambito che dovrebbe invece essere il motore dello sviluppo dell’agricoltura. Sostanzialmente, sembra opportuno che i livelli istituzionali nazionali e regionali elaborino una strategia concordata e coordinata che consenta alle numerose reti che fanno parte del vasto mondo della conoscenza e dell’innovazione di individuare in maniera chiara obiettivi e indirizzi di lavoro. Da un lato, sarà forse necessario prendere in considerazione in maniera sistematica le condizioni tecniche, sociali ed economiche del settore agroalimentare italiano nelle sue articolazioni regionali e le sue esigenze di rinnovamento e competitività e, dall’altro, esprimere richieste chiare e circostanziate agli attori del sistema della conoscenza relative alle priorità di azione (quale ricerca, quali servizi, quale formazione) e alle modalità di realizzazione (con quali strumenti, a che livello territoriale, con quali professionalità).

Riferimenti bibliografici

  • Ascione E. Di Paolo I., Vagnozzi A., “La ricerca agro-alimentare promossa dalle Regioni italiane nel contesto nazionale ed europeo. Quali peculiarità nei contenuti e nella gestione” in Rivista di Economia Agraria, n. 4, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 2006

  • Balconi M., Brusoni S., Orsenigo L. "In defence of the linear model: An essay," Research Policy, Elsevier, vol. 39(1), pages 1-13, February 2010

  • Proost J., Brunori G., Fischler M., Rossi A., Sumane S., ., “Knowledge and social capital” in Innovation processes in agriculture and rural development, final report of “IN-SIGHT: Strengthening Innovation Processes for Growth and Development”, FP6, 2009

  • Dosi G., Llerena P., Labini Sylos M., "The relationships between science, technologies and their industrial exploitation: An illustration through the myths and realities of the so-called `European Paradox'", Research Policy, Elsevier, vol. 35(10), pages 1450-1464, December 2006

  • Esposti R. Materia V. C., Sotte F., “Far lavorare la scienza per il territorio”, Franco Angeli, Milano 2010

  • Klerkx L., “Matching demand and supplì in the Dutch agricultural Knowledge infrastructure”, Thesis Wageningen University, 2008

  • Klerkx L. Leeuwis C. , “Establishment and embedding of innovation brokers at different innovation system levels: Insights from the Dutch agricultural sector”, Technological Forecasting and Social Change, 76(6), 849-860, 2009

  • Laurent C., Cerf M., Labarthe P., “Agricultural extension services and market regulation: learning from a comparison of six EU countries”, European Journal of Agricultural education and extension, 12(1): 5-16, 2006

  • Leeuwis C., “ Communication for rural innovation Rethinking Agricultural Extension”, Blackwell Publishing, 2004

  • Nitsch U., “Dalla diffusione delle innovazioni all’apprendimento comune” in Caldarini C., Satta M. (a cura di) Metodologia della divulgazione. Il fattore umano nello sviluppo agricolo, INEA-CIFDA Sicilia Sardegna, Roma 2000

  • Giuliani e., Morrison A., Rabellotti R., “Innovation and technological Catch – up”, Edward Elgar Publishing Limited, Cheltenham, UK, 2011

  • Vagnozzi A. Trione S., “ I servizi di sviluppo a supporto della competitività gestionale e territoriale”, Edizioni scientifiche, Napoli, 2011

  • 1. POM “Attività di sostegno ai servizi di sviluppo per l’agricoltura” 1997 – 2001, Misura 2 “ Innovazioni tecnologiche e trasferimento dei risultati della ricerca”. Bandi per la ricerca del Ministero per le Politiche Agricole anni 1999 -2002.
  • 2. Programma Nazionale di Ricerca sul Sistema Agricolo per lo Sviluppo Sostenibile e l'Occupazione (PNR-SASSO), trasmesso il 15/9/00 dal MIPAAF al MIUR quale contributo alle linee programmatiche di ricerca sul sistema agricolo per la predisposizione del Programma Nazionale di ricerca 2001-2003.
  • 3. La riduzione dei finanziamenti pubblici strutturali alla ricerca è iniziata già da qualche anno, tuttavia il MIPAAF e le Regioni hanno continuato a supportare ricerca, servizi e formazione mediante la promozione di bandi e di linee di finanziamento a tema che si sono fatti carico dei costi di progetti specifici; dal 2012 gli effetti della crisi economica e finanziaria cominceranno di fatto a farsi sentire anche su queste iniziative che saranno drasticamente ridimensionate.
  • 4. COM(2010) 2020 definitivo, COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE, “EUROPA 2020, Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.
  • 5. L’European Innovation Partnership è uno strumento di promozione dell’innovazione che l’Unione europea ha attivato per migliorare la performance competitiva e la sostenibilità dell’agricoltura.
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