Serve una strategia per l'agroalimentare italiano

Serve una strategia per l'agroalimentare italiano

Alla ricerca del futuro

L'elaborazione del prof. Sotte (Sotte F., Affinché riprenda la riflessione strategica sul futuro della PAC, “AGRIREGIONIEUROPA”, n. zero, marzo 2005) costituisce una utilissima messa a punto della valutazione sulla recente Riforma della Politica Agricola Comune.
L'Organizzazione che rappresento (Legacoop Agroalimentare - Associazione Nazionale delle cooperative agro-alimentari per lo sviluppo rurale) ha sostenuto, a suo tempo, la riforma.
Non considero, ora - francamente - utile alla professione agricola di questo mio Paese attardarsi sulle passate argomentazioni a sostegno o contro la riforma. Mentre risulta ancora utile sia approfondire i termini concreti dell'impatto della riforma sulle diverse agricolture del paese e sulle differenziate tipologie aziendali, sia - come brillantemente fa Sotte - delineare in termini chiari e riassuntivi l'insieme dei punti di forza e dei punti di debolezza della riforma. Come dire: toujours y penser, jamais y rester.
Ecco: il mio approccio e persino il mio stato d'animo sulla questione è riassumibile in quella espressione, attribuita ai francesi, a proposito di una dolorosa sconfitta militare.
Insomma, mentre continuiamo a studiare gli impatti e consapevoli che la riforma non ci consegna l'ultima e intoccabile forma della politica agricola comune, ora è il tempo (e forse comincia ad essere un tempo breve) di dedicare forze, intelligenze, studi e costruzione di un consenso strategico nella professione agricola e nella società, alla definizione di un nuovo percorso all'agroalimentare del nostro paese, dentro una Unione Europea con i connotati politici, economici e sociali a tutti noi noti (allargamento, moneta unica, costituzione, ecc.).
E' su questo versante che vorrei portare un breve contributo, restando, ovviamente, ben radicato (quindi anche con i limiti-confini del caso) nel mio specifico mestiere: cooperazione agro­alimentare; cioè, agricoltori-soci di imprese cooperative, la cui missione è creare valore al prodotto del socio e creare valori agli altri stakeholders (territorio, consumatori, sistema paese), all'innovazione e alla ricerca.

L'agroalimentare italiano in evoluzione

Parto da una preoccupazione di fondo (e già questa vuole costituire un punto di necessario, ulteriore studio e poi anche di dibattito): siamo di fronte ad una flessione strutturale, in quanto di medio periodo, della redditività (per numerosi comparti) dell'impresa agricola e ad una flessione di redditività strutturale del segmento industriale dell'agroindustria. Sia detto per inciso: questa situazione costituisce una premessa negativa, anche essa strutturale, allo sviluppo di imprese - come quelle nelle quali lavoro - che non de-localizzano e che sono costitutivamente collegate all'impresa agricola del socio.
Nel 2004, fatto nuovo e di rilevantissimo impatto per l'agroalimentare, si registra una flessione della redditività della grande distribuzione.
Fino ad ora (2002, 2003, 2004 primo semestre) la componente cooperativa ha non solo tenuto, ma anche manifestato una reattività che è servita - peraltro - a salvare pezzi dell'agroalimentare del paese (vedasi recenti acquisizioni). Cominciamo, ora, a registrare segnali di sofferenza anche in questo mondo.
Mentre continua la fuoriuscita dal controllo nazionale di altri importanti pezzi dell'alimentare italiano (Fiorucci, Carapelli, Galbani…che ne sarà di Parmalat, non appena tornerà in borsa?).
Di fronte a questo scenario, penso che sia doveroso, tornare a interrogarsi sui fondamentali del complesso agricolo-industriale-alimentare nazionale.
E' possibile ragionare intorno ad una nuova generazione di politica agricola? E' dalla legge quadrifoglio -1977- che non si parla più di politica agricola; tutto è stato via via delegato alla politica agricola comune; le Regioni sono soddisfatte delle loro performance in questo campo costituzionalmente di loro competenza? il disaccoppiamento può-deve costituire una sorta di assicurazione temporanea del reddito agricolo, per consentire l'impostazione di nuove basi e articolazioni della redditività dell'impresa agricola; o si pensa che tutto possa essere risolto con la tracciabilità e l'infinita discussione sulle associazioni di produttori?
E' possibile ragionare intorno ad una Politica industriale e distributiva nell'alimentare nazionale? In questi giorni, come è noto, si discute se nel nostro Paese ci sia o meno una politica industriale tout court o se la politica economica non sia ormai, illusoriamente, coincidente con manovre finanziarie e sconti fiscali, finalizzati a riprese dei consumi sempre più di breve periodo e a campagne elettorali sempre più frequenti.
Ma per l'una e l'altra operazione politica e culturale, necessita fare i conti con alcune scelte di fondo relativamente alla collocazione del modello di agroalimentare nazionale nel “mercato/mondo”.

I modelli agroalimentari

Il nostro agroalimentare è costitutivamente un agroalimentare “ricco”, “costoso”, nobile”. Il suo futuro sta in uno spazio di consumatori solvibili da cercare “normalmente” nel mondo.
Se questo approccio è condiviso, ne segue una totale reimpostazione di tutta la politica agroalimentare. E le imprese devono, a loro volta, riposizionare se stesse in questa globale visione.
E non si tratta soltanto di performance nel tradizionale canale dell'export, bensì di ri-pensare l'impresa industriale alimentare made in Italy, “replicata” nei nuovi mercati: in questo caso non è il prodotto agricolo italiano che viene portato presso nuovi consumatori, bensì il modello di impresa ; questo nuovo approccio segmenta le tipologie di impresa sotto l'aspetto dei modelli di creazione del valore; il modello cooperativo a me sembra molto “relicabile”. Quale sarebbe il vantaggio Italia?
Starebbe nelle tecnologie, nella cosiddetta economia della conoscenza.
Anche la grande distribuzione italiana, in questo nuovo approccio, deve rivedere le proprie strategie; e non c'è tanto da “inventare”: Carrefour (e per altri versi Ikea ) già opera in questa nuova dimensione: attraverso la replicazione dell'impresa commerciale (e del modello) esporta alimenti dell'industria alimentare e anche agroalimentari del suo paese di origine.
La politica, a tale riguardo, non deve né privilegiare né discriminare, ma può e dovrebbe darsi un disegno, discusso e partecipato: teso ad un consenso strategico da parte dell'insieme dei protagonisti, diversamente ma globalmente coinvolti nella promozione del modello di agroalimentare Italiano.
Darsi un disegno”. Quale catena di creazione del valore è più confacente all'agroalimentare nazionale?
Le crisi industriali vanno studiate, avendo come guida questo interrogativo. Parmalat è un modello di catena del valore marca oriented : il valore che si crea è tutto finalizzato a rimborsare la marca; il prodotto agricolo è un puro costo. Veronesi è un altro modello di catena del valore dove l'integrazione: mangimistica-allevamenti è totale e chiusa; il prodotto agricolo è materia prima indifferenziata-puro costo. Granarolo è un altro modello ancora: un modello di reti di imprese (l'impresa agricola, l'impresa industriale, la marca) indipendenti e interdipendenti; un modello che si afferma in quanto crea (dietro il latte fresco Alta Qualità ci sono investimenti nell'azienda agricola del socio-conferitore che elevano il valore di mercato non solo del prodotto, ma globalmente dell'impresa e questo valore resta nelle mani dell'agricoltore, anche quando questi dovesse decidere di interrompere il rapporto associativo) e distribuisce valore alla rete; il prodotto agricolo, inoltre, è un valore, tanto più importante, se incorpora valori “altri” (il territorio, l'origine).

Verso una nuova professione agricola

La rappresentanza sindacale degli agricoltori di questo mio paese ha riflettuto, studiato, misurato questa modellistica della creazione del valore del prodotto agricolo?
L'approfondimento delle crisi industriali nell'agroalimentare va fatto confrontandosi con questi temi. Il disegno politico-paese non dovrebbe necessariamente tendere ad un unicum, impossibile e, forse, anche inutile; deve tendere a “specializzare” modelli di impresa, modelli di creazione del valore e tipologie di consumo - areali di mercato/consumo.
Questo approccio ci costringe, tutti, ad un cambiamento di mentalità. Anche il modo e gli indici di misurazione della performance dell'economia nazionale devono evolvere: non si tratta, infatti, di rilevare i saldi import-export ed elevare l'allarme (con il seguito noioso, inutile e sleale degli istinti alle barriere - ai muri - ai dazi), ma di presidiare il sistema delle Regole; sia la loro formazione (il WTO deve diventare per il Governo un luogo di alta politica estera, dove impostare strategie di opportunità per tutti i popoli e tutte le tradizioni produttive-culturali e contemporaneamente una fermissima strategia di contrasto alle contraffazioni), sia il controllo severo della applicazione.
Mi fermo qui: la riforma di questa politica agricola comune (che non è l'ultima parola sulla politica agricola comune della Unione Europea!) deve essere per il nostro agroalimentare l'occasione storica per lo stop and go. Perciò, ben vengano approfondimenti, come questi del prof. Sotte, che ci aiutano a misurarne, nel dettaglio, tutti gli aspetti. Ma liberi da nostalgie e proiettati verso una nuova professione agricola.
“Non si tratta di reinventare il contadino di una volta, ma di andare oltre l'agricoltore di oggi” (Gruppo di Bruges (2002), L'agricoltura alla svolta, Associazione “Alessandro Bartola”, Franco Angeli, Milano).
Quanto lavoro e quanta ricerca (determinazione e umiltà) stanno di fronte alla professione agricola e alle organizzazioni di rappresentanza (penso non solo al mio paese, ma anche alle organizzazioni agricole europee che in questi anni ho conosciuto e delle quali conosco personalmente le ansie, le crisi, i tentativi di riorganizzazione e ri-posizionamento di fronte agli agricoltori membri e alla società)!

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Commenti

Credo che l'articolo colga nel segno centrando in pieno quella che è la questione agricola italiana, ma non oggi dopo la riforma di medio termine, bensì dagli anni '60, dalla conferneza di Stresa in poi, dalla nascita della PAC che tanto ha dato all'agricoltura italiana, ma dentro la quale l'agricoltura italiana non ha mai imparato a vivere. La questione centrale è infatti quella di una politica agricola italiana, ovvero della sua assenza in quanto agrucukltural policy; infatti i policy makers italiani non sono stati in grado di indentificare e delinerare una strategia di policy nel momento in cui si creava un mercato agricolo comune nel quale inevitabilmente gli altri sgomitavano per far valere i propri prodotti, mentre gli italiani a lungo hanno pensato fosse possibile continuare
a coltivare il proprio orticello. Oggi una politica agricola - dopo Macsharry e l'Uruguay Rouind, dopo Agenda 2000 e la MTR, alla luce del Doha Round - non può che essere una politica agro-alimentare: le scelte di policy e le priorità da stabilire in un contesto di risorse pubbliche in continua dimunzione devono essere individuate non guardando ai comparti produttivi ma ai prodotti da promuovere, da esportare, alle catene e ai modelli cui Campli fa riferimento.
Il quesito esistenziale (è proprio il caso di dirlo, quando si parla dell'agricoltura italiana di oggi) è allora non che cosa vogliamo difendere di diritti acquisiti, nè che cosa crediamo che sia oggi l'agricoltura e il sistema-agricoltura, nè che cosa ci chiedono i consumatori (perchè questi chiedono sempre meno nel comparto agro-alimentare), ma che cosa vogliamo promuovere della nostra agricoltura: quali prodotti piuttosto di altri, quali modi di produrre e di fare questi prodotti (se crediamo che la qualità fatta all'italiana sia vincente), con quali modi per venderli sul mercato nazionale e internazionale (e per favore lascimao perdere i mercatini locali e le vendite dirette, quelle si fanno da sole e senza norme e misure di sostegno....!).
Se riusciamo a rispondere a queste domande siamo in grado di elaborare una strategia di policy, e allora possiamo cercare di essere competitivi e abbiamo un'opportunità per continuare a perseguire gli altri obiettivi di sicurezza alimentare, di tipicità, di sviluppo rurale; senza un astrategia di policy la'gricoltura italiana è persa (basti guardare a cosa avviene per il grano duro), ma questa volta PER SEMPRE, perchè non ci sarà un a rete di sicurezza nè a livello nazionale, nè a livello comunitario. D'ora in avanti non più: questa è l'ultima occasione per imparare a camminare sulle proprie gambe, perchè le politiche di sostegno sono state smantellate; ciò che oggi abbiamo sono le ultime stampelle per chi può e vuole imparare rapidamente a correre nei mercati globalizzati.

Commento originariamente inviato da 'renata lizzi' in data 22/06/2006.

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