Alessandro Bartola e la scuola di Ancona di economia agraria

Alessandro Bartola e la scuola di Ancona di economia agraria

L’attenzione alla storia del territorio

Il presente contributo ha come fine di collocare la figura di Alessandro Bartola dentro la storia del pensiero economico, dagli anni Sessanta agli anni Novanta e all’avvio del processo di globalizzazione. L’agricoltura ha fornito un contributo rilevante alla modernizzazione economica, politica e civile delle Marche (Bini e Spalletti 2010). L’articolo si propone di evidenziare l’apporto degli economisti agrari al governo del cambiamento ed il contributo specifico di Bartola ad una politica di riforme, dopo la fine dell’agricoltura tradizionale, per dare stabilità allo sviluppo, riequilibrio tra urbano e rurale. e disegnare un programma di intervento che considera l’agricoltura sotto un duplice versante, in senso settoriale ma anche per l’apporto del modello di impresa agricola all’economia generale. Le questioni cui si origina l’attività tecnica sono fondamentalmente due. Il problema di accompagnare, con misure adeguate, la trasformazione delle agricolture di autoconsumo verso agricoltura di mercato, secondo una strategia attenta alla storia del territorio italiano: la montagna del Nord come della collina del Centro Italia o le zone interne delle regioni meridionali. Questo punto ha ricadute evidenti nel dibattito attuale sul modello di sviluppo delle regioni ex mezzadrili. In secondo luogo pose la questione di ripensare gli strumenti della programmazione in agricoltura, riguardo ai criteri di calcolo della contabilità dell’efficienza aziendale, cogliendo l’impatto del cambiamento istituzionale, guardando alla centralità assunta dalla politica agricola europea rispetto alle scelte di politica nazionale.
L’articolo si pone come contributo allo studio di una generazione di esperti che opera dentro le istituzioni e si confronta con i problemi dell’agricoltura dopo la grande trasformazione degli anni Cinquanta e Sessanta. E’ parte di una élite tecnica che contribuisce alla elaborazione di una cultura economica e politica socialista e cattolica negli anni Settanta e Ottanta- Non c’è dubbio che il peso degli agronomi diminuisce nella costruzione delle classi dirigenti rispetto alla prima metà del XX secolo. Al contempo il profilo di Bartola induce a cogliere gli elementi di cambiamento del mestiere ed anche la centralità rispetto al ridimensionamento dello spazio politico avuto dai problemi della società rurale. In secondo luogo nel merito Bartola contribuisce a ripensare il ruolo della politica di programmazione di regolazione del mercato e di riproduzione dello stesso nell’Europa contemporanea.
Questa nota si propone di rintracciare l’itinerario intellettuale di Bartola e il suo confronto con la scuola di economia diretta ad Ancona da Giorgio Fuà, ed anche i motivi di differenza emersi a partire dagli anni Settanta, come emerge anche dalla testimonianza di Sotte riportata nell’editoriale del numero 54 di Agriregionieuropa, uscito il settembre scorso. L’analisi dell’economia agraria contribuisce a rendere esplicito il modello di sviluppo diffuso sul territorio, ma anche mostra il limite di una prospettiva mono settoriale, per capacità di espansione e durata temporale. Bartola intuisce l’importanza della storia nella definizione del modello di sviluppo, considera il contributo dell’agricoltura non solo per spiegare la genesi delle esperienze di industrializzazione diffusa, ma anche per il suo valore intrinseco economico e sociale ed affida alla politica regionale la funzione di favorire la creazione di una rete di imprese agricole capaci di essere competitive nel mercato.
In definitiva l’articolo si focalizza sul passaggio cruciale del rinnovamento del ruolo della politica e dell’economia agraria, della politica nazionale ed europea di riequilibrio settoriale, che avrebbe dovuto orientare una riforma della struttura, con particolare riguardo alle zone interne (montagna e collina) dopo la grande trasformazione degli anni Cinquanta e Sessanta. L’articolo risponde al problema di approfondire la trama fondamentale che lega agricoltura ed economia politica nella seconda metà del Novecento. L’economia agraria entra nel dibattito politico sulle conseguenze del cambiamento strutturale degli anni Cinquanta e sul ruolo delle istituzioni pubbliche che ha un balzo in avanti con l’apertura del mondo cattolico alle istanze di pianificazione rappresentate dai movimenti sociali e la nascita dei governi di centro-sinistra. L’esperienza delle grandi riforme ha una incidenza fondamentale sia per le conseguenze, ma anche per i risvolti critici.
L’articolo si propone lo scopo di far emergere la genesi di un disegno avanzato e lungimirante di politica di programmazione come strumento di consolidamento di un sistema di imprese autonome, di valorizzazione dell’eredità del sistema mezzadrile. Viene indagato il rapporto tra la teoria degli economisti agrari rispetto alle scelte del governo e alla politica agricola europea. L’analisi dell’economista agrario fornisce una indicazione sui limiti modello di sviluppo incentrato sui distretti industriali e la proposta di una ripresa del ruolo autonomo dell’agricoltura come elemento di una più complessiva strategia di messa in discussione della ruralità come dipendente dal progresso industriale. Emerge una visione originale dell’economia-agraria dentro la politica economica nell’epoca della dissoluzione dell’agricoltura tradizionale, riconsiderando il valore della società rurale, non in senso nostalgico ma operando un ripensamento del paradigma stesso dello sviluppo. In particolare Bartola è esponente di una generazione che giunge alla maturità scientifica ed accademica negli anni Settanta, e guarda all’avvio del processo di globalizzazione, Bartola è il primo ricercatore che si forma all’interno della scuola di Economia di Ancona e guida un gruppo di studiosi che contribuisce ad indicare una prospettiva di rinnovamento dell’economia agraria, all’interno del dibattito teorico e politico sullo sviluppo, in particolare rispetto al concetto di territorio, il rapporto tra mondo rurale e urbano. La disciplina si confronta con quattro tendenze interconnesse tra di loro: (a) il processo di declino dell’agricoltura rispetto allo sviluppo industriale, (b) il ridimensionamento del ruolo degli economisti agrari nel dibattito pubblico nazionale nelle scelte politiche settoriali, (c) la frammentazione della disciplina rispetto all’economia generale, (d) l’abbandono della prospettiva storica nella costruzione del modello economico con riflessi diretti sulla realtà marchigiana. Si anticipa una conclusione di carattere generale sul contributo innovativo.
Bartola si distacca rispetto all’insegnamento marginalista di Serpieri, al contempo propone una visione del territorio interessata al ruolo di soggetto economico dinamico dell’impresa agricola, caratterizzata da fattori specifici. In particolar modo si è confrontato nel Dipartimento di Economia così come negli studi dell’Isssem di cui si dirà più avanti con il gruppo di ricerca della scuola di economia diretta da Fuà che scopre il modello di sviluppo senza fratture e i distretti. Al contempo avanza una critica alla creazione di un modello di sviluppo esportabile, portando l’attenzione alla unicità, e alla necessità metodologica di spingere fino in fondo l’importanza dei fattori esogeni e riconoscere la storia dell’agricoltura, l’eredità della mezzadria. È questo un punto di grande interesse su cui tornerò più avanti.

La formazione di Alessandro Bartola

Alessandro Bartola nasce il 29 aprile 1940 ad Ancona da una famiglia operaia. Senza particolari radici nel mondo contadino. Si forma in una città di provincia investita dal processo di espansione urbana e dal cosiddetto “boom economico”. Si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio di Urbino (sede distaccata di Ancona) nel 1959, nell’anno stesso in cui vengono attivati i corsi per la prima volta, e si laurea nel 1964 con Beniamino Andreatta.
Considera il mestiere dell’economista come impegno civile. Il giovane Bartola si iscrive nel primo anno di vita della Facoltà di economia, la cui origine riflette il contesto di rinnovamento della cultura economica e politica italiana. Si rinnova il mondo economico con, da una parte, la crescita delle grandi industrie private e pubbliche dall’altra, dell’esodo dal mondo rurale. Il progetto di una Facoltà di economia raccolse gli intellettuali democratici, di una cultura della sinistra cattolica e socialista che preparò il cambiamento nel governo dando vita ad una stagione di dibattito.
A metà degli anni Cinquanta si era avviato in Italia un processo di elaborazione intorno ai vantaggi sociali dello sviluppo. Si mettevano in discussione i dogmi dello stalinismo che avevano condizionato la sinistra italiana. L’elaborazione teorica risentiva delle speranze di superamento della guerra fredda. In secondo luogo, le relazioni internazionali mostravano un balzo in avanti con le trattative per la creazione di una nuova Comunità europea e i democratici vivevano le speranze con l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti.
La scelta di campo di Bartola fu influenzata dalle tensioni spirituali interne alla sinistra cristiana. Partecipò alla tensione ecclesiale che accompagnò il cambiamento del magistero di Giovanni XXIII che culmina con il Concilio Vaticano II. Dentro il movimento dell’associazionismo cattolico strinse amicizia con i giovani emergenti di una compagine ecclesiale a forte connotazione democratica che guarda a sinistra e che parteciperà attivamente alla fase costituente dell’istituto regionale. In questa cornice emerge la figura di Adriano Ciaffi, della sinistra cattolica che rappresentò le istanze mezzadrili dentro le istituzioni regionali e nazionali (Ciaffi 2014). In secondo luogo, nel periodo degli studi universitari aderì ad un orientamento di critica al dogmatismo marxista e di apertura all’analisi della società moderna. In terzo luogo, e in conseguenza di quanto precede, riconobbe il valore economico e politica della cultura mezzadrile, partecipò a disegnare una concezione della modernità come evoluzione della società rurale.

Il ruolo della Facoltà di Economia di Ancona

La Facoltà di economia di Ancona divenne uno dei centri di dibattito internazionale sui temi dello sviluppo (Martellini e Sori, 2001). Il fondatore della scuola anconetana fu Giorgio Fuà, studioso e imprenditore culturale. Nel dopoguerra Fuà aveva lavorato prima con Adriano Olivetti e il gruppo di Comunità, poi con Gunter Myrdal alla Commissione economica europea dell’Onu, dove approfondì i temi dello sviluppo ed infine con Enrico Mattei, un altro marchigiano, fondatore dell’Eni, dando vita al Centro studi che fece da incunabolo di una visione originale delle riforme economiche. A contatto con gli esperti degli organismi internazionali e gli imprenditori democratici approfondì il nesso tra pianificazione, sviluppo e territorio dando vita ad una visione radicale della programmazione in polemica con la linea di Pasquale Saraceno e Ugo La Malfa.
Dal 1962 al 1975 Fuà fece parte del gruppo di esperti della Commissione nazionale per la programmazione economica. Nel 1963 pubblicò le sue idee un volume scritto con Paolo Sylos Labini (Fuà e Sylos Labini, 1963). Affermò l’esigenza di dare ai cittadini un maggiore potere di controllo nei processi produttivi, purtuttavia il piano si fondava su una fiducia astratta nella politica di sviluppo e nell’intervento industriale. La Facoltà di Ancona arruolò studiosi di diverse discipline (tra questi: Achille Ardigò, Beniamino Andreatta, Gilberto Marselli, Sabino Cassese, Claudio Napoleoni, Guido Rey, Massimo Paci, Alessandro Pizzorno, Donatello Serrani, Umberto Romagnoli, Ornello Vitali, Giuseppe Orlando, Vittorio Coda, Roberto Ruozi, Alberto Caracciolo, Bernardo Secchi) che si misurarono con i problemi dell’applicazione delle politiche di sviluppo del mondo occidentale e collaborarono al primo centro-sinistra ed in particolare offrì una carriera accademica ad esperti impegnati nelle istituzioni pubbliche e nelle imprese, a partire dai ricercatori del Centro studi dell’Eni smantellato dopo l’uccisione di Enrico Mattei.
Dopo la laurea, Alessandro Bartola iniziò la sua collaborazione con Giuseppe Orlando (1918-1992), titolare della cattedra di Economia e Politica Agraria, che divenne il suo maestro (Bartola 2013). Nella Facoltà il tema dell’agricoltura ricevette un posto di rilievo in funzione della definizione delle politiche per lo sviluppo di un paese in ritardo. In Italia esisteva una tradizione di intervento pubblico in agricoltura tra le due guerre con la Bonifica integrale, ripresa nel Dopoguerra con la riforma agraria del 1950. Gli economisti agrari parteciparono alla definizione della programmazione economica italiana e, in secondo luogo, alla nascita della Comunità economica europea ed in particolare della Politica Agricola Comune (Pac). In realtà negli anni Sessanta l’interesse degli economisti italiani, tranne alcune eccezioni, si concentrava sulla politica interna.  

Le ricerche sulla programmazione dell’agricoltura

Giuseppe Orlando fondò la scuola di economia agraria di Ancona ed esercitò una influenza rilevante su Bartola sia per la metodologia della ricerca che per la provenienza da una sinistra non marxista del Partito d’Azione. Nel dopoguerra collaborò con Manlio Rossi-Doria e Giuseppe Medici nei lavori della Commissione Economica ed impostò una politica di programmazione incentrata sui temi del lavoro e dell’alimentazione. Successivamente passò all’Istituto Nazionale di Economia Agraria, dove collaborò con Bandini al primo piano Verde in vista dell’avvio di un piano di programmazione nazionale. Negli stessi anni intraprese la carriera accademica. Fuà lo volle con sé riservando all’economia agraria un posto di rilievo (Orlando 1969). Orlando acquisì l’ordinariato nel 1961 e fu preside nella Facoltà di Ancona tra il 1962 e il 1968. Ancona si aprì alla scuola di Portici sede della Facoltà di Agraria di Napoli dove Manlio Rossi-Doria aveva creato negli stessi anni un Centro di ricerca post-universitario a Portici (Napoli) collegato ai problemi dello sviluppo del Mezzogiorno. L’influenza di Portici si fece sentire anche per altre vie. Negli anni Sessanta insegnarono ad Ancona anche l’economista Claudio Napoleoni, che curò il settore dell’agricoltura nel primo documento di programmazione economica e i sociologi rurali Gilberto Marselli e Achille Ardigò, quest’ultimo proveniente dall’ambiente di “Cronache Sociali” legato alla figura di Dossetti della sinistra cattolica. I contatti tra Rossi-Doria e Fuà erano stretti in questi anni. In particolare, Rossi-Doria sostenne a metà degli anni Sessanta la nascita dell’Istituto Adriano Olivetti (Istao) con un primo finanziamento collegato al programma CosPOs per l’ingresso delle scienze politiche e sociali dentro il sistema universitario italiano. Il programma era nato da una iniziale collaborazione tra Italia e Stati Uniti.
Dopo la laurea in economia, Bartola collaborò con Orlando alle ricerche sulla programmazione in agricoltura ed in questo periodo di assistentato maturò il proprio orientamento di ricerca e la sua identità di studioso orientato al rapporto con le istituzioni politiche. In questi anni Orlando diede vita ad una scuola con un agguerrito nucleo di ricercatori composto oltre che da Alessandro Bartola, da Giancarlo Trillini, Marco Bellardi, Girolamo Valenza a cui successivamente si aggiunge anche Franco Sotte (Bartola 2013). Entrò in contatto con la trasformazione in atto nel territorio regionale. Bartola considerò il sistema mezzadrile inadeguato per ragioni storiche, nondimeno promosse una idea di cambiamento senza rinunciare a cogliere gli elementi dinamici, (insiti) nel modello imprenditoriale a struttura famigliare, nei valori comunitari, e (nel)l’impatto ambientale misurabile nel lungo periodo (Bartola 1977).
Il piano Giolitti suggerì interventi di pianificazione territoriale nel quadro di una riforma istituzionale con la creazione dell’istituto regionale, anche se non ebbe applicazione concreta. Il primo progetto ad esso collegato fu uno programma di studio diretto dall’Istituto di Studi per lo Sviluppo Economico delle Marche (Issem) il centro studi a carattere regionale, con finanziamenti nazionali, che formò il nucleo iniziale di centro di ricerche per l’avvio di una politica di pianificazione regionale, che venne sciolto ed assorbito dalla Regione dopo la sua costituzione (Sori, 2001; Cascia 2003: 26-30). Bartola collaborò ad una ricerca che portò alla definizione della struttura produttiva ed occupazionale dell’agricoltura delle Marche. In concreto si trattò di uno studio pilota di piano zonale (Orlando 1965). Il progetto si interessò al problema di favorire un modello di programmazione fondata sull’obiettivo di far crescere la realtà imprenditoriale e produttiva, presente sul territorio. Mostrò interesse alla proposta di pianificazione avanzata da Giuseppe Barbero che aveva prodotto nel 1964 un modello statistico basato su un nucleo di aziende in Veneto (Barbero, 1965; 2016: 214-220).  L’Issem fu creato nel 1963 due anni prima della creazione dei Comitati regionali della programmazione economica. Fu particolarmente attiva la sezione degli studi di economia agraria. Nel comitato scientifico facevano parte oltre ad Orlando, anche Sabino Cassese, Alberto Caracciolo, Leopoldo Elia, Giorgio Fuà. Il primo direttore fu l’economista rurale Gilberto Marselli, poi sostituito da Bernardo Secchi geografo economico. Orlando diresse la sezione della programmazione agricola marchigiana una delle più attive. Furono assunti ricercatori esterni tra cui alcuni entrarono nella Regione dopo il 1970.
L’Ufficio di programmazione nazionale affidò ad Orlando uno studio specifico regionale, nel quadro del coordinamento nazionale. La ricerca - diretta dall’Inea e coordinata da Rossi-Doria - adottò il criterio dell’articolazione zonale, secondo la tripartizione (montagna, collina e pianura irrigua) in una prospettiva macro economica. Emerse il dato dell’abbandono dell’agricoltura delle aree interne, la montagna e la collina, che costituivano l’ossatura del modello economico marchigiano e la rendevano unica rispetto alle regioni mezzadrili dell’Italia centrale.  L’indagine portò ad una prima misurazione sulla riduzione degli occupati e suggerì misure di riequilibrio del territorio e di investimenti per il contenimento del degrado ambientale.
Tra il 1964 e il 1970 analizzò la tendenza all’abbandono dell’agricoltura mezzadrile, avviato nel Dopoguerra e sostenuto dall’atto del governo Moro nel 1964 che proibiva nuovi contratti e decise la scomparsa definitiva a cui si aggiunsero i decreti del 1972 (Adornato e Cegna 2013; Passiniti 2017). L’abolizione della mezzadria diede vita ad un’alleanza a livello locale tra sinistra cattolica, socialisti ed esponenti comunisti avversato dai proprietari. In questo passaggio Bartola si impegnò nel dare assistenza tecnica ai mezzadri per favorire l’utilizzo degli strumenti della programmazione regionale a favore di piani di sviluppo aziendale introdotti dalla LR n. 42 del 1977 (Montesi 2003: 102-106). In definitiva la legge di abolizione della mezzadria fu varata nel 1982 come presa d’atto di un processo storico. (conversione a certe condizioni della mezzadria in contratto d’affitto su richiesta di una delle due parti).

L’impegno didattico e scientifico di Bartola

Gli anni Settanta e Ottanta hanno rappresentato uno spartiacque nella biografia di studioso di Bartola. Bartola ereditò da Orlando l’insegnamento universitario e la scuola di economia agraria di Ancona. Sono anche gli anni della sua maturità scientifica. Prese la cattedra di Economia e Politica Agraria di Giuseppe Orlando dopo il suo trasferimento a Portici nel 1973 ed elaborò un suo orientamento di ricerca ed un approccio analitico originale che ridefiniva il ruolo dell’agricoltura nel territorio. Diede il suo principale apporto sul piano della teoria e nel consolidamento della disciplina ad Ancona. Fu titolare della cattedra di economia e politica agraria tra il 1971 e il 1984 nella Facoltà di Economia e dal 1985 di Economia e Tecnica Aziendale presso la Facoltà di Ingegneria (.) Nel 1986 divenne professore ordinario. Fondamentale fu il suo contributo anche alla creazione ad Ancona della Facoltà di Agraria dove negli anni precedenti la sua scomparsa insegnò istituzioni di economia e statistica agraria.
Negli anni Settanta si misurò sulla possibilità di attuazione di una politica di programmazione economica capace di rispondere alla fine della mezzadria e in generale al fenomeno dell’esodo dalle campagne. Gli strumenti istituzionali competenti erano l’ente regionale che aveva competenze in materia e lo Stato centrale. I risultati ottenuti furono principalmente teorici e metodologici senza avere una efficacia nell’orientare le scelte di politica pubblica e del mondo produttivo. Il ruolo dell’Università fu ridimensionato con lo scioglimento dell’Issem, anche se il collegamento si rinsaldò ad un livello di prassi e collaborazione informale. I ricercatori proseguirono le loro carriere in regione: Trillini fu nominato responsabile del servizio statistico successivamente divenne segretario generale della Giunta regionale; Bellardi fu responsabile del servizio politiche comunitarie e promosse negli anni Novanta il progetto di creazione della Macro Regione Adriatico-Ionica riconosciuto dalla Commissione Europea; Valenza fu coordinatore dell'Area della Programmazione e successivamente Capo di Gabinetto della Presidenza. In questo decennio emerse una classe dirigente proveniente dalle lotte mezzadrili guidata dal cattolico Adriano Ciaffi. In realtà le competenze istituzionali della politica agricola furono assunte dalla politica agricola europea. Prese avvio una politica di intervento di vasta portata incentrata sul sostegno dei prezzi, a danno degli interventi strutturali senza che il governo italiano facesse pesare gli interessi nazionali. Questo dato condizionò la possibilità di una politica di programmazione regionale. Su questo punto tornerò più avanti.
Negli anni Settanta Bartola partecipò al dibattito interno alla disciplina negli incontri annuali della Società Italiana di Economia Agraria (Sidea) e sulle riviste scientifiche ed elaborò una visione originale della politica di pianificazione in agricoltura. Non condivise la critica sulla programmazione elaborata sul piano teorico da Enzo Di Cocco (Bologna), pur senza entrare nella polemica (Di Sandro 2017: 211 e sgg.)1. Bartola prese posizione a favore della linea pianificatrice di Orlando(.) Purtuttavia, rilevò la necessità di dotare la politica di strumenti adeguati a favorire le imprese e il mercato, che portò alla definizione di un modello econometrico dell’agricoltura italiana per conto del Ministero dell’Agricoltura2. Aderì in modo convinto alla necessità di un governo del territorio mediante una seria programmazione economica con al centro l’ente regionale, indicò l’opportunità di un doppio binario con misure di lungo periodo e provvedimenti di breve durata (Bartola 1976 e 1986).
Elaborò infine uno studio teorico che si rifaceva all’esperienza della programmazione operativa delle grandi imprese multinazionali e multisettoriali dotate di una struttura manageriale e di marketing. Elaborò una proposta, che doveva orientare il sostegno su una indagine sulla produttività delle imprese agricole come elemento di una revisione sulla politica di sostegno al reddito affidata alla Pac.

L’approccio innovativo alla programmazione e il ruolo del territorio

Gli elementi metodologici innovativi sono fondamentalmente due. Il primo riguarda l’adozione, anche nell’azione pubblica, dell’approccio alla programmazione raccomandato dagli studi aziendalistici basato su un doppio livello: la programmazione strategica, finalizzata ad indicare in poche pagine la mission a medio e lungo termine e la programmazione operativa, fondata su una sistematica raccolta ed elaborazione di rapporti di monitoraggio e valutazione, mirati a segnalare tempestivamente gli adattamenti da adottare nel breve-medio periodo. Il secondo elemento riguarda il concetto di territorio che si fonda su una visione storica. Questo secondo elemento si collega al primo e ridefinisce l’apporto originale di Bartola all’indirizzo della politica economica. In lui prevalse il rapporto con la storia, non in un senso conservatore quanto piuttosto in una ricerca sull’eredità della mezzadria nella creazione di uno sviluppo sostenibile.
In questi decenni Bartola si confrontò con la concezione del territorio elaborata da Fuà che aveva portato alla scoperta dei “distretti industriali” e della “Terza Italia”. Nelle Marche si era dell’idea dell’agricoltura come elemento tendenzialmente residuale osservata nella storia della grande impresa. Gli indicatori offrivano un modello di sviluppo inatteso, rispetto alle previsioni degli economisti. Nelle regioni del Nord-Est e del Centro si affermava un modello di industrializzazione senza fratture, tra mondo agricolo ed extra agricolo. Questo processo assunse caratteristiche peculiari nelle regioni della mezzadria ed in particolar modo nelle Marche, dove il peso dell’agricoltura nel 1951 era prevalente. Emergeva negli anni Settanta una industrializzazione diffusa sul territorio, collegata al mondo rurale, che al di à delle previsioni è (stata) capace di consolidarsi e resistere alla concorrenza del mercato interno e internazionale.
Negli anni Sessanta e Settanta la regione passò da centro di emigrazione a luogo di immigrazione. Bartola misurò i benefici dello sviluppo regionale ma considerò l’agricoltura non solo in funzione del settore industriale ma anche di risorsa attiva in una prospettiva di lunga durata. La differenza con Fuà emerse (negli) anni Settanta e Ottanta come si ricava dallo scritto di Sotte ripubblicato nell’ultimo numero di Agriregionieuropa. Bartola non condivideva l’idea di Fuà sulla possibilità di generalizzare il modello marchigiano ed esportarlo nei paesi in via di sviluppo, senza considerare la funzione endogena della storia. Il rapporto di Bartola tra l’economia e la storia si deve alla ricaduta positiva degli studi sulla mezzadria e in particolare al dialogo con Sergio Anselmi, titolare della cattedra di storia economica ad Ancona (Anselmi 1985; Moroni 2013)3.
Negli anni Ottanta l’itinerario intellettuale di Bartola si indirizzò alla discussione intorno alla riforma della Pac. Un percorso di ricerca che si interruppe per la scomparsa nel 1993 (Bartola, Sotte 1991). La riforma dei criteri di sostegno all’agricoltura, si scontrò con il ritardo della politica nazionale e i limiti degli strumenti di politica agricola definiti dagli accordi comunitari orientati al sostegno dei prezzi. Gli anni Ottanta inaugurano un cambiamento della cultura fondato su due elementi: da un lato la critica ai limiti della politica europea e della politica agricola nazionale/regionale; dall’altro, la ricerca di un approccio olistico allo sviluppo che superasse le divisioni settoriali. Questa riflessione condusse ad una analisi approfondita del valore dell’eredità mezzadrile per lo sviluppo regionale.
La nuova impostazione non trovò spazio negli anni in cui il modello marchigiano e della Terza Italia appare con capacità di espansione e di traino dell’economia italiana. I costi di questo salto emersero negli anni Novanta. Tra gli anni Settanta e Ottanta con l’amico e collega Franco Sotte iniziò un ripensamento della funzione dell’agricoltura mezzadrile per lo sviluppo diffuso ed anche la necessità di impostare una politica di riequilibrio territoriale. Gli studi condotti posero la questione del rapporto tra economia e storia e sulla unicità del modello marchigiano, reso possibile per l’eredità della cultura economica della mezzadria fondata nel XV secolo e finita tra gli anni Sessanta e Settanta. In questi decenni l’analisi fu condotta in termini di contributo dato dalla mezzadria al territorio, piuttosto che di costi pagati e di eredità perduta. Questa posizione assunse una forza espansiva negli anni Novanta davanti al cambiamento dell’impostazione delle politiche europee. La scomparsa prematura di Bartola nel 1993 avvenne quando il dibattito intorno al cambiamento del parametro di valutazione del sistema economico era agli inizi.
Negli anni Ottanta questa linea di pensiero economico e politico fu sviluppata giungendo ad un programma di riforma su basi più avanzate rispetto al passato. In una ricerca finanziata dall’Inea emerse lo squilibrio in termini di risorse tra il sostegno ai prezzi e la politica di riforma strutturale (Bartola, Sotte, Fioritto 1983). Il peso del governo italiano nella politica agraria in termini di risorse si era andato riducendo. Il ruolo fondamentale era stato assunto dalla Comunità Europea. Bartola e Sotte criticarono i limiti della politica della Pac di sostegno ai prezzi e lo scarso peso in termini percentuali e assoluti alle politiche strutturali. Questa discussione rifletteva l’analisi sugli effetti negativi nella regione in termini di organizzazione delle imprese, di investimenti nell’agricoltura e di capacità di favorire i settori dinamici del mondo produttivo. In ultimo, emergeva il legame tra abbandono della cura del territorio dopo la fine dell’agricoltura mezzadrile e degrado ambientale. Sono anticipati in questi lavori i temi del dibattito economico degli anni di transizione dal XX al XXI secolo, ed il ritorno ad un interesse della specificità dell’agricoltura nell’ambito di una concezione globale tra mondo rurale ed urbano.

Considerazioni conclusive

Il percorso intellettuale di Bartola ha permesso di far emergere la connessione tra ricerca teorica, applicazione pratica, trasformazione della società e riforma delle istituzioni. In realtà le politiche pubbliche hanno assunto una funzione di protezione, con i risultati giudicati in modo contraddittorio. D’altro canto, è emerso che l’agricoltura ha dato un contributo decisivo allo sviluppo economico delle regioni mezzadrili, ma anche ha pagato costi in termini di perdita di valore. Tale filone di pensiero riprende in termini nuovi il rapporto con la storia con una inevitabile rottura rispetto alla teoria dello sviluppo, non solo in termini negativi, quanto anche in senso positivo di sostegno alla crescita del mondo rurale Evidenzia il peso economico del modello di impresa agricola per un nuovo modello di sviluppo generale ed anche pone le basi di un nuovo patto sociale tra gli agricoltori e la società a fondamento di una diversa politica agricola e rurale europea.
Bartola ripropone il valore del metodo fondato sulla ricerca di un collegamento organico tra norme generali e matematiche e ricerca induttiva sul campo. Si apre una questione di fondo: l’economia agraria è divenuta una disciplina separata ed ha perduto la funzione di partecipare all’analisi sulla complessità dei problemi, ed in particolar modo nella determinazione delle variabili dello sviluppo endogeno. In secondo luogo, in questi decenni gli economisti agrari hanno perduto una funzione di classe dirigente nazionale, rispetto all’età liberale, al Fascismo e al secondo Dopoguerra, sia per la riduzione del peso dell’agricoltura nella società italiana ma anche per il modello di sviluppo che si è imposto negli anni del boom economico.
Bartola è stato un esponente della generazione degli economisti agrari che si è confrontata con le conseguenze della grande trasformazione degli anni Cinquanta e Sessanta, la fine dei contadini e della società tradizionale, e ha saputo leggere il cambiamento cogliendo in anticipo i limiti del mito dello sviluppo fondato sulla società industriale collegata al declino dell’agricoltura, ed ha offerto una spiegazione sulla crisi del modello industriale, tenuto conto anche delle analisi economiche più avanzate per riconsiderare il problema di una visione più equilibrata, tra mondo rurale ed extra rurale avviando una ricerca sul mondo rurale in anticipo rispetto alla crisi della società contemporanea.
La questione agraria è oggi ancora centrale, diversamente rispetto al secondo dopoguerra sotto diversi versanti. La biografia di Bartola fornisce elementi utili per una ricostruzione sui limiti e le contraddizioni della politica di programmazione e di riforma della struttura agraria nell’Italia mezzadrile negli anni della Repubblica con ricadute negative che emergono davanti alla crisi socio-economica attuale. Ha indagato le cause della mancata efficacia dell’azione pubblica per l’orientamento dell’agricoltura nel quadro dello sviluppo italiano. E ha rintracciato la soluzione nella ricerca di un indirizzo avanzato di programmazione economica dedicato all’agricoltura (Sotte 1996). Secondo Bartola la fine della mezzadria ha portato ad una perdita rilevante, poiché detentrice di un valore non solo economico ma anche di conservazione del suolo e di cultura imprenditoriale e sociale. Lo stesso non ha nostalgia verso il “patto arcaico” mezzadrile, quanto ha cercato la soluzione oltre una visione industrialista. Nell’ottica di Bartola una agricoltura competitiva ha bisogno, in definitiva, di istituzioni efficienti per far emergere la diversità dei territori ed agevolare il processo di selezione delle imprese capaci di stare sul mercato, rispetto al proliferare di piccoli proprietari e al fenomeno del contoterzismo Occorre, inoltre puntare sulla sostenibilità ambientale mediante una politica di tutela del suolo. In definitiva Bartola fornisce indicazioni per analizzare le cause della condizione della crisi del modello marchigiano. Sono questi alcuni dei contenuti e dei lasciti intellettuali per una nuova politica del XXI secolo, provenienti dall’insegnamento di Bartola e dalla scuola di economia agraria di Ancona4.

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  • Cascia A., Montesi B. (a cura) (2003) Dignità conquistata. Da contadini ad agricoltori delle Marche, affinità elettive, Ancona

  • Cascia  A. Il presente ha un cuore antico, in Dignità conquistata, cit.

  • Ciaffi A., intervento in Le Marche nella mezzadria. Un grande futuro dietro le spalle, cit.

  • Di Sandro G. (2017) La scuola bolognese degli economisti agrari (1925-1981). Da Giuseppe Tassinari e Luigi Perdisa a Enzo Di Cocco, Milano, Angeli, 2017

  • Fuà G. e Sylos-Labini P. (1963), Idee per la programmazione economica, Laterza, Bari

  • Martellini A. e Sori E (a cura di) (2001) La Facoltà di economia di Ancona: 1959-1999, Università degli studi. Facoltà di Economia, Ancona

  • Montesi B. (2003), Imprenditori agricoli oggi, in Dignità conquistata. Da contadini ad agricoltori delle Marche, a cura di A. Cascia e B. Montesi, affinità elettive, Ancona

  • Moroni M (2013) La mezzadria trent’anni dopo la legge del 1982, in Proposte e ricerche, 71, 2013, pp. 30-53

  • Orlando G. (1965), Programmazione regionale dell’agricoltura. Studio pilota di piano zonale, Argalia editore

  • Orlando G (1969) Progressi e difficoltà dell’agricoltura, vol. III, Lo sviluppo economico italiano, opera diretta da G. Fuà, Angeli, Milano

  • Passiniti P. (2017) Persistenza e tramonto di un archetipo contrattuale, Giappichelli, Torino

  • Sori E. (2001) Istituto per gli studi dello sviluppo economico delle Marche (Issem), in Martellini A. e Sori E. (a cura), Cit., pp. 87-88

  • Sotte F. (2013) Sviluppo economico, agricoltura e politica agraria. L’attualità del pensiero di Alessandro Bartola, Agriregionieuropa a. 9 n°34 (I. ed. 1996)

  • Sotte F. (2014), Intervento in Le Marche nella mezzadria, cit.

  • 1. Il dibattito si aprì a metà degli anni Sessanta con uno scritto di Di Cocco in polemica con le posizioni istituzionali proposte da Michele De Benedictis e Quirino Paris.
  • 2. Nel corso della sua attività di ricerca ha trascorso un periodo di studio presso l'Agricultural Economics Department dell'Università di California (Davis) dove ha perfezionato la sua formazione teorica.
  • 3. La storia è stata assunta di recente come categoria per analizzare le ragioni del successo o fallimento della politica di sviluppo nel Dopoguerra: (Agemoglou e Robinson 2012).
  • 4. Così scrive Sotte in una testimonianza: «Se avessimo ascoltato la lezione di Bartola ci saremmo preparati all’evoluzione ed anche alla fine del ciclo dei distretti industriali, e ci saremmo trovati anche più pronti, non gettare via con l’acqua sporca dello sfruttamento del lavoro mezzadrile, anche il bambino dei valori sociali, individuali ed uso accorto delle risorse produttive e ambientali dei terreni agricoli» (Sotte 2013: 118).
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