Impresa, azienda, famiglia e strutture agrarie: 50 numeri di Agriregionieuropa, 60 anni di Europa

Impresa, azienda, famiglia e strutture agrarie: 50 numeri di Agriregionieuropa, 60 anni di Europa
a Università di Torino, Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”

Abstract

Questo articolo ricostruisce l’evoluzione delle strutture agricole italiane attraverso gli articoli che Agriregionieuropa vi ha dedicato nei suoi primi 50 numeri, ne discute il carattere familiare e le sue implicazioni; quindi analizza la concezione di azienda agricola che sottostà alla Pac nelle sue diverse fasi e presenta alcune considerazioni sulla possibile evoluzione futura delle aziende familiari.

Introduzione

Fin dal suo numero 0, Agriregionieuropa ha dedicato attenzione al tema della struttura del settore agricolo, delle sue caratteristiche e della sua evoluzione, della sua composizione sociale e delle funzioni svolte dalle unità economiche operanti nel settore. Il raggiungimento del 50° numero della rivista, in coincidenza col cinquantenario dell’Europa e quindi della Pac, è una buona occasione per rivisitare il contributo della rivista all’analisi di queste tematiche. Ma, piuttosto che ripercorrere cronologicamente i contributi comparsi sulla rivista, credo sia utile esaminare il quadro generale che ne emerge.

Le aziende agricole italiane

Una prima constatazione riguarda il processo evolutivo delle aziende, che vede, come noto, un calo continuo nel loro numero. Si tratta di un processo di lunga durata (Fanfani e Spinelli, 2012), ma con un’accelerazione dal -14% fra i Censimenti del 1990 e del 2000 (Fanfani, 2008) al -32% del decennio successivo (Corsi e Di Vita, 2017). Il processo di riduzione del numero di aziende si accompagna ad una riduzione in misura minore della Sau (-5% fra 1990 e 2000, -2,5% fra 2000 e 2010). Si è trattato di un processo di selezione che ha fortemente ridotto il numero delle aziende di dimensioni minori (fino ai 20 ha), mentre è aumentato quello delle aziende più grandi (Fanfani e Spinelli, 2012). E’ quindi un processo di progressivo consolidamento e di allargamento della superficie media aziendale, particolarmente accentuato nel primo decennio del secolo, quando la Sau media passa da 5,5 a 7,9 ha; anche se la dimensione in termini di Sau non coincide con la dimensione economica, questo dato è comunque nettamente inferiore rispetto a quella di gran parte dei paesi UE15. L’agricoltura italiana rimane in ogni caso caratterizzata dalla prevalenza -come numero- delle aziende di dimensioni ridotte (quelle fino a 20 ha sono ancora più del 90% nel 2010), anche se ovviamente la loro importanza in termini di superficie è drasticamente minore (37%). I cambiamenti riguardano anche la distribuzione delle aziende per zone altimetriche: la diminuzione del numero delle aziende e della Sau è stata molto più accentuata in montagna e (in misura minore) in collina rispetto alla pianura.
L’evoluzione non riguarda solo le dimensioni aziendali, ma si muove anche secondo le tre direzioni dell’allargamento, dell’approfondimento e del riposizionamento (van der Ploeg, 2002; Sotte, 2006 b). Riguardo alla prima direzione, che comprende le nuove funzioni dell’agricoltura, un certo numero di aziende italiane adotta pratiche multifunzionali (anche se la loro percentuale nel 2010 non superava il 5% del totale), con risultati economici generalmente positivi (Cardillo e Cimino, 2015). Un elemento da notare è che l’incidenza dei redditi derivanti da queste attività è maggiore fra le piccole aziende: un’indicazione che la strategia di diversificazione rappresenta un modo per impiegare efficientemente le risorse umane che eccederebbero il fabbisogno di una gestione agricola specializzata. Analoghe considerazioni valgono per lo sviluppo di nuove forme di distribuzione, vendite dirette e filiera corta (Cicatiello e Franco, 2008; Aguglia, 2009; Borri et al., 2009; Corsi et al., 2014), che concernono la direzione dell’approfondimento: si tratta di modificazioni della strutturazione aziendale che mirano ad un migliore utilizzo delle risorse lavorative familiari (sono infatti attività ad intensità di lavoro maggiore rispetto ai canali convenzionali), oltre a permettere di sottrarsi al potere di mercato oligopolistico in alcuni casi presente nelle catene convenzionali e di sfruttare le tendenze di mercato verso la valorizzazione della tipicità e della produzione locale; possibilità che peraltro non sembrano riguardare solo le piccole aziende (Corsi et al., 2014). Infine, per quanto riguarda il riposizionamento (integrazione con altri redditi extra-aziendali) non si tratta di una novità: la presenza della pluriattività è stata largamente documentata, e continua a caratterizzare largamente l’agricoltura italiana. Secondo i dati del Censimento dell’agricoltura del 2010, il 24% dei conduttori ha un’attività extra-aziendale, il 20% in misura prevalente rispetto al lavoro in azienda; fra i coniugi che lavorano in azienda, quasi il 27% ha un lavoro fuori, il 24% in forma prevalente. Molto significativamente, le percentuali sono più alte nelle classi di ampiezza aziendali più piccole, e scendono al crescere delle dimensioni aziendali; più specificamente, scendono le percentuali di conduttori impegnati prevalentemente fuori azienda, mentre aumentano quelle di conduttori la cui attività prevalente è in azienda. Questi dati vanno nuovamente letti come indici della capacità delle famiglie agricole di allocare efficientemente, quando le condizioni esterne lo permettono, il lavoro disponibile fra l’attività aziendale e quella esterna.
In termini di tipologia, le aziende italiane conservano la caratteristica della prevalenza delle aziende familiari. Anche solo considerando le aziende con un’attività commerciale, titolari di partita Iva, le aziende il cui titolare è una persona fisica erano nel 2011 l’85%, e aggiungendo le altre società di persone si arrivava al 96% (Cristofaro, 2014). Il concetto di azienda familiare è peraltro tutt’altro che univoco, come emerge anche dall’intero numero di Agriregionieuropa dedicato a questo tema (il n° 43 del dicembre 2015, cui si rimanda per tutta una serie di contributi); anche se per alcuni coincide con quello di piccola azienda, fondamentalmente – e anche nella definizione che ne dà uno studio commissionato dalla Fao per l’anno dell’agricoltura familiare (Garner e de la O Campos, 2014)- si ha un’azienda familiare se la produzione agricola è organizzata da una famiglia che vi conferisce in misura significativa il lavoro. Questa caratterizzazione dell’agricoltura italiana -comune a tutto il mondo occidentale e non solo- fa sì che l’organizzazione produttiva in agricoltura subisca direttamente gli effetti di cambiamenti sociali relativi ai rapporti familiari, alla divisione dei ruoli di genere, alla composizione tipica della famiglia; pone inoltre il problema della continuità familiare anche rispetto alla gestione aziendale.
Ad esempio, l’evoluzione delle aziende familiari riflette i cambiamenti sociali per quanto riguarda il crescente, seppur ancora insufficiente, riconoscimento del ruolo femminile. La percentuale di aziende a conduzione femminile infatti aumenta nel tempo (Montresor e Bonetti, 2009; Zanetti, 2013; Montresor e Pecci, 2015); si tratta di una presenza che, con differenze territoriali, riflette dinamiche diverse. Da una parte, è tipicamente maggiore in aree marginali e in dimensioni aziendali ridotte, quindi a minor redditività, il che si traduce in una minore produttività media delle aziende “rosa”, una differenza che invece sparisce quando il confronto fra aziende “rosa” e aziende nel loro complesso viene condotto per fasce omogenee (Montresor e Pecci, 2015). E’ una situazione che presumibilmente dipende in larga misura dal differenziale di salario uomo-donna, che nelle piccole aziende nelle quali la pluriattività è necessaria al reddito familiare rende maggiormente conveniente nell’economia familiare il lavoro fuori azienda dell’uomo, oltre che -nelle classi di età più alte- dalla maggiore sopravvivenza media delle donne, che subentrano a conduttori maschi pensionati o deceduti. Dall’altra parte, appare anche una maggior dinamicità delle donne nelle classi più giovani, e in particolare una capacità di sfruttare la diversificazione e integrazione delle attività (Zanetti, 2013), e di mostrare una efficienza maggiore della media in aree difficili, come le zone collinari (Montresor e Pecci, 2015); un riflesso questo, invece, del mutato ruolo della donna rispetto alla società tradizionale. A questo proposito, va anche notata la diminuzione della presenza femminile fra i salariati, specialmente a tempo determinato, sia per l’effetto dell’innalzamento dei redditi che rende meno necessario e attrattivo questo tipo di lavoro, sia per la maggiore scolarizzazione media a scapito di un’attività scarsamente qualificata, sia infine per effetto dell’immigrazione che ha mantenuto bassi i salari relativi, scoraggiando l’offerta di lavoro locale.
Il problema della continuità delle aziende familiari, e quindi della successione e dell’inserimento dei giovani, è stato un tema ampiamente dibattuto su Agriregionieuropa. Una percentuale molto significativa di aziende appare priva di potenziali successori (Corsi, 2005), un fenomeno legato alla penuria di giovani in agricoltura e reso preoccupante dall’alta età media degli addetti agricoli (Sotte et al., 2005). I conduttori sotto i 40 anni erano poco meno del 10% secondo il Censimento del 2010, una percentuale in leggera diminuzione rispetto al 2000, anche se caratterizzata da un livello educativo superiore alla media (Cagliero e Novelli, 2012). Rispetto a questa situazione, le politiche tese a favorire l’ingresso dei giovani non sembrano essere particolarmente efficaci (Carbone et al., 2005; Carbone, 2008; Canali e Gjika, 2014). E’ però importante sottolineare alcune caratteristiche della presenza giovanile, per interpretare i meccanismi che ne sono alla base. La presenza giovanile è più alta nelle aziende di maggiore dimensione, quindi capaci di fornire un reddito più elevato (Cagliero e Novelli, 2012), che sono anche quelle con una maggiore presenza di potenziali successori (Corsi, 2005); ma sono anche relativamente più numerosi i giovani sia in regioni a reddito medio alto (Nord-Ovest) sia in situazioni opposte (Isole). Questo riflette un processo governato dalle situazioni del mercato del lavoro, per cui da una parte rimangono in agricoltura i figli con prospettive di reddito maggiori che negli altri settori, ma restano anche, nonostante un reddito limitato, gli agricoltori che non possono trovare un’occupazione diversa, o per le caratteristiche del mercato del lavoro locale (i giovani nelle aree “difficili” del Mezzogiorno) o per loro caratteristiche (ad esempio, sopra una certa età è difficile trovare un’occupazione alternativa) (Corsi, 2009; Carbone e Corsi, 2014). Anche il “ritorno dei giovani alla terra” molto propagandato negli ultimi anni, anche se probabilmente di consistenza limitata, può essere interpretato in relazione al minor reddito atteso delle occupazioni extra-agricole dovuto alla crisi economica. L’aspetto positivo del fenomeno è che queste iniziative giovanili sembrano prevalentemente orientarsi verso forme alternative, che sfruttano le nuove tendenze del consumo verso prodotti tipici, locali, di contenuto ambientalistico e spesso legati ad attività complementari.
La struttura basata su aziende familiari e trasmesse attraverso la successione ha conseguenze dirette sull’evoluzione strutturale dell’agricoltura. La maggioranza dei conduttori deriva la propria posizione da una successione familiare, date le numerose difficoltà all’insediamento ex novo di un’azienda (capitale agrario e fondiario necessario, accesso al credito, esperienza, canali commerciali ecc.). L’allargamento delle dimensioni aziendali per sfruttare le possibili economie di scala (che avvenga attraverso l’acquisto o l’affitto a titolo oneroso o gratuito) è quindi condizionato proprio dal carattere familiare delle aziende, sotto un duplice aspetto: quello dell’eredità (riguardante la trasmissione del capitale fondiario) e quello della successione (riguardante il passaggio delle gestione dell’azienda) (Corsi, in stampa). Sotto il primo aspetto, le norme di successione che, sulla scia del Codice Napoleonico e a differenza del regime anglosassone, prescrivono una divisione largamente egualitaria dell’eredità fra i figli, ha determinato nel passato il problema della frammentazione fondiaria; un problema divenuto meno pressante per la diminuzione del numero medio di figli anche nelle famiglie agricole, e per le maggiori prospettive occupazionali che nell’ultimo sessantennio hanno determinato un forte esodo agricolo. Più rilevante è il problema della successione nella gestione; data la non-producibilità della terra, l’allargamento delle dimensioni aziendali (con l’eccezione, non a caso, delle aziende zootecniche senza terra) è possibile solo se si liberano altre aziende, il che avviene più frequentemente quando queste si ritrovano senza successore al pensionamento del conduttore. Ne consegue che il processo di crescita delle dimensioni aziendali è condizionato e rallentato dalle dinamiche demografiche (Corsi e Di Vita, 2017): le aziende che forniscono un reddito soddisfacente non solo continuano l’attività, ma hanno maggiore probabilità di avere un successore, solo in mancanza del quale cessano; quelle che hanno redditi bassi e non compensati dalla pluriattività tendono ad uscire dal settore, ma solo se esistono opportunità occupazionali alternative, altrimenti rimangono in attività anche con redditi bassi fino al pensionamento, al giungere del quale hanno generalmente meno probabilità di avere un successore.
Le caratteristiche delle aziende familiari si intrecciano al problema del loro ruolo economico. L’esistenza di un grandissimo numero di aziende di piccole e piccolissime dimensioni è una caratteristica di lungo periodo dell’agricoltura italiana, e ha portato Sotte e Arzeni (Sotte, 2006 a; Sotte e Arzeni, 2013) a teorizzare la divisione dell’agricoltura italiana fra imprese e non-imprese. Nel primo lavoro si trattava di una dicotomia netta, mentre il secondo articola molto maggiormente il quadro, introducendo tre categorie: (a) le aziende non-imprese (con Produzione Standard inferiore ai 10 mila euro); (b) le aziende intermedie con PS compresa fra i 10 e i 20 mila euro; (c) le imprese, con PS maggiore di 20 mila euro. Le tre categorie sono poi ulteriormente disaggregate in sottocategorie sulla base della minore o maggiore dimensione dell’autoconsumo e al ricorso al contoterzismo. Questi lavori mettono bene in luce il fatto che mentre la stragrande maggioranza delle aziende (prendendo questo termine nella accezione più larga) sono di piccole dimensioni e con scarsa presenza sul mercato, il loro peso sul totale della superficie è ridotto e la loro percentuale sul valore della produzione è ancora minore; pongono anche il problema della necessità che l’indirizzo della politica agraria sia differenziato per i diversi gruppi. Però evidenziano anche la forte diversificazione che attraversa tutte le categorie, che vale anche quando l’attenzione si ferma sulla categoria delle non-imprese (Arzeni e Sotte, 2014) che mostrano anch’esse una forte diversificazione interna. Questo porta a mio parere a pensare più che ad una dicotomia, ad un continuum di situazioni aziendali, la cui configurazione dipende dalla dotazione di risorse della famiglia, dai vincoli esistenti e dai conseguenti obiettivi che la famiglia stessa si dà. Come ho cercato di argomentare prima, è perfettamente razionale, ed efficiente dal punto di vista della famiglia agricola, combinare una ridotta prestazione di lavoro in azienda con un lavoro esterno del conduttore e di altri membri della famiglia, quando esistono occasioni di occupazione esterne; è altrettanto razionale continuare l’attività agricola anche con bassi redditi se queste occasioni non esistono, se la cessione dell’azienda non comporta un reddito maggiore di quello della continuazione; come è razionale utilizzare il contoterzista se le dimensioni aziendali non consentono di distribuire adeguatamente il costo fisso dei macchinari. La dimensione economica delle aziende quindi non è di per sé risolutiva rispetto all’efficienza delle aziende1. D’altronde non si spiegherebbe altrimenti la persistenza nel tempo della fascia di piccole e piccolissime aziende, la cui riduzione è estremamente lenta, proprio perché legata a processi demografici e a dinamiche successorie (oltre che magari a strategie familiari di risparmio che considerano la terra come bene rifugio).  Che poi questa situazione porti a utilizzare poco le economie di scala è vero, anche se quando queste sono molto forti hanno già di fatto comportato l’esclusione delle piccole aziende (non a caso c’è una forte concentrazione di aziende di grandi dimensioni nel comparto zootecnico, specie avicolo e suino). Non voglio quindi negare che esista un problema; ma è importante chiarire i meccanismi che sono alla base di questa situazione e che spiegano la sua permanenza, e oltretutto non è sicuro che una configurazione radicalmente diversa, con una forte riduzione dell’occupazione e l’abbandono delle zone meno redditizie porti ad una maggior benessere netto sociale. E’ necessario un ulteriore sforzo di ricerca per capire meglio le differenze di comportamento delle varie categorie di azienda, i loro rapporti col territorio, i loro comportamenti ambientali e la capacità di fornire produzioni di qualità. Ed è necessario uscire sia dalla retorica del “piccolo è bello, pulito e giusto” sia da quella “grande è efficiente ed è l’unico modo per stare sul mercato”2.

La Pac e le aziende familiari

Alle sue origini, la Pac prendeva in considerazione il settore agricolo come insieme, senza distinguere al suo interno, probabilmente nell’implicita assunzione che si trattasse prevalentemente di strati sociali bisognosi di protezione: l’articolo 33 del trattato di Roma istitutivo della Comunità Economica Europea, accanto alla crescita della produttività, alla stabilizzazione dei mercati, alla sicurezza degli approvvigionamenti e ai “prezzi ragionevoli” per i consumatori citava come obiettivo “un tenore di vita equo alla popolazione agricola, grazie in particolare al miglioramento del reddito individuale di coloro che lavorano nell'agricoltura”. L’implementazione della Pac nel suo primo periodo attraverso la politica di prezzi minimi garantiti superiori ai prezzi internazionali ha però avuto effetti regressivi, favorendo le grandi aziende rispetto alle piccole, con lo sbilanciamento dell’intervento di cui tuttora, dopo tutte le trasformazioni della Pac, vediamo le conseguenze nella distribuzione degli aiuti diretti, concentrati su una percentuale ridotta di aziende. In breve tempo questo indirizzo si è cristallizzato in una concezione implicita secondo cui erano “vere aziende” solo quelle di una certa dimensione economica, sufficiente a fornire un reddito “comparabile” a quello degli altri settori, a tempo pieno: una concezione che è abbastanza esplicita nelle Direttive socio-strutturali del 1972 (Dir. 159/72, 160/72, 161/72). Nei “considerando” della Direttiva 159/72, ad esempio, si diceva che “la struttura agraria è caratterizzata nella Comunità da un vasto numero di aziende agricole in cui mancano le condizioni strutturali che consentano di assicurare un equo reddito e condizioni di vita comparabili a quelle delle altre professioni ; che, inoltre, aumenta in modo permanente il divario tra il reddito delle aziende che per la loro situazione strutturale sono in grado di adeguarsi allo sviluppo economico e il reddito delle altre aziende”: ne derivava una politica che mirava da una parte a promuovere le aziende in grado di svilupparsi e di raggiungere i redditi comparabili, dall’altra a ridurre quelle non in grado realisticamente di arrivare a questi risultati, incentivandone l’abbandono a favore del primo gruppo. Si trattava di una visione anche in larga parte condivisa dall’accademia e dalle organizzazioni professionali, per cui esistevano i “veri agricoltori” e gli altri, destinati a lasciare in breve il settore. Una visione messa in crisi, oltre che dallo scarso successo delle Direttive socio-strutturali, dagli studi, iniziati proprio alla fine degli anni ’70, sull’agricoltura part-time e sulla pluriattività. Iniziata a scopo descrittivo e classificatorio, questa letteratura ha progressivamente messo in luce come la pluriattività sia un fenomeno permanente, e che trova la sua razionalità nell’impiego efficiente delle risorse lavorative della famiglia agricola. Questo, accanto al permanere degli squilibri territoriali, ha portato alla nascita delle politiche di sviluppo rurale, nelle quali convergono istanze sociali e ambientali: il ruolo dell’agricoltura non viene più visto esclusivamente in termini di produzione di beni di mercato, ma anche di produzione di beni comuni, di diversificazione della produzione, di salvaguardia del territorio. La distinzione fra i “veri agricoltori” e gli altri viene in qualche misura a cadere, nella misura in cui -almeno in termini di dichiarazione di principio- il sostegno all’agricoltore rappresenta la remunerazione della produzione di beni pubblici e di esternalità positive. Dico in linea di principio perché anche negli ultimi sviluppi della Pac -la riforma del 2013- questo principio, pur affermato, si traduce nei fatti in larga misura in un sostegno alla rendita (Sotte, 2017). Inoltre questo principio si confonde con il requisito di svolgere un’attività di produzione di beni agricoli e con il ruolo di rendere vitali i territori. I contributi sono riservati agli “agricoltori attivi” (si veda il 10° “considerando” del Reg 1307/20133) cioè a persone o enti per i quali l’attività agricola non sia marginale; ma se lo scopo è la produzione di beni pubblici ed esternalità positive, questo dovrebbe essere l’oggetto dell’incentivazione, senza riguardo al tipo e alla quantità di produzione per il mercato ad esso connessa. La giustificazione per l’eccezione dalla regola della produzione non marginale per i piccoli agricoltori part-time è che contribuiscono alla vitalità delle zone rurali, un obiettivo di natura strettamente sociale, per il quale però può essere discutibile utilizzare strumenti relativi all’agricoltura. La non esclusione dei produttori marginali dai contributi è comprensibile, e anche condivisibile in termini di equità; tuttavia implicitamente questa distinzione riporta alla suddivisione fra “veri agricoltori” e “non-veri agricoltori”. Questa distinzione comporta il rischio che la Pac sia indirizzata prevalentemente verso la prima categoria, e quindi implicitamente che si leghi il compenso alla produzione di beni pubblici alla produzione di beni di mercato. In maniera coerente il compenso dovrebbe essere commisurato alla quantità di produzione dei beni pubblici, indipendentemente dalla dimensione aziendale e addirittura dalla stessa produzione di prodotti agricoli.

Le prospettive future

Ovviamente nessuno ha in mano la sfera di cristallo della previsione del futuro. Tuttavia si può cercare di ragionare sulle possibili prospettive di evoluzione della struttura produttiva dell’agricoltura, utilizzando la chiave interpretativa che abbiamo illustrato prima e quanto l’economia ci ha insegnato sulle caratteristiche del settore agricolo.
Innanzitutto è necessario ricordare (Corsi, 2015) che le dimensioni delle imprese in agricoltura, anche di quelle maggiori, sono modeste a paragone di quelle di altri settori, soprattutto a causa di fattori tecnologici: la difficoltà all’adozione di macchinari specializzati per produzioni su larga scala per i carattere stagionale delle produzioni, che obbligano (con qualche eccezione, come la zootecnia “industriale”) a lavorazioni in parallelo anziché in linea4, con la conseguente minor possibilità di ripartire i costi fissi (Gorgescu-Roegen, 1972). Il risultato è che le economie di scala in agricoltura sono limitate e si esauriscono rapidamente (Hayami e Ruttan, 1985; Kislev e Peterson, 1996). Il carattere familiare prevalente delle imprese agricole è invece attribuito (Pollack, 1985) al maggior costo del lavoro salariato rispetto a quello familiare perché la supervisione (non necessaria per i familiari) di attività disperse sul terreno è costosa. Di nuovo, la maggior presenza di forme societarie fra le aziende zootecniche (Cristofaro, 2014) mostra la dipendenza della struttura agricola dal dato tecnologico.
Se quindi, come dimostra l’esempio delle produzioni zootecniche, è la tecnologia che determina le economie di scala (e quindi l’incentivo alla variazione delle dimensioni aziendali), e il tipo di lavoro (e quindi la prevalenza dell’impresa familiare) è all’evoluzione della tecnologia che occorre guardare per prevedere l’evoluzione delle strutture. Da questo punto di vista, il problema è da una parte quello delle tecnologie che si rendono disponibili, dall’altra quello della convenienza ad adottarle, e l’incentivo alla stessa produzione di tecnologie. Come noto, nel passato nell’agricoltura italiana sono prevalse le innovazioni risparmiatrici di lavoro e quelle risparmiatrici di terra, seguendo l’evoluzione dei prezzi relativi che hanno visto aumentare di molto il prezzo del lavoro rispetto a quello degli altri fattori produttivi, e quello della terra rispetto a quello dei capitali, sia pure in misura minore. Le innovazioni che si prospettano nel breve-medio termine sono quelle in campo biotecnologico e quelle derivanti dall’applicazione delle tecnologie informatiche. Le prime – se supereranno le resistenze dei consumatori – sono prevalentemente risparmiatrici di terra, e la loro applicazione è indipendente dalle dimensioni aziendali, per cui non dovrebbero avere effetti consistenti sulle economie di scala. Più difficile è prevedere gli effetti delle innovazioni informatiche. Da una parte hanno messo a disposizione anche ad imprese di dimensioni ridotte capacità di elaborazione e di calcolo che una volta erano appannaggio solo delle grandissime imprese, il che, una volta superati i problemi di apprendimento, tenderebbe a favorire la sopravvivenza anche delle piccole aziende. Dall’altra, se applicate in connessione con apparecchiature meccaniche (droni, agricoltura di precisione, ecc.) richiedono investimenti di capitale fisso e capacità tecniche che le rendono poco adatte alle piccole aziende. Entrambe le categorie di innovazioni sono comunque risparmiatrici di lavoro, per cui ci si può aspettare sotto questo aspetto una continuazione del trend alla riduzione del lavoro agricolo. Questa tendenza però è condizionata: a) dall’andamento del costo del lavoro rispetto a quello degli altri fattori di produzione, che presumibilmente rimarrà stagnante o decrescente, limitando quindi la spinta all’adozione di tecnologie risparmiatrici di lavoro; b) soprattutto dalle possibilità effettive di fuoriuscita dal settore degli attuali addetti. Su questo punto torneremo fra un momento; ma occorre anche accennare ai cambiamenti dal lato della domanda dei prodotti agricoli, che da tempo si sta spostando verso prodotti di qualità e più generalmente dotati di attributi di diversificazione (ambientali, di gusto, di provenienza territoriale). Anche se è difficile generalizzare, in linea di massima questi prodotti sono maggiormente intensivi di lavoro, il che può contrastare la tendenza alla riduzione del lavoro agricolo. Dal punto di vista degli effetti sulle dimensioni aziendali, nonostante una diffusa opinione in proposito non è automaticamente garantito che queste produzioni siano maggiormente favorevoli alle piccole aziende: molto dipende dal tipo specifico di prodotto (un conto è il formaggio di una piccola Dop, un altro è la produzione biologica di cereali).
L’altro fattore determinante dell’evoluzione della struttura aziendale è quello demografico. Si è già argomentato che quello della mancanza di successione è il canale principale di messa a disposizione di terreni per l’allargamento delle aziende; da questo punto di vista sia l’alta età media in generale dei conduttori, sia ancor più il fatto che questa sia più alta nelle piccole aziende, che dispongono anche in misura minore di successori familiari, fanno prevedere una accelerazione della riduzione del numero di aziende, come d’altronde già successo nell’ultimo periodo intercensuario. Se si deve azzardare una valutazione, questo fattore è probabilmente ancora più importante di quelli citati precedentemente; ma occorre sempre tener presente il condizionamento esercitato sull’intero meccanismo delle occasioni di occupazione alternative e della loro redditività comparata a quella agricola. In definitiva, se si può prevedere la continuazione del processo di allargamento delle dimensioni aziendali, è comunque difficile pensare ad una modificazione profonda del settore agricolo che gli faccia perdere il carattere di agricoltura familiare che ha conosciuto finora.

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  • 1. Per inciso, la lettura in termini di produttività dei dati della Produzione Standard (PS) per giornata di lavoro può a mio parere essere fuorviante: la PS è concettualmente assimilabile al ricavo totale, e quindi non equivale al reddito, perché non tiene conto dei costi. Ricavi alti con costi alti possono ovviamente risultare in redditi minori di quelli di situazioni con ricavi minori, ma costi ridotti. Sotto questo aspetto, il Reddito Lordo Standard era molto più indicativo del reddito fornito dalle aziende. Non va poi mai dimenticato che si tratta di valori standard, non dei valori effettivi aziendali. Un’ulteriore osservazione è che la dichiarazione di non vendita dei propri prodotti da parte di piccole aziende va presa con una certa cautela, per le esenzioni e le possibilità di evasione che offrono le piccole produzioni e la conseguente riluttanza a dichiararle.
  • 2. Un altro tema su cui andrebbe sviluppata una maggiore ricerca è quello del ruolo dell’immigrazione nella strutturazione dell’agricoltura italiana. Si tratta di un tema poco frequentato e sul quale ho trovato pochi contributi su Agriregionieuropa (Ghelfi e Rivaroli, 2010; Corrado, 2015). L’allargamento dell’offerta di lavoro dipendente a salario ridotto creato dall’immigrazione favorisce in particolare la fascia di aziende familiari di dimensioni intermedie che necessitano di manodopera in eccesso di quella familiare.
  • 3. “… gli Stati membri dovrebbero astenersi dall'assegnare pagamenti diretti a talune persone fisiche e giuridiche, a meno che queste possano dimostrare che la loro attività agricola non sia marginale. Gli Stati membri dovrebbero, parimenti, avere la possibilità di non concedere pagamenti diretti ad altre persone fisiche o giuridiche la cui attività agricola sia marginale. Gli Stati membri dovrebbero nondimeno essere autorizzati ad assegnare pagamenti diretti ai piccoli agricoltori part-time poiché questi ultimi danno un contributo diretto alla vitalità delle zone rurali. Gli Stati membri dovrebbero inoltre astenersi dall'assegnare pagamenti diretti a persone fisiche o giuridiche le cui superfici agricole siano principalmente superfici mantenute naturalmente in uno stato idoneo al pascolo o alla coltivazione e che non svolgano una determinata attività minima.”
  • 4. A differenza della linea di montaggio, dove l’impianto inizia la lavorazione di un secondo pezzo appena terminata la prima fase del primo pezzo, in agricoltura occorre attendere la fine di tutto un ciclo produttivo per poter impiegare nuovamente il terreno e i macchinari per una produzione successiva. Ne deriva una sottoutilizzazione dei macchinari (ad es. la mietitrebbia, a differenza della pressa alla catena di montaggio, è utilizzata solo per un periodo dell’anno).
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