Il territorio come fattore di successo delle produzioni agroalimentari: il caso della vitivinicoltura

Il territorio come fattore di successo delle produzioni agroalimentari: il caso della vitivinicoltura

Abstract

Quanto conta il territorio per il successo delle produzioni agroalimentari? Secondo questo articolo è determinante: concentrandosi sul comparto vitivinicolo l’analisi empirica evidenzia che, oltre a conformazione territoriale in senso fisico e alle caratteristiche aziendali, la performance economica è fortemente correlata a fattori di contesto come capitale umano, accessibilità, innovazione, agglomerazione e – più in generale – all’esistenza di un “sistema regione”.

Introduzione

Un approccio integrato per indagare il legame tra territorio e agroalimentare

L’evoluzione delle teorie della crescita verso un approccio integrato, insieme alle evidenze empiriche di mancata convergenza e di crescenti disparità intra-regionali riscontrate negli ultimi decenni, hanno messo in evidenza come livelli e traiettorie di sviluppo dipendano da variabili strettamente legate al contesto territoriale: tra queste un ruolo fondamentale è riconosciuto a capitale umano, innovazione, dotazione infrastrutturale, capitale sociale, accessibilità, istituzioni, prossimità relazionali e politiche pubbliche (Oecd, 2009; Rodriguez-Pose e Crescenzi, 2011; Zecca et al., 2014).
In ambito rurale, tale approccio integrato è direttamente riconducibile al nuovo paradigma della multifunzionalità dell’agricoltura (De Filippis e Sotte, 2006; Marangon, 2006; Mantino, 2008; Henke, 2009). Con esso l’agricoltura stessa è considerata non solo in un’ottica settoriale in relazione alla sua capacità di produrre beni privati, ma anche come componente – e, per così dire, “collante” – di uno sviluppo territoriale più comprensivo e complessivo (De Filippis e Henke, 2014; Fabiani, 2015). È in questo quadro che a livello europeo è andato progressivamente crescendo il ruolo del cosiddetto “secondo pilastro” della Politica Agricola Comune (Pac), ossia della politica di sviluppo rurale (De Filippis e Fugaro, 2005; Oecd, 2015) e, al suo interno, delle misure rivolte a remunerare la produzione di beni e servizi pubblici da parte dell’agricoltura. A ciò, più recentemente, si è aggiunta una sempre maggiore flessibilità accordata gli Stati membri nella gestione delle misure di sostegno settoriale del “primo pilastro”, per adattarle ai differenti contesti territoriali e sociali dell’UE a 28 (Henke et al., 2017).
In riferimento alle produzioni agroalimentari, il ruolo del territorio nello sviluppo emerge con particolare chiarezza: un contesto territoriale favorevole consente alle realtà produttive agricole di trovare le condizioni per sfruttare la propria vocazione, e si trasferisce significativamente sul valore di vendita e sulla capacità di esportazione (Peter et al., 2013). Inoltre, il collegamento dei prodotti con gli altri elementi del territorio viene sempre più accentuato anche nella fase commerciale (Gandino e Ferretti, 2017) e nella promozione, attraverso strategie esplicitamente basate sull’origine e sull’identificazione del prodotto con il territorio, come nei casi delle indicazioni geografiche1 e dell’enoturismo (Boatto e Gennari, 2011).
Che lo sviluppo delle produzioni agroalimentari di un’area sia determinato anche dal contesto territoriale è dunque oggi un dato acquisito. Ma attraverso quali elementi? In che misura e in che modo? Quest’articolo studia empiricamente il legame tra successo dell’agroalimentare e territorio, con un modello che tiene conto in modo integrato dei diversi elementi che lo possono determinare. L’analisi si focalizza sul comparto vitivinicolo, come caso esemplare di successo del nostro Made in Italy a livello internazionale2.

Il contesto territoriale nel successo della vitivinicoltura

Secondo l’approccio integrato prima richiamato, il successo della produzione vitivinicola, inteso come sviluppo di una produzione vitivinicola di qualità bene accetta dal mercato, dipende tanto dalla conformazione morfologica della regione e dalla struttura produttiva aziendale quanto dalle peculiarità del contesto territoriale in cui essa avviene. Il ruolo dei singoli aspetti può essere colto con un modello di regressione lineare multipla, qui stimato a livello comunale. Per rendere l’analisi più concreta il focus è ristretto alle regioni Umbria e Lazio, anche al fine di minimizzare il ruolo di aspetti rilevanti di cui non si riesce a tenere esplicitamente conto attraverso l’inclusione di variabili specifiche3. E’ opportuno, al riguardo, ricordare come l’analisi territoriale condotta a livello comunale, sebbene sia ampiamente impiegata nello studio dei sistemi regionali, può presentare dei limiti dovuti alla presenza di elementi di contesto non direttamente osservabili e/o misurabili a quel livello; in particolare, è doveroso esprimere qualche cautela sulla effettiva capacità che i dati comunali possono avere nel cogliere l’influenza del contesto territoriale sulle produzioni di qualità. Tuttavia, trattandosi del massimo livello di disaggregazione al quale sono disponibili dati ufficiali, l’analisi comunale ci è sembrata la scelta più opportuna.
Il modello utilizzato mette in relazione la vitivinicoltura di qualità con i diversi elementi di contesto territoriale individuati dalla letteratura sopra richiamata, al fine di evidenziare la presenza di eventuali correlazioni positive o negative tra le variabili. Sono, dunque, prese in considerazione variabili esplicative riguardanti la conformazione fisica del territorio, la struttura produttiva del settore agroalimentare e del comparto vitivinicolo, l’agglomerazione, il capitale umano, l’innovazione, l’ambito territoriale e la presenza di un effetto regionale (Tabella 1). La vitivinicoltura di qualità (variabile Y dipendente) è misurata dalla quota della superficie vitata che rientra in un disciplinare di qualità di marchi di Denominazione di Origine (Testo Unico della Vite e del Vino, 2016), sul totale della superficie vitata (Istat, 2010).

Tabella 1 – Le variabili esplicative del modello di regressione

Nota: In base alla disponibilità dei dati, le variabili sono inserite nel modello con un ritardo temporale rispetto alla variabile dipendente. La classificazione dei comuni in ambiti territoriali di appartenenza è definita dall’Agenzia per la Coesione Territoriale nel 2014 secondo un indicatore composito di accessibilità che tiene conto dei minuti di percorrenza dal polo più prossimo e della presenza di alcuni servizi essenziali (scuole, ospedali, rete idrica). I 6 ambiti territoriali sono raggruppati in due macro-gruppi: urbano (polo urbano, polo intercomunale e cintura) e rurale (intermedio, periferico e ultra periferico).
Fonte: Elaborazione dell’autore

I risultati dei diversi modelli (da 1 a 4) sono riportati in tabella 2.
Nel modello 1 si tiene conto della sola conformazione del territorio, con riferimento alla zona altimetrica e alla densità di popolazione. Questa specificazione del modello conferma quanto già evidenziato in letteratura rispetto al successo della vitivinicoltura nelle zone pianeggianti (Pomarici et al. 2012; Sardone, 2012), e suggerisce che questo effetto possa essere favorito anche da una maggiore densità di popolazione.
Con la stima del secondo modello (2) l’attenzione si estende al ruolo della struttura del settore agroalimentare e del comparto vitivinicolo: da essa emerge che non sono le aree storicamente coltivate a vite quelle dove più si sviluppa la vitivinicoltura di qualità, giacché il coefficiente della variabile che tiene conto delle condizioni iniziali, cioè della quota della Sau coltivata a vite sulla Sau complessiva nel 2000, è negativo. Inoltre, la quota di Sau a marchio Doc/Docg è proporzionale alla corrispondente quota di Sau vitata, come prevedibile, e l’attenzione alle colture biologiche – con coefficiente positivo e significativo – è anch’essa un elemento a favore della diffusione del vitivinicolo di qualità. Infine, in questo modello, che con l’introduzione delle variabili inerenti la struttura del settore agroalimentare e il comparto vitivinicolo tiene conto contemporaneamente di più aspetti, il ruolo della densità abitativa perde la sua significatività.

Tabella 2 – L’effetto delle determinanti territoriali sulla vitivinicoltura di qualità

Nota: *significatività al 10%; ** significatività al 5%, *** significatività all’1%. La costante è inclusa in tutti i modelli. Standard Error in parentesi.
Fonte: Elaborazione dell’autore

Il modello successivo (3) è quello che più ci interessa, perché indaga il ruolo del contesto territoriale nel successo della vitivinicoltura secondo l’approccio integrato di analisi richiamato nell’introduzione, includendo variabili proxy di specifiche determinanti. I coefficienti che misurano il ruolo dell’innovazione (aziende con proprio sito web), dell’agglomerazione interna al comparto (aziende del comune con coltivazioni di uva da vino e vendita di prodotti aziendali) e del capitale umano (quota di capi azienda laureati) sono significativi e positivi. Di contro, il coefficiente della variabile che classifica i comuni in urbano/rurale risulta non significativo: questo suggerisce l’idea che per la diffusione della vitivinicoltura di qualità le debolezze che possono caratterizzare le aree rurali, a cui si dedicano anche specifiche politiche pubbliche territoriali (cfr. Strategia Nazionale Aree Interne), non rappresentano necessariamente un ostacolo.
In sintesi, i territori dove si sviluppano più facilmente produzioni vitivinicole che rientrano in un disciplinare di qualità sono quelli dove le aziende sono più innovatrici, più agglomerate e con una conduzione più esperta e qualificata. Ci sono altri fattori attraverso cui il territorio influenza il successo della vitivinicoltura?
La dummy inclusa nel modello completo (4), che vale 1 per i comuni della regione Lazio e 0 per i comuni della regione Umbria, coglie l’eventuale effetto residuo associato all’appartenenza all’una o all’altra regione. Il relativo coefficiente è significativo e negativo: anche a parità di condizioni su tutte le determinanti considerate, emerge quindi un effetto positivo per la vitivinicoltura di qualità associato all’essere localizzati in Umbria.
Al ruolo degli aspetti già investigati dalla letteratura e considerati attraverso l’inclusione delle singole variabili, si aggiunge dunque l’effetto di un “sistema regione”. Nel modello esso è misurato in modo residuale, ma cosa c’è di non-osservabile/non-misurabile di cui può beneficiare il vitivinicolo? Nel caso in questione, cosa segna la vocazione del comparto vitivinicolo in Umbria e la sua fragilità qualitativa nel Lazio?
Si tratta di qualcosa capace di convertire le criticità in punti di forza della regione: anche alcune peculiarità del contesto che potrebbero sembrare a prima vista fattori di freno (come una morfologia più rugosa o una dotazione infrastrutture stradale, ferroviaria e aeroportuale più scarsa), se ben gestite possono esse stesse divenire elementi di differenziazione e valorizzazione del prodotto. Significative possono essere l’autenticità e la tipicità preservate nel tempo grazie a relazioni stabili e durature tra gli attori della filiera (esemplificative le esperienze di la Strada del Sagrantino, il Movimento turismo del vino Umbria e Umbriatopwine); la valorizzazione dell’identità del territorio nel rispetto dell’ambiente, del paesaggio e delle tradizioni storico e culturali da parte dei Consorzi (cfr. l’esperienza del Consorzio di Tutela Vini Montefalco con il progetto “Montefalco 2015 - New Green Revolution: www.newgreenrevolution.eu”) e scelte di policy efficienti: in Umbria circa il 25% dell’intero finanziamento delle politiche di coesione per il periodo 2007-2013 ha riguardato l’ambiente e lo sviluppo delle città e delle aree rurali. Inoltre fino al 2015 la Regione ha cofinanziato i progetti dell’Organizzazione Comune di Mercato della Pac destinati al vitivinicolo. Si può dunque ipotizzare che un tale “sistema regione” riesca a cogliere le opportunità di sviluppo territoriale e di rilancio economico locale, trovando nei più modesti volumi un’occasione favorevole per l’affermazione di scenari di nicchia particolarmente attrattivi dal punto di vista enologico ed enoturistico. In Umbria, ad esempio, grazie alla vitalità del settore agricolo e all’attenta pianificazione territoriale, è stato tutelato l’aspetto naturale e antropico del “paesaggio verde” e sono state intraprese azioni di adeguamento delle reti infrastrutturali e di promozione delle attività turistiche mantenendo, comunque, inalterate l’essenza poli-colturale della sua agricoltura e, con esse, le sfumature cromatiche dei suoi paesaggi (es. l'area di Bevagna-Montefalco).
In sintesi, l’analisi ha mostrato che propensione all’innovazione delle aziende, livelli di capitale umano e prossimità nel comparto sono variabili determinanti del contesto territoriale che favoriscono un percorso produttivo vocato alla vitivinicoltura di qualità. A questi aspetti si aggiunge il ruolo del “sistema regione”, qui colto solo in modo residuale, ma che risulta discriminante e meritevole di approfondimento.

Considerazioni conclusive

Il successo delle produzioni agroalimentari può dipendere da vari aspetti, tra cui diversi fattori strettamente legati al contesto territoriale. L’analisi empirica proposta dall’articolo conferma questa ipotesi facendo riferimento alla vitivinicoltura in Umbria e Lazio.
In particolare, oltre alla conformazione fisica del territorio e alla struttura del settore agroalimentare, la vitivinicoltura di qualità dipende da innovazione, capitale umano e agglomerazione: secondo i modelli stimati i territori dove le aziende sono più innovatrici, più agglomerate e con una conduzione più qualificata, sviluppano più facilmente produzioni vitivinicole che rientrano in un disciplinare di qualità. Inoltre, un ruolo aggiuntivo nell’ostacolare/promuovere la creazione di valore e successo per le produzioni agroalimentari viene riconosciuto dall’analisi a un certo “sistema regione”: nel caso specifico, a parità di altre condizioni la vitivinicoltura di qualità è favorita in Umbria e svantaggiata nel Lazio. Declinando gli approcci di sviluppo territoriale integrato in relazione al caso del vitivinicolo, i fattori propulsivi che possono attribuirsi a tale “sistema regione” sono la capacità dei produttori locali di stabilire e rafforzare relazioni formali e informali; la condivisione di codici e norme di comportamento tra gli attori del comparto e del tessuto produttivo/istituzionale; la conservazione e lo scambio della conoscenza tacita specificatamente relativa al comparto e alle vocazioni produttive locali.
In linea con le ipotesi dell’articolo, quindi, il contesto territoriale si afferma come fattore di sviluppo anche nel caso specifico dell’agroalimentare. Così come avviene più in generale per le traiettorie di sviluppo economico complessive, anche il successo dell’agroalimentare è legato a condizioni composite e sempre più interconnesse con il territorio. In questo senso, a seconda del contesto territoriale, le specificità dei luoghi possono tradursi in criticità o punti di forza.

Riferimenti bibliografici

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  • 1. L’Italia, seguita dalla Francia, ha il primato mondiale per il maggior numero di prodotti con indicazione di origine: 293 sono prodotti alimentari a indicazione geografica protetta (Igp) o denominazione d’origine protetta (Dop); 523 sono vini Igp/Doc/Docg (denominazione di origine controllata e garantita) e 2 sono Stg (specialità tradizionale garantita) (Mipaff, 2017 [link]).
  • 2. Il 30% del volume del vino prodotto in Europa è di origine italiana (Crea, 2015).
  • 3. L’idea è che ciò possa contribuire a ridurre la distorsione associata alle variabili omesse: se, infatti, si assume che le variabili omesse sono distribuite proporzionalmente agli aspetti osservabili di cui si tiene conto, esse tendono a essere più omogenee – e, dunque, meno distorsive – in un contesto ristretto quale quello di Lazio e Umbria rispetto a quanto accadrebbe per il complesso dei comuni italiani (Angrist e Pischke, 2009).
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