Aziende agricole familiari in Valle d’Aosta. I cambiamenti in atto attraverso il racconto orale

Aziende agricole familiari in Valle d’Aosta. I cambiamenti in atto attraverso il racconto orale

Introduzione

L’articolo descrive il lavoro che è stato condotto all’interno del servizio di valutazione in itinere ed ex post del Psr della Regione Valle d’Aosta 2007-2013. Il capitolato d’oneri prevedeva, che oltre alle attività di valutazione stabilite a livello europeo dai regolamenti sul fondo europeo agricolo dello sviluppo rurale (Feasr), dovesse essere condotto un approfondimento tematico sull’agricoltura a carattere familiare.
Le attività di valutazione sono partite alla fine del 2009, ma solo nel 2014 si è convenuto che vi fossero le condizioni ideali per eseguire l’approfondimento tematico: si disponeva di una quantità significativa di informazioni da mettere a sistema, utili per cogliere i fenomeni che caratterizzano l’andamento dell’agricoltura nelle aree montane italiane1.
L’analisi è stata condotta su un gruppo di aziende agricole familiari beneficiarie del sostegno delle misure del Psr 2007-2013. La sua peculiarità, rispetto ad altri analoghi lavori, è che si è scelto di utilizzare, per l’indagine, un arco temporale ascrivibile non esclusivamente alla programmazione 2007-2013 ma anche agli altri cicli di programmazione.
Il metodo per raccogliere le informazioni è stato quello dell’intervista in profondità, che ha riguardato non solo il beneficiario del sostegno (titolare dell’azienda) ma l’intero nucleo familiare. La scelta di questo strumento di indagine è da ricondurre al fatto che essa risulta essere molto più flessibile rispetto al questionario, in grado di valorizzare le risposte libere.
Dall’analisi delle opinioni, osservazioni e critiche espresse dai titolari delle aziende agricole intervistati e dai suoi familiari, è affiorata una visione più nitida dei fenomeni in atto e delle loro conseguenze sul settore agricolo, fornendo anche uno spaccato sull’impatto delle politiche pubbliche.

L’approccio metodologico

L’utilizzo del racconto orale e delle interviste in profondità per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche in agricoltura       

La scelta di adottare un approccio di ricerca qualitativa si inserisce all’interno di un più ampio disegno di valutazione che ha previsto e prevede un mix bilanciato tra tecniche di analisi quantitative (analisi controfattuale) e qualitative (focus group, brainstoriming, Ngt..) in base agli obiettivi dell’analisi:

  • la restituzione di indicatori puntuali sull’efficacia degli interventi programmati2;
  • la valutazione di fenomeni più complessi che sono meno legati a indicatori puntualmente misurabili3.

La decisione di optare per le interviste in profondità è avvenuta dopo aver verificato l’impossibilità di portare avanti, per una questione di tempi e costi, anche altri tipi di approcci sempre legati all’empowerment evaluation. Si fa riferimento all’approccio basato sulla Most Significant Change4 (Dart e Davis, 2003) che prevede la raccolta di storie orali, la loro condivisione e la restituzione di un feedback ai partecipanti.
Ancora prima di individuare il target di aziende e selezionarne il gruppo al quale fare le interviste, il team di valutazione ha preso in esame le condizione necessarie e sufficienti per portare avanti la tecnica.
In primo luogo, è stato individuato all’interno del team il soggetto più adatto per fare le interviste, facendo tesoro delle prescrizioni dettate in tale ambito dalla letteratura e che riguardano, tra le altre:

  • il possesso della cassetta degli attrezzi del ricercatore sociale e, nello specifico, anche elementi riconducibili al campo della psicologia (Semi 1996);
  • la conoscenza delle dinamiche che si sviluppano all’interno del campo di osservazione: l’intervistatore deve sapere ciò di cui si parla per essere in grado di comprenderne le più piccole sfumature;
  • la capacità di stabilire un proficuo canale di comunicazione con l’intervistato;
  • l’essere, se del caso, padrone dei dialetti che vengono parlati nel territorio analizzato (Revelli, 2013); chi non parla patois in Valle d’Aosta è considerato uno straniero, con il patois l’interlocutore si esprime meglio ed è più libero.

In secondo luogo, è stato necessario individuare uno o più mediatori che hanno facilitato il contatto fra l’intervistatore e gli intervistati (essere accolto all’interno del nucleo familiare come soggetto di cui fidarsi). Infine, considerando il carattere stagionale delle attività agricole, si è fatto tesoro degli insegnamenti di Nuto Revelli: «arrivare al momento giusto è una delle regole del gioco. L’inverno è la stagione più adatta, nelle altre stagioni anche i novantenni lavorano» (Revelli, 2013).
Le interviste realizzate sono state elaborate e restituite in forma anonima: un aspetto rilevante che consente agli intervistati di potersi esprimere con maggiore libertà. Le testimonianze più significative sono state valorizzate all’interno del rapporto tematico, strutturato secondo la traccia proposta in questo articolo.

Le aziende intervistate

Il profilo delle aziende da intervistare, e beneficiare di misure del Psr, è stato individuato sulla base delle seguenti sei variabili: per fasce di età (del conduttore), sesso (del conduttore), zona altimetrica (mayen e fondovalle), orientamento tecnico economico (tenendo conto oltre che il tradizionale settore zootecnico anche altri settori in ascesa), vocazione turistica (vallate e montagne che storicamente presentano flussi turistici alti, medi o bassi) e ambito territoriale di programmazione (si tratta di tre ambiti territoriali ottimali sui quali la Regione attua la propria strategia di programmazione unitaria su tutti i fondi regionali e comunitari).
La suddivisione per fasce di età (fino ai 45 anni, dai 45 ai 55 e over 55) è stata fissata ipotizzando che la componente anagrafica potesse influenzare in misura diversa la prospettiva sulla continuazione dell’attività, oltre ad offrire una differente lettura della quotidianità. La presenza nel campione di aziende a conduzione femminile consente di esplorare il mondo della imprenditorialità femminile.
La stratificazione per zona altimetrica, distinguendo le aziende di fondovalle da quelle situate nell’area di mayen è stata dettata dalla necessità, da parte della Adg, di approfondire le dinamiche interne ai nuclei familiari soprattutto nelle fasce altimetriche marginali più a rischio di abbandono.
La suddivisione delle aziende per orientamento tecnico economico (Ote), ha consentito di indagare anche quelle aziende non zootecniche che stanno sempre più sviluppandosi nel corso dell’ultimo decennio per cercare sbocchi di mercato alternativi.
La stratificazione rispetto alla vocazione turistica dell’area, ha permesso di correlare le scelte aziendali soprattutto in termini di integrazione con altri settori e altre politiche regionali.
La suddivisione per ambito territoriale di programmazione è stata dettata dalla necessità di ottenere un sufficiente equilibrio tra aziende situate nei tre ambiti territoriali di programmazione denominati come: Bassa, Media e Alta Valle d’Aosta.
Le interviste hanno coinvolto un campione ragionato di 21 aziende, individuate all’interno di universo di aziende competitive (700 circa), suddivise alle sei variabili appena descritte così come riportato nella tabella seguente. In relazione agli ambiti di programmazione territoriale 6 aziende sono localizzate nell’Alta valle, 9 nella Media valle e 6 nella Basse Valle d’Aosta.

Tabella 1 - Distribuzione delle aziende intervistate rispetto alle variabili di “strato”

Fonte: Agriconsulting (2015)

 

La numerosità del “campione” fa sì che la rappresentatività statistica sia relativa. Il caso di studio condotto ha consentito tuttavia di fornire delle indicazioni rilevanti in vista della programmazione 2014-2020.
Complessivamente sono state intervistati 21 conduttori (8 aziende condotte da donne) e 25 familiari, questi ultimi suddivisi tra 13 coniugi e 12 figli.

La struttura dell’intervista: cosa approfondire e a chi chiedere

Il fulcro dell’intervista è ruotato attorno al conduttore dell’azienda e ai componenti del nucleo familiare, anche se non coinvolti nell’attività aziendale, tenendo dunque conto dei differenti punti di osservazione frutto delle dinamiche relazionali e generazionali all’interno dei nuclei stessi.
La traccia dell’intervista ha previsto la seguente sequenza5:

  • inquadramento storico dell’azienda e del territorio;
  • informazioni sul nucleo familiare;
  • interazione territorio-azienda territorio famiglia;
  • interazione azienda-mercati azienda-politiche;
  • prospettive.

La scelta di intervistare esclusivamente, ove presenti, i figli maggiorenni è stata frutto di una combinazione di due elementi, il primo di natura pratica, il secondo di natura metodologica:

  • le interviste sono state effettuate nei mesi invernali, spesso in tarda mattinata6, in un orario in cui i figli minorenni sono a scuola;
  • la traccia dell’intervista ha comunque sollecitato i maggiorenni a ripercorrere a ritroso gli anni in cui da bambini hanno vissuto l’interazione tra le dinamiche aziendali e la loro vita quotidiana, restituendo così delle indicazioni più articolate sul rapporto tra infanzia e attività agricola.

Il racconto orale dei nuclei familiari agricoli valdostani

Le aziende valdostane: vocazione alla terra tra ricambio generazionale e rischio di impresa      

La genesi dell’azienda agricola in Valle d’Aosta è, nella maggior parte dei casi analizzati, legata a una naturale prosecuzione dell’attività familiare. Questo rapporto con l’attività agricola o zootecnica è molto precoce.
O., imprenditrice titolare di un’azienda zootecnica, afferma «ho sempre vissuto in ambiente rurale e dopo le scuole dell’obbligo, allora solo le elementari, a 11 anni ero già impegnata in azienda come coadiuvante». Nelle aziende medio-grandi il passaggio verticale all’interno della famiglia è una prassi che si perde lontano nel tempo. Come ricorda L., titolare over 45 di un’azienda zootecnica con circa 150 Ha di Sau: «L’azienda che gestisco era condotta dai miei genitori, che a loro volta l’avevano ereditata dai nonni e così via; da generazioni la mia famiglia ha svolto l’attività agricola e di allevamento.».
La scelta di proseguire l’attività è da ricercare soprattutto nel legame affettivo che si instaura con la terra: è dunque la raccolta di un testimone che, per i familiari, non può essere lasciato cadere. O. introduce una caratteristica molto diffusa nelle famiglie intervistate: fare agricoltura non è una scelta esclusivamente individuale, ma nella maggior parte dei casi è un scelta collettiva che coinvolge, per i nuovi nuclei familiari, entrambi i coniugi, spesso di origini contadine.
Anche le esperienze che non sono legate ad un passaggio di consegne verticale all’interno di un’azienda agricola famigliare esistente, sono caratterizzate dal possesso, da parte della famiglia di appartenenza, di piccole proprietà frammentate.
Se l’avvio dell’attività agricola non è determinata da un ricambio generazionale, i conduttori sono immediatamente costretti a cimentarsi con la sostenibilità economica dell’azienda, che spesso impone di operare su comparti non tradizionali.
M, giovane titolare di un’azienda-ex novo di 4 ha di colture in serra e in pieno campo nella Bassa Val d’Aosta, quando rievoca il periodo in cui ha avviato l’attività afferma: « Nel 2011 i miei professori della scuola agraria mi hanno proposto, come ex allievo, di collaborare con loro per sviluppare alcune colture agricole da reddito, in particolare i pomodori in serra. Si voleva sperimentare la possibilità di rendere l’orticoltura un’attività da reddito per le aziende valdostane invece che da autoconsumo per la famiglia. Così ho iniziato a impegnarmi in questo settore. La prima serra è del 2011…nel giro di due anni sono arrivato ad avere 24 serre, non riscaldate, ma solo tunnel, su 5000 mq di superficie …».
Un altro elemento preso in esame nella ricostruzione della storia aziendale riguarda il consolidamento dell’azienda, il raggiungimento della dimensione ottimale per poter svolgere un’attiva di impresa in grado di auto sostenersi.
A questo proposito è utile rievocare le parole di L., imprenditrice titolare di un’azienda viticola con annesso agriturismo, che riesce a sintetizzare al meglio il contesto territoriale di riferimento su cui l’attività agricola locale si è dovuta confrontare: «In Valle d’Aosta la parcellizzazione è un fenomeno dalle dimensioni spropositate… in un ambiente così difficile ogni famiglia aveva bisogno di appezzamenti di terreno a varie altitudini. Col passare del tempo però, la necessità di dividere le proprietà tra tutti gli eredi ha creato una parcellizzazione eccessiva. Il passaggio ereditario in altri contesti dell’arco alpino salvaguardava la dimensione aziendale7».
La parcellizzazione dei terreni si è accompagnata negli anni 80 al fenomeno dell’abbandono dei centri rurali come conseguenza del fattore gravitazionale esercitato dalle fabbriche e dai grandi centri urbani. L’abbandono delle terre è stato percepito da molti intervistati come un’opportunità, perché rendeva disponibili terreni prima coltivati.
Ciò che ne è scaturito è stato un progressivo processo di concentrazione e aumento dimensionale della Sau avvenuto in maniera speculare alla parcellizzazione e all’abbandono delle terre. Ma in molti casi, tale processo di razionalizzazione dell’azienda è stato lento ed oneroso, come fa notare senza troppi giri di parole L.: «pensate che noi abbiamo fatto finora 67 atti di acquisto per arrivare a mettere insieme gli attuali 2 ettari di proprietà!».
Un altro fattore determinante nel consolidamento dell’azienda è rappresentato dall’apporto di risorse finanziarie extra- agricole da alcuni membri familiari. Tali risorse sono quelle che spesso hanno consentito di coprire i prestiti bancari che gli agricoltori hanno richiesto nel corso degli anni. Quando L. e H. hanno deciso di insediarsi e creare un azienda vitivinicola hanno investito la liquidazione di H. e i risparmi di L., entrambi impiegati in altri settori, nell’avvio dell’attività.
In molte aziende intervistate, il completamento della filiera in azienda e la diversificazione sono due elementi che assumono una rilevanza fondamentale nel consolidamento e nella sostenibilità economica dell’attività agricola. Per le aziende zootecniche, in particolare per le medio-grandi, emerge come l’internalizzazione della fase di trasformazione sia diventata un fattore decisivo per riequilibrare i ricavi a seguito della costante riduzione del prezzo del latte.
Un’altra interessante prospettiva viene offerta dai titolari, con un età più avanzata, che hanno consolidato le loro aziende negli anni 70 e 80 e che nel corso degli anni hanno ridimensionato l’attività zootecnica, fino quasi a farla scomparire: ciò soprattutto in conseguenza del fatto che i figli, nati negli anni 60, si sono dedicati ad altre attività.
Considerazioni analoghe riguardano anche i giovani che si sono insediati in anni più recenti in aziende foraggere. La mamma di G. aveva un’azienda zootecnica, ma G., che ha un’attività artigianale prevalente (nel settore edile), ha ridimensionato l’attività aziendale: al momento del subentro ha eliminato le bovine, gestendo esclusivamente le superfici a pascolo. «La mia attività consiste nel curare i prati di proprietà e raccogliere i foraggi essiccati per venderli, ma concedo i terreni anche per il pascolo stagionale, agli allevatori che già pascolano intorno ai miei prati. ... È un’attività molto limitata, che però mi consente non solo di integrare un il reddito famigliare, ma anche di non trascurare i terreni ».
Ciò testimonia il permanere di un legame profondo con la terra anche in assenza di un attività imprenditoriale organizzata e prevalente.

Il nucleo familiare: la genesi del nucleo familiare e le relazioni interne       

Nella costituzione dei nuclei familiari delle aziende agricole intervistate, in tutti i casi analizzati, emergono due tratti comuni che caratterizzano i coniugi: la prossimità geografica e il legame con la dimensione rurale. Essi, infatti, hanno vissuto accanto nello stesso villaggio o in villaggi limitrofi e attraverso una frequentazione, una semplice conoscenza o l’abitudine ad incontrarsi è nata la relazione. In secondo luogo, sin da piccoli, i nostri intervistati, esprimono una consuetudine al lavoro della terra o all’allevamento, che può essere associato a quanto già segnalato e relativo alla scelta collettiva di avviare o continuare l’attività agricola.
Avere i figli al proprio fianco nel lavoro come suggerisce E. dà la possibilità di «insegnare loro cosa significa fare agricoltura è un fatto educativo e non un vincolo per il futuro». E. introduce una dimensione spesso sottovalutata nella analisi dei servizi a favore delle famiglie agricole: nelle aziende a carattere familiare il lavoro rappresenta una palestra di vita. Tale termine non è stato utilizzato a caso perché è nel confronto con i propri coetanei che ci si sente diversi, ad esempio nella fruizione del tempo libero.
S., figlio maggiorenne di L., a sua volta titolare di un’azienda viticola con agriturismo annesso, ricordando la sua infanzia afferma che «mi ha permesso di sviluppare una certa autenticità nel modo di osservare, relazionarmi con persone delle mia età che sono sempre vissute in grandi città, avere una propria capacità di riflessione».
Dalla lettura delle interviste, emerge con forza il ruolo di protagonismo esercitato dalle donne all’interno dei nuclei familiari valdostani, sia nelle veste di titolari che di coadiuvanti. E’ un ruolo primario che le donne esercitano nel veicolare il cambiamento e sul quale senza reticenze ne rivendicano la maternità. A riprova di ciò, così si esprime L., impegnata in un’azienda viticola con annesso agriturismo: «Oggi ci scherzo un po’ su, ma non troppo. Posso veramente affermare di essere stata il motore dell’azienda». 

L’interazione tra famiglia e territorio  

La lettura delle interviste restituisce una visione del rapporto tra famiglie agricole e territorio che va affrontata da due prospettive. Da una parte il territorio viene percepito come un elemento immutabile. Sono la montagna o la vallata e le condizioni ambientali che hanno influenzato e che continuano ad influire le scelte imprenditoriali: incidendo, ad esempio, sull’orientamento tecnico economico. In altri casi, invece il territorio è percepito come un oggetto in trasformazione. Le azioni dell’uomo ne hanno modificato nel tempo i connotati originari generando vincoli e opportunità che di volta in volta devono essere tenuti in considerazione per lo sviluppo dell’attività: il turismo, ma anche l’abbandono delle terre, la cementificazione e la modifica del paesaggio legata alla necessità di costruire case per figli e nipoti.
Parallelamente si assiste, negli ultimi anni, in concomitanza della crisi economica, ad un ritorno forzato ai campi, che, per gli autoctoni, come nel caso di M. titolare di un’azienda situata nella Bassa Valle, rappresenta un freno alla prospettiva di allargamento dell’azienda: «la crisi industriale di questi ultimi anni ha contribuito a fare tornare qualche persona a svolgere un’attività agricola, questo elemento ha bloccato il mercato dei terreni agricoli».
Nella prospettiva dei più giovani e degli anziani la lettura territoriale è più focalizzata sulla dimensione della qualità della vita, sui servizi e sulla loro accessibilità, e per quanto riguarda i più piccoli, sulla possibilità di condividere con i coetanei i momenti di svago. La prospettiva è fortemente condizionata dalla distanza dell’azienda dai servizi, condizione che secondo i nostri intervistati prescinde dal far parte o meno di un nucleo famigliare agricolo. A seconda della posizione geografica in cui insiste l’azienda, il giudizio che emerge è differente (più si è lontani dai centri più emergono i problemi), ed è legato ad una condizione di marginalità comune a tutta la comunità locale in cui è localizzata l’azienda.
Gli anziani ricordano come era il loro territorio senza l’assunzione di atteggiamenti nostalgici: sono consci che, nel passato, l’isolamento era una condizione molto più palpabile che comportava l’autosufficienza delle comunità. Ricorda E., ex allevatrice che, «negli anni 40, quando ero bambina, non c’erano servizi di trasporto, mancava anche la strada e andare ad Aosta era un problema … si perdeva l’intera giornata e ci volevano ore di cammino».
S., la figlia maggiore di O. titolare di un’azienda situata a 1700 metri nella zona dell’Alta Valle, sostiene che «i disagi che ho dovuto patire non sono legati all’attività agricola, ma semmai alla conformazione del territorio, alla difficoltà di comunicazione e agli spostamenti che rendono difficile la vita per tutti i giovani del nostra comunità, non solo quelli delle famiglie agricole».

La percezione rispetto a mercati e politiche: la situazione attuale e le prospettive

Tutti gli intervistati sono concordi nel ritenere di essere nel mezzo di un cambiamento epocale. La combinazione crisi economica e globalizzazione dei mercati sta amplificando le debolezze strutturali del sistema agricolo regionale, ritenuto troppo statico, e, allo stesso tempo, sta producendo una forte contrazione di risorse pubbliche a favore del settore.
A questo quadro si aggiunge anche un ulteriore elemento, già descritto sopra, sul ruolo che gli altri settori economici hanno avuto nello sviluppo dell’agricoltura novecentesca. Nel loro racconto gli intervistati hanno più volte sottolineato la presenza di un sistema di vasi comunicanti all’interno del nucleo familiare tra chi, impiegato in altre attività, ha investito parte degli introiti in agricoltura. Questo sistema, che ha permesso a molte famiglie di affrontare con relativa serenità investimenti aziendali onerosi, soprattutto nel settore dell’allevamento, adesso sta scricchiolando a causa della attuale crisi economica. Fanno eccezione le famiglie in cui c’è la presenza di persone impiegate nel settore pubblico.
Sul tema dell’efficienza delle politiche, una questione centrale, che ha profonde ricadute sulla qualità del lavoro quotidiano, è rappresentata dalla burocrazia, prescindendo dall’essere o meno coinvolto in una pratica amministrativa di finanziamento, e allargando la visuale al normale funzionamento dell’attività di impresa.
Ad esempio, rispetto alla gestione dell’attività agrituristica L., moglie di H., che gestisce direttamente l’attività, fa notare come: «ogni giorno devo registrare tutto quello che uso, compilare il documento di trasporto (Ddt) per ogni cosa che trasferisco dall’azienda agricola a quella agrituristica. Oggi come oggi faccio i conti con 25 registri differenti! L’agriturismo è un punto forte del sistema Italia ma è lasciato a se stesso e invece dovrebbe essere regolato da leggi che spingono verso la semplificazione».
I limiti dettati dalla parcellizzazione sono ancora presenti: G. allevatore della media valle asserisce che «nel mio comune questo è ancora uno dei più grandi ostacoli all’attività agricola e tutte le aziende che sono rimaste, e sono poche, hanno difficoltà a mettere insieme degli appezzamenti di dimensioni sufficienti a svolgere in modo agevole le varie operazioni necessarie per coltivare i prati, raccogliere i foraggi e pascolare il bestiame». I contributi pubblici per sostenere i costi di transazione risultano essere ancora indispensabili.
In più interviste gli allevatori fanno riferimento al prodotto Fontina Dop, che costituisce ancora oggi l’elemento portante dell’economia agricola regionale. Alcuni allevatori hanno ormai abbandonato la speranza di tornare a prezzi remunerativi e hanno cambiato senza pentimenti l’indirizzo produttivo, altri invece continuano a operare nella filiera Dop.
L’allevatore G. non ha dubbi: «la produzione di latte per Fontina non è più remunerativa, ho così deciso di passare alla trasformazione in azienda e di realizzare un agriturismo. Chi produce solo latte da conferire o vendere, viene pagato con un prezzo che non copre i costi di produzione e produce in perdita».
Un altro tema che più volte viene evocato nel corso delle interviste investe la dimensione dell’innovazione. Si tratta di un aspetto che non è ascrivibile esclusivamente all’età del titolare o all’orientamento tecnico economico dell’azienda: l’innovazione viene inquadrata da giovani e meno giovani, titolari di aziende zootecniche e non, come discontinuità con il presente.
Letta sotto questa lente di ingrandimento, l’innovazione ha una collocazione atemporale che si snoda negli ultimi 40 anni dell’agricoltura valdostana con dinamiche molto simili tra loro, rispetto a ciò che l’innovazione incontra nella rottura di equilibri consolidati: nel doversi confrontare con un quadro normativo spesso inadeguato, con una struttura amministrativa senza le necessarie competenze per accompagnare e facilitare il processo innovativo, con un sistema bancario incapace di comprendere la portata dell’innovazione e, infine, muovendosi in un contesto di relazioni con le rappresentanze di categoria e fra gli stessi agricoltori sempre più diffidente.
In molti casi gli intervistati hanno operato scelte che hanno portato a innovazioni di processo, più raramente di prodotto. Gli investimenti per il miglioramento dei processi aziendali sono stati decisamente elevati e hanno interessato locali, attrezzature e macchinari.

Conclusioni: il passaggio del testimone e prospettive future

Le interviste condotte hanno fornito ulteriori evidenze a sostegno di giudizi valutativi già formulati nel corso della valutazione in itinere e ulteriori chiavi di lettura a fenomeni in atto non ancora indagati. Tutto ciò ha permesso al valutatore di restituire all’Adg una serie di raccomandazioni e riflessioni in vista della programmazione 2014-2020.
Il primo dato da mettere in evidenza è che nonostante tutto, la fatica, la burocrazia e i sacrifici, quasi tutti gli intervistati hanno una visione ottimistica del futuro. E’ un minimo comune denominatore delle aziende che hanno già creato le condizioni o hanno chiaro in mente quali sono i passaggi da fare per rendere redditizia e sostenibile l’attività.
Nelle maggior parte delle aziende intervistate, e tra queste quelle con figli maggiorenni, è possibile cogliere in quest’ultimi una volontà a proseguire l’attività dei genitori, anche quando negli studi o nel lavoro hanno preso strade diverse. Le politiche a sostegno del ricambio generazionale restano dunque strumenti rilevanti a sostegno della continuazione dell’attività agricola nelle aree montane.
In relazione alla tenuta economica delle aziende, permangono realtà aziendali che non sono più tali o che si avviano a non esserlo, perché manca il ricambio generazionale. Nell’universo indagato rappresentano una parte residuale, ma nel contesto generale valdostano rappresentano una quota numerica rilevante8. Per queste aziende si pone la questione della loro permanenza o del loro assorbimento da parte di altre più competitive. Si tratta di realtà per lo più collegate al sistema zootecnico, aziende che hanno abbandonato l’attività di allevamento o che storicamente l’hanno avuta solo per l’autoconsumo, le cui superfici foraggiere ora a servizio di aziende ancora attive, corrono il rischio a breve di trasformarsi in terreni incolti. Su queste aziende è necessario prevedere politiche di sostegno indiretto al reddito che remunerino la funzione sociale e ambientale assolta a favore delle comunità locali.
Per quanta riguarda il settore zootecnico, è possibile individuare due condizioni differenti tra gli allevatori che hanno scelto di diversificare le proprie produzioni e chi utilizza il tradizionale allevamento di bovine da latte nella filiera dalla Dop. I primi hanno energia e passioni nuove, mentre chi ha scelto di continuare a produrre latte per Fontina Dop vive, in questo momento, un’evidente mancanza di motivazioni a causa del basso prezzo di remunerazione del latte alla stalla.
Le aziende che si dichiarano più ottimiste rispetto al futuro sono quelle che hanno rotto con il canale di conferimento del latte creandone altri più efficaci, e si propongono al mercato come aziende a filiera corta, con trasformazione della produzione primaria, commercializzazione in gran parte in forma diretta e spesso con indirizzo produttivo non bovino, ma caprino.
Queste aziende non seguono quasi mai indirizzi produttivi tradizionali ma producono prodotti nuovi, non innovativi in sé, ma estranei alla tradizione regionale, come yogurt o formaggi freschi o latte crudo alimentare.
Tuttavia la strada del completamento in azienda della filiera produttiva è portata avanti da pochi, economicamente solidi, per lo più localizzati in area turistica. Si tratta dunque di una strada percorribile solo da alcuni e non dalla maggioranza. Si tratta di aziende sulle quali le politiche di settore possono incidere poco in termini di filiera ma piuttosto creando integrazioni a livello di sistema territoriale (sviluppo locale).
Ma la rilevanza del prodotto Fontina nella cultura agricola valdostana è tale per cui, risulta ancora oggi essere il naturale approdo della filiera zootecnica. Tutto ciò dovrebbe spingere gli attori della filiera a ragionare sui punti di debolezza dell’attuale sistema, primo fra tutti la remunerazione del prodotto finale.
Il sistema cooperativistico valdostano rappresenta tuttavia un punto di forza per tutte quelle aziende, la maggioranza, che non trasformano in azienda e che non avrebbero le capacità per sostenere tali investimenti. E’ un sistema che è in grado di dialogare per volumi con i grandi attori a valle della filiera, ma che allo stesso può incidere a monte sullo standard dei prodotti, partendo dalla lavorazione in stalla e sui pascoli. Una politica che punti ad una maggiore remunerazione dei produttori di base non può che non ripartire da questi soggetti che dovrebbero prendere atto dell’attuale sotto valorizzazione del prodotto Fontina Dop9.
Simultaneamente è necessario aggiornare le politiche a favore delle aree più marginali rivolte a tutto il tessuto produttivo e sociale per fare in modo che sia garantita la permanenza dei nuclei familiari, anche quelli non direttamente coinvolti in attività agricole. In tale contesto è necessario fare sistema e stimolare una governance locale che sostenga azioni collettive più che sommatorie di progetti individuali. Come ci ricorda G, allevatore in zona turistica,: «Si parla molto di territorio a vocazione turistica e di integrazione tra turismo e agricoltura ma poi, sia a livello di enti locali, sia di colleghi e vicini di casa, non è che ci sia stata una gran collaborazione, anzi».  

Riferimenti bibliografici

  • Semi A.A. (1996), “Tecnica del colloquio”, Cortina Editore
  • Dart J., Davies R. (2003). "A Dialogical, Story-Based Evaluation Tool: The Most Significant Change Technique". American Journal of Evaluation 24
  • Agriconsulting, (2015). “Le dinamiche della famiglia agricola valdostana: una valutazione basata sul racconto orale”, Rapporto tematico svolto nell’ambito della valutazione in itinere 2007-2013 della Regione Valle d’Aosta
  • Revelli N. (2013), “Il Popolo che manca” – Einaudi
  • Rete Rurale Nazionale (2013), “Indagine sulle famiglie rurali”, Rete Rurale Nazionale
  • 1. Ci si riferisce a dati di contesto e dati primari direttamente raccolti dal valutatore nell’ultimo triennio, come ad esempio: i dati del 4°, 5° e 6° Censimento generale dell’Agricoltura, le rilevazioni annuali dell’indagine Rica-Istat, le indagini svolte nel corso della valutazione in itinere del Psr 2007-2013, oltre ai contributi più recenti sull’agricoltura di montagna e sulla famiglia agricola; ultima in ordine cronologico un interessante studio della Rete Rurale Nazionale sulle famiglie rurali a cura di Camillo Zaccarini Bonelli (2013).
  • 2. Si fa riferimento agli indicatori previsti dal Quadro Comune di Monitoraggio e Valutazione dei Psr.
  • 3. Ad esempio rispetto a dimensioni valutative come il miglioramento della qualità della vita o il valore aggiunto della progettazione integrata.
  • 4. Elaborato da Rick Davis e sviluppato da Jessica Dart.
  • 5. Ogni intervista è stata realizzata nell’arco di una stessa giornata, solo in alcuni casi, (ad esempio indisponibilità dei figli) si provveduto a concludere le interviste anche per via telefonica o via internet.
  • 6. Nelle aziende zootecniche la prima mungitura avviene prima del sorgere del sole.
  • 7. Si fa riferimento, ad esempio, al sistema del maso chiuso nel Trentino, un istituto giuridico che prevedeva la cessione dell’azienda al primogenito maschio. L’istituto, riformato nel corso degli anni, sussiste ancora oggi nell’Alto Adige.
  • 8. Le aziende con superficie inferiore ai 2 ettari sono circa il 51% delle aziende regionali e concentrano il 3% della Sau regionale.
  • 9. Si pensi ad esempio alla differenza di prezzo finale della fontina d’alpeggio, dai 19 euro/kg in su, rispetto ad esempio al formaggio piemontese Bettelmatt dai 27 euro/kg in su.
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