Il contributo delle colture geneticamente modificate alla sicurezza alimentare: alcuni elementi per una riflessione

Il contributo delle colture geneticamente modificate alla sicurezza alimentare: alcuni elementi per una riflessione
Istituto Nazionale di Economia Agraria

L’aumento della popolazione e della domanda alimentare stanno generando una crescente pressione sull’agricoltura e sulle risorse naturali. Nonostante la continua crescita della produttività, come ampliamente documentato in questo numero di Agriregionieuropa, poco meno di 800 milioni di persone sono cronicamente sotto-nutrite mentre si assiste a un crescente degrado del suolo, dell’acqua, della biodiversità e più in generale dei sistemi ecoambientali a livello mondiale.
Nel corso degli ultimi trent’anni la produzione agricola è cresciuta del 30% a fronte di una crescita dell’area coltivata del 2,5%, grazie un aumento delle rese del 25%, con valori superiori per i cereali e i semi oleosi.
La produzione alimentare, su scala mondiale è allocata per il 62% nella produzione diretta di cibo, per il 35% è utilizzata per alimentare il bestiame e per il restante 3% per altri usi industriali incluse le bioenergie. Nel caso dell’Africa la quota destinata all’alimentazione umana sale all’80% mentre in Europa o negli Stati Uniti è più prossima al 40% (Foley et al., 2011).
L’intensificazione dell’agricoltura è avvenuta mediante il raddoppio della superficie irrigata e la forte crescita (500%) dell’uso dei fertilizzanti, con pesanti implicazioni su qualità e quantità delle acque, aumento del costo energetico e inquinamento diffuso. L’agricoltura è ritenuta responsabile del 35% delle emissioni di gas a effetto serra a causa della deforestazione nell’area tropicale, delle emissioni di metano associate all’allevamento e alla coltivazione del riso e al rilascio di azoto nei terreni.
All’agricoltura si chiede oggi di nutrire il pianeta riducendo le emissioni e l’impatto negativo sulla biodiversità e il degrado degli ecosistemi.
Se da un lato è necessario migliorare l’accesso al cibo e la sua distribuzione, e al tempo stesso modificare i regimi alimentari e ridurre gli sprechi, studi recenti suggeriscono che il mondo avrà bisogno del 70-100% di cibo in più nel 2050 (Fao, 2009). L’aumento di produzione non potrà avvenire espandendo l’attività agricola in nuove aree ma aumentando l’efficienza nell’uso delle risorse e quindi chiudendo o restringendo il “gap nelle rese” attraverso una migliore gestione dei nutrienti e dell’acqua e attraverso il miglioramento genetico (Foley et al., 2011; Godfray et al., 2010). Considerando, infatti, che nella maggior parte del globo il frumento ha rese inferiori alle 3 ton/ha mentre in alcune aree arriva anche a 10 ton/ha, è evidente che, dati i limiti all’estensione delle superfici coltivate, è l’incremento delle rese laddove sono più basse che potrà determinare i maggiori aumenti nella produzione globale di cibo (Tester et al., 2010). La ragione delle basse rese in ampie aree del mondo dipende da una pluralità di fattori quali l’assenza di conoscenze tecniche adeguate, i vincoli finanziari necessari per ricorrere ai mezzi tecnici o effettuare gli investimenti necessari, carenze di infrastrutture relativamente ai trasporti e allo stoccaggio dei prodotti oppure da condizioni di mercato che non assicurano l’adeguata remunerazione delle risorse impiegate relativamente ad usi alternativi. Nei paesi in via di sviluppo vincoli specifici all’aumento della produttività sono rappresentati dalle condizioni strutturali e dai regimi fondiari, così come dalla lontananza dai mercati.
Le tecniche di manipolazione genetica sono da molti considerate uno strumento che potrà consentire di aumentare le rese migliorando l’efficienza nell’uso delle risorse, principalmente acqua e nutrienti, e che potranno esplicitare il proprio effetto positivo soprattutto nei paesi in via di sviluppo (Juma, 2011; World Bank, 2008; Ifpri-Adb, 2014). Al tempo stesso, è soprattutto sui rischi ambientali ed economici in questi paesi, che gli oppositori della diffusione delle colture geneticamente modificate (GM) si soffermano, in relazione ai rischi legati alla biodiversità e alla incapacità di poter affrontare una valutazione adeguata del rischio ambientale prima di procedere all’autorizzazione. Le conseguenze ambientali e sulla salute umana insieme all’impatto su costi e redditi delle piccole imprese, con la produzione delle sementi concentrate nelle mani di poche multinazionali, sono gli argomenti maggiormente adoperati dagli oppositori (Altieri, 2005; Shiva et al., 2013). Il World Development Report 2010 (World Bank, 2010) pur riconoscendo il potenziale delle biotecnologie per aumentare la produttività e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici, enfatizza la necessità di creare sistemi regolatori science based che consentano di valutare i rischi e i benefici caso per caso a confronto con le tecnologie alternative.
L’obiettivo di questa nota è offrire alcuni elementi per orientarsi in questo dibattito, troppo spesso caratterizzato da posizioni ideologiche da ambo le parti, per cercare di comprendere vincoli e opportunità per i paesi in via di sviluppo, pur nella consapevolezza che l’evidenza empirica a supporto di entrambe le tesi è ancora abbastanza debole.

L’attuale diffusione ed evoluzione delle colture geneticamente modificate

La superficie globale delle colture GM è aumentata da 1,7 milioni di ettari nel 1996 a oltre 175 milioni di ettari nel 2013, diffusi in circa 27 paesi del mondo di cui 19 in via di sviluppo (Tabella 1). Il paese leader è gli Stati Uniti, seguito da Brasile, Argentina, India e Canada. I cinque paesi in via di sviluppo nei tre continenti con la maggiore estensione di colture biotech sono la Cina e l'India in Asia, Brasile e Argentina in America Latina e Sud Africa nel continente africano. Essi collettivamente ammontano a 82,7 milioni di ettari (47% del globale). Per il quinto anno consecutivo, il Brasile è stato il motore della crescita a livello globale nel 2013, con un aumento record di 3,7 milioni di ettari (10%) (Clive, 2013).
Nonostante l’ampia diffusione delle colture GM, il numero di tratti genetici introdotti è ancora molto limitato e inferiore a quanto si sarebbe potuto ipotizzare 15 anni fa. La coltura dominante è la soia tollerante gli erbicidi (HT), seguita dal mais resistente agli insetti (Bt). Altre colture GM diffuse su ampia scala sono il cotone Bt e la canola HT. Colture minori sono invece l’alfa alfa HT e la barbabietola, la papaya e la zucca resistenti ai virus, approvate in pochi paesi e quindi coltivate su superfici limitate.
Nel 2013 il Brasile ha introdotto la soia con resistenza agli insetti e tolleranza agli erbicidi su 2,2 milioni di ettari. L’India coltivava 11 milioni di ettari di cotone Bt. In Africa gli unici paesi che formalmente hanno adottato le colture GM sono Sud Africa, Burkina Faso e Sudan. Altri paesi africani come Camerun, Egitto, Ghana, Kenya, Malawi, Nigeria e Uganda hanno cominciato a condurre test in pieno campo su una vasta gamma (cotone, mais, banana e fagiolo) e su diverse colture “orfane” come la patata dolce.

Tabella 1 - Superficie mondiale delle colture GM nel 2013

Fonte: Clive, 2013

La velocità e il costo con cui oggi il genoma può essere manipolato dovrebbe rendere in futuro tecnicamente più semplice l’ottenimento di nuove varietà di colture che devono produrre in ambienti difficili e che costituiscono l’alimentazione di base delle popolazioni più povere. I tratti ottenuti attraverso l’ingegneria genetica non sono completamente diversi da quanto viene fatto con il miglioramento genetico convenzionale. La principale differenza sta nel fatto che viene reso possibile il trasferimento di un gene tra specie diverse e non imparentate permettendo di riprodurre caratteri che non sarebbe possibile ottenere altrimenti. Le colture GM vengono classificate in tre categorie: di prima generazione, caratterizzate dall’introduzione di tratti relativi a caratteristiche agronomiche come la resistenza a parassiti ed erbicidi (es. soia HT); di seconda generazione, caratterizzate anche da tratti qualitativi quali il contenuto di determinati elementi nutritivi (es. Golden Rice); e, infine, le colture di terza generazione rappresentate da piante disegnate per ottenere specifiche sostanze di interesse industriale e farmaceutico.
Se allo stato attuale le colture GM disponibili sono state ottenute attraverso manipolazioni relativamente semplici, ad esempio, attraverso l’inserimento di un gene per la resistenza a un erbicida, ci si aspetta che nel prossimo futuro sarà possibile introdurre nuovi tratti, come la resistenza alla siccità e combinazioni più radicali che riguardano più geni (Tabella 2).

Tabella 2 - Esempi di applicazioni attuali e future dell’ingegneria genetica

Fonte: Godfray et al., 2010

I metodi di miglioramento genetico sono in continua evoluzione. Nel lungo periodo, oltre alla scoperta e caratterizzazione di geni che permettono di ottenere determinate caratteristiche, viene considerata cruciale la produzione di promotori che consentano il controllo stabile e accurato delle espressioni dei geni nello spazio e nel tempo (Tester et al., 2010).

L’accesso alle sementi geneticamente modificate

Mentre nel breve periodo la maggior parte del miglioramento delle colture non proverrà da tecniche genomiche, queste vengono considerate molto promettenti per il futuro sia in termini di benessere dei produttori e dei consumatori, grazie all’aumento delle rese e al contenimento dei costi, sia per gli effetti positivi su salute umana, ambiente, riduzione della fame e della povertà a livello globale (Juma 2011, World Bank, 2008).
La produzione di organismi geneticamente modificati è un’area molto attiva di ricerca anche se l’accesso alla tecnologia da parte degli agricoltori in vaste aree del globo è ristretto soprattutto a causa di barriere etico-politiche e finanziarie. I regimi in materia variano da approcci “permissivi” (Stati Uniti, Canada, Sud Africa, Argentina) a precauzionali (Brasile, India, UE), mentre nel caso della Cina si è parlato di approccio “pragmatico” cioè caratterizzato da un continuo adattamento delle regole (Parlberg, 2010). Nei paesi in via di sviluppo, e soprattutto in Africa, le controversie sugli Ogm e i diversi approcci politici di UE e Usa hanno determinato incertezza e ritardi nella costruzione del sistema istituzionale indispensabile alla coltivazione e alla commercializzazione delle colture Ogm, che insieme agli alti costi connessi finiscono per scoraggiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e la loro adozione.
La creazione di un sistema di regolamentazione nazionale nei paesi in via di sviluppo ha seguito l’entrata in vigore del Protocollo di Cartagena, approvato nel 2000 ed entrato in vigore nel 2003 nell’ambito della Convenzione sulla Biodiversità (Mc Lean et al., 2012). Con esso le Parti si impegnano ad assumere le necessarie misure legali, amministrative e politiche per prevenire eventuali rischi ambientali derivanti dal trasferimento, manipolazione ed uso degli Ogm. Il protocollo si fonda, dunque, sul principio di precauzione. Attorno al protocollo sono nati numerosi progetti di capacity building a scala globale, regionale e nazionale1. Alla luce dell’esperienza maturata è risultata evidente – soprattutto nei Pvs - l’esistenza di barriere istituzionali nel creare un sistema di regolamentazione che deve integrare considerazioni di natura politica, sociale, ambientale, economica, sanitaria ed etica e tradurle in una strategia decisionale sull’impiego delle biotecnologie. Inoltre, emerge chiaramente come il processo di approvazione, per quanto lungo e costoso, sia solo una e forse non la più importante, delle ragioni che prevengono l’adozione delle biotecnologie a fronte di considerazioni socio-economiche, quali il rischio di perdita di mercati di sbocco, i costi della coesistenza, l’impatto sulla distribuzione del valore lungo la filiera.
I costi per l’introduzione delle colture geneticamente modificate riguardano i costi – pubblici e privati – da un lato per rispondere alle regole della biosicurezza2 e dall’altro per garantire la coesistenza. Il costo complessivo risulterebbe molto alto per i paesi africani anche per la tendenza a sviluppare il proprio sistema istituzionale sul “meno permissivo” modello europeo3. Ciò viene attribuito alla maggior importanza dei partner europei sia come donatori di fondi per lo sviluppo che come paesi di destinazione della maggior parte delle esportazioni (Parlberg, 2010; Falck-Zepeda et al., 2013). Alcuni casi studio hanno evidenziato che i tempi per l’approvazione della coltivazione di alcune colture in diversi paesi africani sono pari a 10-15 anni ed i costi sono così alti (da 700 mila 4 milioni di dollari a seconda della coltura, del paese e del tratto genetico) da non poter essere affrontati dai singoli governi se non attraverso la cooperazione internazionale (Eicher et al., 2006; Kalaitzandonakes et al., 2007). Anche i tempi per rendere operativi i comitati nazionali per la biosicurezza, dalla loro costituzione alla produzione delle regole per il loro funzionamento, sono estremamente lunghi. Bayer et al. (2010) hanno valutato, per alcune colture nelle Filippine, che i costi per la autorizzazione arrivano ad eguagliare i costi di R&D. Tali costi sembrerebbero ridursi man mano che i paesi acquisiscono esperienza anche a parità di regolamentazione. Ai costi per il rilascio commerciale vanno aggiunti i mancati redditi legati ai tempi: Pray et al. (2005) hanno stimato che due anni di ritardo nell’approvazione del cotone Bt in India hanno comportato una perdita di cento milioni di dollari per gli agricoltori.
Tali costi legati alla regolamentazione potrebbero essere ridotti adottando un approccio regionale o sub-regionale. Uno sforzo nella direzione di un armonizzazione delle regole è attualmente in corso in ambito Comesa4 ed Ecowas5 (Ifpri e Adb, 2014).
La ricerca è dominata dal settore privato ad eccezione di alcuni importanti programmi di ricerca pubblici di alcuni paesi (Cina, Brasile, India). Le varietà GM sono protette dai brevetti sulla proprietà intellettuale e quindi non possono essere riprodotte senza licenza: assicurano pertanto elevati ritorni a chi produce il seme, ma richiedono investimenti elevati non solo in ricerca ma anche per poter superare i test sulla biosicurezza prima della commercializzazione. Ciò in assenza di protocolli certi per la sperimentazione, scoraggia il settore privato ad investire nei paesi in via di sviluppo e sulle colture rilevanti dal punto di vista della sicurezza alimentare. In questi casi, infatti, i mercati non sono sufficientemente grandi da giustificare, per l’industria privata, il costo fisso in ricerca, sperimentazione e regolamentazione.

L’impatto dell’introduzione delle colture geneticamente modificate

Il dibattito sull’effetto attuale e potenziale della biotecnologia in agricoltura si è concentrato su tre argomenti: l’efficienza tecnica, gli effetti ambientali e l’impatto sulla salute umana. Poca attenzione è stata invece dedicata agli aspetti distributivi, socioeconomici e quindi alle implicazioni in termini di equità derivanti dalla diffusione delle nuove tecnologie. Tra questi possono essere considerati da un lato gli effetti sulla filiera quali le implicazioni sulle piccole aziende, sui processi di consolidamento/integrazione industriale e sulla dipendenza degli agricoltori dalle aziende fornitrici di mezzi tecnici; dall’altro le problematiche legate all’accesso al cibo e sulla riduzione della malnutrizione.
La maggior parte degli studi peer reviewed di valutazione economica dell’impiego di sementi geneticamente modificate nei paesi in via di sviluppo riguarda la coltivazione del cotone Bt in Argentina, Cina, India, Messico e Sud Africa. Normalmente vengono confrontati bilanci parziali per confrontare costi e ricavi di varietà alternative. I risultati dipendono fortemente dalle condizioni agroclimatiche, dall’anno ed anche dall’assetto istituzionale nonché dalla scelta del controfattuale che può determinare una distorsione selettiva dovuta al fatto che coloro che adottano la tecnologia rappresentano gli imprenditori innovatori o anche coloro che si trovano in una situazione in cui il problema che si vuole risolvere è più pressante. In letteratura sono evidenziate variazioni delle rese comprese tra l’11 e il 64%, una riduzione dei costi per la difesa dai parassiti tra il 42 e il 67% bilanciata da un aumento dei costi delle sementi variabile, a seconda delle circostanze, tra il 90 e il 600%. Il risultato è un aumento dei profitti compreso tra il 12 e il 340% (Raney, 2006). I risultati negativi ottenuti inizialmente per il cotone Bt in alcune regioni dell’India sono stati attribuiti al fatto che ritardi nel rilascio di varietà idonee, ha spinto gli agricoltori all’adozione di altre varietà non adatte (Pray et al., 2001).
L’impatto macroeconomico ex-post dell’introduzione delle biotecnologie nei Pvs è stato stimato attraverso modelli di equilibrio parziale e generale (Cge). Nel primo caso Pray et al. (2001) ha stimato in 1140 milioni di dollari il surplus economico derivante dall’introduzione del cotone Bt in Cina di cui solo l’1% catturato dall’industria biotecnologica a causa del basso livello di protezione della proprietà intellettuale nel paese. Qaim (2003) ha stimato in 315 milioni di dollari il surplus derivante dall’adozione del cotone Bt in India. In entrambi i casi, a causa dei prezzi controllati, non vi è stato un beneficio per i consumatori. Kathage and Qaim (2012) hanno stimato in India un aumento del 50% dei profitti per ettaro e del 18% dello standard di vita (espresso attraverso i consumi) da parte delle famigli dei piccoli agricoltori in seguito all’adozione del mais Bt. I modelli di equilibrio generale hanno valutato in 0,7-1,8 milioni di dollari i benefici derivanti dal cotone Bt, concentrati soprattutto in Cina e India (Anderson, 2008).
Gli studi sull’impatto economico dell’adozione delle colture GM suggeriscono che fattori istituzionali quali la capacità di ricerca e innovazione, l’assetto per la gestione dei diritti della proprietà intellettuale, la regolamentazione ambientale e relativa alla sicurezza alimentare e il funzionamento del mercato degli input sono i fattori determinanti del livello e della distribuzione dei benefici associati all’adozione degli Ogm. Uno studio sui piccoli coltivatori in Sud Africa ha però evidenziato che la coltivazione di cotone transgenico è stata resa possibile dal fatto che gli agricoltori ricevessero credito dall’industria acquirente del prodotto, sistema che è entrato in crisi nel momento in cui una stagione sfavorevole ha impedito agli agricoltori di estinguere il debito. L’assenza di un sistema analogo di finanziamento del credito relativamente alla produzione di mais Bt spiegherebbe invece il più basso tasso di adozione della tecnologia (Falck-Zepeda et al., 2013). Sul rapido sviluppo del cotone Bt in Cina avrebbe invece influito la disponibilità di seme a basso costo, essendo stato sviluppato da strutture pubbliche (World Bank, 2008).
Un vasto numero di ricerche riguarda la valutazione degli effetti ambientali e sulla salute umana della coltivazione e del consumo di Ogm. Wesseler et al. (2011) hanno classificato gli impatti ambientali secondo varie categorie: costi e benefici, breve e lungo termine, reversibili e irreversibili, diretti e indiretti, effettivi o potenziali, privati o sociali.
I benefici diretti derivano principalmente dalla riduzione nelle quantità di input chimici adoperate e del loro livello di tossicità, con effetti indiretti sulla qualità degli ecosistemi sul livello delle emissioni e sulla qualità del suolo (Brookes et al., 2012). L’aumento della produttività, inoltre, ridurrebbe la pressione produttiva sugli habitat. La resistenza ai parassiti sembrerebbe anche ridurre il livello di micotossine nei prodotti. Un indicatore comunemente usato per valutare l’impatto ambientale è l’Eiq (Environmental quality index) che include l’impatto dell’uso di pesticidi sull’ambiente, sui lavoratori agricoli e sui consumatori (Wesseler et al., 2011). Sebbene i valori calcolati stiano ad indicare un impatto ambientale positivo, bisogna tener presente che questo indice non tiene conto di problematiche che potrebbero manifestarsi nel lungo periodo quale la resistenza dei parassiti alle tossine, l’emergere di nuovi parassiti e infestanti, il trasferimento spontaneo dei tratti genetici a specie spontanee con la conseguente riduzione della biodiversità.Tra gli effetti positivi riportati vi è la riduzione delle emissioni in seguito alla maggiore possibilità di adottare tecniche conservative di lavorazione del terreno con effetto benefico sulla biodiversità del suolo e di riduzione dell’erosione.
Le colture GM potrebbero anche contribuire a preservare la biodiversità agricola in quanto, a differenza del miglioramento genetico convenzionale, non si basano sulla diffusione di nuove varietà ma possono derivare dall’introduzione di tratti specifici in varietà locali. Quanto questa seconda strada possa prevalere è funzione di numerosi fattori quali la capacità istituzionale, finanziaria e di ricerca a livello locale (Graaf et al., 2006)6.
La valutazione ambientale riguarda per lo più l’invasività dei tratti genetici introdotti in relazione alle specie domestiche e spontanee nonché gli effetti sulle popolazioni di parassiti, insetti o infestanti, secondari cioè non direttamente influenzati dalla coltura GM. Le ampie rassegne di tali studi pubblicate finora non hanno evidenziato danni sull’ambiente o sulla salute a fronte di una sostanziale riduzione nell’uso di antiparassitari. Ciononostante una valutazione continua è richiesta a causa dell’espansione delle superfici e dell’introduzione di nuovi tratti genetici.
Le colture GM di seconda generazione potrebbero portare maggiori benefici per i consumatori essendo interessati tratti qualitativi. Non essendo state ancora adottate non si dispone di valutazioni ex-post. Alcuni studi (Stein et al., 2008; Anderson et al., 2005), hanno simulato significativi benefici in termini di benessere derivanti dall’adozione del Golden Rice in Asia soprattutto in ragione dei benefici sulla salute che si tradurrebbero in un aumento della produttività del lavoro.

Ogm e sicurezza alimentare: alcune conclusioni

Come ben documentato in questo numero di Agriregionieuropa, la sicurezza alimentare dipende non solo dalla produzione di alimenti su scala mondiale ma dall’accesso al cibo, funzione a sua volta del prezzo e del reddito delle famiglie. A questo riguardo il potenziale delle biotecnologie in termini di riduzione della povertà e di miglioramento dell’accesso al cibo può essere realizzato – così come per qualsiasi altra tecnologia - solo se i benefici diretti e indiretti ricadono sulle popolazioni più povere.
Le biotecnologie potrebbero contribuire ad aumentare la sicurezza alimentare in tre modi: aumentando le rese e quindi la disponibilità di cibo a livello globale, migliorando la qualità degli alimenti e, infine, migliorando la situazione economica degli agricoltori e quindi il loro accesso al cibo. Quest’ultimo punto è quello su cui l’evidenza appare di gran lunga più incerta.
La storia degli Ogm, ad oggi, sembra percorrere una strada diversa: le colture sviluppate – mais, soia, cotone, sono tipiche commodity oggetto di scambio sui mercati internazionali dominati da grandi imprese multinazionali che controllano l’intera filiera agroalimentare. Le colture HT non sono state ampiamente adottate dalle piccole aziende agricole perché spesso inadeguate considerando che spesso si procede manualmente ad eliminare le infestanti. L’unica coltura GM adottata da piccoli agricoltori, ad oggi, è il cotone Bt resistente agli insetti, coltivato soprattutto in India e in Cina. Soprattutto in Cina, India e Sud Africa, il cotone Bt è spesso coltivato da aziende agricole con meno di 3 ha di terreno (Huang et al., 2002; Qaim, 2009). In Sud Africa, molti piccoli proprietari sono soliti crescere mais bianco Bt come il proprio alimento base (Gouse et al., 2006). Diversi studi dimostrano che i vantaggi della tecnologia Bt per i piccoli agricoltori sono di entità simile a quelli dei produttori su larga scala. In alcuni casi, i vantaggi possono essere ancora maggiori (Pray et al., 2001; Morse et al., 2004; Qaim, 2009).
Affinché quindi il potenziale positivo possa realizzarsi i paesi più poveri, in primis dell’Africa, devono essere in grado di definire le proprie priorità e la propria agenda di ricerca. La tabella 3 illustra le priorità, spesso contrastanti tra gli obiettivi della sicurezza alimentare, dell’economia nazionale e del ritorno finanziario.

Tabella 3 - Colture e tratti genetici potenzialmente interessati dalla genomica agraria in relazione ad alcuni obiettivi potenziali

Fonte: Fukuda Parr e Orr, 2012

Mentre storicamente la ricerca sul genoma ha guardato prevalentemente al ritorno finanziario dell’investimento sviluppando varietà di commodity con ampi mercati internazionali, il perseguimento dell’obiettivo della sicurezza alimentare implicherebbe nuovi sentieri di ricerca sia in relazione alle colture che ai tratti genetici coinvolti.
L’esperienza dei Pvs, ed in particolare dei paesi africani, dimostra l’esistenza di barriere politiche, istituzionali e tecniche che hanno ritardato l’approvazione e la diffusione delle colture GM.
Per superare queste barriere e per rispondere ai fabbisogni degli agricoltori e delle popolazioni dei paesi più poveri occorrerebbe un grosso impegno finanziario in capacity building e in ricerca pubblica a livello locale. In Sud Africa sta prevalendo un modello di sviluppo guidato dal settore privato che consente di beneficiare delle ricadute dello sviluppo tecnologico a livello mondiale. Questo approccio ha però il limite di non sfruttare appieno il potenziale delle biotecnologie per affrontare le priorità della sicurezza alimentare e la povertà in Africa. Juma (2011) sottolinea l'importanza di un approccio regionale all’innovazione con la creazione di “Aree locali per l’ innovazione", che coinvolgano università e centri di ricerca pubblici o privati che potrebbero utilizzare risorse fornite da partner internazionali. Formule alternative includono una maggiore collaborazione regionale e internazionale con istituzioni pubbliche quali il Cgiar7, la cooperazione con paesi quali Cina, Brasile e India che hanno sviluppato capacità nella ricerca biotecnologica pubblica, il partenariato pubblico-privato. Secondo una rassegna della World Bank (2008) relativa al periodo 1986-2006 la ricerca pubblica ha investito sulle biotecnologie 107 milioni di dollari, cifra di gran lunga inferiore ai 15 miliardi di dollari spesi annualmente dalle quattro più grandi aziende private.
Una riflessione specifica merita esser fatta attorno al settore sementiero dei paesi africani, dominato da diffusione informale e inaccessibilità delle sementi di qualità a causa degli scarsi legami tra piccoli produttori, servizi di assistenza tecnica, istituzioni di ricerca, produzione e distribuzione di mezzi tecnici.
Infine, è necessario ribadire che, affinché le biotecnologie possano effettivamente esplicare il proprio potenziale bisognerebbe rifuggire dal considerarle una panacea: la chiusura del “gap delle rese” dipende da un ampio spettro di fattori tecnici, infrastrutturali, agronomici e istituzionali, di cui gli agricoltori sono carenti.

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  • 1. Tra questi i progetti Gef (Global Environment Facility) e Unep.
  • 2. I sistemi nazionali per la biosicurezza richiedono la valutazione scientifica in loco dei rischi come prerequisito per la commercializzazione delle colture GM.
  • 3. La resistenza agli Ogm da parte di alcuni paesi africani arrivò nel 2001-2002 al punto di non accettare aiuti alimentari costituti da mais GM proveniente dagli Usa.
  • 4. Common Market for Eastern and Southern Africa.
  • 5. Economic Community of Western African States.
  • 6. Ad esempio, mentre negli Usa e in Cina solo la varietà iniziale deve essere registrata, in India è richiesta la registrazione di ogni varietà locale in cui viene introdotto lo stesso tratto genetico con il risultato che l’adozione delle nuove varietà è rallentata e che vengono adottate varietà non adatte alle condizioni locali (Graff et al., 2006).
  • 7. Consultative Group on Agricultural Research. Cgiar ha in corso 29 progetti che riguardano 15 colture minori rilevanti per i piccoli agricoltori in regioni specifiche dei Pvs (Ifpri, 2014).
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