Gli investimenti diretti all’estero in agricoltura

Gli investimenti diretti all’estero in agricoltura
Quali implicazioni per i paesi in via di sviluppo e per la sicurezza alimentare?
a Università di Macerata, Dipartimento di Scienze Politiche, Comunicazione e Relazioni Internazionali

Introduzione

In concomitanza con l’esplosione della crisi dei mercati internazionali delle commodity nel biennio 2007 e 2008, diversi media hanno iniziato a riportare numerosi casi di acquisizioni di grandi superfici di terra nei paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa, America Latina, Asia centrale e Sud-Est asiatico; una parte consistente della terra è stata acquisita da parte di soggetti stranieri allo scopo di destinarla alle produzioni agricole e forestali. Le prime stime indicavano in due anni una superficie di circa 20 milioni di ettari oggetto di acquisizioni da parte di imprese private, di private equity o, in forma più o meno diretta, degli stessi governi di paesi esteri (Von Braun, Meinzen-Dick, 2009). La questione ha catalizzato l’attenzione delle Organizzazioni Non Governative (Ong) e degli organismi internazionali, divenendo un argomento “caldo” nel più generale dibattito sullo sviluppo e sulla governance della terra (Unctad, 2009; World Bank, 2011). Al tempo stesso, il fenomeno ha suscitato forti reazioni nella società civile, tra cui forse la più evidente è stata l’opposizione da parte di movimenti di varia natura, mobilitatisi in difesa dei diritti di accesso alla terra per le popolazioni rurali dei paesi in via di sviluppo.
Gli investimenti diretti esteri (Ide) in agricoltura sono così tornati dopo diversi decenni sotto i riflettori del dibattito nella comunità internazionale1. Infatti, va ricordato come, sebbene nel precedente cinquantennio l’agricoltura sia stata il settore forse meno interessato dalla crescita degli Ide, è proprio nel settore agricolo che si sono manifestate le prime forme di internazionalizzazione della produzione. Nei primi anni del novecento le imprese agro-alimentari dei paesi europei hanno iniziato a investire nelle piantagioni delle allora colonie, allo scopo di riesportare importanti materie prime - come zucchero, caffè, cacao, thè, banane e cotone - in Europa dove erano trasformate e commercializzate. Già allora il fenomeno - battezzato con il nome di “Land Grabbing” - destava forti preoccupazioni per le conseguenze che esso poteva avere sulle popolazioni indigene, escluse e deprivate dell’uso della terra e delle altre importanti risorse naturali a essa connesse (in particolare l’acqua) del loro paese (Borras, Franco, 2012). Dal secondo dopoguerra, gli Ide in agricoltura hanno mostrato un progressivo declino: sia in termini relativi, se confrontati con la notevole crescita avvenuta prima nel manifatturiero e poi nei servizi; sia in termini assoluti, in quanto le politiche restrittive nei confronti degli Ide adottate dai governi delle ex-colonie hanno spinto le imprese multinazionali agro-alimentari a disinvestire progressivamente nelle piantagioni e a privilegiare contratti di fornitura con i produttori locali rispetto al controllo diretto della proprietà e dell’uso della terra (Unctad, 2009).
Se gli Ide non sono un fenomeno nuovo al settore agricolo, tuttavia la recente ondata avviatasi dal 2007 ha suscitato nuove e diverse preoccupazioni, anche perché si è manifestata con caratteri profondamente diversi dal passato. Questo contributo intende esaminare gli aspetti distintivi del recente fenomeno della crescita degli Ide in agricoltura, rispetto a quanto osservato in passato in agricoltura e oggi in altri settori, e discuterne le possibili implicazioni per i paesi in via di sviluppo, facendo riferimento in particolare alla questione della sicurezza alimentare. La discussione che segue cercherà di fare il punto di ciò che è emerso sul tema, soprattutto basandosi sugli studi a carattere più prettamente scientifico.

Investimenti diretti esteri in agricoltura: fatti stilizzati su forme e determinanti

La crisi economica internazionale, avviatasi nel 2007 e perdurata negli anni successivi, ha profondamente mutato l’equilibrio del mercato della terra destinata all’uso agricolo e forestale. L’impennata dei prezzi agricoli e delle materie prime di origine fossile, le ripetute situazioni di scarsità nella disponibilità di materie prime agricole sui mercati internazionali e la crisi dei mercati finanziari, nel giro di pochi mesi, hanno reso la terra un investimento alternativo assai attraente, determinando una marcata crescita della domanda di terra in diverse regioni del mondo (World Bank, 2011). Nonostante il fenomeno sia stato molto seguito, tuttavia, ancora oggi le evidenze disponibili sulle dimensioni, le tipologie e le caratteristiche della nuova ondata di Ide sono piuttosto scarse e decisamente controverse. Se, infatti, è disponibile un cospicuo numero di casi di studio che indagano le determinanti e gli effetti degli Ide in agricoltura in specifiche zone e per specifici prodotti, sono stati molto pochi fino ad oggi i contributi che hanno cercato di quantificare e analizzare il fenomeno a livello globale, comparando diversi paesi e settori. La principale barriera alla ricerca in questo ambito è certamente la mancanza di dati ufficiali sugli Ide in agricoltura a livello internazionale. Le “forme” con cui si realizzano gli investimenti esteri in agricoltura, di cui si parlerà più in dettaglio più avanti, fanno sì che buona parte di essi non sia catturato dalle rilevazioni statistiche sugli Ide, che compaiono nella bilancia dei pagamenti dei paesi. Inoltre, molti governi dei paesi ospiti e di quelli investitori non consentono un accesso pubblico ai dati sulle acquisizioni di terra di cui dispongono, poiché ritenuti “sensibili” sotto il profilo politico. Infine, in diversi casi i governi non dispongono di dati aggiornati, a causa delle difficoltà che hanno le stesse amministrazioni locali e centrali a raccogliere e archiviare le informazioni sulle acquisizione di terra nel loro territorio di competenza (Cotula et al., 2009).
In assenza di fonti statistiche ufficiali sugli Ide in agricoltura, la maggior parte degli studi ha basato le analisi su informazioni provenienti da fonti non ufficiali, come ad esempio, notizie riportate dalla stampa e dai media in generale, suscitando diffuse critiche circa l’attendibilità di risultati così ottenuti2. Oltre a problemi di affidabilità della fonte, questi dati comunque determinano evidenti vincoli per le analisi empiriche, in quanto non quantificano gli Ide in agricoltura in termini di valore, così come è consuetudine per gli altri settori, ma si limitano a fornire per ogni “contratto” gli ettari coinvolti. Si tratta perciò di informazioni molto parziali sulla reale dimensione economica del fenomeno.
La mancanza di dati affidabili da un lato, e la forte sensibilità “politica” dell’argomento dall’altro, hanno contribuito ad alimentare un intenso dibattito in cui si sono confrontate posizioni e convinzioni tra di loro profondamente diverse, non solo per le implicazioni di policy, ma anche per la semplice ricostruzione dei “fatti”. Ci limitiamo qui a ricordare alcune delle questioni controverse che appaiono più rilevanti, soprattutto per le conseguenze che esse hanno in termini di possibili effetti degli Ide.    
Una prima questione frequentemente dibattuta è quale sia la reale dimensione complessiva del fenomeno e quale sia il trend (in crescita o in declino). Se da un lato, le prime stime riportavano dai 20 ai 45 milioni di ettari di terra in un biennio - cifre che hanno generato comprensibili allarmismi - negli anni successivi le stime sono state riviste al ribasso, alla luce soprattutto del fatto che molti progetti di investimento annunciati, e contabilizzati in quelle stime, di fatto non si erano mai realizzati. Secondo i dati riportati a oggi dal Land Matrix3 sarebbero state quasi 1.000 le acquisizioni di terra da parte di soggetti stranieri, per un totale di 60 milioni di ettari dal 2000 ad oggi. I recenti dati riportati da Land Matrix, dunque, ridimensionano significativamente quelli circolati inizialmente. La dinamica del fenomeno negli anni è ancor più difficile da stabilire, in quanto la maggior parte delle banche dati, incluso Land Matrix, non riporta l’anno nel quale si è stipulato il contratto. Una seconda questione piuttosto dibattuta è quale sia la tipologia di terreno prevalente oggetto degli Ide. Mentre i primi studi tendevano a sostenere che buona parte degli Ide avesse coinvolto terreni incolti e abbandonati, studi più recenti, incrociando i dati del Land Matrix con quelli geo-spaziali, hanno invece mostrato come questi abbiano riguardato ampie superfici di terra già utilizzate in vario modo, anche per produrre beni agricoli e forestali; superfici, quindi, che nei fatti sono “contese” dalle popolazioni locali (Messerli et al., 2014). La questione ha naturalmente implicazioni piuttosto rilevanti per gli effetti sui paesi ospiti, come si vedrà nel prossimo paragrafo. Una terza questione riguarda il ruolo dei diversi paesi investitori nella recente ondata di Ide in agricoltura. I primi dati tendevano a enfatizzare il peso predominante nelle acquisizioni di terra di nuovi paesi investitori in campo agro-alimentare - rispetto ai tradizionali investitori, ovvero i paesi europei e gli Stati Uniti - in particolare i paesi del Golfo (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Quatar e Barhein) e dell’est asiatico (Corea del sud e Cina). Il quadro che emergeva era quello di una netta predominanza di investimenti di larga scala, alcuni dei quali dell’ordine di milioni di ettari, da parte di paesi importatori di prodotti agro-alimentari con abbondante disponibilità di capitale, come i paesi del Golfo Persico, o di una ampia popolazione, come Cina e Corea del sud, alla ricerca di un approvvigionamento certo di prodotti agro-alimentari. Gli studi più recenti hanno invece rivalutato il ruolo giocato dai paesi avanzati, in particolare quelli europei e gli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Africa, Schoneveld (2014) ha stimato che i paesi europei e nordamericani sono responsabili di oltre il 55% delle acquisizioni di terra. Land Matrix indica come primo investitore a livello globale gli Stati Uniti, mentre Canada e Gran Bretagna compaiono rispettivamente al quarto e quinto posto; Malesia, Singapore, Emirati Arabi, India, Russia, Arabia Saudita e Cina completano, nell’ordine, la classifica dei primi dieci investitori nel mondo.
Nonostante le controversie esistenti sui dati, la letteratura disponibile sulle acquisizioni di terra da parte di soggetti esteri ha evidenziato alcuni aspetti distintivi delle forme con cui si sono manifestati e dei fattori determinanti la loro recente crescita (Von Braun, Meinzen-Dick, 2009; Unctad, 2009; Cotula et al, 2009; World Bank, 2011; Anseew et al., 2012; Arzeki et al., 2014; Schoneveld, 2014; Giovannetti, Ticci, 2013).
Una prima caratteristica è la concentrazione dei recenti Ide in settori parzialmente diversi dal passato: secondo i dati forniti da Land Matrix, un terzo della superficie di terra acquisita da soggetti stranieri è destinata alla produzione di biomassa utilizzata dall’industria dei biocarburanti. Lo sviluppo del settore dei biocarburanti sembra dunque avere avuto un ruolo di primo piano nella recente ripresa degli Ide in agricoltura. Circa il 30% della superficie sarebbe utilizzato per produrre materie prime agricole destinate a uso alimentare e il 27 % per produrre prodotti forestali. Solo una quota minoritaria della superficie sarebbe perciò destinata a produrre beni non alimentari, non energetici e non forestali.
Una seconda caratteristica è la geografia dei paesi ospiti, tutti appartenenti al variegato mondo dei paesi cosiddetti in via di sviluppo; sebbene i dati differiscano, sotto questo profilo, a seconda delle fonti, gli studi disponibili sembrano convergere sull’evidenza di una dominanza dei paesi africani. Secondo i dati riportati da Arezki et al. (2014), l’Africa sub-sahariana conterebbe dal 40% al 60%, a seconda dei database, della superficie acquisita totale. Circa il 20% di questa superficie sarebbe oggetto di acquisizioni di larga scala, superiori al milione di ettari. L’Asia orientale è la seconda area di destinazione degli Ide agricoli, con un peso che varia dal 20% al 40% circa, a seconda delle fonti. In quest’area geografica, le acquisizioni di larga scala conterebbero per circa il 30% della superficie complessiva. L’America Latina pesa per circa il 7-10%, a seconda della fonte, della superficie oggetto di acquisizione, con una decisa predominanza di investimenti di larga scala. Scendendo nel dettaglio dei singoli paesi, secondo Land Matrix i primi dieci paesi target includerebbero nell’ordine, Papua Nuova Guinea, Indonesia, Sudan, la Repubblica democratica del Congo, Mozambico, Congo, Russia, Ucraina, Liberia e Sudan.
Una terza caratteristica distintiva, almeno rispetto al manifatturiero, del pattern dei recenti Ide in agricoltura è che nella maggior parte dei casi si tratta di flussi di Ide one way tra paesi che differiscono per la dotazione di risorse naturali. La maggior parte delle acquisizioni coinvolge imprese che provengono da paesi relativamente scarsi di terra e acqua che investono in paesi relativamente abbondanti di risorse naturali, allo scopo di riesportare materia prima nel paese di origine. È questo il caso degli Ide di larga scala provenienti da paesi che hanno preoccupazioni di insicurezza alimentare, come i paesi Nordafricani, i paesi del Golfo o quelli del medio-oriente e destinati ai paesi africani relativamente abbondanti di terra e acqua. Si tratta di Ide in agricoltura profondamente diversi dal passato, in quanto per la prima volta sono coinvolti sia come investitori che come ospiti paesi del Sud del mondo. Anche una buona parte degli Ide provenienti dai paesi sviluppati ha come principale motore la differenza di dotazioni naturali. I più recenti Ide provenienti da paesi europei, infatti, sono nel settore dei biocarburanti e sono stati trainati dalla ricerca di ampie superfici di terra a buon mercato da destinare alla produzione di biomassa esportata e trasformata nei paesi di origine. Gli studi empirici disponibili hanno confermato come il grado di dipendenza alimentare ed energetica dei paesi di origine e la dotazione relativa di acqua e terra di quelli di destinazione siano variabili esplicative significative degli Ide in agricoltura (Giovannetti, Ticci, 2013; Arezki et al., 2014).
L’evidenza tuttavia mostra come non tutti gli Ide in agricoltura siano stati trainati da preoccupazioni di dipendenza alimentare o energetica. Sono stati messi in evidenza casi di investimenti di larga scala a carattere puramente “speculativo”, spesso effettuati da imprese estranee alla filiera agro-alimentare o a quella energetica e che, non a caso, nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno avviato un’attività produttiva agricola sui terreni acquisiti, rimasti incolti e abbandonati (Schoneveld, 2014; Cotula et al., 2009). Questa tipologia di Ide ha ricevuto grande attenzione da parte della stampa e dei media, alimentando l’accusa di un nuovo fenomeno di land grabbing, in quanto essi, più di altri, rendono manifesti i possibili effetti negativi sulle popolazioni locali (Borras, Franco, 2012).
Una quarta caratteristica distintiva degli Ide in agricoltura è il ruolo, spesso di primo piano, giocato dai governi. Ben più che in altri settori, infatti, i governi sia dei paesi da cui provengono gli Ide che di quelli ospiti sono spesso coinvolti più o meno direttamente nel trasferimento della terra (Cotula et al., 2009). In rari casi è il governo in prima persona, attraverso ad esempio il Ministero dell’Agricoltura, l’acquirente di terreni all’estero. Più frequentemente compaiono come investitori imprese che sono di proprietà dello Stato. Ciò avviene certamente laddove nel paese investitore le imprese di stato hanno un peso rilevante nell’economia come, ad esempio in Arabia Saudita, Cina, Qatar, Libia ed Egitto. I pochi dati disponibili offrono una quantificazione piuttosto approssimativa del peso delle imprese di stato nelle acquisizioni di terra da parte di soggetti esteri. Secondo i dati forniti da Schoneveld (2014), circa il 10% dei progetti di investimento in Africa coinvolge imprese di stato come investitori. Altri dati riportati da Arezki et al. (2014) indicano che le imprese sarebbero responsabili tra il 7% e il 26% dei progetti. Va comunque ricordato come la quota sul numero di progetti sottostimi il loro peso reale, in quanto si tratta quasi sempre di investimenti di larga scala; è dunque presumibile che il loro peso in termini di superfici sia molto maggiore (Cotula et al., 2009). I governi giocano un ruolo ancor più importante nei paesi ospiti, soprattutto laddove la terra è di proprietà dello Stato. In Africa pressoché tutte le transazioni avvengono tra le amministrazioni locali o centrali e le imprese estere, mentre in America Latina e in Asia sono più frequenti casi in cui il soggetto che cede l’uso della terra ha natura esclusivamente privata.
Un’importante caratteristica del tutto peculiare all’agricoltura sono le modalità con cui vengono effettuati gli investimenti esteri. Secondo la definizione largamente utilizzata in letteratura si è in presenza di Ide quando l’impresa estera esercita il controllo dell’attività economica nel paese ospite; dal punto di vista operativo, generalmente si considera un investimento Ide quando un’impresa possiede almeno il 10% degli asset della filiale estera. Nella recente ondata di investimenti in agricoltura, tuttavia, solo in alcuni casi e in alcune regioni (in particolare in America Latina e in Asia) si è osservato un reale trasferimento della proprietà della terra da un soggetto domestico ad uno estero. In molti casi, viceversa, l’impresa estera stipula un contratto con le autorità locali con il quale si concede l’uso di terreni per un periodo piuttosto lungo, generalmente superiore ai cento anni. Questo genere di accordi è molto frequente nei settori e nei paesi in cui lo Stato detiene la proprietà delle risorse naturali. Generalmente questi contratti prevedono dei canoni annuali nulli o di entità trascurabile, ma spesso includono clausole con le quali l’impresa estera si impegna ad effettuare investimenti in infrastrutture. La lunga durata dei contratti e i connessi investimenti nei fatti determinano condizioni analoghe a quelle che normalmente sono identificate come Ide in altri settori. Va notato come in agricoltura gli Ide siano prevalentemente di tipo verticale, con imprese a valle della produzione agricola che si integrano nella produzione a monte. I contratti di affitto di lungo periodo sono dunque a tutti gli effetti assimilabili a degli Ide verticali e vanno tenuti ben distinti da altre forme di integrazione verticale internazionale, come ad esempio, il contract farming o contratti che specificano standard produttivi, spesso usati dalle imprese a valle dell’agricoltura per ridurre l’incertezza circa la qualità e tempestività degli approvvigionamenti di materia prima agricola4.
Va infine menzionato uno dei risultati più sorprendenti degli studi empirici sugli Ide in agricoltura, relativi alle caratteristiche dei paesi ospitanti. Arezki et al. (2014) hanno infatti trovato evidenza empirica di una relazione negativa tra governance, ed in particolare la governance del fattore terra, e gli Ide in agricoltura. Ciò appare discordante con quanto atteso sulla base della letteratura più generale sugli Ide e la loro relazione con la crescita economica; secondo questa letteratura, la qualità delle istituzioni – e tutti i fattori che contribuiscono a migliorare il clima per gli investimenti - favorirebbe gli Ide in quanto, riducendo il rischio, aumenterebbe il rendimento atteso dall’investimento (Daude, Stein, 2007). Le ragioni della specificità della risposta degli investimenti diretti in agricoltura alla governance non sono state finora indagate in maniera approfondita dalla letteratura. Un fattore che potrebbe giocare un ruolo sono le tensioni che le acquisizioni di terra provocano con le popolazioni locali; tensioni che in altri settori sono state decisamente meno intense. Una scarsa governance, e in particolare l’incertezza sull’allocazione dei diritti di proprietà della terra, potrebbe consentire alle autorità locali di gestire le concessioni in modo meno trasparente contenendo in tal modo le tensioni con la popolazione locale.

Gli effetti sui paesi ospiti e le implicazioni per la sicurezza alimentare

È opinione largamente condivisa, anche sulla base della più generale letteratura sugli Ide, che gli effetti degli investimenti esteri sui paesi ospiti possano variare a seconda della tipologia degli Ide e dei fattori determinanti le scelte dell’impresa che investe. La mancanza di dati affidabili condivisi e la difficoltà di ricostruire un quadro chiaro dei fatti, rendono problematica la discussione sugli effetti degli Ide in agricoltura. Non è un caso che il dibattito sugli effetti, e tra questi sulle implicazioni per la sicurezza alimentare, sia rimasto molto qualitativo, controverso e confinato a singoli e specifici casi di studio. In assenza di evidenze e di analisi empiriche, appare comunque utile una discussione qualitativa su quali siano i possibili effetti degli Ide sui paesi ospiti e da quali fattori chiave dipendano questi effetti.
Nel caso degli Ide in risorse naturali, i principali effetti sui paesi ospiti possono essere classificati nel seguente modo:

  • effetti sui mercati della terra e dei prodotti agricoli: è stato spesso menzionato come l’aumento della domanda di terra abbia generato una notevole pressione sul prezzo della terra, limitando così l’accesso al mercato della terra per la popolazione locale. In alcune circostanze, acquisizioni di larga scala in paesi relativamente piccoli determinano un aumento della concentrazione sia sul mercato della terra, sia sui mercati dei prodotti agricoli, generando possibili situazioni di monopolio/monopsonio. Naturalmente molto dipende da quali terreni vengono acquisiti: se sono terreni sottratti alla produzione degli agricoltori locali o si tratti piuttosto di terreni che prima erano abbandonati o comunque non destinati all’agricoltura. Va comunque ricordato come l’ingresso di imprese estere su un mercato potrebbe in linea di principio anche causare un aumento del livello di concorrenzialità sui mercati se esso non provoca una riduzione del numero delle imprese locali. Dunque, acquisizioni di terra che non causino l’espulsione degli agricoltori locali dall’attività produttiva e di dimensioni ridotte rispetto al mercato domestico, potrebbero avere effetti positivi sul livello di concorrenzialità dei mercati dei paesi ospiti, con i conseguenti benefici per i consumatori e per l’economia nel suo complesso;
  • effetti sull’occupazione e sui redditi delle popolazioni locali: l’ingresso di imprese estere può avere effetti positivi sull’occupazione e sui redditi locali laddove ciò coincide con un aumento della produzione agricola, con nuovi investimenti in agricoltura e con un sostanziale utilizzo di manodopera locale. Sono stati citati esempi in cui questa situazione virtuosa si è creata ed ha avuto un impatto complessivamente positivo sui paesi ospiti. In altri casi, tuttavia, le imprese estere hanno avuto uno scarso impatto sull’occupazione locale, o in alcuni casi esso è stato addirittura negativo, in quanto esse hanno acquisito terre prima coltivate da produttori locali, generando un limitato aumento della produzione agricola, e talvolta ricorrendo anche a manodopera di provenienza del paese di origine, come nei tanto citati casi di acquisizione di terra da parte di imprese cinesi;
  • spillover tecnologici e di beni pubblici (infrastrutture): anche in agricoltura, come in tutti gli altri settori, gli spillover tecnologici sono uno dei principali potenziali benefici degli investimenti esteri. L’impresa multinazionale generalmente dispone di livelli di know-how e tecnologie superiori alle imprese locali. Il suo ingresso sui mercati locali può dunque generare spillovers sotto questo profilo contribuendo ad un generale miglioramento delle conoscenze, della tecnologia e della produttività in tutto il settore. Rilevanti esternalità positive possono anche essere determinate dagli investimenti in infrastrutture connessi con gli Ide: investimenti nei trasporti e nelle vie di comunicazione, nelle reti telefoniche o nelle telecomunicazioni contribuiscono a ridurre i costi e ad aprire nuove opportunità di commercializzazione anche per gli agricoltori locali;
  • effetti sulle entrate fiscali e sul commercio internazionale: la presenza di imprese estere potrebbe essere fonte di nuove entrate fiscali, soprattutto laddove i governi introducono tasse ad hoc sugli Ide, esistono tasse all’esportazione e le imprese estere sono decisamente export-oriented oppure i governi impongono delle tasse sui trasferimenti di terra. Va tuttavia detto che, in linea con le tendenze più recenti negli atteggiamenti da parte dei governi dei paesi in via di sviluppo nei confronti degli Ide, è piuttosto diffusa anche in agricoltura la cosiddetta “tax competition”: i governi che ritengono che gli Ide in entrata abbiano effetti positivi sull’economia interna cercano di rendere attraente il proprio mercato per gli investitori stranieri attraverso politiche di detassazione. In questi casi, gli attesi effetti positivi degli Ide in termini di entrate fiscali diventano modesti. Più complesso può essere il quadro degli effetti sul commercio internazionale dei prodotti agricoli. Buona parte degli Ide in agricoltura, come si è detto, sono di tipo verticale, e dunque implicano un flusso di capitali e altri input necessari all’attività agricola dal paese di origine dell’impresa a quello di destinazione, e un flusso in direzione opposta di prodotti agricoli o semilavorati destinati al paese di origine. Si tratta perciò di Ide che tipicamente “creano” nuovo commercio (sebbene all’interno dell’impresa che investe) e assai difficilmente sostituiscono precedenti flussi di commercio. In linea generale, l’aumento del commercio attraverso gli Ide delle imprese multinazionali dovrebbe generare un miglioramento del benessere del paese ospite, in quanto favorisce la specializzazione e lo sfruttamento dei vantaggi comparati del paese ospite basati sulla abbondanza di risorse naturali. Tuttavia, oltre a questi effetti “teorici” positivi del commercio, sono stati spesso lamentati i possibili effetti negativi di un’eccessiva specializzazione dell’agricoltura verso produzioni export-oriented che verrebbe appunto favorita dagli Ide. La specializzazione in produzioni agricole destinate ai mercati di esportazione provoca, infatti, un’eccessiva concentrazione delle esportazioni dei paesi ospiti, soprattutto se essi sono piccoli, esponendo l’economia ai rischi che derivano dalla volatilità del mercato internazionale o della produzione agricola di poche commodity. Inoltre, favorendo questo processo di specializzazione, le imprese multinazionali ostacolano lo spostamento dei paesi ospiti verso produzioni a valle dell’agricoltura, a maggiore valore aggiunto, contribuendo a farli rimanere sostanzialmente produttori di materie prime a basso valore aggiunto. Infine, talvolta si è anche argomentato che le imprese multinazionali hanno causato l’aumento delle importazioni di input (sementi, fertilizzanti, antiparassitari) usualmente utilizzati in altre zone geografiche, che hanno avuto effetti negativi sulla bilancia commerciale, ma anche in termini ambientali;
  • effetti sull’ambiente: le acquisizioni di larga scala, l’adozione di tecniche agricole intensive, la prevalenza di produzioni agricole che hanno spesso un saldo negativo in termini di apporto nutritivo al terreno, gli scarsi incentivi per le imprese estere a mantenere in buone condizioni i terreni soprattutto laddove sono stati dati in uso per un periodo di tempo limitato, sono tutti fattori che contribuiscono a determinare diffuse preoccupazioni circa i possibili effetti negativi ambientali degli Ide in agricoltura. I casi possono essere assai diversi l’uno dall’altro e andrebbero analizzati nello specifico;
  • effetti sulla sicurezza alimentare: in ultimo, sono stati lanciati messaggi allarmati circa le implicazioni della nuova ondata di Ide sulla sicurezza alimentare. È evidente che la questione è di grande rilievo e va esaminata caso per caso. A livello micro, effetti negativi sulla sicurezza alimentare possono generarsi quando i terreni acquisiti erano in precedenza coltivati dalle famiglie in condizioni di autosufficienza, e non è stata predisposta nessuna ri-attribuzione di terra agli agricoltori da parte delle amministrazioni locali, esponendo così le famiglie a possibili rischi di sicurezza alimentare; ciò è particolarmente vero quando i produttori locali, espulsi dai terreni che in precedenza garantivano loro la sussistenza, non vengono impiegati dall’impresa multinazionale. A livello macro, preoccupazioni relative alla sicurezza alimentare sono particolarmente evidente quando il paese ospite è un importatore netto di alimenti, i terreni acquisiti di fatto vengono sottratti a produzioni alimentari di base, destinate ad alimentare la popolazione locale, per essere utilizzati per produrre commodity comunque destinate al mercato di esportazione che non possono essere utilizzate a fini alimentari a livello locale. L’esempio delle terre sottratte alle produzioni alimentari locali per produrre biomassa destinata all’industria dei biocarburanti è il più evidente.

Nel complesso, dunque, gli effetti e le implicazioni delle acquisizioni di terra da parte di soggetti esteri dipendono da alcuni fattori chiave, tra i quali certamente il più dirimente è la tipologia di terreni oggetto delle acquisizioni e se essi fossero utilizzati in precedenza dalla popolazione locale per produrre beni alimentari. In assenza di conoscenze certe e condivise circa almeno questo aspetto, appare assai difficile trarre qualsivoglia conclusione sugli effetti degli Ide in agricoltura.  

Riferimenti bibliografici

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  • Von Braun, J., Meinzen-Dick, R, 2009, Land Grabbingby foreign investors in developing countries: Risks and opportunities. Ifpri Policy Brief 13

  • World Bank, 2011. Rising Global Interest in Farmland: Can it Yield Sustainable and Equitable Benefits? World Bank, Washington, D.C., Usa

  • 1.  Il fenomeno delle acquisizioni di terra da parte di soggetti stranieri è stato denominato in vari modi negli anni più recenti; gli organismi internazionali tendono a identificarlo come un fenomeno di investimento estero (Unctad, 2009; World Bank, 2011), mentre osservatori più critici lo hanno targato con il nome di Land Grabbing (tra gli altri si vedano Borras e Franco, 2012). In questo contributo il fenomeno è considerato come un investimento diretto all’estero, sulla base delle motivazioni riportate alla fine del paragrafo 2.
  • 2. Per un’analisi critica dei dati disponibili e delle analisi che li hanno utilizzati si vedano Oja (2013), Schoneveld (2014) and Arezki et al. (2014).
  • 3. Il Land Matrix Global Observatory è un database prodotto da Ong e istituti di ricerca sotto il coordinamento dell’International Land Coalition. I dati sono verificati dai partners e includono le acquisizioni di terra a partire dal 2000, sebbene quelle concluse prima del 2008 siano una piccola frazione del totale, pari a circa 2 milioni di ettari (Arezki et al., 2014).
  • 4. Questi contratti non comportano il controllo da parte dell’impresa estera sull’uso della terra e rappresentano la modalità con cui si realizza una parte importante del commercio agricolo internazionale inter-impresa.
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