Verso Expo 2015: il ruolo della qualità delle produzioni agroalimentari

Verso Expo 2015: il ruolo della qualità delle produzioni agroalimentari
a Università di Verona, Dipartimento di Scienze Economiche

Con questo numero, Agriregionieuropa avvia la propria partecipazione all’approfondimento scientifico e all’ampio dibattito che si è aperto in coincidenza con la prossima Esposizione Universale di Milano. Come noto, il tema centrale di Expo 2015 sarà “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Tra gli obiettivi che la rassegna si pone, diversi riconducono al tema della qualità degli alimenti:

  • rafforzare la qualità e la sicurezza dell’alimentazione a livello mondiale;
  • prevenire le grandi malattie sociali: obesità, patologie cardiovascolari, tumori, epidemie più diffuse, valorizzando le pratiche che permettono la soluzione di queste malattie;
  • innovare con la ricerca, la tecnologia e l’impresa la filiera alimentare, per migliorare le caratteristiche nutritive dei prodotti, la loro conservazione e distribuzione;
  • educare ad una corretta alimentazione per favorire nuovi stili di vita;
  • valorizzare la conoscenza delle “tradizioni alimentari” come elementi culturali ed etnici.

Durante l'Expo saranno inoltre dibattute tematiche legate alle tecnologie applicate al settore alimentare al fine di:

  • preservare la bio-diversità;
  • individuare gli strumenti di controllo e di innovazione, comprese le biotecnologie, che non rappresentano una minaccia per l’ambiente e la salute, e garantire la disponibilità di cibo sano e di acqua potabile e per l’irrigazione;
  • assicurare nuove fonti alimentari nelle aree del mondo dove l’agricoltura non è sviluppata, o è minacciata dalla desertificazione, dalle carestie, dall’impoverimento ittico dei fiumi e dei mari.

I contributi qui raccolti ruotano attorno al ruolo della qualità nelle strategie competitive dei differenti settori del sistema agroalimentare italiano facendo riferimento ad un ampio spettro di argomenti:

  • le produzioni certificate (Dop e Igp);
  • le singole filiere (con un particolare accento alle strategie degli attori);
  • gli accordi internazionali, con le nuove normative che si stanno delineando per l’export agroalimentare europeo ed italiano;
  • gli strumenti di comunicazione al consumatore;
  • il rapporto tra Ogm e qualità, in corso di definizione nella UE.

Gli interventi non esauriscono ovviamente i possibili modi di declinare la qualità nell’ambito delle produzioni agroalimentari e le prospettive che possono discendere per le diverse produzioni, ma offrono una parziale significativa analisi della realtà italiana e individuano alcuni contesti normativi entro cui sarà possibile muoversi per valorizzare il “made in Italy” agroalimentare.
Al fine di mostrare il quadro complessivo della realtà italiana, Mario Adua traccia un quadro esaustivo dell’evoluzione dei prodotti agroalimentari di qualità nel decennio 2004-2013 utilizzando le informazioni annuali che l’Istat raccoglie in collaborazione con il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. L’indagine, condotta sia a livello territoriale, sia per produttori e trasformatori, sia infine per i principali comparti, mette in luce come a fronte di una diminuzione delle superfici e soprattutto delle aziende, le imprese che indirizzano le loro attività verso le produzioni di qualità, sono in continuo aumento. Nel 2013 sono state censite oltre 75.000 aziende agricole e circa 7.000 trasformatori. Lo studio evidenzia alcune novità. A livello territoriale, a fronte di un calo delle imprese in montagna e in pianura, emerge come le aree collinari stiano diventando la sede privilegiata per lo sviluppo delle filiere Dop e Igp, ma soprattutto come il Mezzogiorno registri gli incrementi maggiori nel corso del periodo considerato, anche se le filiere continuano ad essere più radicate nel Nord e le superfici più ampie nel Centro. Rimandando alla lettura del contributo per le dinamiche in atto nelle singole filiere, lo studio mette dunque in luce come le strategie aziendali rivolte alle produzioni di qualità sono vincenti, anche se i processi possono essere “costosi, faticosi e non scontati”.
Successivamente, le indagini sono rivolte ad alcune filiere significative del sistema agroalimentare italiano: il vino, l’ortofrutta e l’olio. Poiché il vino rappresenta una componente particolarmente importante, diversi autori trattano le problematiche della qualità del vino sotto differenti profili.
Roberta Sardone affronta il tema ponendo al centro della sua riflessione la struttura del sistema di produzione vinicolo italiano, chiave di volta per la competitività soprattutto a livello internazionale. L’autrice focalizza l’attenzione sulla qualità intesa in senso tradizionale, evidenziando come i vini di qualità coprano ormai i tre quarti della produzione vinicola italiana con 405 Dop, di cui 73 Docg, e 118 Igp. Questa realtà è molto diversificata a livello regionale, sia in termini di numerosità di denominazioni, sia della loro incidenza sulla produzione totale, sia infine sotto il profilo strutturale. Nel contributo si rileva la natura dicotomica del comparto dei vini di qualità: un ristretto numero di denominazioni con importanti quote di mercato fa da contraltare a un elevato numero di denominazioni con quote di mercato piccole o molto piccole, che seppure “…fragili sotto il profilo del mercato, costituiscono un patrimonio per le realtà locali, con riferimento alle opportunità che possono offrire in termini di processi di diversificazione, di valorizzazione territoriale, di tutela dell’ambiente naturale, di promozione delle tradizioni e della cultura locale”.
Cacchiarelli, Carbone, Esti, Laureti e Sorrentino affrontano il tema della qualità del vino con un interessante e originale approccio. Gli autori stimano il prezzo edonico attraverso l’analisi di alcuni attributi qualitativi ricavati dalla guida enologica Veronelli per tre regioni: Veneto, Lazio e Sicilia. Lo scopo è di evidenziare se l’inserimento nelle classifiche comporti differenziazioni nel valore commerciale dei vini. L’analisi indica come il prezzo pagato dai consumatori in tutte le regioni esaminate sia direttamente collegato ai punteggi attribuiti dagli esperti, soprattutto per i vini che per la prima volta entrano nelle classifiche. Ciò sottolinea l’importante ruolo di indirizzo del mercato svolto da queste guide, in funzione del loro grado di diffusione e del segmento di consumatori a cui si rivolgono. Il territorio di provenienza del vino e il tipo di certificazione dell’origine, in ordine decrescente dalla Docg all’Igp, costituiscono dunque quality clues che determinano un aumento di valore del vino. Meno netto appare invece il ruolo dell’azienda produttrice, anche se vi è una tendenza a penalizzare le produzioni delle aziende cooperative, mentre il prezzo dei vini rossi appare più legato ai diversi quality clues, sia in termini positivi, sia negativi.
Corbo, Sogari, Macioni, Menozzi e Mora, declinano sostenibilità con qualità e valutano quanto la sostenibilità sia considerata dai consumatori una componente della qualità dei vini. Lo studio si basa su alcune ipotesi fondate sulla bibliografia esistente che fanno riferimento agli atteggiamenti dei consumatori (con un particolare accento ai giovani) nei confronti delle problematiche di natura ambientale, economica e sociale e delle conseguenti certificazioni. Nonostante le informazioni sulla sostenibilità riportate in etichetta siano uno strumento che contribuisce a caratterizzare il vino, i consumatori attribuiscono valore alla certificazione solo quando il messaggio è realmente credibile, rilevando come sia necessaria un’opera di educazione nei confronti del consumatore, affinché possa aumentare il suo grado di consapevolezza nei confronti delle certificazioni di sostenibilità. Gli autori rilevano inoltre come debbano essere tenute maggiormente in considerazione le posizioni dei giovani, poiché saranno loro a orientare in futuro il mercato.
Valente e Chiodo valutano la sostenibilità e l’eco-efficienza della denominazione Montepulciano d’Abruzzo delle Colline Teramane. La loro analisi ribadisce come il maggiore impatto negativo nei confronti dell’ambiente sia costituito dai prodotti chimici utilizzati per combattere le fitopatie e gli insetti dannosi della vite; in questa direzione, la conversione al biologico potrebbe rappresentare un grande passo in avanti nella soluzione di queste problematiche, favorendo l’apertura di nuovi segmenti di mercato. Sempre con riferimento alla riduzione dell’impatto ambientale, nella fase di trasformazione, i punti di maggiore criticità riguardano le capsule a contrazione termica e la pesantezza della bottiglia di vetro, mentre a livello agricolo ciò si rileva nelle pratiche di impianto dei nuovi vigneti o di ristrutturazione degli esistenti. Per il superamento di queste criticità un ruolo importante deve essere assunto dal Consorzio di tutela Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane, favorendo la necessaria comunicazione delle iniziative intraprese per migliorare la sostenibilità della filiera, al fine di intercettare segmenti di consumatori più attenti alla tutela ambientale.
Gaetana Petriccione analizza il settore dell’ortofrutta di qualità in Italia partendo dalle quantità commercializzate dalle Organizzazioni di produttori a livello territoriale. L’analisi evidenzia come i sistemi di qualità nel settore ortofrutticolo siano maggiormente consolidati nelle realtà dove sono già presenti sistemi produttivi integrati e organizzati. A fronte di una media nazionale di circa il 50% di produzioni di qualità commercializzate rispetto al totale, esistono notevoli differenze tra le circoscrizioni, mostrando soprattutto il ritardo delle Isole e del Centro. L’autrice rileva come siano state importanti le esperienze dei sistemi produttivi delle mele in Trentino Alto Adige e del pomodoro da industria nell’analogo distretto nel Nord Italia. Queste realtà si qualificano per concentrazione dell’offerta e per il processo di una comune ricerca della qualità delle produzioni e di innovazione. Nondimeno esistono altre esperienze, anche se meno rilevanti sotto il profilo economico, che testimoniano come questo settore stia tentando di aumentare la propria competitività.
Miriam Mastromauro affronta le problematiche legate alla qualità nella filiera olivicolo-olearia italiana. Dopo avere tracciato le caratteristiche strutturali del settore, caratterizzate da un’estrema frammentazione produttiva, soprattutto nella fase agricola, l’autrice esamina le principali caratteristiche produttive delle maggiori Dop e Igp. Solo con una forte qualificazione delle produzioni il settore sarà in grado di fare fronte alla crescente competitività sui mercati internazionali. Non solo. Per avere successo questo percorso deve essere accompagnato dalla crescita della domanda in termini qualitativi. Oggi sul mercato sono presenti rilevanti quantità di prodotti di minore qualità e a basso prezzo, provenienti perlopiù da paesi in cui le norme di tutela del lavoro sono carenti. Per questo è necessario attuare una corretta e costante opera di informazione del consumatore che lo guidi in maniera più consapevole verso le produzioni di qualità.
L’intervento di Belletti, Brazzini e Marescotti ha invece l’obiettivo di analizzare le strategie delle imprese riguardo all’utilizzazione o meno dell’indicazione geografica per la produzione e la commercializzazione dei loro prodotti. Lo scopo ultimo è di mettere in luce come la costruzione del disciplinare determina in larga parte le ragioni della sottoutilizzazione della IG rispetto alla capacità produttiva delle imprese e dei territori. Lo studio è condotto attraverso l’indagine di due prodotti - il pecorino toscano (Dop) e il fagiolo di Sorana (Igp) -, prodotti che presentano aspetti molto diversi sia in termini di capacità produttiva, che di accesso ai mercati, che infine di struttura. Mentre il fagiolo di Sorana può essere considerato un prodotto di nicchia, il disciplinare del pecorino toscano estende la produzione a tutto il territorio regionale. La produzione del fagiolo, molto contenuta nelle quantità e nelle aree investite, è destinata oltre che all’autoconsumo, alla vendita diretta a clienti abituali a prezzi molto elevati. Di fatto le limitate quantità prodotte, i loro prezzi elevati, l’elevata eterogeneità dei produttori, con presenza di pochi imprenditori professionali, non consentono di raggiungere in alcun modo la grande distribuzione. Differenti sono le strategie nel caso del pecorino toscano. Accanto ad imprese specializzate nella produzione certificata che puntano sulle economie di scala e sull’offerta di un prodotto standardizzato a prezzi più bassi nella grande distribuzione, coesistono caseifici di minori dimensioni. Questi ultimi, non riuscendo a competere in termini di costo (anche per i costi della certificazione) preferiscono non utilizzare il marchio Dop e pongono l’accento sulle differenziazioni di qualità derivanti da specifici territori, differenziazioni che non sono tutelate dall’ampia delimitazione territoriale prevista dal disciplinare e che non possono quindi essere percepite dal consumatore finale. La costruzione del disciplinare rappresenta dunque una fase molto delicata, in cui dovrebbe essere attuata anche una valutazione ex-ante sugli effetti della tutela sui territori e sui singoli attori.
Nell’ambito della comunicazione al consumatore delle caratteristiche qualitative degli alimenti, importanti sono le norme che stanno per essere attuate per l’etichettatura.
A questo proposito Davide D’Angelo interviene sulla nuova normativa europea che riguarda le informazioni obbligatorie che dal 13 dicembre di quest’anno devono essere contenute sulle etichette degli alimenti. L’autore conduce un’analisi evolutiva delle normative comunitarie e delle possibili ricadute che il Reg. n. 1169/2011 potrà avere sulle normative nazionali, soffermandosi in particolare sulla questione dell’indicazione del Paese di origine; la normativa comunitaria limita tale indicazione a specifiche categorie di alimenti, mentre la legislazione nazionale vorrebbe fosse generalizzato. D’Angelo ritiene che per l’agroalimentare nazionale sia strategico non tanto cercare, in senso lato, la promozione del “made in Italy“, quanto allargare la platea di prodotti su cui indicare il Paese di origine, sfidando il rischio che le preferenze dei consumatori possano essere tali da agire in sfavore dell’agroalimentare nazionale.
Baldereschi e Vecchiolino intervengono sull’etichettatura introducendo l’orientamento di Slow Food in tema di qualità degli alimenti e descrivono il progetto “etichetta narrante”, che descrive la storia e l’origine dello specifico alimento, al fine di orientare il consumatore e contribuire a mutare le sue abitudini alimentari. Solo la reale conoscenza del territorio dove è nato il prodotto, delle tecniche di trasformazione utilizzate, dei metodi di conservazione e commercializzazione sono in grado, secondo Slow Food, di comunicare al consumatore i reali requisiti qualitativi dei prodotti e predisporlo ad accettare un prezzo più elevato.
In seguito due interventi sono indirizzati ad approfondire le problematiche concernenti la commercializzazione internazionale dei prodotti di qualità.
In particolare Francesco Bruno affronta il tema della commercializzazione dei prodotti agroalimentari tra UE e Usa, partendo dalle recenti riforme Usa in tema di commercializzazione e importazione di alimenti. L’approfondita analisi della normativa Usa in tema di salubrità alimentare mette in luce come le regole degli Stati Uniti e dell’Unione Europea sembrano avvicinarsi notevolmente, sia per quanto attiene gli obblighi di processo nella trasformazione e manipolazione dei prodotti e che per la tracciabilità in tutte le filiere. Il perno di tale riforma è l’assegnazione di nuove funzioni dell’agenzia governativa Food and Drug Administration (Fda), che si ampliano prevedendo potestà sanzionatorie e di intervento inibitorio (anche nel caso una ragionevole probabilità del rischio) e una extra-territorialità del potere di controllo, attraverso la verifica preventiva delle condizioni di accesso degli alimenti, superando la precedente impostazione che prevedeva una vigilanza poco invasiva, lasciando ai consumatori e agli imprenditori la regolazione dei loro rapporti. Le regole in atto aprono dunque una stagione nuova nella definizione di un accordo di libero scambio tra Usa e UE, anche se non è ancora affrontato il tema del riconoscimento dell’origine come canone obbligatorio nella comunicazione al consumatore.
Lo stato dei negoziati per la creazione di un’area di libero scambio tra Usa e UE, Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip, è l’argomento del contributo di Cristina Chirico. Sul tavolo del negoziato per il rinnovo dell’accordo commerciale Usa - UE c’è l’importante questione dei prodotti alimentari a denominazione d’origine. L’Europa chiede la tutela dei prodotti alimentari di qualità dalle imitazioni e contraffazioni anche fuori dai propri confini. Gli Usa non sembrano d’accordo e imputano all’Europa di voler imporre restrizioni al commercio internazionale, attraverso la tutela delle denominazioni. L’autrice rileva che i negoziati sono in una fase di stallo e che al momento non si intravedono soluzioni rapide del negoziato Ttip. In questo senso potrebbero incidere in maniera positiva i recenti mutamenti politici avvenuti nelle istituzioni Usa ed UE, la nuova maggioranza repubblicana al Senato e la nomina della nuova Commissione UE e, non secondariamente, i recenti progressi dell’accordo di libero scambio tra Usa e Paesi del Pacifico, accordo Ttip.
Stefano Masini interviene sulla tutela del consumatore e sui profili penali nelle frodi alimentari. Poiché le frodi alimentari hanno assunto una dimensione transnazionale, le politiche nazionali sono spesso incapaci di contrastare efficacemente questo fenomeno, tra gli obiettivi che si pone l’UE vi, infatti, è quello di adottare norme comuni fra i paesi membri per la definizione di questa tipologia di reati per evitare che le differenze tra gli ordinamenti possano generare possibilità di trattamenti difformi per lo stesso reato.
All’interno del paese è necessario predisporre misure che possano tutelare le aspettative di sicurezza da parte dei consumatori. In questo senso è necessario modificare la disciplina esistente e predisporre idonei strumenti per intervenire nelle singole fasi della filiera e tutelare la sicurezza dell’approvvigionamento di prodotti alimentari affinché siano idonei al consumo e prevenire comportamenti suscettibili di esporre a rischio la salute dei consumatori e di alterare i meccanismi di concorrenza.
Matteo Benozzo affronta infine la questione dell’approccio adottato nel corso del tempo dalla UE in merito all’utilizzo delle biotecnologie agroalimentari, illustrando anche le modifiche in corso di definizione. È noto come le posizioni europee e dei singoli Stati membri che hanno per oggetto gli Ogm, ritenuti a salubrità incerta e senza un sostanziale incremento del valore aggiunto dei rispettivi sistemi agroalimentari, abbiano comportato una loro gestione vincolata di governo e di filiera, dall’ideazione, alla fase sperimentale fino al consumo finale, passando per la loro messa a coltura, preferendo incentrare le azioni comunitarie e nazionali sulla qualità e l’identità dei prodotti. La bozza di provvedimento in corso di definizione, pur prevedendo la coesistenza di coltivazioni GM e tradizionali, mette in luce come l’adozione di produzioni GM sarà ancora più complicata e complessa. In base all’introduzione nella direttiva n. 18 del 2001 di un nuovo articolo, gli Stati membri sarebbero in grado di limitare o vietare la coltivazione di Ogm in tutto o parte del loro territorio, senza utilizzare la clausola di salvaguardia. Queste decisioni, non sottoposte alla preventiva autorizzazione della Commissione, potrebbero essere fondate sugli impatti socio-economici, in quanto a causa di condizioni geografiche vi sarebbe l’impossibilità di attuare misure di coesistenza (anche per gli alti costi), data l’esigenza di evitare la presenza di Ogm in altri prodotti o di tutela della biodiversità o del paesaggio. L’accurata analisi della normativa europea (ed anche italiana) spiega dunque la decisione della Monsanto di rinunciare alla messa a coltura dell’unico mais GM brevettato e munito di autorizzazione nella UE, in assenza di “un ampio supporto politico, una rilevante domanda degli agricoltori, e …un sistema regolatorio chiaro e applicabile”.

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