Quali bisogni di innovazione per il sistema agroalimentare italiano

Quali bisogni di innovazione per il sistema agroalimentare italiano
Istituto Nazionale di Economia Agraria

Alcune questioni di metodo

L’utilizzo dello strumento dell’analisi dei bisogni nell’attività di ricerca, ma soprattutto nella progettazione di interventi di sviluppo, corrisponde ad una precisa scelta metodologica. Inserirla nei processi di programmazione consente di raggiungere due obiettivi:

  • maggiore efficienza economica in quanto si interviene in maniera mirata;
  • diversificazione delle azioni da promuovere e/o finanziare e, quindi, soluzione di problematiche a più vasta scala e per un maggior numero di utenti.

Oggi è facile riscontrare come ogni livello istituzionale e gli stessi attori del sistema ricerca siano concordi nel condividere la bontà dell’approccio suddetto, eppure meno diffuso è l’utilizzo degli strumenti idonei a realizzarlo, con particolare riferimento alla segmentazione del sistema produttivo o della popolazione civile e alla verifica differenziata delle esigenze.
L’intervento pubblico a favore dell’innovazione nel settore agricolo, forestale e alimentare italiano è un classico esempio di processo indifferenziato che si è concentrato su alcune tipologie di innovazione ritenute comunque utili al nostro sistema di imprese (basti pensare ad alcuni formulati per la concimazione o per la difesa delle piante, ad alcuni tipi di macchinari, alle varietà più diffuse delle più importanti specie coltivate), ma con scarsa attenzione ad indagare se esistessero necessità diverse determinate da condizioni strutturali, scelte strategiche, disponibilità di manodopera, sbocchi di mercato. Tale comportamento è stato spesso dettato dalla necessità di procedere rapidamente, di semplificare i procedimenti amministrativi e di incrementare l’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili.
L’analisi dei bisogni è inoltre una importante fase dei moderni processi di apprendimento e di formazione; l’obiettivo è proprio quello di realizzare interventi mirati alle necessità degli utenti in modo da consentire loro di raggiungere livelli di competenze e capacità adeguati alle proprie condizioni e necessità. Vengono a tal fine utilizzate specifiche tecniche per la rilevazione sia dei bisogni espliciti (messi direttamente in evidenza dall’utente) sia di quelli latenti (di cui l’utente può non essere consapevole).
Anche in questo caso è possibile mettere in evidenza la relazione con il processo di diffusione e adozione delle innovazioni. Possono infatti essere utilizzati due approcci diversi:

  • quello che mira a trasferire all’impresa le competenze per far diventare l’innovazione un fattore di crescita e competitività permanente; in questo caso il consulente è un tutor o un accompagnatore temporaneo del cambiamento;
  • quello che interpreta l’innovazione semplicemente come un investimento una tantum, che si può introdurre anche senza averne troppo approfondito le implicazioni per la propria attività d’impresa, diventando così indispensabile affidarsi in modo stabile ad un consulente esterno.

In ambiente formativo l’obiettivo si raggiunge quando il discente raggiunge autonomia di scelta e di operatività. Un intervento di sviluppo che punti all’innovazione per migliorare in modo stabile la redditività delle imprese dovrebbe avere la stessa finalità. Anche in questo caso la prassi adottata in Italia per l’agricoltura, nonostante l’ovvietà di alcune riflessioni appena proposte, è di tutt’altro segno.

Prove di analisi dei fabbisogni di innovazione

Uno degli effetti economici dell’introduzione di innovazione nei processi produttivi delle imprese è quello di aumentarne la produttività: vale a dire, esse riescono a produrre più ricchezza per unità di lavoro e/o per ettaro di terreno coltivato.
Un primo riscontro, quindi, delle necessità di innovazione può derivare dall’analisi degli indici di produttività delle imprese agricole italiane sia con riferimento al mero risultato produttivo (Plv/Sau, Plv/UL) sia relativamente alla redditività (VA/Sau, VA/UL).
I dati della Rete di Informazione Contabile Agricola rilevano che, nel 2012, le aziende italiane, rispetto al biennio precedente, hanno incrementato in media la produttività agricola della terra del 6,3 % e quella del lavoro del 5,1 %; meno performanti sembrano essere la produttività netta della terra e quella del lavoro la cui variazione positiva è di dimensioni più ridotte (1,2 % e 0,1%). Tali risultati dovrebbero comunque consentire di concludere che almeno una quota dell’incremento possa essere imputata ad un processo di innovazione attivo.
Tuttavia, ad un’analisi più approfondita, tenendo conto di una segmentazione delle imprese per dimensione economica, emerge una situazione più articolata che evidenzia come gran parte di questo risultato positivo sia stato intercettato dalle aziende con capacità economica grande e medio grande le quali, in confronto con le aziende medie, hanno una produttività della terra rispettivamente maggiore del 70% e del 30% e una produttività del lavoro maggiore del 70% e del 42%. In questo caso, con riferimento alle 792.265 aziende che la Rica 2012 rappresenta, è stato confrontato un insieme della stessa entità numerica: le aziende con capacità economica media sono 87.388, le medio grandi e le grandi sono in tutto 85.503.
Come evidenziato dalla tabella 1 “Indici economici e reddituali di produttività delle imprese agricole italiane – Dimensione economica”, risultati ancora meno incoraggianti emergono dalle aziende medio piccole e piccole che rappresentano il 78% dell’universo delle aziende professionali suddette.

Tabella 1 - Indici economici e reddituali di produttività delle imprese agricole italiane - Dimensione economica

* Legenda:
Piccole: 4.000 < 25.000 €
Medio - Piccole: 25.000 < 50.000 €
Medie: 50.000 < 100.000 €
Medio - Grandi: 100.000 < 500.000 €
Grandi: ≥ 500.000 €
** Variazione 2012 rispetto alla media 2010/2011
Fonte: Rica/Inea

Pertanto, supponendo che almeno una parte dell’aumento della produttività possa essere attribuito all’introduzione nei processi produttivi di novità tecnologiche, chimiche, meccaniche ecc., si può concludere che i processi di innovazione che eventualmente sono stati realizzati hanno interessato alcuni gruppi di imprese e non altre oppure, anche se attivati in maniera diffusa da molti imprenditori, non hanno prodotto i risultati previsti nella medesima entità (es. aumento della produzione) e modalità (es. riorganizzazione dell’uso del lavoro e quindi riduzione dei costi) nelle diverse tipologie aziendali.
Da questa sintetica e sommaria analisi possono derivare alcune prime considerazioni:

  • gli eventuali interventi di diffusione delle innovazioni promossi dalle politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi sulle aziende di dimensioni medie, medio piccole e piccole;
  • le tipologie di innovazione da diffondere devono avere caratteristiche diverse a seconda della capacità economica delle imprese ponendo particolare attenzione alle loro risorse strutturali ed economiche;
  • le suddette attenzioni consentirebbero di intervenire su un maggior numero di imprese e di sortire un effetto potenzialmente più ampio.

Più complessa è l’analisi dei dati di produttività se si analizzano per comparto produttivo. Si tratta infatti di indicatori sintetici che non sono in grado di esprimere la complessità dell’attività produttiva e soprattutto non consentono di individuare ove risieda un’eventuale problematica di performance se non corredati di ulteriori informazioni. In questa sede vengono proposti con l’intento di sostenere la tesi già esposta della estrema necessità di agire, mediante l’innovazione, sulle difficoltà produttive e reddituali delle imprese agricole, con interventi differenziati.
Nella tabella che segue (Tabella 2 “Indici economici e reddituali di produttività delle imprese agricole italiane – Orientamento tecnico economico”) emerge la grande variabilità degli indici passando da un orientamento tecnico-economico all’altro. Analizzando la produttività del lavoro - indice che consente un confronto fra settori più uniforme della produttività della terra maggiormente condizionata dalle diversità strutturali e produttive – emerge la grande differenza che passa fra aziende risicole e aziende olivicole, fra aziende specializzate in suini da ingrasso e quelle specializzate in suini da allevamento, fra frutta fresca e agrumi, fra orticoltura in pieno campo e in serra. Anche le variazioni degli indici fra il 2012 e la media 2010-2011 sono indicative di situazioni specifiche in quanto emerge, ad esempio, un grande recupero in produttività del lavoro delle aziende produttrici di vini da tavola rispetto a quelle produttrici di vini con certificazione di qualità, una discreta riduzione dell’indice relativo alla produzione delle aziende agrumicole, mentre sembra esserci stato un recupero delle imprese floricole sia all’aperto che in serra.
I risultati delle rilevazioni contabili meriterebbero di essere approfonditi e dettagliati in una apposita sede, analizzando i costi di produzione e i coefficienti tecnici delle diverse attività produttive per verificare quale possa essere l’ambito o la fase problematica e se essa possa trovare giovamento dall’introduzione di innovazioni o da altro intervento.

Tabella 2 - Indici economici e reddituali di produttività delle imprese agricole italiane - Orientamento tecnico economico

* Variazione 2012 rispetto alla media 2010/2011
Fonte: Rica/Inea

Un processo di verifica del fabbisogno di innovazione è stato realizzato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nel 2013 quale fase propedeutica alla redazione del Piano strategico per l’innovazione e la ricerca, oggi alle battute finali. L’approccio adottato è stato di tipo qualitativo e ha mirato al coinvolgimento dei diversi attori delle principali filiere produttive in appositi workshop1, nei quali è stato realizzato un confronto sulle problematiche rilevanti dei rispettivi settori, sulle innovazioni in grado di fornire risposte adeguate e sulle modalità per accelerare i processi di adozione.
Anche questa tipologia di verifica può essere estremamente efficace perché consente di far emergere elementi di contesto non desumibili dai dati economici e produttivi e, soprattutto, di evidenziare le dinamiche relazionali fra i soggetti coinvolti.
Un aspetto generale che è stato rilevato dal documento di sintesidella suddetta attività - e che sembra fornire ulteriori argomenti a quanto si vuole argomentare in questa sede - è la riproposizione, da parte degli addetti ai lavori dei diversi settori produttivi, di problematiche e soluzioni innovative oggetto di programmi e azioni di intervento da anni. Sono stati infatti sottolineati:

  • la scarsa qualità organolettica della frutta fresca e la diminuzione del suo consumo;
  • le difficoltà dell’olivicoltura ad innovare e a incrementare la propria produttività;
  • l’innovazione enologica che pesa più di quella viticolo/agronomica;
  • le difficoltà della cerealicoltura a differenziare le produzioni in base alle caratteristiche qualitative;
  • la frammentazione organizzativa del tessuto imprenditoriale dell’orticoltura;
  • il ridursi progressivo della redditività del settore zootecnico;
  • le irrisolte potenzialità del patrimonio boschivo italiano;
  • il carattere volontaristico della produzione biologica che non riesce ancora a far riferimento ad un proprio autonomo percorso di ricerca e approfondimento scientifico.

In realtà, esistono in Italia gruppi di punta di imprese, in ogni settore, che sono andate ben oltre le suddette difficoltà, ma non si tratta delle imprese medie, né della maggioranza.
Sempre secondo il parere e le esperienze di coloro che sono intervenuti ai workshop una delle cause delle condizioni generali in cui versa il sistema produttivo è legata a caratteristiche intrinseche alla filiera dell’innovazione ed in particolare: allo scarso coordinamento istituzionale fra le componenti del sistema della conoscenza, alla estrema debolezza del segmento dell’assistenza tecnica e/o consulenza alle imprese, alla difficoltà della ricerca ad intercettare i reali bisogni dei settori produttivi.
Pertanto, emergono anche alcune parole chiave comuni ai diversi ambiti settoriali che segnano necessità emergenti connesse ai nuovi equilibri ambientali, sociali ed economici, ma richiedono una importante azione di contestualizzazione. Esse sono:

  • la valorizzazione del patrimonio genetico locale;
  • il mantenimento di una qualità reale legata sia alla sapidità dei cibi che alle loro caratteristiche salutistiche;
  • l’impianto della tracciabilità dell’attività produttiva;
  • lo sviluppo di una maggiore sostenibilità ambientale delle pratiche produttive;
  • il recupero dei residui e degli scarti per altri utilizzi primo fra tutti quello energetico;
  • la promozione di un maggior coordinamento di filiera sia dal punto di vista delle caratteristiche del prodotto sia rispetto alle capacità di rispondere alle esigenze dei mercati;
  • il recupero di margini di redditività che non possono più spingere soltanto sulla riduzione dei costi.

Verso la programmazione 2014-2020

Le politiche per lo sviluppo rurale 2014-2020 offrono un’occasione importante per intervenire sull’innovatività del sistema delle imprese agricole e dei territori rurali. Il rischio di non tenere nella dovuta considerazione le problematiche più diffuse e la diversità con la quale esse si esprimono nelle aziende è alto. Le motivazioni sono le stesse segnalate sopra: la necessità di programmare interventi che vengano realizzati rapidamente, attivino una spesa fluida e costante, abbiano una buone visibilità sociale. Ad esse si aggiunge la tendenza, quando si agisce su un terreno scientifico-tecnologico, a promuovere azioni quanto più possibile innovative e di frontiera con interlocutori di punta.
Tuttavia, questa stagione di programmazione è caratterizzata anche dalla scelta da parte dell’UE di uno specifico approccio e dalla individuazione di alcuni strumenti non neutrali.
Prima fra tutti la richiesta di prevedere nella descrizione della strategia del Programma di sviluppo rurale “un approccio appropriato all’innovazione” (art.8 comma c). Per rispondere a questa impostazione dovrebbe essere indispensabile affrontare l’argomento in relazione al contesto agricolo e rurale regionale e alle priorità di sviluppo e di promozione individuate dalle istituzioni politiche locali. Diventa, cioè, indispensabile chiarire verso quale innovazione per rispondere a quali problemi.
Inoltre, la proposta di sviluppare anche nel settore agricolo lo strumento dell’European Innovation Partnership mediante la creazione della Rete europea e dei Gruppi Operativi pone l’approccio partecipativo e la modalità della rete in grande evidenza e indica un percorso nel quale la rilevazione dei bisogni dell’utenza diventa prioritario.
Infine, la Commissione Europea ripropone le azioni di informazione, formazione e consulenza già previste nella programmazione 2007-2013, ma le colloca in una posizione di supporto trasversale a tutti gli obiettivi del Psr - competitività, sostenibilità, sviluppo locale – ampliando i contenuti, le azioni attuabili e gli strumenti utilizzabili. Queste opportunità potrebbero essere colte per reimpostare in Italia un sistema di consulenza e di servizi competente e metodologicamente forte.  

Riferimenti bibliografici

  • Mipaaf (2013), Politiche di sviluppo rurale 2014-2020, Strumenti di analisi, “Analisi del fabbisogno di innovazione dei principali settori produttivi agricoli”

  • Vagnozzi A. (2013), Innovazione e agricoltura: come si genera e come si diffonde l'innovazione, Rrn Magazine, n.7, pag. 6-9, 2013, Mipaaf

  • 1. Sono stati realizzati 10 workshop relativi a: frutticoltura, olivicoltura, viticoltura, cerealicoltura, orticoltura, zootecnia, florovivaismo, forestazione, biologico, agricoltura sociale per un totale di circa un centinaio di soggetti referenti
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