Bio-based and applied economics (Bae, Vol. 2 No.3 (2013))

Bio-based and applied economics (Bae, Vol. 2 No.3 (2013))
a Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Agrarie

Abstract degli articoli pubblicati sul Vol. 2 No. 3(2013) del Bae oltre a quelli per i quali Agriregionieuropa ospita una versione italiana in questo numero
 

Volatilità dei prezzi delle commodity alimentari e insicurezza alimentare

Alexander Sarris 1
1 Università di Atene

L’articolo esamina prima alcune problematiche relative alla volatilità del mercato mondiale delle commodity alimentari, in relazione alla sicurezza alimentare e ai paesi in via di sviluppo importatori di beni alimentari, e poi discute politiche e misure nazionali e internazionali per prevenire o gestire tale volatilità e i relativi rischi. Si dimostra che la volatilità del mercato è legata all’imprevedibilità dei fattori fondamentali del mercato e che i picchi di prezzo avvengono quando tale imprevedibilità cresce eccessivamente. Vengono trattati i rischi di sicurezza alimentare a cui sono esposti i paesi in via di sviluppo importatori di beni alimentari e viene messo in risalto che i rischi maggiori non solo coinvolgono ampie e imprevedibili variazioni di prezzo ma anche il trade finance e l’enforcement dei contratti di importazione. Il problema di identificazione dei picchi di prezzo viene analizzato e si evince che, nonostante le difficoltà nel modellizzare il mercato delle commodity, esistono tecniche empiriche che consentono la stima delle probabilità dei picchi di prezzo e che possono facilitare la formulazione di risposte. Infine vengono fornite proposte relative alle istituzioni e alle politiche per assistere paesi in via di sviluppo per fronteggiare al meglio i rischi della volatilità dei mercati delle commodity alimentari.  

I mercati future per le commodity: sono uno strumento di gestione del rischio di prezzo che può risultare efficace per la filiera del frumento tenero in Europa?

Cesar Revoredo-Giha 1, Marco Zuppiroli 2
1 Sruc - Food Marketing Research
2 Dipartimento di Economia, Università degli Studi di Parma

L’instabilità dei prezzi delle commodity, e l’ipotesi che i comportamenti degli investitori finanziari ne siano una delle determinanti, hanno rinnovato l’interesse per il mercato dei future. Il lavoro prende in considerazione i mercati future per il frumento tenero (da macina e da foraggio) presenti in Europa e li confronta con il corrispondente contratto quotato al Chicago Board of Trade.
Nonostante l’obiettivo principale sia valutare se i mercati future siano ancora efficaci per realizzare le coperture che interessano le diverse categorie di operatori commerciali, il lavoro, implicitamente, risponde anche al quesito se la crescente presenza della speculazione abbia compromesso la convergenza tra mercato future e mercato fisico. I risultati confermano che la copertura con i contratti future rappresenta ancora una opportunità valida per coloro che devono misurarsi con il rischio di prezzo. Questa constatazione è particolarmente vera per quelle coperture di breve durata che interessano commercianti e trasformatori, nonostante il differenziale tra prezzo future e a pronti, in questi casi, sembra essere stato maggiormente condizionato dall’instabilità.  

Dinamiche strutturali ed economiche nelle aziende agricole diversificate italiane (Structural and economic dynamics in diversified Italian farms)

Cristina Salvioni 1, Elisa Ascione 2 e Roberto Henke 2
1 Dipartimento di Economia, Università di Chieti-Pescara
2 Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea

Lo studio si pone l’obiettivo di indagare sulle dinamiche sottostanti ai cambiamenti strutturali ed economici delle aziende agricole italiane che perseguono strategie di diversificazione dei redditi e di differenziazione qualitativa. L’analisi è realizzata su un panel di dati costruito sulla base delle informazioni rilevate dall’indagine Rica tra il 2003 e il 2009. La popolazione delle aziende agricole italiane professionali è stata suddivisa in cinque categorie aziendali mutuamente esclusive. Ciascuna categoria risulta omogenea in termini di dimensione economica e del grado di adozione di strategie di diversificazione e differenziazione da parte delle aziende. Nel dettaglio, le aziende sono definite differenziate quando realizzano processi e prodotti con certificazioni di qualità, mentre esse sono definite come diversificate qualora offrono beni e servizi volti all’allargamento delle funzioni aziendali (come agriturismo, agricoltura sociale, ecc.) e alla trasformazione dei prodotti agricoli. Nella classificazione tipologica proposta si è tenuto conto anche delle cosiddette micro imprese, caratterizzate da una ridotta dimensione economica (Plv < 15.000 €), tale per cui esse, pur svolgendo una importante funzione sociale e ambientale, non contribuiscono se non marginalmente alla funzione strettamente produttiva. Per queste ragioni, lo studio non ha approfondito le loro dinamiche legate all’eventuale adozione di processi di diversificazione e/o di differenziazione.
I risultati mostrano che le aziende convenzionali costituiscono la categoria più numerosa tra la popolazione delle aziende agricole professionali italiane, mentre solo il 13% della popolazione rientra nelle categorie di differenziata e/o diversificata. Le aziende agricole che adottano strategie di differenziazione del prodotto realizzano percorsi di crescita del reddito simili a quelli del gruppo delle convenzionali. Le aziende diversificate sono caratterizzate da dinamiche dei redditi positive che le hanno condotte a convergere verso i livelli di reddito per unità di lavoro realizzati dalle altre aziende. In altre parole, la categoria delle aziende diversificate è l’unica caratterizzata da un trend crescente dei redditi reali per unità di lavoro per gli anni oggetto d’indagine, mentre le aziende che svolgono un’attività esclusivamente agricola, indipendentemente dalla differenziazione del prodotto, realizzano una scarsa performance in termini di produttività del lavoro. Questo risultato rappresenta una conferma di quanto l’integrazione al reddito agricolo proveniente dalle attività extra agricole contribuisca a stabilizzare il reddito aziendale per unità di lavoro. Poiché la stabilizzazione del reddito costituisce un obiettivo desiderabile di politica agraria, una maggiore flessibilità per accedere al sostegno pubblico, in particolare alle risorse messe a disposizione dal secondo Pilastro della Pac per i processi di differenziazione e di diversificazione, potrebbe aiutare le aziende che adottano queste strategie ad affrontare con maggiore solidità le loro specifiche esigenze.

Quanto è rurale la Politica di Sviluppo Rurale? Un’analisi della distribuzione spaziale dei fondi

Camaioni Beatrice 1, Esposti Roberto 2, Lobianco Antonello 2, Pagliacci Francesco 2, Sotte Franco 2
1 Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea
2 Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali, Università Politecnica delle Marche

L’analisi della distribuzione della spesa destinata alla Politica di Sviluppo Rurale entro lo spazio europeo e la coerenza tra tale allocazione e le effettive caratteristiche di ruralità di tale spazio rappresentano gli obiettivi principali del lavoro. In particolare, si tenta di definire in che misura una politica dichiaratamente "rurale" realmente supporti le regioni europee più rurali.
Per rispondere a tale quesito occorre definire correttamente lo spazio rurale europeo. Definizioni dicotomiche di ruralità e indicatori univariati, infatti, non forniscono rappresentazioni accurate di tale spazio, oggi sempre più variegato. Superando le definizioni convenzionali di ruralità nel lavoro si suggerisce un approccio multidimensionale che affianchi alle caratteristiche convenzionali della ruralità (bassa densità, ruolo dell’agricoltura…) anche alcuni aspetti geografici (grado di perifericità, accessibilità…). Tutte queste caratteristiche sono state ricomprese in un unico indicatore di ruralità continuo e composito applicato alle regioni Nuts 3 dell’Unione Europea a 27 Paesi Membri: (Indicatore di PerifeRuralità). Un’analisi cluster completa tale indagine volta ad individuare le principali tipologie di aree rurali in Europa.
Rispetto a questa complessa geografia europea, nella seconda parte del lavoro si analizza la distribuzione territoriale delle spese destinate alla Politica di Sviluppo Rurale. L’analisi dell’allocazione territoriale della spesa effettivamente sostenuta (e non meramente allocata) nel periodo 2007-2009 è stata condotta al livello territoriale Nuts 3: a tale livello, tale distribuzione dipende sia da decisioni politiche ex-ante sia dalla capacità dei territori di attrarre ed utilizzare tali fondi. Dall’analisi emerge tuttavia come tale politica sia in realtà meno "rurale" di quanto ipotizzato a livello programmatico. La spesa in termini relativi (per unità di superficie agricola e soprattutto per unità di lavoro agricolo) è maggiore nelle regioni più centrali ed urbane rispetto a quelle a maggiore ruralità. I risultati non sono del tutto inattesi: anche questo lavoro conferma ampiamente come la Politica di Sviluppo Rurale, in realtà, non produca effetti redistributivi tra gli spazi urbani e quelli rurali dell’Unione Europea.  

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