Lo sviluppo imprenditoriale agricolo nelle aree montane

Lo sviluppo imprenditoriale agricolo nelle aree montane

Introduzione

Le attività agricole sono condizionate dalle caratteristiche territoriali in termini di disponibilità di risorse ambientali (suolo, acqua, clima), in quanto queste costituiscono i vincoli che delimitano le possibili iniziative imprenditoriali e determinano quindi l’organizzazione e la struttura delle aziende.
Sebbene, rispetto al passato, le tecnologie abbiano consentito di superare almeno in parte questi vincoli naturali, si pensi all’irrigazione e alla meccanizzazione, i caratteri dominanti dei sistemi agricoli territoriali restano ancora legati a quelli del territorio.
L’agricoltura praticata nelle aree montane, con riferimento al territorio italiano, è significativamente diversa da quella delle aree collinari e pianeggianti, in quanto si sono sviluppate le attività produttive che meglio si adattano alle caratteristiche e alle dotazioni di questi territori.
Per comprendere le specificità di questo sviluppo e per valutare come esso abbia influenzato la presenza e le forme delle imprese agricole sul territorio, sono stati analizzati i dati del 6° Censimento generale dell’agricoltura. Attraverso una metodologia di riclassificazione aziendale già adottata in precedenti lavori (Arzeni, Sotte, 2013), basata sul livello di impegno imprenditoriale, sono state separate le “imprese” dalle “non-imprese”, ottenendo così una analisi articolata dell’agricoltura italiana, focalizzata sulle aree montane.

Metodologia di classificazione e analisi

Il percorso di analisi utilizzato in questo articolo parte da una breve analisi descrittiva dell’agricoltura nelle aree montane per giungere ad una classificazione delle aziende agricole presenti basata su quattro criteri: (a) la dimensione economica basata sulla produzione standard; (b) le giornate di lavoro, (c) la produzione aziendale destinata all’autoconsumo; (d) l’affidamento al contoterzismo passivo.
La metodologia è stata opportunamente adattata alla più limitata disponibilità di informazioni a livello comunale contenuta nel datawarehouse del Censimento1.
Per quanto riguarda la delimitazione delle aree montane, è stata adottata quella definita dal carattere di “montanità” del comune definito dalla legge 25 luglio 1952, n. 9912, preferendola ad altre classificazioni potenzialmente interessanti, come le aree svantaggiate3 adottate da diversi strumenti di programmazione comunitaria, o le aree interne definite da un recente documento di programmazione nazionale4.
Sulla base della metodologia ora descritta, i paragrafi che seguono sono finalizzati, il primo (paragrafo 3) a fornire una lettura sommaria, per variabili strutturali della localizzazione e della densità territoriale dell’agricoltura in Italia, il successivo (paragrafo 4) a rappresentare la distribuzione delle diverse tipologie di aziende e di imprese e ad interpretarne, per quanto possibile in base ai dati a disposizione, le correlazioni sottostanti.

Le aree montane e l’agricoltura

Nel 2011, i comuni classificati come totalmente montani sono 3.538 (44% del totale) e coprono quasi la metà della superficie territoriale italiana (49%), ma in essi risiede solo il 15% della popolazione; quelli parzialmente montani sono relativamente pochi (8% del totale), e pesano il 13% in termini di superficie e il 19% rispetto alla popolazione residente.

Figura 1 – La classificazione del territorio italiano per grado di “montanità”


Fonte: nostra elaborazione su dati Istat

Osservando la carta tematica si evidenzia come i comuni parzialmente montani siano presenti prevalentemente lungo la dorsale appenninica, mentre nell’arco alpino sono assai meno numerosi.
Le superfici agricole utilizzate (Sau) si dividono in maniera equilibrata tra comuni (totalmente o parzialmente) montani e non montani (Tabella 1); le aziende agricole gestiscono però una proporzione maggiore di territorio, per la maggiore presenza in montagna di aree boscate e seminaturali (praterie) che rivestono un ruolo ambientale molto importante.
Osservando la distribuzione delle aziende agricole si nota che la metà di quelle censite è localizzata nei comuni non montani, ed una quota consistente è presente anche nelle aree parzialmente montane. In effetti la densità aziendale di queste aree intermedie è analoga a quella dei comuni non montani, mentre è nettamente inferiore in quelli totalmente montani, segno che le condizioni ambientali condizionano l’organizzazione e la presenza delle strutture produttive agricole.
Le aziende di montagna hanno quindi una dimensione mediamente più estesa in termini di Sau, in quanto le coltivazioni sono prevalentemente estensive e a basso valore aggiunto per unità di superficie. La produzione standard (PS)5 stima le potenzialità economiche delle attività agricole, comprese quelle zootecniche, ed è evidente l’elevato differenziale tra aziende montane e non montane. La maggiore estensione in termini di superficie non compensa la minore produttività, per cui le aziende non montane presentano valori medi di produzione standard quasi doppi di quelle montane.

Tabella 1 – Confronto tra aree per classi di “montanità” (valori medi)


Fonte: nostra elaborazione su dati Istat

Gli ultimi tre indicatori in tabella, riguardano la dinamica intercensuaria, che risulta sempre più ampia (in negativo) nelle aree montane. L’agricoltura montana si sta contraendo più rapidamente in termini di aziende e superfici, a causa delle più difficili condizioni ambientali ma anche socio-economiche. La perdita di suolo gestito dalle aziende agricole è particolarmente evidente in montagna, e considerando che in questi contesti territoriali la pressione esercitata dalle aree urbanizzate è inferiore, si può dedurre che si tratta prevalentemente di terreni abbandonati o riforestati.
Per comprendere meglio le differenze tra queste aree in termini di attività agricole praticate dalle aziende, si può utilizzare la classificazione comunitaria degli orientamenti tecnico-economici (Ote). La classe di Ote di un’azienda è determinata sulla base della produzione standard e riassume la sua specializzazione in una particolare attività colturale o zootecnica6.
Nella figura 2, le classi principali di Ote (poli) sono state ridotte a 5 aggregati, raggruppando le due classi zootecniche (erbivori e granivori) e le tre di indirizzi misti (policoltura, poli-allevamento, policoltura e poli-allevamento) a cui è stata aggiunta la categoria delle aziende non classificate.

Figura 2 – Ripartizione delle aziende per classe di montanità e raggruppamento di Ote


Fonte: nostra elaborazione su dati Istat

Le differenze più marcate tra le tre tipologie di comuni sono date dalla categoria di aziende zootecniche specializzate, relativamente più presenti in montagna, e da quelle specializzate in seminativi, che viceversa tendono a concentrarsi nelle zone non montane. Le coltivazioni permanenti, come le arboree, interessano maggiormente le aziende dei comuni parzialmente montani.
Il quadro che scaturisce da questa prima analisi descrittiva è quello di una agricoltura che si differenzia significativamente in base all’altitudine, con diverse caratteristiche territoriali che condizionano lo sviluppo delle aziende agricole.
Nelle aree montane sono presenti unità produttive mediamente più estese e diversificate, economicamente meno rilevanti.

Le tipologie aziendali nelle aree montane

Aziende e imprese

In questa seconda parte del lavoro, l’oggetto di analisi è l’azienda agricola per valutare il suo orientamento verso il mercato, elemento che contraddistingue il comportamento e la qualità imprenditoriale.
Utilizzando i quattro criteri di classificazione alla base della metodologia presentata in precedenza, si possono distinguere le aziende in funzione del loro grado di imprenditorialità.
La ripartizione delle aziende per classe di dimensione economica (Tabella 2) evidenzia la prevalenza delle non-imprese in tutto il territorio nazionale, ma non sono i comuni totalmente montani a detenere la quota più elevata, bensì quelli parzialmente montani. L’alta collina è in effetti un contesto ambientale che non gode dei vantaggi agronomici delle aree meno acclivi, ma al tempo stesso non ha quelle caratteristiche territoriali che favoriscono l’agricoltura e la zootecnia montana, come le vaste estensioni a pascolo. Come era logico attendersi le grandi imprese (>100 mila euro di produzione standard) sono maggiormente presenti nei comuni non montani, ma lo scostamento diminuisce se si prende in considerazione la quota delle piccole imprese (25-100 mila euro).

Tabella 2 – Ripartizione percentuale delle aziende per criterio di classificazione e classe di “montanità”


Fonte: nostra elaborazione su dati Istat

La ripartizione delle aziende in funzione delle giornate di lavoro evidenzia una marcata differenza tra aree totalmente montane ed il resto del territorio. Il 58% delle aziende utilizza manodopera per più di 50 giornate l’anno; probabilmente questa differenza è dovuta alla maggiore presenza delle attività zootecniche, oltre che alla minore offerta nelle aree interne di attività integrative (a parte il turismo, dove è presente).
Il ricorso al contoterzismo non appare un elemento che caratterizza le aziende di montagna, ed è minore la quota di quelle che ricorrono all’affidamento completo.
Più consistenti sono invece le differenze riguardo al peso dell’autoconsumo: in montagna sono relativamente più presenti le aziende che autoconsumano totalmente o in prevalenza la propria produzione, con uno scostamento di circa 10 punti percentuali rispetto ai comuni non montani.
La destinazione totale della produzione aziendale all’autoconsumo va associata con l’elevata quota di aziende con meno di 8 mila euro di produzione standard. In montagna vi sono ancora molte unità produttive, probabilmente condotte da anziani, che hanno deboli rapporti con il mercato e svolgono un ruolo quasi esclusivo di sussidiarietà rispetto ad altri redditi (specie pensione).

La matrice di correlazione a livello dei comuni italiani

L’analisi sviluppata a livello comunale ha preso in considerazione un vasto insieme di indicatori, tratti prevalentemente dal censimento agricolo ma anche da altre fonti extra-agricole, come il censimento della popolazione, o informazioni geografico/strutturali7. L’intento è stato quello di valutare eventuali connessioni tra fenomeni agricoli, fenomeni socio-economici e caratteri fisici del territorio.
Una selezione ragionata dei coefficienti di correlazione è contenuta nella tabella 3, che fornisce alcune ulteriori chiavi interpretative sulla distribuzione dell’agricoltura sul territorio montano nazionale, con particolare riferimento alla dimensione economica aziendale8 (leggibile scorrendo i valori da sinistra a destra) considerata il principale segnale della presenza in agricoltura di imprese e non-imprese.

Tabella 3 – Matrice di correlazione dei comuni totalmente montani 


Fonte: nostra elaborazione su dati Istat, Agea, Min. Finanze, Caire

I livelli di correlazione non sono in genere molto elevati e decrescono all’aumentare della dimensione aziendale, ma ciò che è interessante rilevare è che ripetendo l’analisi sui soli comuni non montani, le differenze geografiche appaiono meno marcate. Questo indica che le imprese nelle aree montane sono più omogenee sotto il profilo della distribuzione geografica, ovvero le differenze strutturali tra nord-sud ed est-ovest sono meno definite. Evidentemente i limiti ambientali geografici ed economici della montagna impongono modelli organizzativi e di comportamento meno differenziati di quanto non accada nel resto del paese.
A conferma di quanto rilevato in precedenti ricerche con riferimento all’agricoltura dell’intero paese, la localizzazione delle imprese e delle non-imprese è correlata a latitudine e longitudine anche in montagna: le prime si addensano al Nord e, con evidenza maggiore, ad Ovest, l’opposto accade con le seconde.
Considerando le variabili riferite alla dinamica socio economica, ciò che risalta maggiormente è che le aziende montane “intermedie” risultano le più correlate al reddito disponibile e alla variazione demografica.
Dall’analisi dei coefficienti del gruppo intitolato ai caratteri strutturali, si può desumere che le imprese montane sono meno condizionate, rispetto alle altre aree, dalle caratteristiche del conduttore o dalla disponibilità della terra. Ad esempio la presenza di capoazienda laureati non sembra legarsi alle dimensioni aziendali come invece avviene nei comuni non montani dove il livello del titolo di studio aumenta con la classe di produzione standard. Analogamente la quota di Sau in proprietà è molto meno correlata alla presenza delle non-imprese.
Il legame con gli indicatori di performance sembra delineare una maggiore rilevanza delle produzioni di qualità certificata nelle imprese di montagna, ed in particolare di quelle biologiche, i cui premi agro-ambientali sicuramente rappresentano una importante fonte reddituale. Lo sviluppo delle aziende in montagna risulta anche maggiormente connesso alla variazione intercensuaria della Sau, anche se i livelli di correlazione sono modesti.
La presenza delle aziende in montagna appare meno legata anche sul piano delle politiche di intervento. Ad esempio, uno dei più elevati coefficienti di correlazione è quello relativo alle grandi imprese nei comuni non montani rispetto al pagamento medio a beneficiario, valore che è nettamente inferiore nelle aree montane. E’ noto, d’altra parte, come i pagamenti del primo pilastro si concentrino nelle aree più densamente popolate. Gli interventi del Feasr hanno invece una maggiore incidenza nelle aree montane e in particolare per il gruppo delle aziende intermedie che risultano più connesse a questo tipo di politica.
Infine, per quanto riguarda gli ordinamenti produttivi, i valori più elevati si riscontrano per gli indirizzi zootecnici e quelli misti. I primi in particolare hanno un forte legame con le dimensioni più ampie e con l’attività imprenditoriale. Le non-imprese, a conferma del loro carattere accessorio, sono invece positivamente correlate con gli indirizzi misti e negativamente con gli ordinamenti zootecnici.

Dove sono le imprese agricole nelle aree montane?

A questo punto è possibile tentare di rispondere, con un tentativo di ulteriore sintesi, alla domanda: esiste una componente imprenditoriale professionale nelle aree montane; è possibile localizzarla isolandola dal contesto complessivo delle aziende agricole?
Una possibile soluzione può derivare da una elaborazione incrociata dei quattro criteri base della metodologia di classificazione aziendale, applicata su scala comunale e riportata su una carta tematica, classificando i comuni sulla base della presenza prevalente dei quattro raggruppamenti aziendali: (a) le aziende “non imprese” (b) le aziende intermedie; (c) le piccole imprese; (d) le grandi imprese.
La ripartizione territoriale nei quattro raggruppamenti aziendali è stata effettuata individuando la classe comunale prevalente per ognuno dei quattro criteri associando ad ogni comune l’indice di specializzazione più elevato9.
La distribuzione geografica dei tipi aziendali è rappresentata in figura 3.

Figura 3 – Specializzazione comunale prevalente per gruppo aziendale


Fonte: nostra elaborazione su dati Istat

Come era logico attendersi, le imprese più professionalizzate sono concentrate nelle aree di pianura, ma sono presenti anche in quelle montane. Nelle Alpi orientali ad esempio vi sono numerosi comuni caratterizzati dalle “imprese piccole” ed in particolare il Trentino-Alto Adige appare particolarmente uniforme. Altre aree montane dove esistono imprese agricole delle due classi tipologiche sono le Alpi Marittime e l’Appennino Tosco-Emiliano. Modesta la presenza di imprese agricole nella restante parte dell’Appennino, mentre la Sardegna, regione prevalentemente montuosa, si evidenzia per un nucleo consistente di comuni caratterizzati da grandi imprese, molto probabilmente zootecniche.
L’immagine complessiva che se ne ricava è quella di una agricoltura montana fortemente differenziata tra Alpi e Appennino, con una presenza relativa più consistente di imprese nel Centro-Nord anche in montagna.
La tabella 4 riepiloga la distribuzione di frequenza delle imprese per gruppo e area, e conferma che le non-imprese sono relativamente più presenti nelle aree montane e come le imprese siano invece localizzate maggiormente in quelle non montane. Lo sviluppo imprenditoriale agricolo nelle aree montane assume quindi dimensioni notevolmente più contenute ma esiste, e quei due valori 5,9% e 1,7% si traducono in valore assoluto in 26.400 imprese montane piccole e 7.600 imprese montane grandi su tutto il territorio nazionale. Certo, occorre considerare i limiti interpretativi della produzione standard che può differire da quella effettiva, ma il segnale è che (nonostante le limitazioni fisico-climatiche) in montagna esistono imprese strutturate e attive, nella moltitudine di aziende piccole e/o disattivate (con differenze non particolarmente rilevanti con il resto del territorio nazionale).

Tabella 4 – Distribuzione di frequenza per gruppi aziendali e classi di montanità (totale area=100)


Fonte: nostra elaborazione

C’è un ulteriore aspetto da considerare: la situazione di maggiore debolezza dello sviluppo imprenditoriale si rileva nei comuni parzialmente montani. In effetti queste aree, come accennato in precedenza, sembrano soffrire di vincoli ambientali-territoriali più stringenti rispetto alle aree totalmente montane. Sono queste quindi le aree dove minore in termini relativi è la presenza di vere imprese agricole.

Considerazioni conclusive

La montagna è agricoltura (e forestazione) più che ogni altro territorio. La permanenza dell’agricoltura e il suo sviluppo sono cruciali per la montagna. Ma lo sono anche, di riflesso, per le sorti dei territori a valle che dall’agricoltura di montagna dipendono per i presidio del territorio, per la gestione e la provvista dell’acqua, per la riserva di biodiversità e di paesaggio, per l’adattamento e il contrasto al cambiamento climatico, ecc.
Questa ricerca ha messo in luce come, pur permanendo in montagna una consistente quota di piccole e grandi imprese agricole pienamente attive e funzionali, è in montagna, soprattutto nel Mezzogiorno, che si concentra la presenza di aziende che per le dimensioni economiche e per gli altri segnali di disattivazione che sono stati tratti dal Censimento dell’agricoltura del 2010, non hanno le qualità per essere considerate propriamente imprese.
Questa considerazione rimanda alla politica agricola. Se infatti l’agricoltura di montagna si giustifica in primo luogo per il suo contributo alla tutela e valorizzazione dei beni pubblici, su di essa dovrebbe concentrarsi il sostegno. D’altra parte, anche con riferimento all’obiettivo della competitività, la politica agricola, quando interviene a sostenere i redditi o a favorire gli investimenti, dovrebbe privilegiare l’agricoltura montana, per il maggiore isolamento, i più elevati costi e i maggiori condizionamenti nel suo rapporto con il mercato.
Come è noto non è così. Basti ricordare come i pagamenti diretti (70% circa della Pac) concentrino i propri fondi sulle pianure. Una tendenza che viene contrastata dalla politica di sviluppo rurale (specie nelle regioni del Centro-Nord), ma con una dotazione di fondi molto minore tale da non invertire la distribuzione complessiva.
Il privilegio da parte della politica agraria per le aree di pianura rispetto a quelle montane e alto-collinari è certamente una ragione molto importante dell’abbandono di cui ha sofferto l’agricoltura delle aree interne. La futura Pac ha scelto di non puntare particolarmente sul secondo pilastro. In questo senso ha chiuso le porte alla possibile redistribuzione territoriale che ne sarebbe conseguita. La futura Pac offre comunque anche delle opportunità per tentare, soprattutto con le decisioni lasciate agli Stati membri in materia di primo pilastro (soprattutto in materia di regionalizzazione) di colmare almeno parzialmente questo gap dirottando coraggiosamente fondi dalla pianura alla montagna. Non ci sono ragioni per essere particolarmente ottimisti a proposito. Lo spirito di conservazione può ancora prevalere nell’azione delle lobby agricole. Ma certamente l’attenzione riservata di recente alle aree interne ha aperto un fronte di iniziativa che potrà dare dei frutti se non nell’immediato, in un futuro non troppo remoto.

Riferimenti bibliografici

  • Arzeni A., Sotte F. (2013), “Imprese e non-imprese nell’agricoltura italiana”, Working Paper Gruppo 2013

  • Commissione Europea, Regolamento (Ce) n.1242/2008, 8 dicembre 2008 che istituisce una tipologia comunitaria delle aziende agricole, [pdf]

  • Fanfani R., Spinelli L. (2012), “L’evoluzione delle aziende agricole italiane attraverso cinquant’anni di censimenti (1961-2010)”, Agriregionieuropa n.31

  • Istat (2012), VI Censimento generale dell’agricoltura, Datawarehose Istat [pdf]

  • Sotte F., Arzeni A., (2013), “Imprese e non-imprese nell’agricoltura italiana”, Agriregionieuropa n.31

  • Sotte F., “Quante sono le imprese agricole in Italia?”, in Agriregionieuropa, n.5, 2006b

  • 1. Nell’articolo citato, la metodologia è stata sviluppata su scala regionale, utilizzando in dati elaborati dall’Istat su richiesta degli autori e quindi non disponibili nel datawarehouse on-line [link]. I vincoli informativi del datawarehouse hanno richiesto due principali modifiche alla metodologia: la prima è stata quella di analizzare separatamente i quattro criteri base di classificazione aziendale, in quanto non sono disponibili i dati incrociati tra tutte le classi considerate (es. aziende per classe di autoconsumo e classe di contoterzismo passivo); la seconda riguarda due diverse soglie di dimensione economica (8.000 e 25.000 euro), per l’indisponibilità di quelle utilizzate in precedenza (10.000 e 20.000 euro).
  • 2. La norma classifica i comuni in tre categorie: totalmente montani, parzialmente montani e non montani. La scelta è caduta su questa classificazione in quanto più specifica per le aree montane.
  • 3. Direttiva Cee 268/75 e successive modifiche ed integrazioni.
  • 4. ipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica (2012), Un progetto per le “aree interne” dell’Italia, note per la discussione.
  • 5. La PS aziendale o Standard Output (SO) viene calcolata utilizzando le produzioni lorde medie unitarie delle principali attività agricole moltiplicate per le dimensioni in superfici o capi. I coefficienti medi unitari sono stimati a livello regionale secondo la metodologia indicata nel regolamento (CE) N. 1242/2008.
  • 6. La classificazione tipologica comunitaria delle aziende agricole è definita dal regolamento (CE) N. 1242/2008.
  • 7. Nel complesso sono stati elaborati 84 indicatori partendo da 27 dati di base.
  • 8. I coefficienti riportati in tabella si riferiscono alla correlazione tra le variabili elencate per riga e le quote % di aziende distinte per classe economica, disposte in colonna (ogni comune rappresenta una osservazione). Ad esempio il valore -0,28 della correlazione tra latitudine e non imprese significa che al diminuire della latitudine del comune aumenta la quota delle non imprese sul totale delle aziende censite (o viceversa).
  • 9. Per ogni raggruppamento aziendale (g) sono stati calcolati gli indici di specializzazione comunale (Isp = (ng/n)/(Ng/N)) dove n e N sono rispettivamente le aziende censite a livello comunale e nazionale. La classe aziendale prevalente del comune è definita dall’indice con il valore più elevato.
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