Strategie e pratiche di sovranità alimentare in Africa

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Strategie e pratiche di sovranità alimentare in Africa
a Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

Introduzione

La questione della sovranità alimentare è oggi al centro del dibattito sulle strategie da perseguire per assicurare l’accesso al cibo su scala globale. Se da un lato lo sradicamento della povertà estrema e della fame nel mondo erano stati indicati al primo posto tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio ([link]), le ripetute crisi del regime alimentare globale, connesse con le crisi finanziarie ed ambientali degli ultimi anni, hanno portato a oltre un miliardo le persone che soffrono la fame. Gli interventi promossi dalle organizzazioni internazionali per assicurare la sicurezza alimentare nel mondo, seguendo le indicazioni della Banca Mondiale (World Bank, 2008), si basano su programmi di sviluppo agricolo finalizzati ad incrementare la produttività delle piccole aziende attraverso la modernizzazione dei sistemi di produzione e l’integrazione dei produttori agricoli nel mercato globale. Ne conseguono effetti di profonda destrutturazione economica e sociale nei sistemi di produzione locali che tendono ad aggravare, invece che a ridurre, le situazioni di povertà e fame (McMichael, 2011).
A questa visione si contrappone il discorso della sovranità alimentare, che esplicita le condizioni necessarie per la concreta affermazione del diritto al cibo (Cavazzani, 2008). Basato sul principio dell’autodeterminazione dei popoli nella produzione, distribuzione e consumo dei beni alimentari, implica che sia assicurato l’accesso ed il controllo, da parte delle comunità locali, sulle risorse necessarie per la produzione del cibo (terra, acqua, patrimonio genetico). Contro l’omologazione del complesso agro-industriale, riafferma il principio della diversità dei metodi di produzione ed il rispetto delle singole culture, rivalutando anche il significato che le società contadine attribuiscono alla sicurezza alimentare, considerata elemento essenziale delle strategie socio-economiche familiari. In tal caso, il problema della sicurezza è per così dire incorporato nel sistema di produzione, fondato su conoscenze e tecniche di gestione delle risorse sostenibili per l’ambiente, oltre che su regole stabilite e controllate a livello sociale. Le ricorrenti crisi alimentari sono interpretate come prodotto della distruzione dei sistemi tradizionali, conseguente ai processi di modernizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento.
In questo articolo1 sono discusse le applicazioni di tale discorso nel contesto dei paesi africani, con riferimento al rapporto tra le strategie perseguite a livello politico-istituzionale dalle strutture di rappresentanza delle organizzazioni contadine e le pratiche di mobilitazione dei movimenti sociali, con l’intento di segnalare il problema dello scarso coordinamento tra le iniziative sviluppate a livello politico-istituzionale e le pratiche di intervento a livello sociale.

Strategie per l’affermazione della sovranità alimentare nei paesi africani

Nell’ultimo decennio il continente africano è stato attraversato da una serie di iniziative che hanno richiamato l’attenzione sulla sovranità alimentare. La rivendicazione del diritto delle comunità locali di assicurare la produzione del cibo necessario per la propria esistenza riveste un particolare significato per i paesi africani, dove la maggior parte delle persone vive nelle campagne e pratica forme di agricoltura tradizionale che non sono scomparse nonostante la profonda destrutturazione prodotta nel periodo coloniale e post-coloniale (Sivini, 2006).
Particolarmente rilevante, a questo riguardo, è stato il ruolo del movimento transnazionale Via Campesina (www.viacampesina.org) che si è impegnato in diversi contesti africani per sensibilizzare l’opinione pubblica, allargare gli spazi di collaborazione tra le organizzazioni contadine esistenti, come il Roppa (www.roppa.info), e rafforzare il movimento su scala globale. Diversi seminari, convegni e forum di discussione hanno avuto luogo sia nei paesi africani, sia in occasione degli incontri ufficiali sui tempi dell’alimentazione e dell’agricoltura promossi degli organismi internazionali. Nel 2007 si è tenuto a Nyéléni in Mali il Forum internazionale sulla sovranità alimentare, concluso con l’approvazione della “Dichiarazione di Nyéléni” (www.nyeleni.org) che sottolinea la maggiore sostenibilità, sia a livello ambientale che economico-sociale, delle forme tradizionali di produzione del cibo (agricoltura contadina e familiare, allevamento pastorale, pesca artigianale) rispetto al sistema agro-alimentare convenzionale.
Considerazioni analoghe risultano dagli studi sulla diffusione delle forme di agro-ecologia in America Latina (Altieri, 2011) e dalla valutazione internazionale delle conoscenze, scienze e tecnologie agricole per lo sviluppo (Iasstd), avviata dalla Banca Mondiale e dalla Fao nel 2002 e conclusa nel 2008. Sulla base di un ampio lavoro di analisi e di documentazione scientifica interdisciplinare, tale valutazione (elaborata in rapporti di base e di sintesi) suggerisce un insieme di azioni da intraprendere per assicurare il conseguimento degli Obiettivi del Millennio, rilevando che business as usual is not an option (McIntyre, 2009). Questo commento si riferisce alla necessità di adottare un paradigma di sviluppo dell’agricoltura liberato dai condizionamenti degli interessi del complesso agro-alimentare globale, dai regimi commerciali liberisti e dalla protezione squilibrata dei sistemi agricoli. Rileva in particolare che la liberalizzazione del commercio agricolo non rappresenta un vero aiuto ai piccoli agricoltori ed alle comunità rurali e contribuisce invece a peggiorare le condizioni di povertà e sicurezza alimentare.
In questa prospettiva operano anche progetti di intervento sostenuti da organizzazioni internazionali sia pubbliche che private. Tra questi, si possono ricordare la Campagna EuropAfrica, promossa nel 2005 da alcune Ong europee e cofinanziata dalla Commissione Europea; il Progetto per il sostegno alle organizzazioni contadine in Africa, finanziato dall’Ifad e dalla Commissione Europea a partire dal 2009; la Campagna “Mille Orti in Africa” lanciata da Slow Food e Terra Madre nel 2010.
Le tematiche della sostenibilità alimentare sono state assunte come base di riferimento per le attività promosse dalle reti interregionali, come il Roppa in Africa Occidentale e la Propac in Africa Centrale, che rappresentano le organizzazioni di base strutturate in piattaforme nazionali. Tali reti, oltre ad assicurare un sostegno informativo e formativo ai propri aderenti, operano principalmente a livello politico-istituzionale con l’obiettivo di far modificare le politiche agricole e commerciali orientandole a favore dell’agricoltura familiare. Sono divenute interlocutori privilegiati per gli organismi della cooperazione internazionale, che sostengono finanziariamente le loro attività e le coinvolgono nelle iniziative di approfondimento sui temi connessi con lo sviluppo delle capacità produttive degli agricoltori e degli allevatori. Queste reti si sono adoperate per far inserire il principio della sovranità alimentare in alcune Leggi di orientamento agro-silvo-pastorale, come in Senegal nel 2004 ed in Mali nel 2006. Grazie al rapporto con Via Campesina, hanno partecipato a diverse campagne di informazione e mobilitazione sui temi centrali per il movimento transnazionale: ruolo delle donne in agricoltura, dumping, land grabbing, migrazioni e agricoltura, agricoltura urbana e filiera corta (www.nyeleni.org).
Tuttavia, le attività di queste organizzazioni, principalmente rivolte al sistema politico-istituzionale, non sono finora apparse sufficienti per assicurare paralleli cambiamenti a livello locale. Emblematico a questo riguardo è il processo di “accaparramento delle terre” da parte di investitori stranieri che sta estendendosi in tutto il continente, compresi quei paesi, come Senegal e Mali, dove la sovranità alimentare è stata formalmente riconosciuta nelle normative, ma gli apparati istituzionali ed i governi continuano ad operare a favore degli interessi esterni.

Pratiche di sovranità alimentare in un contesto ostile: lotte contro il land grabbing e il dumping

Il contesto generale in cui si collocano le iniziative per la sovranità alimentare è particolarmente difficile, a causa della combinazione di diversi fattori, che continuano ad opprimere il continente africano e che sono interpretati in termini di dipendenza e neocolonialismo: strategie di accumulazione per i capitali investiti nel complesso agro-alimentare, imposizione delle regole del mercato globale, subordinazione dei governi e degli apparati istituzionali agli interessi esterni, politiche neoliberiste (Holt-Giménez, 2010).
Le indicazioni che vengono dalle organizzazioni internazionali del sistema Nazioni Unite ripropongono linee di intervento che restano confinate all’interno del quadro convenzionale dello sviluppo e del mercato globale. Due documenti appaiono particolarmente significativi: il Comprehensive Framework for Action (Cfa), risultato di un dibattito iniziato nell’aprile del 2008 da una Task Force di alto livello appositamente designata dalle Nazioni Unite; ed il World Development Report 2008: Agriculture for Development, prodotto dalla Banca Mondiale. Sebbene facciano formalmente riferimento ad un sistema commerciale internazionale equo, al diritto al cibo e all’importanza dei piccoli produttori per affrontare i problemi della povertà e della fame, le soluzioni proposte in entrambi i rapporti vanno nella direzione di una ancora più accentuata liberalizzazione del commercio, auspicando l’integrazione dei piccoli coltivatori nel mercato globale.
Per quanto riguarda in particolare l’Africa, è stata riproposta una nuova versione della “Rivoluzione Verde”, con l’iniziativa denominata Alliance for a Green Revolution in Africa (Agra). Promossa a partire dal 2006 dalle due Fondazioni Rockefeller e Bill & Melinda Gates, conta attualmente sul supporto di numerosi partner e donatori che assicurano l’attuazione di programmi in diversi paesi del continente africano. La strategia che Agra dichiara di seguire è quella di “trasformare la povertà rurale di oggi nella prosperità di domani” intervenendo su cinque aspetti fondamentali: fornire sementi più produttive; migliorare la qualità del suolo; assicurare un più ampio accesso al mercato; costruire alleanze per cambiare le politiche; rafforzare le capacità delle organizzazioni contadine. Nonostante i documenti ufficiali riconoscano, in linea di principio, l’importanza dei piccoli produttori locali e della sostenibilità, emerge chiaramente la logica abituale dell’agricoltura finalizzata al profitto. Centrali sono, infatti, gli interessi del settore privato che trovano un nuovo campo di investimenti redditizi, coperti dall’immagine delle fondazioni filantropiche e caritatevoli.
In tale contesto, si stanno manifestando risposte coerenti con i principi della sovranità alimentare nelle pratiche sociali di resistenza e opposizione al land grabbing ed al dumping.

Lotte contro il land grabbing

L’Africa sub-sahariana è lo spazio in cui avvengono i principali investimenti per l’acquisizione di ampie estensioni di terra da destinare alla produzione di cibo e di agrocarburanti destinati all’esportazione (Liberti, 2011). Secondo uno studio della Banca Mondiale (Deininger, 2011) su 56 milioni di ettari acquisiti tra il 2008 ed il 2009 due terzi (40 milioni) hanno riguardato i paesi che rientrano in questa area.
Questi investimenti sono anche incoraggiati dalle politiche energetiche dei paesi del nord del mondo, come nel caso delle Direttive dell’Unione Europea sulla sostituzione dei consumi energetici provenienti da fonti fossili con fonti rinnovabili (Direttive 28/2009/CE e 30/2009/CE).
Il land grabbing in Africa viene giustificato dalle imprese interessate all’investimento e dai governi compiacenti con la considerazione che gli investimenti riguardano terreni “non utilizzati” e che quindi è conveniente affidarli ad investitori capaci di valorizzarli. Non vengono messi in conto gli effetti distruttivi sulle comunità rurali che da queste terre traggono il proprio sostentamento e che subiscono gli espropri per l’impossibilità di far riconoscere i diritti consuetudinari (Roiatti F. 2010).
I problemi causati da questi processi sono ampiamente documentati nei rapporti prodotti dalle diverse organizzazioni che analizzano la questione del land grabbing, tra cui si segnalano Grain (www.grain.org), Oakland Institute (www.oaklandinstitute.org), ActionAid (www.actionaid.it), Oxfam (www.oxfam.org). Altrettanto rilevanti sono le analisi prodotte a livello delle ricerche (Borras, 2011; McMichael, 2012; Vitale, 2013).
Diversi sono i casi di resistenza che si stanno manifestando nelle comunità direttamente colpite dall’espropriazione delle terre, e di cui occasionalmente cominciano ad occuparsi anche i media, grazie all’informazione resa disponibile dalle reti di solidarietà internazionale.
In alcuni contesti, le opposizioni dei villaggi riescono a bloccare i progetti di coltivazione intensiva su larga scala, realizzati dalle imprese straniere con l’accordo dei governi locali. E’ il caso, ad esempio, di due progetti avviati in Senegal da imprese italiane per la produzione di agrocarburanti, analizzati nel Rapporto 2012 di ActionAid. Il primo progetto, iniziato nel 2009, prevedeva la coltivazione di jatropha su una superficie di 50.000 ettari nella regione centrale di Tambacounda, già destinata alla coltivazione dell’arachide per l’esportazione durante il periodo coloniale. In seguito alle difficoltà incontrate per l’acquisizione delle terre, il progetto viene abbandonato due anni dopo. Il secondo progetto, avviato nel 2010, prevedeva l’acquisizione di 20.000 ettari per coltivazioni finalizzate alla produzione di etanolo nel Dipartimento di Podor. I terreni da utilizzare ricadevano nella fascia del djeri utilizzata dagli abitanti della Comunità rurale di Fanaye per la produzione dei cereali tradizionali e per l’allevamento. L’opposizione sociale al progetto, strutturata in un “Collettivo per la difesa delle terre di Fanaye”, riesce a contrastare con determinazione il progetto, che verrà ritirato nel 2011 in seguito ai violenti scontri con le forze di polizia, che causeranno morti e feriti tra la popolazione locale.

Lotte contro il dumping

Un altro problema che sta generando forme di opposizione sociale concrete riguarda il dumping, relativo all’importazione di beni collocati sui mercati locali a prezzi inferiori a quelli della produzione interna, con effetti distruttivi sulle capacità produttive locali. Nel caso dei beni alimentari, i prodotti importati (riso, grano, latte, ortaggi, carni) competono direttamente con i prodotti locali, in virtù di prezzi più bassi, garantiti dalle sovvenzioni pubbliche dei paesi di origine. In tale contesto, stanno maturando esperienze di contrasto a livello sociale, come nel caso delle mobilitazioni promosse anche a livello urbano per la difesa dei consumatori e dei produttori. Significativa è la lotta portata a termine con successo dall’Associazione Cittadina di Difesa degli Interessi Collettivi (Acdic) in Cameroun, impegnata in diverse azioni a difesa dei diritti delle popolazioni locali. Partendo dalle gravi difficoltà incontrate dagli avicoltori locali nel commerciare i loro prodotti, l’Acdic si era impegnata, con il sostegno di Ong europee, in una serie di ricerche per comprendere le ragioni del fenomeno. I risultati degli studi avevano rilevato l’esistenza di un’importazione di polli congelati dall’Europa in crescita continua (dalle 1.000 tonnellate nel 1996 alle 22.000 tonnellate nel 2003), incontrollata (oltre il triplo delle quantità autorizzate entravano nel Paese a causa di corruzione e frodi di varia natura), pericolosa per la salute della popolazione (dalle analisi svolte in laboratori specializzati risultava che l’83,5% dei polli congelati importati non erano adatti al consumo umano) e catastrofica per i produttori locali. Sulla base di questi dati, l’Acdic ha condotto aspre denunce tramite una campagna di comunicazione martellante ed efficace, coinvolgendo i media nazionali ed internazionali per informare e sensibilizzare i consumatori sugli effetti nefasti del fenomeno, ed organizzando manifestazioni di protesta nelle principali città del Cameroun (anche con il supporto diretto di José Bové della Conféderation Paysanne). La combinazione di queste azioni ha costretto il governo, nel 2006, a ridurre drasticamente l’importazione di polli congelati, con effetti benefici sui piccoli produttori locali.

Conclusioni

La possibilità che la sovranità alimentare si traduca in politiche agricole e commerciali coerenti con la difesa degli spazi di esistenza degli agricoltori e allevatori africani dipende dal rafforzamento della cooperazione tra i diversi soggetti già impegnati in tale direzione. La connessione tra il livello politico-istituzionale, al quale rivolgono attenzione le organizzazioni di rappresentanza, ed il livello territoriale, dove si pratica la difesa della vita quotidiana, non appare ancora sufficientemente perseguita. Il continente africano appare ancora lontano da quello sud-americano, dove la sovranità alimentare si è affermata in un lungo percorso di lotte sostenute dai movimenti sociali, partendo dal Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST) in Brasile ed allargandosi alle organizzazioni contadine ed indigene dei diversi paesi (Desmarais, 2009). Il ruolo delle comunità indigene appare negli ultimi anni sempre più rilevante per assicurare non solo il riconoscimento a livello istituzionale del principio della sovranità alimentare, ma anche per tutelare gli spazi di vita delle popolazioni locali.

Riferimenti bibliografici

  • Altieri M. A., Toledo V. M. (2011), The Agroecological Revolution in Latin America: rescuing nature, ensuring food sovereignty and empowering peasants, The Journal of Peasant Studies, 38: 3-4

  • Borras S.M., Hall R., Scoones I, White B., Wolford W. (2011), Towards a Better Understanding of Global Land Grabbing, The Journal of Peasant Studies, 38: 2

  • Cavazzani A. (2008), Sicurezza/sovranità alimentare, Sociologia urbana e rurale, 30: 87

  • Desmarais A. (2009), La Via Campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini, Milano: Jaca Book

  • Deininger K et al. (2011), Rising Global Interest in Farmland, World Bank, Washington, D.C.

  • Holt-Giménez E. e Patel R. con Shattuck A. (2010), Food Rebellions! La Crisi e la Fame di Giustizia, Slow Food Editore, Bra

  • Liberti S. (2011), Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, Minimum Fax, Roma

  • McIntyre B.D., Herren H.R., Wakhungu J., Watson R.T. (2009), Agriculture at a Croassroads: Iasstd Synthesis Report, Island Press, Washington, D.C.

  • McMichael Ph., Schneider M. (2011), Food Security Politics and the Millennium Development Goals, Third World Quarterly, 32:1

  • McMichael Ph. (2012), The Land Grab and Corporate Food Regime Restructuring, The Journal of Peasant Studies, 39: 3-4

  • Roiatti F. (2010), Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabili, Università Bocconi Editore, Milano

  • Sivini G. (2006), La resistenza dei vinti. Percorsi nell’Africa contadina, Feltrinelli, Milano

  • Vitale A. (2013), Land grabbing e turismo di caccia. Il caso di Loliondo, Tanzania, AgriRegioniEuropa, n. 32

  • World Bank (2008), World Development Report 2008: Agriculture for Development, Washington, D.C., World Bank

  • 1. Questo contributo è tratto dal paper presentato al XIII World Congress of Rural Sociology (Lisbona luglio-agosto 2012), nella sessione 5 su “Food Sovereignty: Promises, Practices and Potential Pitfalls”. Si basa sulle ricerche svolte nel quadro del Progetto Prin 2008 “Strategie innovative dei produttori agricoli tra sicurezza e sovranità alimentare”, coordinato dall’Università della Calabria (2008LY7BJJ_001).
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