Capitale umano e cultura di impresa

Capitale umano e cultura di impresa
Istituto Nazionale di Economia Agraria

L’attenzione al capitale umano all’interno delle politiche europee e nazionali è cresciuta negli anni sia nei documenti di indirizzo (Consiglio di Lisbona, Europa 2020), nei quali è stato più volte richiamato quale motore dello sviluppo, sia negli strumenti finanziari che ne sono derivati. Questo interesse ha riguardato, e riguarda, anche l’agricoltura soprattutto nell’ambito delle politiche strutturali finanziate con il Fondo Sociale Europeo e il Fondo europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.
Il termine “capitale umano” segna il superamento della concezione del fattore umano come semplice forza lavoro e enfatizza l’idea che esso si qualifichi come combinazione di risorse individuali, tangibili e intangibili, tacite e codificate basate sulla conoscenza e sulla capacità di aggiornamento (Bramanti e Odifreddi, 2006). Tali risorse, o meglio, il loro stock è in grado di generare flussi di reddito e di mettere in condizione chi lo possiede di agire/lavorare con modalità innovative e più efficienti (Nosvelli, 2009). Inoltre, secondo la definizione dell’Oecd (2001) di capitale umano, le conoscenze, le abilità, le competenze acquisite dagli individui, oltre a concorrere al miglioramento delle condizioni di vita personale, facilitano la creazione di benessere sociale ed economico.
Gli indicatori e le modalità con i quali si può misurare e descrivere il capitale umano dunque sono molteplici e riguardano ambiti come quello dell’istruzione, dell’informazione e della conoscenza e dei loro effetti sull’attività produttiva per i quali l’approccio quantitativo non riesce a fornire un quadro esaustivo. Il presente articolo propone nella prima parte i dati disponibili nell’ambito del Censimento dell’agricoltura del 2010 e, nella seconda, alcune ulteriori informazioni che consentono sia di completare l’analisi sia di proporre alcuni spunti di riflessione.

Gli occupati in agricoltura (età, genere, nazionalità, istruzione, uso Ict)

Dai dati forniti dall’ultimo Censimento Istat, sono complessivamente occupati in agricoltura quasi 3,9 milioni di lavoratori di cui il 68% proveniente dal nucleo familiare del conduttore e il 32% di altra provenienza. Questi ultimi solo per il 17% sono impiegati con modalità continuativa. Si tratta dunque di un’agricoltura basata su un modello di tipo familiare, che persegue molteplici obiettivi economici ed extra-economici con il coinvolgimento di competenze differenti a seconda dell’ordinamento produttivo, della tipologia aziendale e del contesto socio-economico di riferimento. Analizzando le caratteristiche fondamentali, si nota immediatamente come il quadro generale sia mutato veramente poco rispetto al precedente Censimento e come il settore sia ancora caratterizzato da età elevata, bassa istruzione e informatizzazione quasi inesistente.
I capoazienda con meno di 40 anni sono poco più del 13% mentre quelli che hanno 65 anni ed oltre sono più del 30%. È tuttavia significativa la presenza di una fascia di persone con età compresa tra i 40 e i 54 anni (32% circa), che possiamo definire adulta ed esperta, in grado di gestire l’azienda agricola e maturare il passaggio alla generazione successiva. Si nota inoltre una, seppur minima, differenza nella distribuzione geografica dei dati, con punte più elevate di presenza di giovani nelle isole e nel nord-ovest; quest’ultima circoscrizione presenta anche una percentuale maggiore di capo azienda dai 40 ai 54 anni, prospettando una possibile maggiore capacità di ricambio1.
Per quanto riguarda la situazione della manodopera familiare (Tabella 1), solo il 16% ha un’età inferiore ai 40 anni, mentre quasi il 30% ha un’età compresa tra i 40 e i 54 anni. Anche in questo caso, la permanenza nel settore si prolunga nel tempo, con una quota superiore al 31% di manodopera familiare con più di 65 anni. Il Centro Italia presenta un numero maggiore della media di persone con oltre 65 anni (35% circa) e una quota più bassa di giovani (poco più del 13% ha un’età inferiore ai 39 anni).

Tabella 1 - Età della manodopera familiare


Fonte: Istat

L’età elevata delle persone della famiglia coinvolte nell’attività dell’azienda, tuttavia, potrebbe costituire anche un indicatore positivo della capacità del settore produttivo di mantenere l’occupazione, almeno per i familiari.
Leggermente diversa infatti è la situazione che riguarda la manodopera non familiare (Tabella 2), che ha una presenza maggiore di giovani (oltre il 40%) e di persone con età compresa tra i 40 e i 54 anni (quasi il 43%). In questo caso, gli occupati con età superiore ai 55 anni (12,5%) e quelli con oltre 65 (4,2%) rappresentano una netta minoranza rispetto al totale.
Un dato interessante riguarda i capoazienda stranieri, che sono poco meno di 4.000 (0,3% del totale), prevalentemente provenienti dalla UE (solo lo 0,1% è originario di Paesi extra-UE) e potrebbero rappresentare un elemento di novità nella classe imprenditoriale agricola.
La presenza degli stranieri nel tessuto produttivo italiano aumenta se si guarda la manodopera aziendale non familiare: in questo caso, gli immigrati impiegati continuativamente sono pari al 20,5%, con una presenza maggiore di lavoratori provenienti dai Paesi extra UE (12%) rispetto a quella che arriva dall’UE (8,5%); fra la manodopera impiegata saltuariamente invece il dato si rovescia, con una presenza maggiore di lavoratori che provengono dalla UE (15%) rispetto a quella extra UE (10%).
Verificando i dati di genere (Tabella 2), si può notare come la manodopera femminile - pari al 37% degli addetti in agricoltura – sia cresciuta rispetto al 2001, quando si attestava intorno al 30%. Le differenze a livello territoriale mostrano una maggiore presenza di donne nel sud (41%) e, anche se in misura minore, al centro (38%).

Tabella 2 - Manodopera aziendale per sesso, % 


Fonte: Istat

Il titolo di studio più frequente fra i capoazienda (Tabella 3) è quello elementare (39%) seguito da quello di scuola media inferiore (32%); ancora poco rilevante la quota di coloro che sono in possesso di diploma di scuola media superiore (17,8%) o anche solo diploma di qualifica professionale (4,5%); i laureati, infine, sono poco più del 6%. Rispetto al precedente Censimento la situazione presenta dunque dei cambiamenti significativi: nel 2000 i conduttori2 con al massimo la licenza elementare erano il 57,5%, quelli con la scuola media erano il 23,7%, mentre i diplomati3 erano il 15,6% e i laureati si attestavano soltanto al 3,4% del totale dei conduttori. È dunque sensibile lo spostamento del numero di soggetti dai livelli di istruzione più bassi a quelli medi, con un aumento significativo anche dei laureati, che nel decennio sono duplicati, dovuto alla fuoriuscita dei capoazienda meno scolarizzati e dall’ingresso di nuove generazioni con livelli più alti di scolarizzazione. Tuttavia, rispetto agli altri settori produttivi, il ritardo dell’agricoltura è ancora forte4.

Tabella 3 - Titolo studio capo azienda 


Fonte: Istat

Le differenze a livello regionale non sono molto significative ad esclusione del nord-ovest, dove si riscontra una minore presenza di capoazienda con al massimo la licenza elementare, pari al 31,87%, a favore dei titoli di studio intermedi (scuola media, triennio professionale e maturità) e una più bassa presenza di laureati (5,32) rispetto alla media. Il nord-est presenta invece il più alto livello di capoazienda con qualifica triennale (9,74%), ma la quota più bassa di laureati (4,36%). Nelle isole, a fronte di una quota consistente di persone con al massimo la licenza media (40,6%) si riscontra la presenza di laureati superiore alla media (quasi 8%).
A livello di genere, la situazione si presenta in maniera differente a seconda dei livelli di istruzione: mentre sono di più le donne capoazienda con al massimo la licenza elementare (43,5%), quelle con il diploma di scuola superiore o la laurea sono nella media, con punte superiori al centro Italia e nelle isole.
Le differenze probabilmente sono riscontrabili in misura maggiore se si analizzano i dati tenendo conto delle strategie aziendali, come l’orientamento al biologico o alle produzioni di qualità. I dati disponibili permettono ad esempio un approfondimento riguardo alle aziende biologiche. Il livello di istruzione dei capoazienda risulta in questo caso più elevato: i soggetti che hanno al massimo la licenza elementare sono poco più del 17%, quelli con la licenza media quasi il 29%, i diplomati oltre il 32% e i laureati quasi il 17%. Un altro elemento che contribuisce alla formazione di un quadro relativo al capitale umano è quello dell’informatizzazione delle imprese agricole. Purtroppo il dato che fornisce il Censimento non è confortante: solo il 3,8 % delle imprese è informatizzato e risultano maggiormente informatizzate le imprese con salariati (16%) e altre forme di conduzione (20%) rispetto a quelle familiari (3,2%).
L’uso che si fa dello strumento informatico, inoltre, è molto limitato: le aziende utilizzano l’informatica prevalentemente per la gestione dei servizi amministrativi, meno di 30.000 aziende possiedono un sito web, meno di 11.000 vendono tramite commercio elettronico e poco più di 15.000 acquistano prodotti e servizi aziendali con questo mezzo. L’informatizzazione, dunque, che può essere un utile strumento di connessione con competenze, saperi e strumenti fisicamente lontani dall’azienda, è ancora sottoutilizzata. Le Ict, infatti, consentirebbero di intrecciare reti informali e relazioni formali, agevolando l’interazione sociale e la creazione di collaborazioni funzionali allo sviluppo delle imprese e dei territori.

Alcuni risultati economici

Per verificare gli eventuali effetti sulla performance economica delle caratteristiche del capitale umano è possibile far riferimento alla Rete di Informazione Contabile Agricola (Rica) nell’ambito della quale sono disponibili dati campionari relativi al capoazienda che consentono di correlare alcune variabili descrittive con i risultati economici5 delle imprese.
Il primo dato che emerge in maniera inequivocabile è la correlazione positiva fra il più alto livello di formazione scolastica e il miglior risultato economico. Nella tabella 4 è riportata la media triennale (2008-2010) del valore aggiunto per azienda confrontata con il titolo di studio dei capoazienda. Il risultato economico delle imprese il cui capoazienda ha la licenza elementare e la licenza media è al di sotto della media del valore aggiunto totale, mentre al crescere del titolo di studio la performance dell’impresa supera tale valore medio e migliora in maniera evidente. Lo stesso avviene con riferimento al titolo di studio tecnico-professionale (diploma triennale) rispetto al diploma di maturità (corso quinquennale); il biennio di istruzione in più determina un miglior risultato aziendale, anche se tale diploma non riguarda una specializzazione tecnica agricola.

Tabella 4 - VA per azienda per titolo di studio del capoazienda (media triennale 2008-2010), €, %


Fonte: Rica

Un dato di grande interesse è anche quello che riguarda il risultato economico delle imprese facendo riferimento sia al titolo di studio del capoazienda sia all’età. Dalla tabella 5 sembra emergere che per ogni livello di istruzione la performance delle imprese condotte da soggetti adulti e/o anziani sia migliore di quella di imprese condotte da soggetti giovani. Tale evidenza andrebbe sicuramente approfondita utilizzando strumenti di analisi più raffinati, tuttavia può consentire di formulare alcune considerazioni e ipotesi legate al tipo di conoscenza necessaria per una gestione di successo delle aziende. Probabilmente la conoscenza codificata e a derivazione scientifica promossa dal processo di istruzione scolastica, per diventare strumento di miglioramento dei risultati d’impresa, necessita di coordinarsi e connettersi con il contesto in cui l’azienda opera e con le modalità biologiche, economiche e sociali in cui le produzioni vengono realizzate.

Tabella 5 - Va per azienda per titolo di studio e età del capoazienda (media triennale 2008-2009-2010), €


Fonte: Rica

Infine, un aspetto che tradizionalmente riguarda la caratterizzazione del capitale umano è la differenza di genere e l’influenza che essa ha sui risultati economici dell’attività produttiva.
I dati campionari relativi alle rilevazioni Rica degli anni 2008, 2009 e 2010 (Tabella 6) evidenziano che la performance economica delle imprese condotte da donne è di gran lunga inferiore a quella delle imprese condotte da uomini. Il trend sembra migliorare nei tre anni, ma non cambia sostanzialmente. Questo dato, se da un lato conferma un fenomeno generale del Paese che vede le donne percepire un reddito inferiore agli uomini in ogni livello di impiego, dall’altro fa nascere interrogativi legati alle motivazioni strutturali e produttive che possono averlo determinato e quindi, come evidenziato precedentemente, richiederà approfondimenti ulteriori che in questa sede non è possibile realizzare.

Tabella 6 - VA per azienda per titolo di studio e genere del capoazienda (€) - confronto 2008,2009, 2010

Fonte: Rica

Gli strumenti di promozione e sviluppo del capitale umano

Le informazioni messe a disposizione dal VI Censimento e dai dati campionari Rica confermano e dettagliano alcune evidenze generali relative ai temi del capitale umano agricolo dibattute da tempo e emergenti anche da altri studi e indagini (Corsi, 2009; Giarè, 2009, Idda e Pulina, 2011; Vagnozzi, 2011).
In estrema sintesi, tale capitale è un elemento nevralgico per lo sviluppo reddituale delle imprese e per la crescita del benessere complessivo del settore agricolo, ha delle peculiarità che lo differenziano dagli altri settori produttivi, non necessariamente in chiave negativa, ma ha anche dei limiti strutturali. Infatti, lo stock potenziale di conoscenza, informazioni e abilità di cui è dotato è scarso e il dato anagrafico non consente di ipotizzare un incremento dello stesso, almeno nell’ambito del sistema pubblico di istruzione in quanto la gran parte dei capoazienda sono fuori dal normale percorso scolastico di formazione.
Sin dagli anni ’60 si è ritenuto che il ridotto livello di scolarizzazione della manodopera agricola fosse un problema da affrontare offrendo alle imprese un’attività di supporto che consentisse loro di ovviare alla conseguente carenza di conoscenze e abilità. Strumenti fondamentali per raggiungere tale obiettivo sono stati da sempre considerati la formazione professionale e i servizi di assistenza tecnica o servizi di sviluppo – nell’accezione degli anni ’90. Le politiche pubbliche nazionali, regionali ed europee li hanno sempre tenuti in agenda, con enfatizzazioni diverse nelle differenti fasi storiche, ma riservando comunque loro un ruolo e quote di finanziamenti.
Soltanto come esempio e senza alcuna ambizione di fornire un dato esaustivo sull’intero finanziamento pubblico6, per il periodo 2007-2013 il sostegno allo sviluppo rurale, realizzato nell’ambito delle politiche strutturali europee, ha assegnato alle azioni di formazione e di consulenza, da realizzarsi su tutto il territorio nazionale, un finanziamento totale di circa 619 milioni di euro pari al 3,5% del finanziamento complessivo previsto. Una media di 88 milioni di euro all’anno, distribuiti fra le regioni in modo difforme in quanto si va da 1,5 milioni del Molise a 35 milioni della Sicilia. Nei precedenti periodi di programmazione delle politiche comunitarie tale investimento ha avuto fortune alterne e si è passati dal ruolo cruciale rivestito nelle fasi 1989-1993 e 1994-1999 alla drastica riduzione di importanza determinatasi negli anni 2000-2006. Il documento Europa 2020 ha rimesso al centro della politica dell’Unione europea il tema dello sviluppo del capitale umano e la programmazione degli interventi per gli anni 2014-2020 prevede un aumento dell’importanza del tema e un conseguente incremento del peso finanziario.
Proprio all’avvio di una nuova fase di sviluppo è lecito chiedersi quali siano stati gli effetti di queste politiche, perché, rispetto ai dati censuari ed economici sopra riportati, sembra che tali interventi non siano stati risolutivi e se, e quali, correttivi apportare ai contenuti e alle modalità di azione. E’ chiaro che non esiste un nesso causale diretto e univoco fra condizione del capitale umano agricolo e azioni di formazione e di servizio e che il contesto in cui le imprese operano e producono ha un’importanza fondamentale, tuttavia la formazione professionale e i servizi tecnici/economici/sociali sono strumenti duttili, che agiscono con maggiore efficacia se armonizzati al contesto e che hanno la finalità precipua di rispondere alle esigenze e alla domanda di cambiamento degli utenti.
La risposta generale agli interrogativi posti potrebbe risiedere proprio nell’analisi delle caratteristiche peculiari degli strumenti di formazione continua e di servizio all’attività produttiva messi a disposizione di imprese e territori rurali. Le indagini7 svolte presso realtà regionali diverse con metodi sia quantitativi sia qualitativi hanno evidenziato che la loro efficacia viene fortemente ridimensionata da:

  • carenza di una strategia di intervento che parta dai bisogni reali e da indirizzi chiari di sviluppo determinata dalla grande frammentazione degli interventi, dalle numerose tipologie di soggetti abilitati, dalle diverse istituzioni pubbliche promotrici (Regioni con diversi Assessorati, Province con diversi Assessorati, Comuni, Camere di commercio ecc.);
  • proposta di contenuti tecnici standardizzati spesso non coerenti con le esigenze specifiche dei diversi imprenditori e solo raramente collegate alle questioni economiche e sociali che sempre si accompagnano all’acquisizione di nuove tecniche e nuovi sistemi produttivi;
  • complessità burocratica nell’attuazione delle attività di formazione e assistenza/consulenza le cui conseguenze più dirette sono l’irrigidimento delle modalità di attuazione e la ridotta capacità di spesa di questi interventi;
  • carenza di uno status professionale riconosciuto e stabile degli addetti che rende estremamente alto il turnover del personale e conseguentemente difficile una buona specializzazione metodologica.

E’ evidente, pertanto, che se si intende ripartire da formazione e servizi è indispensabile promuovere un forte ripensamento interno al sistema e predisporre supporti istituzionali coordinati che dirigano il cambiamento.

Riferimenti bibliografici

  • Bramanti A., Odifreddi D. (2006), Capitale umano e successo formativo. Strumenti strategie, politiche, Franco Angeli

  • Corsi A. (2009), Giovani e capitale umano in agricoltura, in Agriregionieuropa, n°16

  • Giarè F. (2009), Sviluppo rurale e capitale umano. L'esperienza Leader, in Agriregionieuropa, n. 5

  • Idda L., Pulina P. (2011), Impresa agricola familiare, capitale umano e mercato del lavoro, Franco Angeli

  • Nosvelli M. (2009), La misurazione del capitale umano: una rassegna della letteratura, Working paper Ceris/Cnr, n°2/2009

  • Vagnozzi A. (2011), I servizi di sviluppo a supporto della competitività gestionale e territoriale, Edizioni scientifiche italiane

  • 1. Per un approfondimento sulla presenza di giovani nel settore agricolo si veda in questo stesso numero di Are l’articolo di Cagliero e Novelli.
  • 2. I dati relativi al censimento del 2000 sono relativi ai conduttori, mentre quelli del 2010 si riferiscono ai capoazienda.
  • 3. Il dato riporta in forma aggregata i conduttori con diploma di qualifica professionale (triennio) e quelli con diploma di scuola media superiore.
  • 4. Il dato riporta in forma aggregata i conduttori con diploma di qualifica professionale (triennio) e quelli con diploma di scuola media superiore.
  • 5. Vengono utilizzati i dati relativi ai campioni 2008, 2009 e 2010, ciascuno dei quali è costituito da poco più di 10.000 aziende.
  • 6. Relativamente all’ambito della formazione e dei servizi per l’agricoltura, le informazione e i dati disponibili sono estremamente ridotti e frammentati rendendo molto difficile realizzare un quadro complessivo dei finanziamenti, dei soggetti erogatori e degli utenti.
  • 7. Mipaaf/Inea Progetto Interregionale Servizi di sviluppo, 2004-2007; Mipaaf/Inea, Progetto Saica – Condizionalità e fabbisogno di consulenza, 2009.
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