Aree rurali e nuovo civismo: modelli di lavoro nella ricerca di prospettive di futuro

Aree rurali e nuovo civismo: modelli di lavoro nella ricerca di prospettive di futuro
a Università di Pisa, Dipartimento di Scienze Veterinarie

Introduzione1

Le aree rurali sono esposte a trasformazioni dovute ai mutamenti dell’economia globale e dei consumi internazionali, alle prospettive di pressione sui suoli e sulle risorse naturali che mettono in discussione modelli organizzativi economici e sociali storicamente consolidati. La transizione in atto modifica le scelte degli imprenditori e dei soggetti pubblici verso direzioni molto diverse dalle prassi ordinarie e stimola la revisione di concetti alla base della creazione e distribuzione di valore economico, della organizzazione dei beni comuni, e dei ruoli giocati dagli attori pubblici, privati e del terzo settore.
Nel caso italiano, la crisi fiscale dello Stato e la messa in discussione dei sistemi di welfare accrescono le incertezze, nel mentre le stesse risorse per le politiche agricole comunitarie sono in discussione. Crisi di mercato e del welfare, revisione delle tecniche produttive in una logica di risparmio di risorse, erosione e frammentazione della struttura sociale, rappresentano alcune forze trainanti il cambiamento nelle aree rurali. Leggere queste circostanze alla luce di basi teoriche nuove è una possibile premessa da cui ripartire per articolare un pensiero organico e definire traiettorie robuste di creazione di futuro.
Da questa prospettiva, il lavoro s’inserisce nel dibattito teorico-concettuale sulla validità della teoria economica dominante e sulla necessità di ricondurre la riflessione economica nello spazio morale. L’obiettivo che si pone è di discutere il principio della teoria liberista, a cui s’ispirano le politiche di molti governi, secondo cui è necessario tenere distinti i comportamenti e i valori morali dei soggetti economici, e di proporre di indagare una visione dell’economia che guarda in modo nuovo al legame tra interesse privato e produzione di valori pubblici.
La “commistione” tra fini soggettivi dell’attore economico e vincoli oggettivi dell’individuo comporta: il superamento della validità dell’interpretazione individualistica dell’azione economica dei soggetti economici e l’affermazione di una visione virtuosa del Mercato (Bruni, 2012), alla cui base valori morali, di reputazione e meccanismi basati sulla fiducia, sul dono e sulla reciprocità, generano innovazione nella creazione contestuale di beni privati e pubblici.
Addentrarsi in queste tematiche implica:

  • una modifica nel linguaggio economico tradizionale e l’adozione di categorie di pensiero inerenti la salvaguardia dell’ambiente, la tutela della salute, la soddisfazione dei lavoratori, gli interessi delle collettività su cui ricadono gli effetti dell’azione economica dell’impresa, valori che entrano a pieno titolo nella performance dell’impresa stessa;
  • la definizione di un campo comune in cui conciliare gli obiettivi economici dell’impresa con quelli più spiccatamente sociali per affermare condotte ispirate alla “socialità dell’azione economica”;
  • la ricerca di attori portatori di attitudini volte al bene comune e alla riproduzione dei valori fondanti il benessere collettivo.

Ne segue l’apertura di uno spazio dell’agire basato sull’interdisciplinarietà tra le scienze sociali, nella convinzione che la ricerca dell’interesse privato sia una delle forze propulsive dell’attività d’impresa, che affianca anche le motivazioni dell’imprenditore e le relazioni interpersonali e istituzionali nel contesto sociale in cui si opera.

La produzione e la distribuzione di valore: conciliare efficienza ed equità

Il rapporto tra economia ed etica si è imposto negli studi socio-economici muovendo dall’astrattezza dei postulati di base su cui si fonda la teoria economica ortodossa. Gli economisti neoclassici, rifacendosi a Smith, sostengono che il Mercato è regolato dall’armonia degli interessi e dall’azione di una mano invisibile che, in modo imperscrutabile e non intenzionale per il singolo, combina le esigenze individuali e il benessere collettivo. Tale postulato rende inutili iniziative di enti sovra-personali volte a correggere effetti non auspicabili di azioni economiche individuali, e valuta come controproducenti le azioni filantropiche delle imprese. Le critiche a questo assunto neoclassico sono molteplici; tra le altre, si obietta che:

  • l’armonia degli interessi, più che un risultato, è una condizione affinché il mercato possa operare per realizzare l’interesse collettivo. Sen, partendo dal pensiero di Smith - secondo il quale l’economia è fatta di individui con interesse comune allo scambio che il mercato dà loro la possibilità di perseguire senza fallimenti -, sostiene che gli individui hanno anche interessi contrastanti. Tuttavia, “non è compito del mercato risolvere questi conflitti…. in quanto il meccanismo di mercato è congegnato in modo da assicurare che siano sfruttati gli interessi convergenti di individui egoisti, mentre non lo è per risolvere in modo equo anche i conflitti” e “la ripartizione dei benefici effettuata dal mercato tende a riflettere i rapporti di forza economici dei diversi individui…“ (Sen, 1983; Orsini, 2006); sotto il piano dell’equità, quindi, promuovere un’economia basata esclusivamente sulle regole del libero mercato rischia di supportare implicitamente gli interessi economici dei più forti;
  • questo esito armonioso fallisce nel mercato dei beni posizionali, beni il cui consumo consente di occupare una certo status nella scala sociale. L’economia posizionale, rispetto a quella materiale, è destinata ad ampliarsi con la concentrazione della ricchezza e, quindi, l’area in cui si realizza l’armonia degli interessi individuali è destinata a ridursi e con essa la teoria della mano invisibile che la sottende (Hirsch, 1976; Orsini, 2006).

Alcuni autori, pur nella sfera dell’economia di Mercato, guardano agli effetti che il modello economico dominante ha sulla società, sul piano dell’equità e dei modelli sociali di riferimento. Si osserva, così, come l’attuale modello di società si basi sulla dicotomia Mercato – Stato, un modello, cioè, che – in un sistema di norme predefinite – consente lo svolgimento di un gioco economico che assicura benefici ai soggetti che riescono a essere attivi nei processi economici (Zamagni, 2008). I più deboli, spesso esclusi, sarebbero tutelati dall’azione pubblica, volta a compensare esiti socialmente negativi associati all’agire del Mercato. In questo sistema dicotomo, Stato e Mercato hanno compiti distinti: il Mercato quello di produrre ricchezza in modo efficiente, lo Stato di re-distribuirne una quota e garantire livelli di equità socialmente accettabili. A rimanere irrisolto è il livello di equità accettabile e il trade–off tra efficienza e equità; ossia, tra lo spazio da lasciare al Mercato per la produzione della ricchezza e quello dello Stato per la sua distribuzione. Peraltro, l’apertura dei mercati dei capitali e la mobilità delle imprese rompe la visione tradizionale del rapporto economia-società e crea separazione spaziale tra produzione e territorio. Così, la stessa distribuzione da parte dello Stato della ricchezza prodotta dalle imprese non è più logicamente conseguente alla sua generazione, gettando le basi per la rottura dei patti nazionali fino ad oggi vigenti.

La riformulazione delle teorie economiche in uno scenario mutevole

La teoria, di fatto, cerca nuovi modelli di lavoro, capaci di ripensare il ruolo tra pubblico e privato e il rapporto tra produzione e distribuzione del valore. Aspetti che riguardano tanto le risorse ambientali, quanto quelle sociali. Dal punto di vista ambientale, la salvaguardia e la rigenerazione del capitale naturale, specie in un globo che mostra evidenti segni di finitezza, richiede l’adozione di modelli produttivi meno dissipativi nell’uso di risorse non rinnovabili e, nelle scelte di consumo, di comportamenti improntati su una maggiore sobrietà, specie per quelli con un’impronta ecologica più elevata. Dal punto di vista della rigenerazione delle risorse territoriali e paesaggistiche, poi, il fallimento del mercato si scontra con la difficoltà di azione dello Stato. In questa direzione, anche nella valorizzazione della multifunzionalità agricola, l’adozione di logiche di co-governance pubblico-private e di coordinamento delle azioni sui territori ha implicazioni che portano a un profondo cambiamento nelle attitudini di lavoro, degli attori pubblici come di quelli privati. Dal punto di vista sociale, la crisi fiscale dello Stato getta dubbi consistenti sulla tenuta dei meccanismi di welfare pubblico che hanno consentito la tenuta di una coesione sociale estesa sui territori e tra gli strati sociali. In questo quadro, già le teorie sulla Responsabilità Sociale d’Impresa guardano il comportamento di agenti economici che, pur con scelte ottimizzanti il profitto d’impresa, decidono volontariamente di darsi vincoli aggiuntivi per dialogare attivamente con i propri portatori d‘interesse, instaurando relazioni economiche improntate alla socialità, al rispetto ambientale e all’adozione di temi tradizionalmente ritenuti estranei alla sfera economica. Più in profondità, i filoni di ricerca che indagano i rapporti tra economia ed etica nella letteratura economica si riferiscono a modelli teorici i cui principi non negano la legittima aspirazione alla realizzazione dell’interesse privato ma, allo stesso tempo, non relegano gli individui al semplice ruolo di “agenti massimizzanti”. In questo sentiero opera il tema dell’Economia Civile (Zamagni, 2011; Bruni, 2012), che adotta una prospettiva attraverso cui interpretare l’economia, a partire anche da principi fondanti quali quelli della fraternità e della reciprocità, per umanizzare il mercato. I temi che differenziano l’EC dalla teoria neoclassica, riguardano, tra l’altro:

  • una diversa concezione del mercato, visto come “modello al quale chiedere conto non solo dell’efficienza, ma anche della capacità di includere e di avvalorare tutto l’uomo nelle sue plurime dimensioni”. Stimolare atteggiamenti pro-sociali e di reciprocità accresce l’efficacia di sistema “riducendo sostanzialmente il livello dei costi di transazione connessi al suo funzionamento e, soprattutto, in modo più soddisfacente per tutti” (Zamagni, 2008);
  • la negazione dell’interesse privato come fine ultimo dell’agire economico, sostenendo che in sistemi economici avanzati possano convivere imprese capitalistiche e civiche, quest’ultime basate sul principio della reciprocità (Zamagni, 2008). A tal fine, sono riletti concetti storicamente noti nel pensiero economico che distinguono tra il bene totale (fine ultimo dell’economia capitalistica) e bene comune (concetto proprio dell’economia civile). Il bene totale è dato dalla sommatoria delle utilità dei singoli individui e ha, come corollario, che, in una logica paretiana, il bene di alcuni possa essere annullato, pur rimanendo positiva la somma di quello detenuto dai restanti individui. Così, il rapido arricchimento di pochi e la crescita del Pil di un Paese può convivere con condizioni di aumento della povertà e dell’emarginazione. Il bene comune, invece, si ottiene come prodotto del livello di benessere dei singoli; motivo per cui, il venir meno anche di uno solo dei livelli di benessere finisce per annullarne il livello;
  • la necessità per l’economia di creare, accanto a beni materiali, una gamma di beni relazionali. “Beni la cui utilità per il soggetto che li consuma dipende, oltre che dalle sue caratteristiche intrinseche, anche dalle modalità di fruizione degli altri soggetti”; sono esempi di beni relazionali: l’amicizia, la fiducia, la felicità, i rapporti familiari (Zamagni, 2011). La creazione di beni di relazione avviene in modo diverso da quello dei beni privati e apre spazi in cui operano attori economici che vedono la reciprocità come integrante la loro attività, sia nel caso di imprese profit sia nel caso di imprese non profit (Zamagni 2011) che riorganizzano la creazione di valori economici, sociali ed ambientali della comunità.

Lo sviluppo rurale italiano: questioni aperte

La riflessione sui modelli teorici dell’economia si intreccia con l’evoluzione del settore agricolo e delle comunità rurali. Le aree rurali italiane hanno vissuto fasi di grande cambiamento con l’evoluzione del Paese. Alla modernizzazione e alla ventata produttivistica avviata dalla Pac è seguito un lento e progressivo spostamento verso teorie e sentieri di sviluppo rurale. I modelli teorici sono stati diversi: alcuni hanno visto lo svuotarsi dei significati produttivi a vantaggio di taluni di natura più strettamente ambientale (Lowe, 1995); altri, legati alla multifunzionalità e alla diversificazione aziendale, hanno visto l’emergere di una “Nuova Teoria dello Sviluppo Rurale” (Ntsr) Van der Ploeg, 2002) o il riferimento a un vero e proprio “Modello Territoriale di Produzione” (Mtp) (Ray, 1998) capace di rileggere le risorse materiali (biodiversità, tipicità, caratteristiche paesaggistiche) e immateriali della ruralità (conoscenze tacite, tradizioni, identità) nell’avvio di processi innovativi di creazione di valore; altri ancora, più recenti, guardano a una prossima svolta neo-produttivistica volta a rispondere alla crescente pressione generata dalla domanda di cibo. Non è qui la sede per entrare nel merito di tali modelli teorici. E’ utile, però, riflettere sul modo in cui ciascuno di essi legge i rapporti tra produzione e riproduzione e tra interesse privato e beni comuni. La modernizzazione, per prima, rompendo la vita delle comunità rurali, ha introdotto la separazione tra l’azione imprenditoriale dei privati dalla loro vita civile, la partecipazione alla creazione della ricchezza nazionale e, di contro, l’emergere del ruolo dello Stato a tutela degli interessi dei più deboli e della coesione sociale e territoriale. Ciò è avvenuto, anche grazie al ruolo politico svolto dalle organizzazioni professionali che hanno rivendicato con forza l’ingresso dei contadini nel ceto imprenditoriale e la diffusione dei sistemi di welfare pubblici in agricoltura e nelle aree rurali al pari degli altri settori produttivi e delle aree urbane. Da quel momento in poi, i modelli di sviluppo rurale hanno dato per scontata la presenza attiva dello Stato, muovendosi ordinatamente nel filone economico neoclassico. Anche il “Ntsr”, al pari del “Mtp”, pur dando rilievo all’uso di beni immateriali pubblici – culturali, identitari, di biodiversità- nei processi di creazione di valore, e legando le traiettorie di sviluppo alle risorse del sistema locale, mai si pone il tema della distribuzione del valore privato creato. Un esempio è dato da membri della comunità che, pur mettendo a disposizione risorse immateriali utili ai processi produttivi, come nel caso degli agricoltori anziani, a questi non prendono parte attiva. Il ritirarsi dello Stato a seguito della crisi del debito pubblico svela le parzialità dei modelli di sviluppo rurale seguiti e, in Italia, apre le porte a profondi mutamenti del vivere civile in questi territori. Dove i processi economici hanno avuto un’evoluzione stentata, il venir meno dell’azione redistributiva pubblica –dai servizi, al lavoro nelle pubbliche amministrazioni, fino ai pagamenti pensionistici- limita progressivamente la vita economica e sociale locale, generando le premesse per l’erosione della società e del vivere civile. Dove i processi economici sono più vitali, l’erosione della rete di protezione sociale mina l’esistenza delle stesse attività produttive, riduce il ricambio d’impresa e l’insediamento di giovani famiglie, rende difficile l’integrazione di nuove persone. Il mutamento della struttura sociale nelle campagne apre le porte a forme inedite di creazione/estrazione di valore, che non escludono lo sfruttamento delle risorse umane e ambientali. Per questo è inattuale che il confronto sulla Pac si centri sul tema della cross-compliance ambientale2 senza, invece, riflettere sulla cross-compliance esistente tra sviluppo economico e sviluppo sociale nelle aree rurali. Quest’asimmetria può essere sanata tramite forme di organizzazione in cui trovano spazio modelli produttivi capaci di creare, allo stesso tempo, valore economico e sociale. La diffusione di pratiche agricole innovative, di economia civile, capaci di agire “per progetto”, e di fare della sostenibilità ambientale e sociale un obiettivo subordinato alla sostenibilità economica, rappresenta, quindi, un possibile sentiero di lavoro capace di ridare robustezza ai sentieri di sviluppo rurale.

Riprovare a leggere lo sviluppo rurale

Le aree rurali italiane sono esposte a cambiamenti non sempre evidenti che le allontanano sia dall’ipotesi dell’idillio rurale, sia dalla diffusa retorica della competitività, sia, ancora, da una – non sempre compresa - produzione di amenità ambientali. In realtà, le aree rurali sono esposte a flussi di mobilità di risorse fisiche, immateriali, di persone che ne modificano le traiettorie e rimescolano strati sociali (abitanti locali, migranti, nuovi contadini, abitanti di seconde case) diversi per ceti ed età. La possibilità di scambiare informazioni anche tramite supporti elettronici e di stabilire inedite alleanze - tra abitanti rurali e tra questi e i consumatori e i ceti urbani – alimenta tali cambiamenti. Nell’analisi sociologica Castells (1998) ha posto attenzione ai flussi di risorse che attraversano le località e, al contempo, alla rilevanza per i sistemi d’impresa e territoriali di captarli. Sono flussi di risorse quelli dei capitali pubblici e privati che possono essere attratti nei territori, ma anche quelli dei lavoratori, o, sul fronte dei mercati, quelli del turismo o delle nuove residenze o della domanda internazionale di prodotti. I flussi si sovrappongono agli stock -aziendali o locali- di capitale naturale, sociale, umano, economico, alla dotazione di risorse materiali e immateriali, cioè, disponibile nel sistema locale. Nelle aree rurali, la comprensione del modo in cui flussi e stock s’interfacciano grazie all’operare degli attori rurali, offre chiavi di lettura utili per comprendere i percorsi di cambiamento in atto. Così, la prevalenza di attori che vedono/gestiscono i soli stock locali/aziendali di risorse espone questi stessi, come il territorio di riferimento, a rischio di esclusione sociale ed economica (ad esempio gli imprenditori locali, spesso anziani e isolati, con scarsa conoscenza dei mercati innovativi, nazionali o internazionali). Nella stessa condizione si trovano quegli attori che si muovono in una sola logica di flussi e che per questo possono risultare schiacciati dall’assenza del legame con il territorio e delle sue risorse (è il caso dei migranti che vivono la rottura delle proprie identità e che finiscono per essere dipendenti da mercati del lavoro non sempre trasparenti). Al contrario, la capacità di gestire la connessione tra gli stock di risorse della località con i flussi di risorse che queste attraversa – mercati finanziari, lavoro migrante, intercettazione di mercati di consumo extra-locali, del turismo- rappresenta una chiave di lettura dello sviluppo della ruralità. Ciò, però, non avviene secondo percorsi sempre equi e inclusivi. Quando la connessione tra flussi e stock è gestita per la sola massimizzazione dell’interesse privato, la capacità di intercettare opportunità esterne può favorire meccanismi di estrazione dagli stock locali di risorse - spesso di natura pubblica - senza assicurarne rigenerazione e continuità. Una spirale che si accentua quando gli attori coinvolti non sono radicati nel sistema territoriale e operano su scala sovralocale. L’estrazione di valore locale e il venir meno di meccanismi territorialmente equi di redistribuzione, restringe tanto la partecipazione collettiva alla creazione di valore, quanto l’accesso a servizi e ad azioni redistributive pubbliche. Le condizioni di deprivazione territoriale che ne conseguono favoriscono insediamento di soggetti socialmente più deboli, tra cui i migranti. Il ruolo del pubblico si ritira e il sistema privato, di fronte a regole di economia basate sui soli comportamenti individuali, cerca soluzioni possibili, spesso poco organiche, efficienti ed eque. Ne consegue una segmentazione delle comunità rurali e un processo di nuova instabilità che genera condizioni ben distanti dai livelli economici e sociali di relativa equivalenza alle condizioni di vita urbane faticosamente conquistati nel tempo, grazie al diffondersi, negli anni dello sviluppo economico, di nuove attività come dei sistemi di welfare. Quella del lavoro migrante, oggi, in molte aree rurali italiane, sta diventando una metafora centrale nello sviluppo rurale. I nuovi abitanti, infatti, oltre a dare supporto ai processi economici, assicurano risposte alla crisi dei servizi. Nel primo caso, se contrattati fuori dei contratti vigenti, contribuiscono a prolungare la vita di quelle imprese che operano sui soli stock locali, ovvero, consentono un miglioramento del processo di estrazione di valore dalla località da parte di imprese opportuniste. Nel caso dei servizi alla persona, invece, a fronte di una carenza di innovazione e della rigidità delle regole dei sistemi socio-sanitari che li porta verso i centri più popolosi, il lavoro migrante – attraverso il fenomeno delle badanti - va a coprire sia le disfunzioni pubbliche, sia la perdita dell’unità famigliare. La risposta a queste tendenze è tutt’altro che semplice e passa attraverso un cambiamento profondo delle routine di lavoro esistenti, capace di coinvolgere gli attori del territorio pubblici e privati, del mondo delle imprese come della società civile. L’agenda del cambiamento è dettata dalla ricerca di nuove interdipendenze collettive e dalla capacità di mobilizzare in modo innovativo le risorse che i territori hanno legandole, a vantaggio del sistema locale, con le dinamiche di cambiamento sovra-locali. Affinché ciò avvenga è necessaria, accanto al rafforzamento della governance locale, l’apertura di nuove prospettive di collaborazione pubblico-privata in una logica di co-governance. Amministrare, in assenza di risorse pubbliche significa reimmergersi nella società civile e nel sistema delle imprese per immaginare e costruire soluzioni alternative condivise. Ciò avviene lì dove, non senza fatica e impegno, si realizza nuova conoscenza collettiva relativamente al sentiero di cambiamento da intraprendere e, più operativamente, rispetto al modo attraverso cui su aspetti specifici, si riorientano attitudini, comportamenti, risorse con l’intento di continuare a costruire valore economico e pubblico. Ad esempio, la costruzione di una piccola centrale a biomasse capace di bruciare residui legnosi della lavorazione del bosco o di altre colture arboree in zone a rischio di degrado ambientale per riscaldare uffici pubblici, fa risparmiare risorse che possono essere assegnate alle imprese per collaborare ad alimentare quella stessa centrale e a mantenere il presidio ambientale. Ovvero, l’organizzazione di servizi alla persona valorizzando le risorse –spazi e capacità di accoglienza – che le aziende agricole hanno, permette di dar vita a nuove attività di inclusione e di servizio di cui le aree rurali hanno disperato bisogno, azioni che possono trovare compensazioni mediante nuovi scambi di prestazione interni alla comunità, ovvero mediante riconoscimenti monetari diretti da parte pubblica o privata. Esempi tipo quelli descritti, però, implicano lo stabilirsi di nuove sedi di decisione aperte alla collaborazione pubblico-privata, l’adozione di attitudini improntate alla responsabilità e a una logica di interdipendenza, la gestione di nuove regole di lavoro ibride tra diversi attori e la rottura di molti degli steccati specialistici che frenano l’innovazione a favore delle rendite di posizione corporative. Questo processo di cambiamento, mutatis mutandis, attraversa trasversalmente sia le aree urbane in crisi sia quelle rurali, abbracciandole nella ricerca di nuovi meccanismi di creazione di valore pubblico e privato e di una gestione di una difficile transizione di modello che, se non proattivamente guidata, può generare esiti di forte arretramento del vivere economico e civile.

Ricostruire la ruralità contemporanea

Le aree rurali cambiano rapidamente, più di quanto sappiamo cogliere. L’impressione è che le trasformazioni in atto rappresentino solo una piccola parte di quelle a venire. Aspetti innovativi tra cui: la diffusione della multifunzionalità e della diversificazione agricola, il rafforzamento delle filiere nazionali e internazionali, l’insediamento di giovani agricoltori, la creazione di nuova occupazione agricola, seppure incoraggianti e positivi, non disegnano, da soli, un quadro organico coerente rispetto alla creazione di futuro robusto per le aree rurali. L’impressione è che il cambiamento vada affrontato con modelli teorici e operativi nuovi, capaci di mediare l’interesse individuale con una visione di più armonica partecipazione alla creazione di un destino comune. Le stesse organizzazioni del mondo agricolo, stanno attivando nuove riflessioni, meno parziali ed economiciste. Esse rivendicando il ruolo non solo produttivo del mondo agricolo, chiedendo, così, il riconoscimento dei beni pubblici assicurati alla collettività. Allo stesso tempo, consapevoli che la reputazione e la partecipazione estesa degli agricoltori alla vita, non solo economica, della società possa giocare a favore degli stessi, richiamano i valori dell’etica e della partecipazione civica. Gli agricoltori, come altri ceti, valutano la loro vita in termini di dignità economica e sociale. In questa prospettiva la partecipazione attiva alla vita della comunità, la creazione di più fitte interdipendenze sociali, oltre che di mercato, assicura loro una migliore stabilità per il futuro. Nei percorsi di sviluppo rurale, e, più in generale, nei sistemi locali, la mobilizzazione delle risorse locali, tra cui quelle dell’agricoltura, a fini non direttamente produttivi, rappresenta un’innovazione sociale ancora poco affermata, anche in ambito comunitario. La riflessione, tutt’altro che teorica, sull’economia e sull’agricoltura civica, oggi, trova esiti operativi su scala territoriale. In molte aree si stanno, con fatica, organizzando risposte capaci di creare, allo stesso tempo, valore economico, ambientale e sociale, pubblico e privato. Sentieri che si caratterizzano per una complessità sovra-settoriale, che porta il mondo agricolo a dialogare attivamente con nuovi attori privati e pubblici per innovare il modo di assicurare vitalità al sistema locale, anche nella produzione di beni pubblici. Esperienze ibride di coordinamento di servizi di protezione e gestione ambientale, ovvero, di servizi alla persona, e non solo, pratiche realizzate tramite meccanismi di co-produzione collettiva grazie a una regia pubblica, anch’essa profondamente rinnovata. Gli esempi mostrano un diverso rapporto tra mondo dell’impresa, attori pubblici e comunità locali, dove la responsabilità e la creazione di condizionalità inedite si realizza, non tanto attraverso il solo riconoscimento economico da parte di politiche pubbliche, quanto, con l’attivazione di nuove economie di compensazione e il riconoscimento indiretto, via mercato, dei valori della reputazione delle imprese civiche. Ciò di cui abbiamo bisogno, oggi, è una nuova lettura, analoga a quella che Emilio Sereni operava individuando nei rapporti sociali, politici ed economici gli elementi del cambiamento del nostro paesaggio agrario. Una lettura, oggi, da realizzare in modo pro-attivo, per leggere le contraddizioni e trovare le soluzioni utili alle trasformazioni e alle difficoltà che le campagne vivono. Al dialogo più stretto tra mondo della ricerca, imprese, istituzioni, cittadini spetta il ruolo di co-produrre una nuova agenda e possibili percorsi, ipotizzando organizzazioni ibride, definendo soluzioni “tutti vincenti” grazie alla costruzione plurale di nuove visioni e conoscenze, rompendo barriere settoriali e disciplinari che oggi bloccano innovazione utile per definire un modello più comprensivo e organico di sviluppo rurale.

Riferimenti bibliografici

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  • Zamagni S. (2011), “Economia civile e nuovo welfare“, Rivista italianieuropei n. 3, Fondazione italianieuropei

 

  • 1.

    Dipartimento di Scienze Veterinarie, Università di Pisa. Il lavoro è il frutto della collaborazione e della discussione comune. In particolare, l’introduzione è opera congiunta degli autori. Gli ultimi tre paragrafi sono stati scritti da Francesco Di Iacovo. Vincenzina Colosimo ha elaborato i rimanenti

  • 2. Al riguardo viene addotto il fallimento del mercato in campo ambientale e l’esigenza di agire politiche specifiche a vantaggio di tutta la società, in primis delle aree urbane. Questo tipo di compliance, in realtà, ha avuto scarsa efficacia e, almeno in Italia, il fallimento è reso evidente dalla scarsa attenzione delle politiche ambientali e della pianificazione territoriale al riguardo.
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