Le statistiche tributarie: una lente deformata ma necessaria per l’analisi del mondo agricolo

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Le statistiche tributarie: una lente deformata ma necessaria per l’analisi del mondo agricolo

Introduzione

In tutte le analisi economiche quando si abbandona il livello di aggregazione proprio della struttura della contabilità nazionale si ha la necessità di disporre di informazioni statistiche che siano in qualche modo coerenti con la prima e sufficientemente disaggregate per tener conto di particolari variabili. Generalmente parlando informazioni del genere sono disponibili per quanto riguarda il mondo delle imprese per quasi tutti i settori di attività economica, ma un’eccezione notevole è costituita dal mondo agricolo in cui la carenza di informazioni, a livello disaggregato, coerenti con le variabili economiche proprie della contabilità nazionale, è particolarmente significativa, anche se in questi ultimi anni la situazione è decisamente migliorata, pur senza raggiungere la ricchezza e di quelle relative ad esempio alle imprese industriali e commerciali.
In altre parole mentre si possiedono sufficienti informazioni sulla struttura tecnica (SAU, unità di lavoro, attrezzature ecc.) dell’impresa agricola molto più carenti sono le informazioni di natura economica o organizzativa, tant’è che il dibattito sulla definizione e sul numero delle imprese, iniziato a dir poco negli anni ottanta, continua ancora oggi in modo ricorrente.
Sostanzialmente l’unica fonte che, a livello di impresa, offra congiuntamente informazioni sia di carattere sia strutturale che economico è l’indagine campionaria RICA-REA svolta in collaborazione tra l’INEA e l’ISTAT, i cui dati di base, riportati a livello dell’universo, sono pubblicati annualmente, con un ritardo di circa due anni (l’ultima disponibile si riferisce al 2008)1 .
L’indagine ha comunque dei limiti in quanto è carente per quanto riguarda le informazioni sugli investimenti, lo stock di capitale e gli ammortamenti, mentre a livello regionale, ci si limita a considerare, almeno nella parte resa pubblica la produzione, il valore aggiunto e le ULA, senza ulteriori particolari incroci.
Molto diverso invece si presenta il panorama desumibile dalle statistiche tributarie, con particolare riguardo a quelle relative alle dichiarazioni, che debbono essere presentate ai fini delle principali imposte come l’IRPEF, l’IRES, l’IVA e l’IRAP e che ovviamente si riferiscono all’universo dei contribuenti2 .
In linea di principio è possibile descrivere completamente il mondo agricolo sia nei suoi aspetti demografici e sociali sia nei suoi aspetti produttivi, ossia le stesse fonti permettono di identificare la famiglia agricola e l’imprenditore agricolo praticamente in tutte le loro caratteristiche, sia a livello nazionale che regionale. I dati sono disponibili con cadenza annuale e con un ritardo di circa un anno (l’ultimo disponibile è il 2009). Ci sono ovviamente dei limiti, costituiti da un lato dal problema dell’evasione, che nel settore agricolo è piuttosto imponente e dall’altro dalla caratteristica che le variabili economiche sono filtrate attraverso la normativa tributaria, che solo in parte riflette le definizioni aziendali o di contabilità nazionale.
Infine anche in questo caso non tutte le informazioni sono rese pubbliche, ma la parte accessibile è comunque molto cospicua ed articolata.
Si può così avere un quadro parzialmente deformato, ma molto ricco della realtà del mondo agricolo ed in questo lavoro se ne darà un esempio con riferimento al peso relativo delle diverse tipologie di imprese nella struttura produttiva, un argomento oggi particolarmente in discussione, anche a livello della politica fiscale.

Chi sono e quanti sono gli “imprenditori agricoli”

Nelle statistiche tributarie, così come organizzate dal Dipartimento delle Finanze, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, gli imprenditori “agricoli” (persone fisiche e società) sono identificati con coloro, che tenuti a un minimo di contabilità ai fini dell’IVA, hanno dichiarato di svolgere la loro attività prevalente nei settori dell’agricoltura, della caccia e della silvicoltura.
Se per questo aggregato si prende in considerazione il decennio 2000-2009 emergono, dal punto di vista delle caratteristiche strutturali, alcuni elementi significativi in parte già noti ed in parte relativamente sconosciuti almeno in un quadro così organico.
Nella tabella 1 è indicato il numero delle imprese agricole, così come sono state definite, nonché la loro ripartizione nelle tradizionali forme organizzative dell’impresa individuale, delle società di persone e delle società di capitali e la quota del volume d’affari (una variabile abbastanza sovrapponibile al concetto economico di produzione) loro spettante.

Tabella 1 - Numero delle imprese agricole e quota del volume d'affari

Fonti: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni

In primo luogo si può osservare come le imprese individuali costituiscano dal punto di vista numerico la stragrande maggioranza, ma a partire dal 2004 sono in pressoché costante diminuzione, mentre si assiste al fenomeno opposto per le società di capitali. Tra queste le impresea responsabilità limitata sono state in tutto il periodo in continua crescita fin quasi a raddoppiare nel 2009.
Ma le società di capitali non rappresentano soltanto un settore dinamico dal punto di vista numerico; se si guarda al loro peso economico in termini di volume d’affari, esso è pari mediamente ad oltre il 45% del totale, percentuale che sale al 65% se si prendono in considerazione anche le società di persone.
In altre parole le imprese individuali non solo sono mediamente piccole, ma il loro peso nell’aggregato è relativamente modesto.
Un quadro del genere è certamente diverso da quello che si può leggere nelle statistiche “ufficiali”; secondo quanto pubblicato dall’Istat3 il peso delle società, non distinte per tipologia giuridica, è stato, in termini di fatturato, mediamente pari al 30% nel periodo considerato ed è andato diminuendo negli anni più recenti; le differenze tra le due rappresentazioni si possono ricondurre a motivi di ordine concettuale ed a problemi di carattere “meramente” statistico.
Per quanto riguarda i primi rilevano la definizione di “impresa agricola” da un lato ed il trattamento delle cooperative di trasformazione (tributariamente considerate come società di capitali) dall’altro.
Per il 2008 l’Istat censiva 1.630.000 “aziende”, di queste il 67,9% aveva un fatturato inferiore a 10.000 euro, per una quota pari al 7,3% ed un valore medio di 2500 euro. Dato il basso livello di produzione quest’ultime quindi andrebbero escluse dalla definizione di impresa, ed in tal caso si torna all’ordine di grandezza dei dati tributari, almeno sul piano meramente numerico.
Il caso delle cooperative è invece di carattere meramente definitorio, in quanto nella classificazione italiana (ma non in quella europea) sono escluse dal settore agricolo, di cui invece fanno parte nelle statistiche tributarie; poichè il loro peso è comunque rilevante, arrivando a coprire circa il 33% del volume d’affari complessivo, il loro trattamento va uniformato per rendere le due rappresentazioni più comparabili.
Gli aspetti statistici che peraltro hanno non indifferenti risvolti economici riguardano da un lato il peso dell’economia sommersa, che nel settore agricolo è stato stimato negli ultimi anni intorno al 30% del valore aggiunto e dall’altro il fatto che nel volume d’affari delle società, sia di persone che di capitali è inclusa una quota dell’ordine del 20%, di natura non agricola, come si evince indirettamente dalle statistiche relative all’IRAP.
Comunque i dati che si hanno a disposizione, sia di fonte Istat che di natura tributaria, non consentono una corretta omogeneizzazione delle due rappresentazioni soprattutto perché rimane irrisolvibile il nodo della distribuzione del sommerso per tipologia d’impresa.
Peraltro se, forzando un po’ le cose, il suo valore viene integralmente attribuito alle imprese individuali e si operano le altre correzioni indicate il peso delle società in termini di volume d’affari si riduce, ma rimane sempre intorno ad una media del 35%, un valore ancora superiore a quello dei dati originali dell’Istat, con tendenza ad aumentare negli ultimi anni perché le società sembrano aver resistito meglio alla crisi.
Ma l’insieme delle imprese individuali anche limitatamente a quelle così definite nelle statistiche tributarie è tutt’altro che omogeneo; se lo si analizza più in dettaglio, l’immagine di un mondo agricolo, in cui il peso economico delle forme d’impresa più grandi e più organizzate è particolarmente elevato, ne esce ancor più rafforzata.

Le imprese individuali: un mondo duale

La rappresentazione tributaria degli imprenditori individuali, potrebbe essere sintetizzata con due espressioni: un mondo di pensionati dal punto di vista sociale, un mondo di piccoli dal punto di vista della produzione.
Il primo aspetto è abbastanza noto ma le statistiche tributarie, come si vede nella tabella 2, lo mettono maggiormente in evidenza.

Tabella 2 - Distribuzione deglli imprenditori individuali per classi di età

Fonti: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni

Tra il 2000 ed il 2009 la percentuale di “agricoltori” nella fascia di età superiore ai 64 anni è aumentata di quasi cinque punti percentuali e di altrettanto è diminuita quella relativa alla fascia di età compresa tra i 25 ed i 44 anni.
Ma c’è di più; nel 2009 gli agricoltori che percepivano un reddito da pensione o da lavoro dipendente erano pari al 63% del totale, ancora cinque punti percentuali in più rispetto all’analogo valore di dieci anni prima.
In via generale si potrebbe dire che per gli “agricoltori” il reddito che ricavano dall’attività agricola non è in termini quantitativi il loro reddito principale; tale affermazione non può essere completamente dimostrata perché la determinazione del reddito su base catastale, che riguarda, come si è visto, la stragrande maggioranza degli imprenditori individuali, falsa irrimediabilmente la composizione del reddito complessivo ad essi spettante. Nel 2007 anno per cui le statistiche tributarie pubblicate sono maggiormente disaggregate, i redditi agricoli che comprendono anche una quota di redditi a determinazione effettiva, costituivano appena il 20% del reddito complessivo; tuttavia se si fa una simulazione attribuendo agli agricoltori una redditività, rispetto al volume d’affari, analoga a quella delle società di persone in contabilità semplificata (una tipologia d’impresa molto simile a quella individuale) la percentuale sale al 35%, valore da confrontare con quello delle imprese individuali degli altri settori di attività, in cui il peso del reddito della “gestione caratteristica” non è mediamente inferiore al 65%.
Ma all’interno di questo aggregato esiste un nucleo molto diverso la cui importanza economica è particolarmente significativa, come si può vedere analizzando la distribuzione delle imprese individuali per classi di volume d’affari, esposta nella tabella 3.

Tabella 3 - Distribuzione deglli imprenditori individuali per classi di volume d'affari


Si tratta in effetti di una distribuzione molto concentrata; fino ad un volume d’affari pari ad 80000 euro è compreso l’87% dei contribuenti, che ne “producono” soltanto il 37%. Il residuo 63% è prodotto da non più di 51000 imprese su 393.0004. D’altro canto se si calcola l’indice di Gini si ottiene un valore pari a 0,68 che è particolarmente elevato.
Per quanto questi dati possano essere deformati dalla presenza dell’evasione di cui, come si è detto, è noto il livello, ma non la distribuzione, il quadro che ne risulta, unitamente a quanto detto nel paragrafo precedente, sembra piuttosto significativo:

  • al netto dell’evasione ed escludendo le società cooperative il 78% del volume d’affari è prodotto da imprese medio- grandi, per un totale di circa 100.000 unità;
  • il 52% del volume d’affari è prodotto da imprese organizzate in forma societaria;
  • le società di persone in nome collettivo, in accomandita semplice e le società di capitali producono anche beni e servizi di natura non agricola per una quota di volume d’affari non inferiore al 20%.

Ma se dagli aspetti meramente produttivi si allarga l’orizzonte fino a comprendere tutti i soggetti che possono essere definiti come “produttori agrioli” il quadro cambia completamente. Oltre le imprese individuali, con un volume d’affari al di sotto dei 10000 euro, di cui si è già detto, le statistiche tributarie “censiscono” quasi 5.800.000 proprietari di terreni a cui è attribuito un reddito catastale.
Chi siano, come vengono considerati a livello della contabilità nazionale e quale possa essere il significato economico di ciò che producono, se pur producono qualcosa, fa parte di un’altra storia.

Riferimenti bibliografici

  • Abitabile C., Scardera A. (2008), La rete contabile nazionale agricola (RICA), INEA, Roma

  • Barbero G. (1982), “Quante sono le aziende agricole italiane”, Rivista di Economia Agraria

  • Salvioni C., Aguglia L., Borsotto P. (2011), “Assetti proprietari e organizzativi delle imprese agricole italiane, QA-Rivista dell’Associazione Rossi Doria

  • Sotte F.(2006), “Quante sono le imprese agricole in Italia?”, Agriregionieuropa

Siti di riferimento

  • Istat (2010), Le misure dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali, [link]

  • Istat (2011a), La revisione dei conti nazionali in generale e della branca agricoltura, [link]

  • Istat (2011b), I risultati economici delle aziende agricole (RICA-REA), [link], [link]

  • Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali, [link]

 

  • 1. Abitabile C., Scardera A. (2008); Istat (2011b).
  • 2. Con la riforma tributaria del 1973-1974 la struttura delle dichiarazioni fu resa molto più complessa, per permetterne la controllabilità da parte dell’amministrazione; al contribuente furono chieste non solo le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute, ma anche altre di natura socio-demografica. Nello stesso tempo il Ministero delle Finanze iniziò a pubblicare una serie di volumi, ognuno dedicato ad uno specifico tributo, con le principali informazioni desumibili dalle dichiarazioni e con un sufficiente numero di incroci(Ministero delle Finanze, Analisi delle dichiarazioni….). Questi volumi non furono mai messi in vendita, ma si trovano nelle principali biblioteche. La pubblicazione fu interrotta per gli anni 1995-1997 e fu poi ripresa, anche sottoforma di CD dal 1998 con una maggior ricchezza di dati in conseguenza dell’introduzione della dichiarazione unica (Unico). Attualmente i dati vengono pubblicati sul sito del Dipartimento delle Finanze, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e sono disponibili a partire dal 2003. Gli enti istituzionali hanno poi la possibilità di accedere ad una banca dati dello stesso dipartimento, denominata SINTESI, (http://sintesi.finanze.it) che permette ovviamente un numero di incroci molto superiore, rispetto a quelli pubblicati sul sito.
  • 3. Istat (2011b).
  • 4. Da questo numero sono esclusi i titolari di partita IVA, che non hanno presentato la relativa dichiarazione, pur avendo presentato quella relativa all’IRPEF, in quanto al disotto del c.d. limite di esonero, che nel 2007 era pari a 7000 euro.
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