Agricoltura, selvicoltura e cambiamenti climatici

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Agricoltura, selvicoltura e cambiamenti climatici
a Università di Padova, Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (Tesaf)
b Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale - ICEA

Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA, www.co2now.org), a fine maggio 2010 la concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO2) aveva superato 393 parti per milione, il 40% in più rispetto al livello misurato nel 1750, anno d’inizio dell’era industriale. Da allora, un uso massiccio e un aumento incessante delle fonti fossili d’energia e la continua distruzione e degradazione degli habitat naturali hanno liberato in atmosfera enormi quantità di CO2 prima fissata nei giacimenti geologici e negli ecosistemi vegetali. A scala globale, negli ultimi dieci anni, le emissioni antropiche di CO2 e di altri gas ad effetto serra sono cresciute al ritmo di circa 0,9 miliardi di tonnellate (Gt) di anidride carbonica equivalente (CO2 eq) l’anno, fino a raggiungere 32,3 GtCO2 eq nel corso del 2008.
L’aumento della CO2 e di altri gas-serra, tra cui metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) 1 è, secondo quanto dimostrato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, 2007), “inequivocabilmente” alla base del riscaldamento globale e dei susseguenti cambiamenti climatici. Il settore primario gioca un ruolo fondamentale in questi processi, sia nel ruolo attivo di emettitore (da cui la necessità di politiche di mitigazione), sia in quello passivo per le trasformazioni che il cambiamento climatico induce nella disponibilità, distribuzione e stabilità dei fattori produttivi e quindi nei prodotti e nei servizi offerti (da cui la necessità di politiche di adattamento).
Nelle pagine successive si cercherà di offrire una lettura, necessariamente molto sintetica, delle relazioni tra cambiamento climatico e settore primario al fine di inquadrare e collegare in un quadro logico gli articoli pubblicati in questo numero della rivista.

Il ruolo del settore primario nelle emissioni di gas di serra

L’agricoltura mondiale - estesa su circa il 45% delle terre emerse del pianeta - rilascia in atmosfera una quantità considerevole di CO2, CH4, e N2O (Cole et al., 1997; IPCC, 2001a; Paustian et al., 2004, Smith et al., 2007). Secondo il Quarto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (vd. in particolare Denman et al., 2007), nel 2005, questi tre gas di origine agricola contribuivano per 5,1-6,1 GtCO2 eq, pari al 10-12% alle emissioni globali di gas di serra di natura antropica (Tabella 1) 2 (Va ricordato, nondimeno, che le emissioni derivanti dall’uso dell’elettricità e dei combustibili del comparto agricolo sono imputate, ai fini del conteggio nazionali delle emissioni, rispettivamente, ai settori delle costruzioni e dei trasporti).
La CO2 si forma essenzialmente dalla degradazione microbica, dalla combustione delle piante e dei residui vegetali e dall’ossidazione della sostanza organica del suolo (Smith, 2004; Janzen, 2004). Dai suoli agricoli si generano grandi flussi di CO2 verso l’atmosfera. Questi output sono però quasi interamente controbilanciati da quelli diretti dall’atmosfera verso suolo, attraverso i processi esaminati nel capitolo redatto da Jandl su questo numero della rivista. Il bilancio netto delle emissioni di CO2 è pari a circa 0,04 GtCO2 eq, meno dell’1% delle emissioni globali di CO2 di natura antropogenica.
Viceversa, il CH4 e N2O hanno un ruolo ben più significativo sull’effetto serra 3 Il CH4 (circa 3,3 GtCO2 eq l’anno, il 47% delle emissioni globali di questo gas) è prodotto dalla decomposizione della sostanza organica in condizioni anaerobiche e, in particolare, dai processi digestivi (fermentazione enterica), dalla degradazione anaerobica delle deiezioni degli allevamenti zootecnici (emissioni derivanti dalla gestione delle deiezioni) e dalle coltivazioni di riso in sommersione (che in Italia è concentrata in una limitata area della Pianura Padana, che comprende le province di Pavia, Milano, Novara e Vercelli). L’N2O (2,8 GtCO2 eq l’anno, il 58% emissioni globali di questo gas) è generato dalla trasformazione microbica dell’azoto nei suoli, in condizioni sia aerobiche sia anaerobiche, e particolarmente quando l’azoto disponibile eccede la richiesta delle piante e in condizioni di eccesso di umidità.

Tabella 1 - Aumento della concentrazione dei principali gas-serra dall’era pre-industriale al 2005 (ppm: parti per milione; ppb: parti per bilione)

Fonte: IPCC, 2007.

Globalmente, le emissioni agricole di gas-serra sono aumentate del 17% dal 1990 al 2008; viceversa, nell’EU-27 sono diminuite del 20% (EEA, 2010). Anche in Italia, come evidenziato da Condor e Vitullo in questo numero della rivista, il peso dell’agricoltura sull’effetto serra è diminuito in maniera considerevole dal 1990 al 2008. Attualmente essa contribuisce per il 6,6% ai 541,5 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 eq emessi nel nostro paese.
Il calo delle emissioni di gas di serra è il risultato di diversi fattori, tra cui: l’aumento della produttività e la riduzione della popolazione degli allevamenti, il miglioramento delle pratiche gestionali dei suoli agricoli, lo sviluppo e l’implementazione delle politiche agricole e ambientali (ISPRA, 2009).
Il ruolo e la dinamica delle foreste nelle emissioni di gas di serra sono caratterizzati da pattern diversi rispetto all’agricoltura. Tra il 2000 e il 2010 sono stati distrutti circa 13 milioni di ettari (M ha) di foreste l’anno, la maggior parte dei quali nella regione tropicale (2,6 M ha in Brasile e 2,5 M ha in Indonesia) (FAO, 2010). A causa di ciò, nello stesso periodo sono state liberate in atmosfera circa 1,6 GtC o 5,9 GtCO2 l’anno, pari al 18% delle emissioni antropogeniche globali. Ciò dipende evidentemente dal fatto che le foreste sono il bioma con la maggiore densità di carbonio, da poche decine a diverse centinaia di tonnellate di carbonio ad ettaro, che sono liberate in atmosfera totalmente al momento della loro distruzione o parzialmente in presenza di fenomeni di degradazione.
Le nuove piantagioni e l’espansione naturale delle foreste sui terreni agricoli abbandonati a causa dell’esodo dalle aree rurali (un fenomeno ormai decennale che interessa tutti i paesi più ricchi e industrializzati del pianeta) hanno parzialmente compensato questa diminuzione, portando il dato medio a livello globale della superficie netta deforestata intorno a 5,2 M ha l’anno. Tuttavia, quanto la creazione di nuove foreste e la crescita degli stock nelle foreste rimaste tali, siano in grado di compensare le emissioni dovute alla deforestazione rimane ancora un processo rispetto al quale i dati delle diverse fonti non concordano. Gurney et al. (2002) ritengono che negli anni ’90 il bilancio tra le emissioni e gli assorbimenti sia stato in equilibrio nell’emisfero nord e negativo nei tropici. Denman et al. (2007), per lo stesso decennio, riportano un residual terrestrial sink pari a 9,5 GtCO2 l’anno, mentre le loro stime relative alla deforestazione tropicale attribuiscono una quantità di emissioni pari a 5,8 GtCO2 l’anno.

Gli impatti dei cambiamenti climatici su agricoltura e foreste

Il già citato Quarto rapporto di valutazione dell’IPCC (vedi in particolare Fischlin et al., 2007) e una serie innumerevole di studi successivi (di cui Campbell et al., 2009, presentano una ricca rassegna) dimostrano che i cambiamenti climatici stanno producendo alterazioni significative sugli ecosistemi agricoli e forestali, le specie e i genotipi che li costituiscono. Ciò avviene principalmente attraverso l’aumento delle temperature medie, la modificazione dei modelli di precipitazione, la maggior frequenza di eventi estremi (uragani, tempeste, ondate di caldo). L’articolo curato da Gaudioso in questo numero della rivista tratta le basi scientifiche di questi fenomeni.
Le anomalie climatiche fin qui registrate hanno portato a modificazioni dei processi fisiologici (fotosintesi, respirazione, crescita delle piante, efficienza di utilizzo dell’acqua, composizione dei tessuti, metabolismo e decomposizione, ecc. - Araújo e Rahbek, 2006). Numerose recenti ricerche, basate su osservazioni dirette, su esperimenti e su modelli, dimostrano che i cambiamenti climatici hanno prodotto impatti significativi sia a livello di ecosistemi (in termini di distribuzione, composizione, struttura, funzione, fenologia, servizi ecosistemici), sia di specie (con variazioni di fenologia, distribuzione, popolazione) e genetico (Sala et al., 2000; Peñuelas e Filella, 2001; Chuine et al., 2005; Thuiller, 2008; Campbell et al., 2009).
Esiste anche in Italia una corposa letteratura a dimostrazione degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi agricoli e forestali già in corso (Bindi et al., 1996; Maracchi, 2005; Maracchi et al., 2005; Stanisci et al., 2005; Moriondo e Bindi, 2007; Cannone et al., 2007; Cannone et al., 2008; Carraro e Sgobbi, 2008; Orlandini et al., 2009). Essi includono lo spostamento verso Nord e verso quote più elevate del range geografico di molte specie, sia agricole sia forestali. L’estensione della stagione vegetativa ha determinato un aumento della produttività nella regione bio-geografica alpina, mentre condizioni climatiche più secche e calde sono state responsabili di una più ridotta produttività agricola e forestale e di un aumento degli eventi e della severità degli incendi nella fascia mediterranea.
Per il futuro, gli impatti e le risposte degli ecosistemi agricoli e forestali ai trend dei cambiamenti climatici diventeranno sempre più acuti, anche se di entità diversa, a seconda delle regioni geografiche e dei tipi di vegetazione (Thuiller, 2005; Dormann et al., 2008).
Per quanto riguarda l’agricoltura, gran parte delle ricerche indica che i cambiamenti climatici avranno effetti generalmente negativi sulla capacità produttiva del settore (Nelson et al., 2009). Gli impatti più significativi interesseranno le regioni più povere del pianeta, dove anche variazioni minime del regime climatico potranno avere effetti sensibili sulle popolazioni locali (Altieri e Koohafkan, 2008).
Anche la regione alpina e gli ecosistemi montani sono considerati particolarmente vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici (Campbell et al., 2009). Possibili variazioni potranno riguardare la struttura delle comunità vegetali montane e la migrazione a quote maggiori e a nord di animali e piante. Per la regione mediterranea, a fronte di scenari climatici di riduzione delle precipitazioni (specialmente nel periodo estivo) e dell’aumento della temperatura al di sopra dei valori previsti per la scala globale, si prevede un’espansione degli adiacenti sistemi aridi e semi-aridi. Gli esperti prevedono una variazione della distribuzione spaziale della flora e la contrazione della distribuzione delle foreste, specialmente nel Meridione d’Italia; le specie endemiche mediterranee affronteranno le minacce maggiori, a causa della prevista riduzione delle precipitazioni, la maggiore intensità degli incendi, l’aumento dei fenomeni erosivi, l’alterazione della fenologia e della stagione vegetativa, della funzione e della produttività degli ecosistemi. Gli effetti positivi della fertilizzazione carbonica potrebbero essere neutralizzati dalla limitata disponibilità di acqua e dalle più elevate temperature.
I cambiamenti climatici, infine, avranno inevitabilmente un impatto sui servizi ecosistemici che l’agricoltura e le foreste offrono, con importanti conseguenze economiche e sociali per il settore. Il contributo di Palatnik e Nunes in questo numero della rivista evidenzia che anche in termini di perdita di biodiversità gli impatti nei paesi ad economia povera saranno più significativi, per la loro maggiore vulnerabilità rispetto ai paesi sviluppati, una vulnerabilità che dipende dalla combinazione di alti livelli di esposizione e sensibilità.

Il ruolo di mitigazione delle attività agricole e forestali

Considerando tutti e tre gas di serra agricoli (CO2, N2O, CH4), il potenziale tecnico globale di mitigazione del settore agricolo (escludendo l’effetto sostitutivo della bio-energia sulle fonti fossili), al 2030, è considerato pari a 5.500-6.000 MtCO2 eq l’anno (Smith et al., 2007 e 2008). Al prezzo rispettivamente di 20, 50 e 100 US$ per tCO2 eq, il potenziale economico è stimato pari a 1.500-1.600, 2.500-2.700, 4.000-4.300 MtCO2 eq l’anno, sempre al 2030. Gran parte di questo potenziale (70%) si concentra nei paesi in via di sviluppo, il 20% nei paesi industrializzati e il 10% nei paesi con economia in transizione.
Come evidenziato nell’articolo di Jandl in questo numero della rivista, gran parte del potenziale economico di mitigazione è legato alle pratiche di fissazione di carbonio nel suolo, vale a dire a quelle pratiche (quali la minima e la non-lavorazione, la rotazione e l’avvicendamento colturale, il sovescio, l’uso di ammendanti, l’inerbimento, il miglioramento della gestione dei pascoli, la gestione integrata degli elementi nutritivi, il set-aside) che consentono il ‘ritorno’ del carbonio nei suoli agricoli. È noto infatti che, soprattutto nei paesi industrializzati, la maggior parte dei suoli agricoli ha perso da 30 a 40 tonnellate di carbonio per ettaro e che in generale l’attuale stock di carbonio organico è molto al di sotto della capacità potenziale. In questo senso, una strategia valida di aumento degli stock di carbonio è il recupero di suoli degradati o desertificati, attraverso interventi di afforestazione o rivegetazione.
È evidente che non esiste una singola pratica o tecnica agronomica per tutti i tipi di suoli, di condizioni climatiche, di sistema di coltivazione. Occorre invece individuare, di volta in volta, quelle pratiche e tecniche agronomiche che meglio si adattano alle specifiche condizioni stazionali per massimizzarne la capacità di fissazione di carbonio nel suolo. A titolo indicativo, quest’ultima può variare da 1 tCO2 ad ettaro l’anno nelle regioni caldo-aride a 2 tCO2 ad ettaro l’anno nelle regioni temperato-umide.
È opportuno infine evidenziare che le opzioni prima indicate contengono forti sinergie con la produttività delle colture, con la resilienza e l’adattamento dei sistemi agricoli agli impatti dei cambiamenti climatici, con gli obiettivi di riduzione delle emissioni di N2O e CH4 e di fornitura di biomasse per energia (Bellarby et al., 2008; Niggli et al., 2008; CEC, 2009).
Questo volume, inoltre, presenta un lavoro di Coderoni e Bonati, in cui sono esaminate alcune diverse modalità di incentivazione alla mitigazione delle emissioni zootecniche, con particolare attenzione al recupero di biogas.
A scala globale, ai prezzi di 20, 50 e oltre 100 US$ per tCO2 eq, rispettivamente, il potenziale economico al 2030 di mitigazione della bio-energia da colture è valutato in 70-1260, 560-2320 e 2720 MtCO2 eq l’anno, (Smith et al., 2007 e 2008).
Il settore forestale può offrire validi strumenti di mitigazione, sia sul lato della riduzione delle fonti di emissione di gas-serra, sia sul lato degli aumenti degli stock di carbonio (Nabuurs et al., 2007). Essi possono essere raggruppati in tre categorie:

  • tutela delle superfici forestali e loro espansione, attraverso il contenimento della deforestazione e la realizzazione di nuove foreste (afforestazione e riforestazione);
  • mantenimento o aumento della densità a scala stazionale della biomassa (e del carbonio), attraverso l’allungamento dei turni forestali, la difesa antincendio, gli interventi di contenimento dei danni biotici (insetti, patogeni, ecc.) e abiotici (agenti meteo-climatici, ecc.), rinfittimenti, conversione della forma di governo;
  • produzione di materiali ad accumulo di carbonio (prodotti con lunghi cicli di vita, quali travi, infissi, pavimenti e mobili) o con effetti sostitutivi delle fonti fossili d’energia e a base di cemento.

Per valutare il potenziale economico delle attività forestali nelle politiche di stabilizzazione climatica è opportuno rifarsi alle stime del Quarto rapporto di valutazione dell’IPCC. Al 2030, considerando uno scenario di politiche di stabilizzazione climatica con prezzi di 100 US$ per tCO2 eq, le opzioni offerte dalle tre categorie di interventi sopra ricordate possono contribuire a compensare le emissioni per 3,1 GtCO2 eq l’anno (Nabuurs et al., 2007). Sempre l’IPCC stima che in Europa il sink concretamente “attuabile” dalle opzioni forestali sia compreso, da qui al 2040, tra i 90 e 180 MtCO2 l’anno.

Le politiche climatiche: la Convenzione quadro e il Protocollo di Kyoto

La prima risposta politica della comunità internazionale al problema dei cambiamenti climatici è stata l’adozione nel 1992 della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (United Nations Framework Convention on Climate Change - UNFCCC). L’UNFCCC ha definito un quadro operativo basato su tre linee d’azione per pervenire a una “stabilizzazione della concentrazione dei gas-serra in atmosfera, per non causare pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico”: la riduzione dei consumi di combustibili fossili, il miglioramento dell’efficienza energetica, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili.
Inoltre, l’UNFCCC ha contemplato, tra gli altri interventi, l’adozione di pratiche agronomiche e zootecniche che riducano le emissioni di CO2 e, soprattutto, di N2O e CH4 come strumenti validi per mitigare l’effetto serra. Infine, l’UNFCCC ha riconosciuto che le attività di utilizzo dei suoli agricoli e forestali, definite Land-Use, Land-Use Change and Forestry (LULUCF), hanno un ruolo specifico nella riduzione della concentrazione di gas di serra in atmosfera, che deriva dalla capacità delle piante di assorbire CO2 e fissarla per periodi più o meno lunghi nella biomassa viva e morta e nel suolo, di produrre biomassa in sostituzione di fonti fossili di energia e di materiali energy-intensive, quali acciaio e cemento. I sistemi di monitoraggio e le modalità reporting relativi all’UNFCCC sono descritti nell’articolo di Byrne e Ciccarese in questo numero della rivista.
L’UNFCCC, entrata in vigore nel 1994 e approvata da ben 192 paesi, è stata integrata nel dicembre del 1997 dal Protocollo di Kyoto, un trattato che impegna 40 paesi industrializzati e con economia in transizione a contenere le loro emissioni di gas-serra entro limiti ben definiti. Questi paesi, elencati nell’Allegato I della Convenzione 4, si sono impegnati a ridurre le emissioni complessive di sei gas-serra del 5,2% rispetto a quelle registrate nel 1990, entro il periodo 2008-2012 (conosciuto come “primo periodo d’impegno”). Il Protocollo di Kyoto è entrato in vigore il 16 febbraio 2005 e, al momento, è stato ratificato da 177 paesi, tra cui un certo numero di paesi industrializzati che totalizzano il 63,7% delle emissioni al 1990 dei paesi dell’Allegato I.
Il Protocollo ha previsto tre strumenti di mercato (noti come “meccanismi flessibili”) a cui i paesi possono ricorrere per raggiungere i loro target nazionali di riduzione delle emissioni di gas di serra in maniera efficiente. Essi sono:

  • Il Clean Development Mechanism (CDM), che consente ai paesi dell’Allegato I di investire in progetti da realizzare nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre le emissioni di gas-serra, ma anche di favorire in questi paesi lo sviluppo tecnologico, economico e sociale;
  • Il Joint Implementation (JI), che ammette la possibilità per i paesi dell’Allegato I di realizzare progetti per la riduzione delle emissioni di gas-serra in un altro paese dello stesso gruppo e di utilizzare i crediti derivanti, congiuntamente con il paese ospite;
  • l’Emissions Trading (ET), che riconosce la possibilità di organizzare un commercio di crediti di emissione tra i paesi dell’Allegato I (per esempio tra un paese che abbia conseguito una diminuzione delle proprie emissioni di gas serra superiore al proprio obiettivo e un paese che viceversa non sia stato in grado di rispettare i propri impegni di riduzione).

Il Protocollo di Kyoto contempla anche una serie di attività LULUCF come modalità che i paesi possono impiegare per raggiungere gli obiettivi di riduzione o contenimento delle emissioni di gas-serra (Schlamadinger et al., 2007). Specificatamente, per il periodo 2008-2012, così come deciso nelle diverse Conferenze delle Parti da Kyoto a Marrakech (UNFCCC, 2002), il Protocollo di Kyoto stabilisce che gli inventari nazionali dei gas di serra debbano essere integrati dai dati relativi a una serie di attività LULUCF e in particolare:

  1. le variazioni degli stock di carbonio tra il 2008 e il 2012 su foreste di nuova costituzione e sulle aree deforestate dal 1990 in poi;
  2. le variazioni degli stock di carbonio nelle superfici forestali sottoposte a gestione, fino a un tetto massimo specifico per ogni nazione, che, in molti casi è solo una frazione della presunta capacità fissativa;
  3. le variazioni degli stock di carbonio e delle emissioni non CO2 tra il 2008 e il 2012 sulle superfici agricole e pascolive sottoposte a gestione e sulle superfici interessate da fenomeni di rivegetazione.

Tabella 2 - Sintesi delle attività LULUCF nel primo periodo di impegno (2008-2012) del Protocollo di Kyoto


(*) Attività LULUCF ammesse anche come progetti Clean Development Mechanism (CDM). Nella tabella non è segnalata una attività LULUCF, la rivegetazione, perché essa non è associata a una specifica categoria di uso del suolo. La rivegetazione può realizzarsi su aree agricole e pascolive, come pure su aree urbane e insediative, ma non su foreste.
Fonte: Schlamadinger et al. (2007) mod.

Le attività al punto 1 (art. 3.3 del Protocollo) devono essere contabilizzate obbligatoriamente, mentre le attività ai punti 2 e 3 (art. 3.4) possono essere contabilizzate su base volontaria. L’Italia, per il periodo 2008-2012, ha deciso d’includere la sola gestione forestale e di escludere la gestione dei suoli agricoli, dei prati e dei pascoli e la rivegetazione dalle attività opzionali previste dal Protocollo di Kyoto. Detta esclusione è stata motivale con la difficoltà di disporre di dati e informazioni sufficientemente affidabili e consistenti per costruire i bilanci tra assorbimenti ed emissioni di gas-serra (in sostanza i dati sulle variazioni del carbonio nel suolo) del 1990 (anno di riferimento) e il periodo 2008-2012, anche per il metodo prescritto nella contabilizzazione: il net-net accounting 5. Viceversa, il metodo gross-net accounting (che nel primo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto sarà applicato al reporting per la sola Gestione forestale) considera gli assorbimenti e le emissioni nel periodo 2008-2012, senza fare riferimento agli assorbimenti e alle emissioni di un anno (o di un periodo) base.
Per i paesi europei il ruolo attribuito al settore agricolo-forestale nell’orizzonte del primo periodo di impegno è, nel complesso, molto limitato. Di fatto, per effetto delle regole e delle restrizioni introdotte dal Protocollo di Kyoto e dagli Accordi di Marrakech (Schlamadinger et al., 2007), le attività LULUCF previste dagli articoli 3.3 e 3.4 del Protocollo di Kyoto nei paesi dell’UE-15 - sulla base delle previsioni fatte dagli stessi paesi - dovrebbero generare 42,4 MtCO2 l’anno (EEA, 2009), pari a una riduzione dell’1,0% delle emissioni del 1990 o al 17% dell’impegno di riduzione dell’EU-15 (che corrisponde a 341 MtCO2 in meno l’anno rispetto alle emissioni del 1990).
Il ruolo attribuito al settore agricolo-forestale è, invece, nel caso dell’Italia, di una certa rilevanza. A seguito del Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dell’UE del 17 giugno 1998, con il cosiddetto Burden Sharing Agreement, è stato previsto che l’Italia nel periodo 2008-2012 riduca le proprie emissioni nella misura del 6,5% rispetto ai livelli del 1990. Essendo il livello delle emissioni del 1990 pari 519,5 MtCO2 eq, il target per il nostro paese è pari a 485,7 MtCO2 eq.
Nel 2008 le emissioni italiane hanno raggiunto quota 541,5 MtCO2 eq, per un incremento pari al 4,7% rispetto a quelle del 1990 (517,0 MtCO2 eq). Ciò significa che, da qui al 2012, l’impegno del momento è di ridurre le emissioni dell’11,2% (4,7%+6,5%), per una quantità pari a 58,0 MtCO2 eq l’anno nel corso del quinquennio 2008-2012. Nel 2009 l’effetto congiunto della crisi economica, dell’aumento della quota delle rinnovabili nei consumi energetici nazionali e del miglioramento dell’efficienza energetica dovrebbe portare il nostro paese molto vicino alla possibilità concreta di raggiungere entro il 2012 il target di Kyoto, un obiettivo che negli anni immediatamente precedenti la crisi, quando il target di riduzione era superiore al 15%, sembrava irraggiungibile.
Il ruolo che il settore forestale gioca in questa strategia è rilevante sia in termini relativi che assoluti: le variazioni degli stock di carbonio previste dall’uso delle attività LULUCF (nella sostanza le sole attività forestali, dal momento che quelle agricole non sono state selezionate dal Governo italiano) sono pari a 10,2 MtCO2. Questo dato è confermato anche dalla V Comunicazione Nazionale all’UNFCCC (Contaldi, 2009). I 10,2 MtCO2 dell’Italia rappresentano ben il 24,0% di tutte le attività LULUCF dell’UE-15 e il 33,7% di quel 6,5% di riduzione delle emissioni che rappresenta in target nazionale per il primo periodo d’impegno. In comunicazioni ufficiali precedenti presentate dall’Italia all’UE (EEA, 2008) il contributo delle attività LULUCF era stato addirittura previsto pari a 25,3 Mt CO2.
Sembra, in effetti, di percepire che le attività forestali giochino un ruolo di buffer nel reporting della strategia italiana di riduzione delle emissioni, venendo in parte a coprire le difficoltà a migliorare il nostro modello energetico quando l’economia è in fase espansiva, riducendosi di importanza quando le emissioni, per cause diverse, diminuiscono. Se questa ipotesi fosse corretta, si tratterebbe di un uso strumentale delle attività LULUCF che poco ha a che fare con una corretta valorizzazione delle potenzialità del settore agricolo e forestale nazionale in una strategia di riduzione delle emissioni di gas di serra.
Il ruolo strumentale delle attività LULUCF sembra peraltro coerente con le scelte del Governo italiano di non attivare meccanismi di compensazione per i gestori di attività agricole e forestali che abbiano effetti di riduzione delle emissioni di gas di serra. Mentre per il settore industriale si sono andati consolidando meccanismi che concretizzano il principio “chi inquina paga” (polluters pays principle), in primis tramite il sistema istituito nel 2005 dall’UE per lo scambio di quote di emissione, noto come Emissions Trading Scheme, il principio complementare “chi fornisce benefici ambientali viene remunerato” (provider gets), sembra ben lungi da avere pratica attuazione quando nel settore primario vengono aumentati gli stock di carbonio nelle biomasse e nei suoli. È peraltro vero che, per coerenza, l’internalizzazione degli impatti sul clima nelle attività agricole e forestali dovrebbe comportare anche l’inclusione delle esternalità negative quali le emissioni di metano con le attività zootecniche o di carbonio nei processi di degrado dei suoli, un’opzione politicamente e operativamente complessa.
In effetti, come evidenzia Cesaro nel suo contributo in questo numero della rivista, gli interventi finanziari più significativi ad attività di riduzione delle emissioni di gas di serra nel settore primario sono quelli attivati dai Programmi di Sviluppo Rurale, soprattutto tramite le misure dell’Asse 2. Si tratta di misure solo molto genericamente motivate da obiettivi di mitigazione (CEC, 2009). Cesaro ricorda, infatti, che una chiara ed esplicita considerazione degli obiettivi “climatici” dello sviluppo rurale si è avuta solo con l’approvazione dell’Health Check. Ai cambiamenti climatici è stato peraltro in Italia destinato solo il 17,3% dei circa 743 milioni di euro attivati dall’Health Check (incluse le risorse del “Recovery Plan”) per rispondere alle sei “sfide” 6. Questi problemi, come le interazioni tra investimenti privati e interventi di regolamentazione pubblica, tra politiche climatiche, politiche energetiche e politiche di sviluppo rurale, possono essere affrontati con l’aiuto di modelli di supporto alle decisioni, come evidenziato nell’articolo di Giupponi in questo volume.

Verso nuovi accordi e strumenti di governance

L’approccio seguito per l’inclusione tra le attività possibili nel primo periodo d’impegno 2008-12 delle tre categorie di interventi sopra ricordate (vedi artt. 3.3 e 3.4) era solo uno dei tanti possibili. Tale impostazione che ha comportato l’esclusione di altri tipi di attività LULUCF è stata decisa alla terza Conferenza delle Parti in tempi ridotti e in mancanza d’una solida base scientifica. In effetti, dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, sono state proposte varie ipotesi di modifica del set di attività LULUCF per il post-2012. Esse vanno da una leggera modifica dell’attuale sistema (ad esempio la ridefinizione del tetto massimo di fissazione che i paesi possono rendicontare per la gestione forestale) all’approccio land-based, dove il settore LULUCF è trattato come un qualsiasi altro settore emissivo (energia, processi industriali, rifiuti, eccetera). Secondo questo approccio gli assorbimenti e le emissioni dei gas di serra di tutto il territorio nazionale e i processi correlati ad essi verrebbero contabilizzati negli inventari nazionali (Cowie et al., 2007).
La Conferenza delle Parti di Copenaghen del 2009 ha prodotto una bozza di decisione 7 per esplorare la possibilità di seguire un approccio land-based, ma solo a partire dal terzo periodo di impegno (2018-2022). Inoltre, è stata valutata la possibilità di rivedere le procedure di contabilizzazione delle emissioni dei gas di serra e degli assorbimenti di CO2 e considera le varie procedure per inserire altre attività LULUCF nel Clean Development Mechanism rispetto a quelle già previste di afforestazione e riforestazione. A questo proposito, un tema attualmente fortemente dibattuto è quello relativo all’inclusione delle misure di contenimento delle emissioni di gas-serra legate alla deforestazione e alla degradazione forestale globali (nel gergo Reduced Emissions from Deforestation and Forest Degradation - REDD) tra le misure di mitigazione dei cambiamenti climatici. Al momento è in discussione una bozza di decisione 8 che presenta ancora qualche questione tecnica da risolvere. Di questo tema, divenuto un elemento chiave del negoziato sul clima, si occupano Brotto e Pettenella nel contributo presentato in questo numero della rivista.
Per un'altra opzione aperta nella trattativa del set di attività per il post-2012, quella relativa alla capacità di fissazione dei prodotti forestali e al contributo che questi possono dare al raggiungimento degli obiettivi nazionali di contenimento delle emissioni di gas di serra, si rimanda all’articolo di Ciccarese e Kloehn.
Gli strumenti di governance nella gestione dei problemi e delle potenzialità del settore agricolo e forestale relativi ai cambiamenti climatici non si esauriscono, tuttavia, nel processo avviato dalla UNFCCC e dei successivi accordi. Come messo in luce nell’articolo di Romano, esiste un altro strumento per una valorizzazione economica della funzione di carbon sink del settore primario: il mercato volontario dei crediti di carbonio. La necessità di ridurre o annullare le emissioni legate ad un’attività, ad un evento o ad un prodotto, spesso accompagnata da un’azione di informazione (uso di marchi: “Emissioni zero”, “Go neutral”, “CO2free”, ecc.) motiva imprese, enti pubblici, associazioni e perfino singoli operatori economici all’acquisto, presso una serie molto ampia di broker, di crediti di carbonio. Tali scelte sono legate a motivazioni ideali, ma anche a considerazioni pragmatiche connesse all’utilizzo di tecniche di green marketing (Ciccarese e Pettenella, 2008). La realizzazione di interventi di carattere volontario consente ai diversi investitori pubblici e privati una maggior flessibilità e una maggior gamma di interventi non essendo necessariamente soggetti alle limitazioni e regole imposte dal Protocollo di Kyoto. Ad esempio, possono essere acquistati i crediti relativi a progetti REDD, ad attività di agricoltura biologica, alla fissazione di carbonio nei prodotti legnosi, alla sostituzione di combustibili fossili con biomasse, alla produzione di biochar (carbonio agricolo come fertilizzante), ecc. È interessante rilevare che, rispetto ai mercati “istituzionali” delle quote, in quello volontario il ruolo degli investimenti nel settore primario è percentualmente molto maggiore. Peraltro molti passi in avanti, anche nel nostro paese, devono essere fatti per dare a questo mercato elementi di trasparenza e di efficienza tramite la diffusione di requisiti minimi, standard e sistemi di controllo indipendenti. Non permanenza degli interventi, mancanza di addizionalità, double counting dei crediti, effetti di leakage sono problemi comuni di questo mercato in fase di forte sviluppo.
Diversi sono inoltre i casi di iniziative volontarie di riduzione delle emissioni non basate su investimenti compensativi, ma sul contenimento delle emissioni stesse legate alla produzione e distribuzione dei prodotti; si pensi ai prodotti agricoli “climate friendly” o a “km zero” e a quelli in cui nell’etichettatura vengono forniti dati sull’impronta ecologica (carbon footprint). Anche in questo caso si impongono problemi legati all’introduzione di standard, sistemi di garanzia e di corretta informazione dei consumatori.
Problemi nuovi di governance sono posti anche dallo sviluppo del mercato dei biocarburanti, una componente fondamentale della strategia comunitaria di lotta ai cambiamenti climatici (CEC, 2009). Anche in questo caso, come pone in luce Zezza nel suo contributo a questo numero della rivista, si pongono non semplici problemi di definizione di standard e di coordinamento di iniziative volontarie tra i privati e iniziative di regolamentazione che gli operatori pubblici devono metter in atto per evitare che una politica di sviluppo delle rinnovabili sia accompagnata da una serie di policy failures (degrado dei suoli e della biodiversità nei paesi produttori di biomasse, altri costi energetici nei trasporti delle stesse, riduzione della disponibilità di terreni per produzioni agricole, ecc.). L’allargamento degli strumenti di governance dai tradizionali meccanismi di incentivazione a quelli basati sulla creazione di nuovi mercati è ben documentato nell’articolo di Povellato sul meccanismo di "floor and trade" basato sull'emissione di permessi negoziabili collegati all’utilizzo di terreni agricoli in grado di offrire determinati servizi ambientali, tra i quali potrebbe essere ipotizzato lo stoccaggio di carbonio.
Come si vede, il settore dell’uso del suolo è destinato ad avere un ruolo preminente in un futuro accordo internazionale per contrastare i cambiamenti climatici. Ciò rappresenta un’opportunità per migliorare l’attuale sistema di valutazione delle emissioni e degli assorbimenti di gas-serra del settore agricolo e forestale, come indicano Byrne e Ciccarese in questo volume, e rendere più trasparenti gli inventari.

Conclusioni

Le nuove domande di utilizzo dei terreni agricoli e forestali, la crescita della componente dei beni pubblici tra i servizi offerti dall’agricoltura, lo sviluppo di diverse politiche interessate al settore e di nuovi strumenti di incentivazione e compensazione degli operatori danno la sensazione che alla fase dei “mille fiori che fioriscono” debba ora seguire quella della razionalizzazione e del coordinamento nella governance delle politiche climatiche che interessano il settore primario.
Nell’esame congiunto delle misure attivate dalle politiche di sviluppo rurale, climatiche, forestali ed energetiche si ritrovano molte sinergie e condizioni win-win (ad esempio: conservazione della fertilità e produttività dei suoli e fissazione di carbonio), ma anche dei trade-off che stanno in alcuni casi diventando significativi. È il caso della diffusione spontanea del bosco su terreni agricoli che, se migliora le condizioni di C sink, può avere effetti sulla riduzione della biodiversità o la diffusione di tecniche di zero tillage che possono indurre maggior impiego di erbicidi o lo sviluppo dei grandi impianti energetici a biomasse che possono indurre un maggior ricorso all’importazione di materie prime dall’estero (CEC, 2009). Una capacità di azione coordinata, nella logica della razionalizzazione e della riduzione della spesa pubblica in agricoltura, dovrebbe ispirare le politiche di gestione delle risorse agricole e forestali.

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  • 1. Il Protocollo di Kyoto contempla, oltre a CO2, CH4 e N2O, tre gruppi di gas di origine industriale: idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC) e l'esafluoruro di zolfo (SF6).
  • 2. Circa un quarto (25,9%) delle emissioni totali è causato dai combustibili fossili utilizzati per la produzione di energia elettrica. Vengono poi le emissioni causate dall’industria (19,4%); dalla distruzione e dal degrado delle foreste (17,4%), dagli edifici commerciali e residenziali (7,9%); infine dalla gestione dei rifiuti solidi e liquidi (2,8%) [link].
  • 3. I gas-serra hanno diversi effetti sui fenomeni di riscaldamento globale. Essi sono misurati tramite il Global Warming Potential (GWP), l’indicatore che viene impiegato, per esigenze di omogeneizzazione, per convertire i diversi gas in CO2 equivalenti. Nell’arco di 100 anni una molecola di CH4 ha un GWP 21 volte superiore a quello di ’una molecola di CO2, una molecola di N2O ha un GWP di 310 volte superiore.
  • 4. Vedi [link].
  • 5. In sostanza, il metodo net-net accounting confronta le variazioni degli stock di C ascrivibili alle attività agricole prima citate nel corso del periodo d’impegno con quelle dell’anno di riferimento. In questo modo un credito viene prodotto se nelle zone interessate dall’attività c’è stato un assorbimento netto di emissioni. Con questa metodologia, per usare una metafora finanziaria, è come se si confrontasse il saldo medio delle entrate-uscite in un conto corrente bancario di un periodo (2008-12) con quello di un anno-base di riferimento (1990). Nel gross-net accounting è come se si commisurasse non il saldo, ma l’ammontare di un conto corrente bancario alla fine del periodo (2012, in questo caso) con l’ammontare all’inizio dello stesso periodo (2008).
  • 6. Le sei priorità individuate sono: cambiamenti climatici, energia rinnovabile, gestione delle risorse idriche, biodiversità, misure di accompagnamento della ristrutturazione del settore lattiero caseario, innovazioni connesse alle prime 4 priorità elencate.
  • 7. Vedi FCCC/KP/AWG/2009/L.15 [link].
  • 8. Vedi [link].
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