Quali fattori influenzano il ricambio generazionale?

Quali fattori influenzano il ricambio generazionale?
a Università di Torino, Dipartimento di Economia
b Università della Tuscia, Dipartimento di Economia Agroforestale e dell'Ambiente Rurale
c Università Politecnica delle Marche (UNIVPM), Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali
d Associazione Alessandro Bartola (AAB)

Introduzione

Ogni discussione sul ricambio generazionale dovrebbe partire da un’analisi dei fattori che la possono influenzare, dato che è su questi che le misure di politica agraria devono intervenire; è anche importante distinguere le diverse forme che il ricambio generazionale può prendere. Il ricambio generazionale degli addetti in agricoltura può infatti avvenire in due modi. Il primo, di gran lunga prevalente, soprattutto nel passato, è attraverso la successione all’interno delle famiglie agricole, con la generazione successiva che prende in mano le redini di un’azienda già esistente. Il secondo prevede che nuovi imprenditori si facciano carico della direzione di aziende che cessano l’attività: la sua importanza è crescente e potrebbe assumere ancora più importanza nel futuro, in coincidenza con la cessazione di un blocco di agricoltori anziani privi di successori che sta arrivando all’età della pensione. I fattori che influiscono sul ricambio generazionale sono parzialmente diversi in un caso e nell’altro.
Nel primo caso, ovviamente, i potenziali subentranti non affrontano le difficoltà che si presentano agli imprenditori “ex novo”, e di cui si parlerà, in particolare il costo del capitale fondiario. Tuttavia, come i fatti dimostrano, la disponibilità di un’azienda familiare non induce automaticamente i figli o le figlie di agricoltori a continuare la stessa attività.

I fattori che influiscono sulla successione familiare

Le alternative di reddito: reddito agricolo ed extra-agricolo

Se si cerca di analizzare quali sono le possibili ragioni per continuare o cessare l’attività dei genitori o comunque dei propri parenti prossimi, la teoria economica -ed il buonsenso- ci dicono che una prima componente importante è il reddito che l’azienda familiare può fornire, in comparazione a quello offerto da altre occupazioni. Da questo punto di vista, se si guarda al settore nel suo complesso, i dati macroeconomici non ci danno buone notizie, dato che il valore aggiunto per occupato agricolo era nel 2004 solo il 51% di quello medio nazionale. Ma, ovviamente, all’interno del settore ci sono forti differenze e spesso il reddito agricolo si integra con altri redditi nell’ambito familiare o lo stesso conduttore esercita una attività part-time. Così non stupisce che in percentuale si trovino più giovani nelle aziende di maggiori dimensioni (si veda Giovani e impresa in agricoltura: cosa dicono le statistiche? su questo stesso numero), che offrono prospettive di reddito migliori. D’altronde queste sono le aziende nelle quali sono maggiormente presenti e lavorano familiari della generazione successiva, che presumibilmente sono destinati a succedere al conduttore il giorno in cui questo cesserà di lavorare. In questi casi, mentre la titolarità formale resta in capo all’anziano, non di rado quella sostanziale viene gradualmente assunta dal più giovane. Ad esempio una elaborazione su dati individuali aziendali di un campione tratto dal censimento dell’Agricoltura 2000 in Piemonte, mostra molto chiaramente che nella maggior parte delle aziende di maggiore dimensione c’è qualche familiare più giovane che potrebbe succedere al titolare, in quanto è coinvolto attivamente nella gestione aziendale: in particolare, fra le aziende il cui conduttore ha più di 50 anni, quasi il 90% di quelle sopra le 100 UDE ha un potenziale successore, mentre la percentuale cade sotto il 40% in quelle sotto le 8 UDE.
Se quindi per i giovani figli di agricoltori il reddito derivante dalla continuazione dell’attività familiare è importante, sono però altrettanto importanti le occupazioni alternative. Da questo punto di vista conta sia il reddito che possono fornire, sia la sua sicurezza nel tempo. E’ ovvio che se la prospettiva è quella di un lavoro meglio retribuito di quello aziendale e con una buona stabilità, la tentazione di lasciar perdere l’attività aziendale è molto forte. D’altra parte però il giovane figlio di agricoltori al momento di scegliere la sua strada deve spesso confrontare una occupazione sicura e con un reddito ragionevolmente certo (quello aziendale) con strade alternative incerte, sia in termini di reddito che in termini di facilità di occupazione. Da questo punto di vista la crescente precarietà occupazionale, specie giovanile, gioca in favore della permanenza di giovani in agricoltura. E’ chiaro che comunque possono influire sulle scelte anche le preferenze personali in termini di avversione al rischio, oltre che le prospettive offerte dal mercato del lavoro locale.

Il ruolo dello sviluppo rurale e locale

Lo sviluppo locale ha effetti contrastanti sul ricambio generazionale. Da una parte, le possibilità di occupazione a livello locale può consentire di alleggerire la presenza di manodopera familiare eccessiva in azienda: qualcuno se ne va a lavorare altrove, e questo consente di alzare il reddito medio di quelli che restano, favorendo le prospettive di continuazione. Senza contare poi che la pluriattività è un fenomeno diffuso, e può avere effetti benefici sulla sopravvivenza aziendale: si pensi alla possibilità che in un’azienda, piccola per consentire redditi sufficienti per più persone, un figlio lavori a part-time fuori azienda in attesa di prenderne il controllo. Infine, l’uso dell’abitazione aziendale è uno degli elementi che possono incentivare la scelta dell’attività agricola, sia come attività esclusiva, sia come part-time. Solo un’occupazione extra-aziendale ad una ragionevole distanza dall’azienda permette di continuare a svolgere una parte di lavoro nell’azienda stessa, se la scelta è quella della pluriattività individuale, o consente di utilizzare la sede aziendale come abitazione, quando l’individuo decide di dedicarsi totalmente al lavoro esterno. Se non esistono opportunità occupazionali a livello locale, la sola alternativa è il cambiamento di residenza che comporta però la cessazione dei legami con l’azienda e costi di trasferimento presumibilmente maggiori rispetto ad un qualunque altro occupato, per via della rinuncia all’abitazione rurale.
D’altra parte, però, occasioni di occupazione esterne all’agricoltura possono sottrarre giovani all’agricoltura, e quindi influire negativamente sul ricambio generazionale. Diventa quindi importante la “qualità” dello sviluppo rurale, cioè la capacità di attivare processi di valorizzazione reciproca fra attività agricole ed extra-agricole.
I mercati locali hanno infatti un ruolo importante nello stimolare la domanda per i prodotti e servizi innovativi. L’agricoltura innovativa dipende dalla domanda locale molto più di quello che si pensi. Un territorio rurale segnato dallo sviluppo stimola, attraverso la sua stessa fruizione, l’offerta di prodotti e servizi della propria agricoltura. D’altra parte, ben difficilmente può avere successo una strategia imprenditoriale che, specie nelle fasi iniziali, non incontri il consenso e la disponibilità a pagare dei consumatori di quel territorio. Peraltro ben maggiore è la forza di attrazione sulla domanda proveniente dall’esterno, se l’offerta agricola si coniuga con la capacità complessiva di un territorio di rendersi riconoscibile curando la propria identità e valorizzando le proprie unicità. E’ su questa che può avere successo una iniziativa di marketing territoriale: il contributo dell’agricoltura tipica e multifunzionale è basilare, ma è molto meglio se questo si incardina in una complessiva valorizzazione (turistica ad esempio) dell’intero territorio e dei suoi prodotti e servizi. C’è anche un’altra ragione per considerare la dimensione territoriale dello sviluppo quando si fa riferimento al ringiovanimento nelle campagne. L’agricoltura, come tutte le altre iniziative, ha bisogno di attrarre investimenti privati e spesa pubblica. Ma, di fronte alle decisioni di investimento private, così come alle decisioni pubbliche di localizzazione delle proprie iniziative, i sistemi territoriali sono in concorrenza tra loro; e la capacità di essere selezionati dipende decisamente dall’organicità dei programmi di sviluppo territoriale e dalla propria capacità di renderli effettivi e riconoscibili. In sostanza, sempre più difficilmente la competizione interterritoriale può essere condotta dal lato degli interessi settoriali. L’appeal di un territorio dipende dalla sua capacità di mettere a frutto i contributi di tutte le sue peculiarità. Un secondo elemento per il quale è importante la interrelazione fra agricoltura e sviluppo locale riguarda l’andamento congiunturale dell’economia e la capacità delle aree rurali, in relazione ad essa, di travasare risorse da un settore all’altro. Generalmente l’industria beneficia più dell’agricoltura della congiuntura economica favorevole, mentre l’agricoltura mostra migliore resistenza quando il ciclo volge al rosso. Ne consegue che lo sviluppo delle aree rurali, proprio per la compresenza nei territori rurali di tutti i settori, primario, secondario e terziario, beneficia notevolmente della possibilità di riallocare tempestivamente le risorse, a seconda delle opportunità di mercato connesse alla fase ciclica dell’economia. Quindi ogni politica tesa a favorire il ricambio generazionale non può prescindere dal quadro dello sviluppo rurale locale, perché ne è allo stesso tempo parte e condizione.

Le preferenze dei giovani

Anche se il reddito agricolo è una componente importante nelle scelte dei figli di agricoltori, non è però l’unica. Come si è detto, neppure nelle aziende più redditizie sono sempre presenti potenziali successori: nell’esempio piemontese sopra riportato, anche nella classe sopra le 100 UDE più del 10% delle aziende non ha probabilmente un successore, e in quella immediatamente inferiore la percentuale sale a più del 20%. Nelle scelte dei figli degli agricoltori sul loro futuro lavorativo, come in quelle di chiunque, anche le preferenze individuali contano, spesso in misura notevole.
Le condizioni di lavoro e la professionalità. L’attrattiva verso una professione è anche costituita dalla “qualità” del lavoro, cioè dalla soddisfazione che se ne ricava, e dal prestigio di cui gode. Contano quindi le condizioni lavorative; il lavoro agricolo non è più l’attività faticosa di un tempo, ma non vi è dubbio che i vincoli di orario e di stagionalità, la difficoltà a prendere le vacanze, sono elementi che possono scoraggiare i giovani; per contro l’attività all’aria aperta e a contatto con la natura corrisponde a valori ambientali diffusi fra di loro. Inoltre l’attività agricola non è ripetitiva, richiede responsabilità e conoscenze in molti campi e soprattutto in alcuni ordinamenti produttivi. In effetti, una alta professionalità costituisce una fonte di soddisfazione ed un incentivo alla permanenza in agricoltura. Ad esempio (si veda in proposito anche l’articolo di Sotte F., Carbone A., Corsi A., Giovani e impresa in agricoltura. Cosa ci dicono le statistiche? sin questo stesso numero), sempre sulla base dei dati del campione piemontese, la percentuale di aziende “con successore” è decisamente più alta della media negli ordinamenti ad elevata professionalità, come allevamenti da carne e da latte, frutticoli, viticoli di qualità; altri studi suggeriscono che questo sia vero anche a parità di reddito fornito. Ma la professionalità, che nel passato era soprattutto tecnica, oggi assume un significato più ampio. Il passaggio dall’attuale agricoltura per il mercato all’agricoltura multifunzionale orientata anche alla produzione di beni e servizi di interesse collettivo richiede professionalità e soluzioni tecnico-organizzative specifiche. I giovani hanno sotto questo profilo uno straordinario vantaggio competitivo. Essi hanno infatti maggiore dimestichezza con le tecniche di base necessarie per cimentarsi in queste attività: si pensi all’informatica, alle lingue, alla cultura di base dei primi e potenziali utilizzatori dei loro servizi (anch’essi generalmente giovani e comunque informati e culturalmente dinamici). Essi hanno anche una più lunga prospettiva temporale nella valorizzazione degli investimenti effettuati, nello sfruttamento delle competenze acquisite, nella capacità di trarre profitto dalla rete di relazioni che si costruisce attorno all’impresa diversificata e multifunzionale. Essi hanno anche maggiori aspettative, maggiore entusiasmo, da cui deriva anche una maggiore propensione al rischio.
Il prestigio della professione. La soddisfazione fornita da una professione dipende anche dalla considerazione che il resto della società le dà. Il ricambio generazionale nelle campagne ha incontrato nel corso del tempo un ulteriore rilevante ostacolo nella percezione sociale della professione, cioè nella considerazione sociale e della relativa immagine di sé associata alla funzione degli agricoltori. La scarsa considerazione del ruolo degli agricoltori in passato era sostanzialmente connessa alla precarietà delle condizioni di vita e di lavoro. L’agricoltura è stata per tanto tempo il contenitore del maggiore disagio economico-sociale, della discriminazione culturale, dell’insicurezza e della disoccupazione. Questa condizione si è riversata su tutte le aree rurali, anche a causa della preferenza spesso accordata alle aree urbane e all’industria dalle politiche per lo sviluppo. L’emigrazione ha assunto così spesso il carattere della fuga dalle campagne, accentuando ulteriormente la crisi delle aree rurali.
Oggi l’agricoltura, per fortuna, non è più povera, precaria e faticosa come un tempo. L’handicap della ruralità e della marginalità agricola è stato superato e nessuno rievoca i tempi passati. Ma se in passato la professione agricola veniva rifiutata prima di tutto dagli stessi figli degli agricoltori perché associata alla povertà, oggi, nell’immaginario collettivo, essa oscilla fra due poli, uno negativo ed uno positivo. Da una parte, c’è l’immagine dell’agricoltura fortemente “tecnologizzata”, tesa al solo profitto e aggressiva verso l’ambiente. Dall’altra, c’è il crescente interesse verso l’ambiente, il fascino di una professione che si ritiene possa avere un rapporto positivo con l’ecologia, la convinzione che sia possibile recuperare il gusto per le produzioni di qualità e di prestigio, rispettose dell’ambiente e della qualità del cibo. In questa direzione lo stesso passaggio delle politiche comunitarie e nazionali dal sostegno dei prezzi all’enfasi sulla multifunzionalità dell’agricoltura è un elemento favorevole all’orientamento dell’immagine comune dell’agricoltura in senso favorevole, se questo è colto dai giovani agricoltori.
La qualità della vita. Ma le preferenze per l’attività agricola possono essere favorite da un altro elemento: la qualità della vita nelle campagne. Come per l’occupazione e il reddito, si tratta di una condizione altrettanto essenziale per assicurare la permanenza dei giovani o addirittura per attrarli verso la professione agricola e le aree rurali. La qualità della vita dipende da un vasto complesso di fattori: in particolare dalla disponibilità in loco di servizi pubblici e privati e dalle possibilità di accesso in termini di mobilità fisica e di connettività virtuale. In altre parole: dalla rottura dell’isolamento. Non si dimentichi peraltro che alla fornitura di servizi locali si associa un’altra loro funzione fondamentale, quella di rispondere alle esigenze occupazionali del territorio rurale. Data la ridotta popolazione delle aree rurali, i fabbisogni occupazionali sono molto contenuti e la domanda di lavoro nelle attività di servizio al territorio svolge spesso un ruolo molto più importante che in città nel determinare la permanenza dei giovani nelle campagne.

La scolarizzazione e la formazione

Un ulteriore elemento può giocare a favore o a sfavore del ricambio generazionale: la formazione del capitale umano in agricoltura. Anche se la situazione è molto migliorata rispetto a trent’anni fa, il livello di scolarizzazione degli addetti in agricoltura rimane molto basso. L’ingresso di giovani è quindi anche un’occasione importante per il miglioramento del suo livello nel settore. In genere, in agricoltura come negli altri settori, i genitori hanno investito nella formazione dei figli, convinti che questa avrebbe loro consentito un avanzamento sociale. Per quanto riguarda i figli di agricoltori, la letteratura mostra che un innalzamento della scolarità aumenta la produttività del lavoro: da questo punto di vista, la maggiore scolarizzazione ha un effetto positivo sulle prospettive di successione, in quanto rende l’impresa agricola più redditizia, grazie alla maggiore conoscenza tecnica e scientifica, e quindi rende più attraente la continuazione dell’attività. Tuttavia il maggior livello di istruzione rende possibile ai figli di agricoltori l’accesso a lavori con maggiore retribuzione fuori dell’azienda, ed in questo senso può agire in direzione contraria al ricambio generazionale. Questo effetto vale di meno quando l’istruzione è nel campo agricolo (Istituti Tecnici Agrari, Facoltà di Agraria), ma non scompare neppure per i diplomati e laureati in queste discipline. Quale dei due effetti prevalga dipende da molti fattori, fra i quali quelli prima elencati riguardo alla qualità del lavoro, alla qualità di vita nelle aree rurali, al prestigio della professione. Ma le strutture di educazione e formazione professionale possono fare molto: in particolare allargando la formazione ai nuovi e affascinanti aspetti del lavoro in agricoltura, legati alla sua multifunzionalità.

I fattori giuridico-istituzionali

Per quanto meno forti di un tempo, esistono poi alcuni problemi connessi al passaggio generazionale, cui si vuole accennare qui solo di sfuggita, legati alla legislazione successoria. Il problema nasce dal fatto che con il passaggio generazionale si ha da un lato la trasmissione del patrimonio, dall’altro quella della gestione, e questo crea un problema di disponibilità di capitali iniziali o quanto meno di reddito iniziale per gli eredi che continuano l’attività e che devono compensare gli altri. Il problema tuttavia è meno grave che in passato, sia per la diminuzione della dimensione media delle famiglie agricole, che si sono quasi allineate a quelle medie nazionali, riducendo così il numero dei potenziali aspiranti all’eredità, sia per il minor numero di figli che aspirano a succedere nella gestione.

I fattori che influiscono sull’ingresso di nuovi agricoltori

L’altra componente possibile del ricambio generazionale è costituita dai “nuovi ingressi”, cioè da persone che iniziano ex novo l’attività agricola. Negli ultimi decenni si è assistito ad un certo interesse all’ingresso in agricoltura. Si tratta in parte di acquisizione di aziende a scopo prevalentemente residenziale, ma talvolta accompagnata dall’ingresso in produzioni “di prestigio” (l’acquisto di vigneti), o dell’inizio di produzioni agricole da parte di professionisti o comunque di appartenenti a ceti abbienti attirati da una attività a contatto con la natura, spesso nel campo delle colture biologiche. Nel futuro è probabile che un certo peso acquisirà l’ingresso di immigrati come conduttori: una tendenza che si è già verificata in altri paesi e che è legata alla consistente presenza attuale di immigrati in agricoltura come salariati fissi ed avventizi, e che va valutata positivamente. Tuttavia questi fenomeni non devono far dimenticare i grossi ostacoli che devono affrontare per iniziare l’attività i giovani anche potenzialmente in grado di affrontare questa professione, spesso anche con molto entusiasmo e studi adeguati nelle discipline agrarie (diploma o laurea in scienze agrarie e forestali) o nelle altre discipline necessarie allo sviluppo rurale e all’agricoltura diversificata, multifunzionale e rivolta al mercato (scienze economiche, scienze ambientali, scienze delle preparazioni alimentari, scienze turistiche, ecc.). I fattori indicati nel paragrafo precedente (prospettive di reddito relativo, prestigio, qualità del lavoro, ecc.) valgono ovviamente anche per questi casi; ma ad essi si aggiungono alcuni fattori specifici.
L’investimento iniziale. Il più rilevante ostacolo è senz’altro costituito dall’investimento iniziale, soprattutto per quanto riguarda il capitale fondiario. Stante la scarsa diffusione dell’affitto, questo costituisce una barriera pressoché insormontabile per chi non dispone a priori dei capitali necessari, per la scarsa propensione del sistema creditizio a finanziare gli imprenditori sulla base del progetto produttivo piuttosto che sulla base delle garanzie patrimoniali. Sugli alti prezzi della terra, come noto, ha nel passato influito la politica di sostegno dei prezzi, che aveva l’effetto di inglobare nella rendita e nel prezzo della terra i vantaggi della protezione pubblica. Ma anche dopo la riforma Fischler del 2003, che ha introdotto il Pagamento Unico Aziendale disaccoppiato, il nocciolo del problema non cambia sostanzialmente. La riforma ha introdotto la figura del “beneficiario-nel-passato”: indipendentemente da ogni considerazione sul merito, chi ha beneficiato del sostegno in passato (segnatamente negli anni 2000-2002) ha il diritto riconosciuto di riceverne ancora, indipendentemente da ogni giudizio di opportunità o di valore sulle ragioni di quel sostegno e sulla razionalità oggi di quell’intervento. Nella stessa direzione operano le politiche di controllo delle produzioni (quote fisiche di produzione, diritti all’impianto, ecc.), che precostituiscono indirettamente nuovi titoli di status per chi è titolare di una azienda agricola. Tutte queste misure creano rendite di posizione, impongono rigidità e condizionamenti nel mercato dei prodotti e aumentano la scarsità nel mercato dei fattori, come quello della terra, e si trasformano in pura rendita per gli attuali percettori. Paradossalmente, chi vuole accedere alla titolarità dell’impresa agricola, è tenuto a pagare prezzi (per l’accesso alla terra in particolare) che incorporano quella rendita. Per potersi trovare nelle condizioni essenziali per l’avvio dell’impresa i potenziali giovani agricoltori debbono cioè non solo investire nei fattori di produzione, ma anche comperare il consolidato dei contributi pubblici (accoppiati o disaccoppiati) e della rendita connessa a tutti i vantaggi (quote, esenzioni fiscali, agevolazioni) di cui i titolari di oggi sono beneficiari. Con il rischio peraltro che in un futuro, che può essere anche prossimo, alcuni di quei privilegi (tra cui lo stesso pagamento unico aziendale) vengano ridotti o, in alcuni casi, addirittura soppressi.
L’esperienza e la formazione. L’altro ostacolo specifico all’ingresso di nuovi giovani agricoltori, che i figli di agricoltori evidentemente non hanno, è costituito dalla mancanza di esperienza. Anche quando hanno ricevuto una formazione scientifica, questa deve poi essere adattata alle condizioni specifiche della zona e dell’azienda, che è tanto più importante quanto più sono diversificate le condizioni pedoclimatiche e ambientali. Inoltre le tendenze di mercato che spingono nella direzione di una crescente diversificazione dei prodotti alimentari, richiedono anch’esse conoscenze tecniche specifiche della località per sfruttarne le peculiarità che sono alla base della differenziazione (si pensi alle DOC, DOP, ecc.), e capacità di commercializzazione e di creazione di azione collettiva per la valorizzazione dei prodotti locali.

Quali politiche sono possibili?

La politica agraria generale

Un primo punto va premesso: la “politica per il ricambio generazionale” non può essere separata dagli indirizzi generali di politica agraria. Se si vuole effettivamente operare per un’inversione dell’invecchiamento e della perdita di giovani nelle campagne, la riflessione non si può limitare alle sole politiche specifiche per i giovani. Tutte le politiche agricole comunitarie, nazionali e regionali vanno discusse e analizzate alla luce dell’obiettivo del ringiovanimento nelle campagne. Anche perché, nello specifico dell’agricoltura, il loro peso è così consistente e il loro ruolo talmente pervasivo da costituire il riferimento primario delle decisioni individuali e collettive che presiedono al ricambio generazionale. Spesa pubblica e agevolazioni rappresentano una quota molto consistente del valore aggiunto agricolo: ad esempio, in Italia, il 58% in media nel triennio 2000-2002 secondo le stime INEA. Come si è detto, la parte di gran lunga prevalente di questo ammontare di risorse è collegata a condizioni soggettive del tutto o in grande misura indipendenti dall’esercizio dell’attività imprenditoriale, cioè dalla capacità innovativa, dalle competenze e dalle scelte amministrative e gestionali, dalle capacità di operare sul mercato, dalla valutazione e propensione al rischio dell'agricoltore. Può trattarsi della semplice condizione di essere agricoltore, essere proprietario o possessore della terra, abitare in zone rurali svantaggiate, produrre prodotti standardizzati, utilizzando tecniche standardizzate, utilizzare determinati fattori di produzione, possedere uno specifico statuto giuridico. Le varianti sono moltissime, la caratteristica precipua delle politiche passive sta proprio in questo: nel premiare il soggetto e non il progetto (lo status, come si dice, anziché il comportamento). La passività caratterizza gran parte della politica di sostegno diretto, con particolare riferimento alle commodities (come cereali, oleaginose, barbabietola da zucchero ed altre colture estensive). Non a caso, sono le aziende agricole condotte dai più anziani le più specializzate in queste colture. Ma, come si è detto, anche il disaccoppiamento introdotto dalla riforma Fischler non ha cambiato sostanzialmente le cose sotto questo aspetto, adottando la nuova condizione di status di “beneficiario-nel-passato”. E’ evidente come questa impostazione danneggi i giovani agricoltori: altro sarebbe se la spesa e le agevolazioni premiassero i comportamenti, cioè i progetti e i programmi (accoppiandosi ai risultati che i cittadini e i consumatori si aspettano dagli agricoltori). In questo caso l'accesso ai benefici dipenderebbe dall'esercizio dell'impresa e spetterebbe solo ai progetti effettivamente intrapresi dagli agricoltori. I soggetti passivi, quelli cioè titolari del solo titolo di status, non avrebbero diritto a nessun sostegno, quindi nessuna rendita spetterebbe a chi abbandona (mentre invece potrebbe continuare ad essere incentivata la messa a disposizione della terra o il prepensionamento), e conseguentemente l'attività di chi rileva l'impresa sarebbe giustamente premiata. Va poi da sé che, fatto salvo quanto appena detto, ogni politica che aumenti i redditi agricoli o che porti a dimensioni aziendali più adeguate aumenta la convenienza relativa dell’occupazione in agricoltura e per questa via contribuisce a favorire la permanenza e l’ingresso di giovani in agricoltura.

Le politiche per il rinnovamento generazionale

L’accesso ai capitali. Si è detto che questo costituisce uno degli ostacoli maggiori all’accesso dei giovani. Certo, il premio di insediamento può costituire un’agevolazione in questa direzione, soprattutto se unito alla gestione degli incentivi agli investimenti in un quadro coerente, che premi effettivamente il progetto imprenditoriale del giovane e non semplicemente il suo status anagrafico. Nell’agricoltura di oggi e in quella che si può immaginare per il futuro, il compito precipuo dell’imprenditore consiste prima di tutto nella identificazione e nella cura progettuale del progetto imprenditoriale (la “business-idea”) in un contesto in evoluzione, che richiede continui aggiustamenti, mentre le qualità richieste per la sua implementazione risiedono soprattutto nella sua capacità commerciale, organizzativa e gestionale. Il problema non riguarda solo l’operatore pubblico, ma anche il sistema creditizio. Sotto questo profilo, l’introduzione di nuovi strumenti finanziari e di garanzia, specificamente mirati al sostegno delle esigenze di finanziamento delle nuove imprese, è cruciale. Forme analoghe al prestito d’onore previsto per i finanziamento degli studi universitari potrebbero essere cercate (con gli opportuni adattamenti) anche per l’agricoltura, mentre specifiche forme di assicurazione andrebbero introdotte a supporto tanto del rischio dell’imprenditore nelle fasi di start-up, che del suo finanziatore.
L’accesso alla terra. Questo è il problema principale per i giovani che non ereditano un’azienda dai genitori. Evidentemente, una maggiore diffusione dell’affitto diminuirebbe l’ostacolo della disponibilità iniziale del capitale necessario all’acquisto. Si potrebbero ipotizzare alcuni strumenti di tipo contrattuale: a titolo di esempio, contratti che prevedano la cessione a termine dell’azienda, lasciandone per il momento la gestione all’attuale conduttore, magari affiancato dal futuro proprietario come tirocinante, in modo da distribuire nel tempo l’onere dell’acquisto da parte di quest’ultimo e al contempo dargli una sicurezza sulla possibilità dell’acquisto. Analogamente, si possono studiare forme contrattuali che riguardino la gestione cooperativa di più fondi che, pur lasciando agli attuali proprietari non più interessati alla gestione la garanzia di poter rientrare in possesso della loro terra, ne consenta la conduzione da parte di giovani. In generale, occorre facilitare la messa in contatto della domanda con l’offerta fondiaria. Potrebbe allora essere utile creare banche dati delle aziende con conduttori anziani, privi di successori e disposti a cedere l’azienda, per facilitare la ricerca di eventuali subentranti. Al riguardo può essere indicativo l’esempio della Francia (CNASEA, 2001), nella quale un’agenzia governativa svolge non solo la funzione di raccolta e messa a disposizione delle offerte e domande di aziende, ma anche quella di consulenza per gli aspiranti acquirenti o cedenti.
La formazione. Una politica coerente di facilitazione del ricambio generazionale dovrebbe anche riflettersi sulla politica di formazione. Accanto alla formazione tecnica, che conserva la sua importanza, dovrebbe però essere dato maggiore spazio alle conoscenze connesse al nuovo ruolo multifunzionale dell’agricoltura: da quelle ambientali a quelle relative alla valorizzazione delle risorse locali e della tipicità dei prodotti, comprese nozioni di marketing e l’uso degli strumenti informatici e di Internet. La maggiore apertura dei giovani verso questo tipo di tematiche potrebbe già essere una garanzia della loro maggiore partecipazione: ma si potrebbe prevedere l’obbligo di partecipazione ai giovani che accedono ai benefici per il primo insediamento. Anche da questo punto di vista l’esperienza francese, che prevede periodi di tirocinio e di formazione professionale per i giovani intenzionati ad intraprendere l’attività agricola, può fornire utili suggerimenti.

Riferimenti bibliografici

CNASEA (2001), «L’installation en agriculture. Analyse et perspectives», Cahiers du CNASEA, n° 1; CNASEA «Les répertoires à l'installation», http://www.cnasea.fr/

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Commenti

Compirò trent'anni a fine anno e in corrispondenza cambierò la mia professione. Da dicembre collaborerò in azienda di famiglia che esegue lavori agricoli conto terzi (aziende indispensabili se pensiamo a tutti i piccoli proprietari di piccoli appezzamenti di terreno). Mi sembra di notare che qualsiasi azione si pensi al futuro della ns. agricoltura e delle sue aziende, le aziende conto terzi siano escluse da qualsiasi contributo etc. Mi dà ragione o mi mancano alcune informazioni ???
 
Saluti
Stefano Pigatto
Mason Vicentino.

Commento originariamente inviato da 'Stefano' in data 24/10/2005.

Dal punto di vista giuridico, l'attuale definizione di imprenditore agricolo (art. 2135 del Codice civile, come modificato dal D.L. n. 228 del 18/5/2001) è la seguente: ''E' imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine. Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall'allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge''. Non essendo giuristi, non siamo sicuri se in questa definizione entri chi esercita solo il contoterzismo. Dal punto di vista economico, è però sempre più chiaro che la giustificazione degli aiuti pubblici all'agricoltura deriva da benefici che la collettività riceve dall'attività agricola ma che non sono ''pagati'' dal mercato: sono le esternalità positive che l'agricoltura produce (paesaggio, difesa del territorio e dell'ambiente, ecc.) che sono la base della multifunzionalità dell'agricoltura. Anche se purtroppo non sempre gli aiuti pubblici rispondono esattamente a questa regola, sarebbe bene che essa venisse rispettata. Aiuti all'attività di contoterzismo (un servizio venduto sul mercato) sarebbero quindi giustificati solo se si dimostrasse che producono benefici per la collettività non remunerati dal mercato.

Commento originariamente inviato da 'Alessandro Corsi' in data 25/10/2005.

Ho quasi trent'anni, mi sono laureata da più di tre anni in Economia e Commercio presso la facoltà di Economia di Ancona, e da circa tre anni collaboro al fianco dei miei genitori, come coadiuvante familiare, nell'azienda agricola di famiglia. Ho fatto questa scelta nella convinzione che la mia entrata rappresentasse una fonte di vantaggio competitivo, grazie alle conoscenze acquisite nel corso dei miei studi universitari A parer mio, nell'attuale crisi del settore agricolo gioca un ruolo fondamentale l'età ormai avanzata dei conduttori di azienda, e la loro carenza di cultura manageriale. Sono fermamente convinta che le imprese agricole abbiano bisogno prima di tutto di manager, ed in seconda istanza di coloro che apportano competenze tecnico-specialistiche.
Il mio contributo ha preso forma in un piano di ristrutturazione, consistente nel passaggio da una attività multiprodotto che collocava la produzione presso aziende di distribuzione e di produzione del settore agroalimentare, ad una attività specializzata nell'allevamento di bovini di razza marchigiana, con la relativa collocazione del nostro prodotto presso il consumatore finale.
Nella realizzazione del mio disegno imprenditoriale ho avuto le maggiori resistenze da parte della mia famiglia. In prima istanza perché non volevano accettare la mia scelta lavorativa. In seconda istanza, perché essendo ancora giovani, non riescono ad interpretare la mia collaborazione come un fattore critico di successo, essendo ancora legati ad una visione dell'agricoltura di tipo tradizionale. Il mio commento vuole far riflettere sul conflitto generazionale come fattore che influenza il ricambio generazionale. Il subentro dei figli nell'azienda agricola può costituire fattore di crescita dell'azienda qualora ci sia un atteggiamento di consenso da parte dei genitori. È necessario creare un gruppo che opera per un fine comune, dove ognuno ha un ruolo ben delineato. Sebbene possano sembrare concetti elementari per gli accademici, la realtà è ben diversa, e tanti, troppi passi ancora devono essere fatti.

Commento originariamente inviato da 'Alessandra Spreca' in data 07/08/2006.

Innanzitutto, complimenti per l'intenzione di riprendere l'attività in agricoltura: l'agricoltura italiana ha bisogno di giovani appassionati del loro lavoro. Esistono incentivi pubblici all'insediamento dei giovani agricoltori, per i quali può informarsi presso l'Assessorato all'agricoltura della sua regione, dove potrà anche avere informazioni sull'iter burocratico e sulle scadenze di presentazione delle domande. Più difficile darle indicazioni su dove reperire consulenza nella sua zona, della quale non ho conoscenza diretta. Può provare con le Organizzazioni professionali (Coldiretti, CIA, Unione agricoltori) o presso i Servizi di Sviluppo della Regione. Auguri per la sua attività.

Commento originariamente inviato da 'Alessandro Corsi' in data 04/12/2009.

Sono Stefano ho 24 e sono diplomato come perito tecnico industriale a indirizzo meccanico. Dopo 4 anni di lavoro dipendente nell'ambito della pneumatica prima come tecnico e poi in ambito commerciale mi trovo ora a cambiare lavoro ma negli anni non ho mai abbandonato l'idea di prendere in mano la vecchia azienda di famiglia gestita al momento solamente da mio zio che è il solo a mandare avanti l'attività. Disporrei di terreno e un modesto maun pò obsoleto parco macchine , il che credo sia un buon incentivo morale. Volevo sapere se esistono incentivi economici o una sorta di aiuti e se sì come potervi accedere. A chi mi dovrei rivolgere e quali figure potrebbero suggerirmi una pianificazione delle colture più redditizie o più indicate per la mia zona geografica? Qual'è l'iter burocratico che dovrei seguire per questo mio passaggio in azienda? Quali enti interessa? Scrivo da San Mauro Pascoli provincia di (Forlì Cesena)
Ciao grazie

Commento originariamente inviato da 'Stefano' in data 02/12/2009.

è interessante sapere come il passaggio generazionale sia una difficoltà per le imprese che si trovano con un imprenditore che deve lasciare le sue redini ai successori...figli o no...ma soprattutto è interessante sapere come questa fase di un'impresa agricola venga fronteggiata...si sa che di 100 imprese al primo passaggio generazionale ne rimangono solo 30...e in agricoltura...qual'è la percentuale delle imprese che muoiono?c'è piu difficoltà in agricoltura..oppure no??grazie..

Commento originariamente inviato da 'Cristina' in data 14/07/2010.

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