Le politiche di sviluppo rurale in Turchia: realtà e necessità di adeguamento alle norme comunitarie

Le politiche di sviluppo rurale in Turchia: realtà e necessità di adeguamento alle norme comunitarie
a Commissione Europea, Direzione Generale dell'Agricolura e Sviluppo Rurale

Introduzione (1)

La Turchia, paese ammesso alla candidatura per diventare membro dell’Unione Europea, ha diritto di ricevere finanziamenti di pre-adesione per il periodo programmatorio 2007-2013, mentre svolge contemporaneamente i negoziati per l’adesione per grandi capitoli tematici. Il quadro normativo (2) che regola l’utilizzazione di questi fondi è simile ma non identico a quello degli Stati Membri. La Commissione Europea ha concordato 5 componenti nel programma di pre-adesione: lo sviluppo rurale è uno di questi. L’entità dei finanziamenti (3) è stata definita soltanto fino al 2010, ed è di 290.5 milioni di euro per lo sviluppo rurale, con finanziamenti crescenti nel tempo; per il periodo dopo il 2010 questi verranno decisi di anno in anno secondo il grado di attuazione del programma e della spesa. Il regolamento applicativo (4) con le modalità d’attuazione, fornisce indicazioni strategiche e priorità dal punto di vista della Commissione che dovrebbero orientare il piano di sviluppo rurale (in seguito chiamato IPARD) della Turchia.
La Turchia, come tanti altri paesi europei, non aveva una politica di sviluppo rurale distinta dalla politica agricola. Negli anni del primo dopoguerra, durante il governo di Kemal Ataturk, si definirono le linee generali dell’intervento pubblico in agricoltura: in quell’epoca la grandissima maggioranza della popolazione risiedeva nelle zone rurali, era molto povera, senza istruzione, e praticava un’agricoltura di sussistenza, con una forte pressione demografica sulla terra, che si è mantenuta ed è pure aumentata negli ultimi ottant’anni. L’intervento dell’appena costituito stato turco fu di natura assistenziale e corporativista, riorganizzò le strutture a servizio dell’agricoltura in imprese statali, offrendo servizi tecnici con un orientamento produttivistico, dato che il fine perseguito era una modernizzazione graduale del settore, mantenendo al tempo stesso il consenso politico dei contadini - la gran maggioranza della popolazione - necessario per la stabilità politica. Lo sviluppo industriale rimase piuttosto modesto fino agli anni settanta ed il poco che c’era era concentrato a Nord-Ovest, nell’area attorno a Istanbul, la vecchia capitale ottomana. La nuova capitale nazionale, voluta da Ataturk ad Ankara - una città piccola, quasi un villaggio all’epoca - spostò l’amministrazione pubblica verso il centro geografico del paese, ma lo sviluppo economico, lentissimo, restò ad Ovest.
Il dualismo economico nello sviluppo è stato dunque molto significativo in Turchia e si esprimeva in due forme. Da una parte, una agricoltura arretrata e diffusa a fronte di settori industriali e di servizio modesti con un ruolo importante dello Stato nella promozione dello sviluppo; dall’altra, l’estesa regione centro-orientale del paese a fronte di quella occidentale.
Con le dovute proporzioni, il modello appare per molti versi simile al dualismo italiano, anch’esso formato nel primo dopoguerra, con il suo triangolo industriale da un lato ed il Mezzogiorno ed il Centro-Nordest contadino ed emigrante dall’altro, assistito dallo Stato nel suo ruolo chiave per la formazione del consenso politico. Le forti differenze tra i due modelli stanno nei tempi storici dell’emigrazione, iniziata soltanto negli anni Sessanta in Turchia, nella diffusione dello sviluppo industriale, significativa soltanto dagli anni Ottanta in poi, nel bassissimo livello di istruzione delle campagne fino ad oggi, nella debolezza della rete di piccole e medie città, poco vivaci commercialmente, che invece innerva tutta l’Italia. Un’altra notevole differenza è nel tasso di natalità: la Turchia ha ancora oggi una popolazione che cresce al ritmo dell’1.6% all’anno, sebbene con una tendenza decrescente (era il 2.4% negli anni Ottanta) nel lungo periodo, e dunque la sua popolazione rurale non ha mai smesso di crescere ed ha mantenuto alta la pressione demografica sulla terra. Questa è una situazione molto diversa da quella che caratterizza le zone rurali degli stati membri, afflitte da spopolamento in diversa misura ed intensità.

Il grande sviluppo economico degli ultimi 25 anni

La realtà del 2007 è tuttavia molto diversa da questo quadro di lungo periodo. L’economia turca si è trasformata nel periodo recente in modo sostanziale, crescendo a tassi del 4,2% all’anno in media negli anni Ottanta, del 3,9% negli anni Novanta e di oltre il 4% dal 2000 in poi. Il prodotto interno lordo è raddoppiato tra il 1980 ed il 2000. Questi sono tassi superiori a quelli degli altri paesi industrializzati nello stesso periodo e più simili a quelli del gruppo di paesi in via di sviluppo (i nuovi paesi industrializzati).
Le ragioni di questa crescita economica sono state attribuite a dei controlli monetari più severi dopo gli anni Ottanta, ai cambiamenti strutturali che la candidatura all’adesione all’Unione Europea ha comportato, all’inserimento della Turchia nei flussi commerciali internazionali con la maggior apertura relativa dei suoi mercati. Il vecchio modello sostanzialmente chiuso, protezionista e basato sulla sostituzione delle importazioni, è stato sostituito da un modello aperto agli investimenti esteri in entrata, all’emigrazione della propria manodopera (molto significativa quella verso la Germania), al ruolo di motore che in parte ha svolto il turismo, alla liberalizzazione degli scambi. Le analisi economiche che attribuiscono questo sviluppo ad una migliore disciplina monetaria raccontano soltanto una parte della storia. Lo sviluppo recente è stato trainato dalle esportazioni, in un primo periodo indirizzate verso i paesi sviluppati, ma sempre più ridirette verso i vicini paesi in via di sviluppo: Romania, Bulgaria e Russia, Iran, Iraq e Medio Oriente. Questo riorientamento nella destinazione dei flussi commerciali è basato su prodotti manifatturieri (imitati dai paesi avanzati ma prodotti a costi più bassi) ed agro-alimentari: la Turchia ha infatti una buona disponibilità di acqua e terreni che rendono possibile un’agricoltura ricca ed esportatrice, apprezzata da sempre nel Medio Oriente. Le ricadute interne di questi scambi favorevoli sono state notevoli per l’effetto sui consumi interni, sull’inurbamento della popolazione rurale, sulla diffusione territoriale dello sviluppo, che negli ultimi vent’anni si è estesa al centro del paese, con alcuni “poli” puntuali anche nelle regioni dell’Est, spinta in primo luogo dal turismo, dalle rimesse degli emigrati, dalle manifatture e dalle produzioni agroalimentari, e ha modificato in modo strutturale gli equilibri stabiliti dall’economia di sussistenza e dei bassi consumi rurali del primo dopoguerra.
Queste poche e schematiche osservazioni forniscono un quadro per grandi linee del contesto socio-economico in cui il programma di sviluppo rurale si troverà ad operare nei prossimi anni. Le differenze con i problemi di sviluppo rurale dei paesi membri dell’Unione Europea, soprattutto dei vecchi membri, sono notevoli e investono questioni d’importanza strategica. Semplificando molto, la Turchia si trova in una fase iniziale dello sviluppo economico, più simile a quella del “miracolo” economico degli anni Cinquanta italiano, che a quella attuale delle zone rurali dei paesi di vecchia industrializzazione. Queste ultime hanno ormai esaurito e spesso invertito i flussi migratori tra città e campagna, attraggono popolazione urbana per la miglior qualità della vita che riescono ad offrire, con economie rurali già diversificate al di fuori dell’agricoltura, con livelli di istruzione pari a quelli delle zone urbane, con redditi non troppo dissimili da queste, con infrastrutture moderne e accessibili. La logica del negoziato per diventare membri dell’UE, è basata sull’acquis communautaire - l’adeguamento all’insieme di norme oggi vigenti - che non pare tagliato su misura dei bisogni della Turchia, per lo meno per quanto riguarda i problemi dello sviluppo rurale. Non si tratta soltanto di differenze nelle fasi dello sviluppo economico, che richiedono approcci adeguati alle trasformazioni dell’agricoltura caratteristiche di quella fase, ma anche di differenze di visione politica e di definizione degli interessi degli uni e degli altri, che rende l’esercizio difficile. Due temi appaiono particolarmente rilevanti per capire meglio come queste differenze siano state gradualmente e soltanto in parte smussate.

La definizione delle zone rurali

Una delle decisioni da prendere all’inizio della programmazione ha riguardato la definizione dell’area da considerare rurale in Turchia, idonea di conseguenza per gli interventi di sviluppo. Tradizionalmente la popolazione rurale è stata definita come quella residente in comuni con meno di 2.000 abitanti. Secondo questa definizione il 35% della popolazione risiede in zone rurali. Il documento strategico del governo (5), modificando questa soglia, stabilisce che è rurale, ai fini del programma, la popolazione residente in centri con meno di 20.000 abitanti. Secondo questa nuova classificazione, risulta rurale il 39% della popolazione. La differenza non è molto significativa, ed indica indirettamente la polarizzazione del sistema insediativo, tra molti piccoli villaggi da una parte e grandi centri urbani dall’altra (con più di 20.000 abitanti). Inoltre, dato che la Turchia ha una grande estensione geografica ed una popolazione numerosa (72,1 milioni di abitanti nel 2005), con 81 province (non ci sono regioni), la Commissione europea ha richiesto che gli interventi fossero concentrati su un numero ridotto di territori, in modo da non disperdere i pochi fondi disponibili ed avere così un impatto maggiore sulle zone prescelte. Vista le necessità di modernizzazione dell’intera filiera agricola, coerente con una orizzontalità degli interventi su tutto il territorio, la Commissione ha sin dall’inizio chiarito che non si aspettava che le zone su cui concentrare gli interventi fossero necessariamente quelle meno sviluppate.
Il suggerimento che la Commissione ha dato agli Stati Membri per quanto riguarda la classificazione delle zone rurali nel prossimo periodo di programmazione è stato quello di usare, per scopi descrittivi, la classificazione OCSE della ruralità, basata sulla densità demografica dei comuni di una regione, e definendo 3 classi di zone: a) quelle rurali in modo prevalente (con più del 50% della popolazione in comuni con una densità inferiore ai 150 abitanti per km2); b) quelle intermedie o significativamente rurali (che hanno tra il 15 e il 49.9% della popolazione in comuni con una densità inferiore ai 150 abitanti per km2); c) le zone prevalentemente urbane, in cui i comuni rurali rappresentano meno del 15% del totale. Questa classificazione ha il vantaggio di essere neutrale rispetto alle attività economiche svolte nell’area, è utilizzata in tutti i paesi industrializzati e dunque consente confronti tra paesi e regioni. Nel nuovo quadro normativo comunitario per il periodo 2007-2013, la Commissione europea ha adottato per sé questa classificazione per descrivere in modo omogeneo le caratteristiche delle zone rurali europee e verificare la loro evoluzione nel tempo secondo una serie di indicatori.
L’adozione di questa classificazione in Turchia avrebbe avuto dunque il vantaggio di rendere confrontabili le sue zone rurali con quelle degli altri paesi europei, di stabilire una differenziazione interna tra zone rurali basata su un gradiente di densità, di poter effettuare interventi all’interno delle diverse filiere agro-alimentari affrontando i problemi laddove si ponevano, in altre parole, di intervenire in modo più orizzontale sul territorio rurale. Questo è stato ritenuto preferibile ad un criterio meno neutro, come ad esempio il reddito pro capite, che avrebbe finito con il concentrare gli interventi soltanto nelle province ad Est della Turchia, molto svantaggiate, mentre la domanda più forte di interventi veniva dalle zone di recente sviluppo e molto dinamiche (centrali, costiere), che si trovavano ad affrontare problemi di ristrutturazione, con i vecchi equilibri di sussistenza e bassi consumi non più riproducibili. Vista la necessità di selezionare una parte del territorio, è sembrato preferibile affrontare gli squilibri tra aree urbane e rurali, all’interno di alcune province, piuttosto che quello tra regioni complessivamente svantaggiate rispetto ad altre.
La scelta della classificazione OCSE, declinata con diversi indicatori come l’emigrazione netta o il reddito pro-capite, consentiva questa orizzontalità, ed è stata adottata con un correttivo. Questo è consistito nello sdoppiare la categoria delle zone prevalentemente rurali in due sotto-classi (6), quelle “esclusivamente” rurali (in cui tutti i comuni avevano una densità inferiore ai 150 abitanti per km2) e quelle “prevalentemente” rurali, in cui tra il 50% ed il 99,9% della popolazione risiedeva in comuni con meno di 150 ab/km2. Questo correttivo ha permesso di suddividere la forte concentrazione di popolazione in questa categoria (rurale in modo prevalente), che raccoglieva il 40% della popolazione ed il 68% delle province. Nel caso di confronti internazionali, queste due sottoclassi possono venire riaccorpate facilmente. Se a questa categoria si somma anche la popolazione delle zone significativamente rurali o intermedie, risulta che l’83% della popolazione turca risiede in zone rurali (mentre raggiunge il 56% nell’UE a 25 membri). Ciò rende l’idea della rilevanza notevole delle politiche di sviluppo rurale in Turchia, e la difficoltà politica di concentrare gli interventi con un criterio accettabile da parte degli attori istituzionali, vista anche la relativamente modesta entità dei finanziamenti di fronte alla domanda potenziale di interventi.
Nel passaggio importante tra la scelta di un criterio di classificazione che descrivesse in maniera soddisfacente la diversità delle zone rurali, e quella più impegnativa della scelta di un criterio di idoneità difendibile delle zone così classificate, si è introdotta una ulteriore delimitazione, consistente nel non consentire interventi nei centri con più di 20.000 abitanti, in modo da mantenere la barra sulle zone rurali anche nel senso più tradizionale. La classificazione OCSE ha infatti lo svantaggio di non discriminare la dimensione dei centri urbani, ed una provincia classificata come prevalentemente rurale, potrebbe comunque includere una città con più di 20.000 abitanti. Questa ulteriore delimitazione delle zone rurali ammissibili non solo ha permesso di concentrare alcuni tipi di interventi nelle zone rurali intermedie ed altri in zone prevalentemente o esclusivamente rurali, ma ha consentito inoltre di non concentrare gli interventi soltanto nelle zone più svantaggiate, con una logica non solo “regionale” ma anche più specificamente “rurale”.
L’analisi dei movimenti migratori interni tra campagna e città, ha infatti evidenziato che con lo sviluppo recente, lo svuotamento dei comuni rurali nelle province più dinamiche, è stato molto più intenso ed ha avuto un effetto destrutturante sull’intero sistema di produzione agro-alimentare, in termini di costo e disponibilità locale della manodopera, necessità di meccanizzazione, bisogni di ristrutturazione dei processi a monte e a valle della produzione (in particolare nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti). Diversamente, le province rimaste ancora ai margini dello sviluppo, concentrate nell’Est del paese, hanno conservato meglio “l’utilità” delle vecchie strutture di supporto all’agricoltura (ad esempio i macelli locali) ed hanno mantenuto una maggior disponibilità di forza lavoro agricola.
La scelta di un sistema di classificazione delle aree rurali per la Turchia è stata l’occasione per riconsiderare le forme tradizionali di classificazione del rurale, capirne i limiti nel nuovo contesto economico turco e nella prospettiva dell’adesione all’Unione Europea. La necessità di concentrare gli interventi ha spinto a privilegiare per alcune misure le zone più svantaggiate, ma per altre le zone intermedie, dove si registra una domanda di trasformazione e modernizzazione dell’agricoltura relativamente più importante.

La scelta delle misure di intervento tra bisogni dello sviluppo e priorità comunitarie

Sebbene il quadro normativo definito per i paesi candidati all’adesione consenta interventi in tre assi, non dissimili rispetto a quelli applicabili agli stati membri, le negoziazioni iniziali tra la Commissione e il Ministero dell’Agricoltura li hanno delimitati in modo piuttosto sostanziale, sia per quanto riguarda i settori di intervento all’interno dell’agricoltura, sia per quanto riguarda gli obiettivi degli interventi.
I settori indicati dalla Commissione come prioritari, dopo un’analisi preliminare, sono quello del latte, della carne e della pesca, in questo caso limitatamente alla trasformazione e alla commercializzazione del prodotto (escludendo dunque gli investimenti aziendali). A questi tre settori, se ne è aggiunto un altro, voluto fortemente dal Ministero dell’Agricoltura, quello della frutta e della verdura. Questi quattro settori sono i più importanti per gli agricoltori turchi. Negli studi di fattibilità che hanno preceduto la stesura del programma, i quattro settori hanno mostrato soprattutto problemi connessi alla piccola scala, alla bassa produttività e al fatto che, per il peso particolarmente rilevante delle aziende di sussistenza, l’efficienza risulta particolarmente ridotta. Le organizzazioni dei produttori, d’altra parte, agiscono più come enti di distribuzione di assistenza che come punti di aggregazione degli interessi dei produttori nei confronti del mercato. Questo è un retaggio del corporativismo predominante, difficile da riorientare o ristrutturare per i vincoli politici accumulati nel tempo e la difficoltà di adattarsi alla domanda del mercato interno, che comincia a funzionare al di fuori dei meccanismi di sussistenza delle aziende.
Nei settori del latte e della carne, i problemi da affrontare sono soprattutto di qualità e di sanità, ed è qui che la Commissione ha richiesto una maggior concentrazione dei fondi, in vista di una futura adesione e della conseguente libera circolazione dei prodotti. Nel caso del latte ad esempio vi è un’organizzazione dualistica del settore, con pochi grandi produttori e distributori molto concentrati geograficamente, ed una molteplicità di piccolissimi produttori che non riescono a rispondere agli standard igienici anche solo del consumo interno, quindi ancor meno di quello europeo. Va detto anche che il consumo è prevalentemente di yogurt piuttosto che di latte ed il problema è percepito in modo meno drammatico dalle autorità locali rispetto a quelle comunitarie. Per quanto riguarda la carne, una situazione analoga si ripresenta con i macelli comunali rurali, legati ai vecchi modi di produzione di un’agricoltura di sussistenza, inadeguata e insufficiente a soddisfare i consumi crescenti delle città.
Visti questi bisogni di ristrutturazione, dal lato comunitario si è insistito nel privilegiare gli interventi che hanno per obiettivo l’adozione di standard igienici più elevati, piuttosto che quelli che puntano a migliorare la competitività delle imprese attraverso investimenti aziendali, pur essendo questa finalità parte integrante dell’acquis communautaire vigente, legittimata dal divario della Turchia rispetto ai livelli medi europei, in una logica di futura convergenza e coesione. La posizione sostenuta è che, dati i limitati mezzi finanziari disponibili e dovendo quindi fare scelte, gli interventi più spiccatamente a carattere “economico” e strutturale vanno finanziati soprattutto ricorrendo ad altri fondi nazionali o internazionali, al di fuori di quelli di pre-adesione dell’Unione Europea. D’altro lato è chiearo che l’interesse del governo è quello di dare priorità agli obiettivi tradizionali di sviluppo economico nello stesso tempo in cui si migliorano gli standard sanitari, al fine di colmare il più rapidamente possibile il divario con l’UE.
Questa discussione difficile, tra posizioni di partenza molto diverse, è ben illustrata dagli interventi per il settore della frutta e della verdura. In questo settore, non ci sono problemi di sanità significativi. Tuttavia la riduzione della manodopera agricola ed i suoi maggiori costi, derivanti dal fatto che questa si trova ormai in concorrenza con i salari più alti dell’industria e dei servizi, richiederebbero investimenti tecnologici importanti per mantenere l’alto livello di produttività raggiunto in un settore ad alta intensità di lavoro. In questa situazione, l’argomento comunitario riguardanti la priorità da dare agli aspetti sanitari porta a sconsigliare interventi in questo settore, perché considerato già competitivo ed in concorrenza potenziale con le produzioni mediterranee dell’UE. Dal punto di vista turco invece, questi investimenti risultano indispensabili e necessari per mantenere la competitività del settore, indipendentemente dal fatto che non ci siano in questo caso standard sanitari da raggiungere.
Le differenze di maggior rilievo tra il regolamento comunitario che regola gli interventi a favore dello sviluppo rurale nei paesi membri e quello che invece regola quelli nei paesi candidati come la Turchia, riguardano soprattutto i contenuti dei tre assi, che non corrispondono perfettamente a quelli applicabili negli Stati Membri. Nel primo asse, l’enfasi è posta sull’obiettivo di adottare gli standard stabiliti nelle normative comunitarie ed in particolare la sanità alimentare, i servizi veterinari e fitosanitari, in forma prioritaria rispetto agli obiettivi di miglioramento della competitività. Nel secondo asse (ambiente e approccio Leader insieme) si attribuisce minor importanza agli obiettivi ambientali ed al metodo Leader, avviati in forma soltanto sperimentale e con modestissimi finanziamenti. Non sono ammesse spese per infrastrutture agricole o di formazione (da finanziarsi attraverso altre componenti dello strumento di pre-adesione). Nel terzo asse, dove è più esplicito il riferimento allo sviluppo dell’economia rurale ed in particolare delle misure di diversificazione delle attività economiche, l’intervento è orientato principalmente alle imprese agricole senza le dimensioni sufficienti per modernizzarsi all’interno del settore (quelle che abbiamo chiamato di sussistenza) e che dunque sono spinte ad adottare strategie di diversificazione. Le misure in questo asse riguardano pertanto interventi a favore dell’agriturismo, dell’avvio di attività para-agricole come la coltivazione di piante ornamentali o aromatiche, l’artigianato, il turismo.
Le misure che verranno attuate all’interno del primo asse, modificate come appena indicato, possono riguardare soltanto tre dei settori concordati (carne, latte e frutta e verdura), ed includono sia investimenti aziendali, sia investimenti per la trasformazione e commercializzazione dei prodotti, il sostegno alla formazione di nuove associazioni di produttori. Per quanto riguarda la pesca marittima, stranamente inclusa nel primo asse, sono ammessi soltanto interventi nei segmenti della trasformazione e commercializzazione del pescato, mentre per l’acquicoltura gli interventi sono stati inseriti nel terzo asse, nel quadro della diversificazione.

Conclusioni

Sulla base di questa sintesi degli orientamenti del piano di sviluppo rurale della Turchia per il periodo 2007-2013 si possono trarre ora alcune brevi osservazioni conclusive.
La prima è che lo strumento di pre-adesione, nella sua componente per lo sviluppo rurale non impressiona certo per la sua lungimiranza o la sua generosità. Di fronte ad una situazione strutturale caratterizzata da povertà e arretratezza molto più diffusa che nelle zone rurali degli Stati membri, il piano IPARD non è certo un piano coraggioso, non offre una visione di lungo periodo, è modesto nell’impianto concettuale, e non segue nemmeno la logica dei tre assi/obiettivo, ben distinti tra di loro, che ordina i prossimi piani di sviluppo rurale nei paesi membri. Nella discussione sulle priorità da perseguire, tra obiettivi economici o perseguimento di standard igienici hanno prevalso questi ultimi, con un approccio più guidato dai timori che dall’entusiasmo, più da atteggiamenti di chiusura e difesa che di apertura e interesse allo scambio. Si intuisce l’interesse a nascondere dietro aspetti prettamente tecnici questioni politiche più importanti e sostanziali.
La seconda osservazione è che questo programma è ancor più settoriale di quelli degli stati membri, con gli aspetti più innovativi e territoriali (gestione del territorio, diversificazione dell’economia rurale, utilizzazione dell’approccio “Leader”) lasciati in un ruolo del tutto marginale.
La terza osservazione riguarda un aspetto più generale: quello di come viene posta la questione della convenienza di ognuno dei due attori, Unione Europea da un lato e Turchia dall’altro, a portare a compimento l’adesione. L’analisi socio-economica ha messo in evidenza che ciò che spiega gli alti tassi di sviluppo attuali della Turchia sono le esportazioni, ma non tanto verso l’UE, quanto in misura crescente verso i mercati in espansione del Medio Oriente. Considerando la questione dell’adesione turca da questo punto di vista, la prospettiva riguardo all’ingresso nell’UE della Turchia si potrebbe a mio avviso ribaltare rispetto a quanto viene abitualmente riferito dai mezzi di comunicazione: è l’Unione Europea che trarrebbe vantaggio dall’integrare un paese con quei mercati e quelle prospettive di sviluppo; mentre, restando sempre sul piano dei mercati, è dal punto di vista della Turchia che appare meno interessante l’ingresso nel mercato europeo, già saturo e stagnante, che per di più impone costi molto alti all’ingresso.

Note

(1) Le informazioni riportate in quest’articolo sono riflessioni personali, formatesi nel corso dell’assistenza tecnica fornita al Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale per l’ elaborazione del programma IPARD.
(2) Regolamento 1085/2006 Strumento per la pre-adesione (Instrument for Pre-Accession, IPA). La componente “sviluppo rurale” è viene chiamata IPARD.
(3) Multi-annual indicative financial framework for 1PA (MIFF) 2008-2010.
(4) Multi-annual indicative programming document (MIPD).
(5) National Rural Development Strategy (NRDS), elaborato dal Ministero della Pianificazione e approvato nel 2006.
(6) Questa suddivisione è stata proposta in un articolo pubblicato da Akder, A.H., (2006) New context and new approaches to rural development policy in Turkey, in corso di pubblicazione.

 

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