La propensione a generare figli delle lavoratrici italiane nel settore agricolo

La propensione a generare figli delle lavoratrici italiane nel settore agricolo
Un’analisi statistica dal 1981 all’epoca attuale
a Università di Roma "La Sapienza", Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche

Abstract

Lo scopo principale di questo lavoro è di confrontare i livelli di fecondità delle donne italiane attive in agricoltura con quelli della popolazione femminile generale, nell’intervallo temporale dal 1981 fino agli anni recenti.
L’analisi ha principalmente posto in rilievo valori degli indicatori del fenomeno riproduttivo sensibilmente più elevati in relazione all’ambiente rurale. Tuttavia tali disparità riguardano soprattutto le epoche più remote del periodo in esame mentre recentemente le disuguaglianze tendono gradualmente ad attenuarsi.

Considerazioni introduttive

I cambiamenti socio-economici che negli ultimi decenni hanno interessato l’Italia e la gran parte dei paesi ad elevato sviluppo industriale e tecnologico sono in certa misura da collegare ad alcuni trend prettamente demografici, in particolare quelli riguardanti la natalità, la mortalità, nonché, più recentemente, le migrazioni internazionali (De Rosa M., 2017). Più precisamente, il prolungamento della durata media della vita e soprattutto gli insufficienti livelli della natalità, hanno progressivamente determinato il ben noto fenomeno dell’invecchiamento demografico, cioè una sempre più accresciuta importanza numerica dei contingenti di popolazione in età avanzata rispetto a quelli riguardanti le classi di età giovanili e centrali.
Nel contempo, mutamenti altrettanto importanti hanno riguardato le caratteristiche e le strutture delle famiglie. Difatti, l’ampiezza di queste ultime è andata sempre più riducendosi e sempre più sono andate affermandosi le tipologie familiari di tipo “mononucleare”. In particolare nell’ ambiente rurale è andato gradualmente perdendo importanza il tradizionale modello della famiglia “patriarcale”, vale a dire allargata a diverse generazioni di componenti.
Nel nostro Paese la “denatalità” perdura, pur con alti e bassi di ridotta entità, da più di un trentennio. In proposito, si consideri che a tenere bassa la propensione delle donne e delle coppie a generare figli hanno contribuito in buona misura fattori riconducibili al ritardato recupero femminile – rispetto ad altri paesi europei – delle possibilità di accesso al mercato del lavoro (Righi A., 2003): è infatti plausibilmente da ritenere che le donne abbiano a lungo differito le decisioni riproduttive allo scopo di accumulare esperienze di vita atte a contrastare le più scarse opportunità lavorative e professionali rispetto all’altro sesso (Piazza M., 2003).
Sembra fuor di dubbio che le circostanze sfavorevoli cui sopra si è fatto cenno risultino particolarmente rilevanti quando si focalizza l’attenzione sulle attività lavorative del settore primario dell’economia italiana. E’ inoltre importante evidenziare che negli anni più recenti l’impiego femminile ha finito per assumere un ruolo fondamentale nello sviluppo rurale nazionale, anche se non si può trascurare la circostanza che spesso le lavoratrici agricole sono prive di importanti requisiti professionali quali, ad esempio, una regolare copertura assicurativa, nonché un’adeguata tutela giuridica.
D’altro canto, è pure necessario segnalare che assai di frequente le lavoratrici in questione svolgono la loro attività in aziende a conduzione familiare, venendo impiegate in lavori manuali che non richiedono specifiche competenze professionali (Bartoli L., Bartoli V., Severo A., 2010), mentre ricoprono incarichi gestionali soltanto in aziende di piccole o piccolissime dimensioni.
In definitiva, sembra lecito ipotizzare che le condizioni di lavoro molto frustranti e gravose cui si è sopra accennato, unitamente al sensibile divario retributivo e pensionistico rispetto agli uomini, possa aver portato – negli anni recenti – le donne operanti nell’agricoltura a una propensione riproduttiva sempre più ridotta, fin quasi a raggiungere gli attuali livelli bassissimi  riguardanti la popolazione generale.

Dati di base e metodologia

Circa le statistiche di base, i dati riguardanti la popolazione femminile classificata per età sono stati ricavati dai quattro censimenti demografici dal 1981 al 2011 (Istat, 1981-2011), nonché dalle rilevazioni Istat sulle “Forze di lavoro” nell’anno 2016 (Istat, 2016). Per quanto inoltre concerne le nascite classificate secondo l’età della madre si è fatto uso, per gli anni 1981 e 1991, dei dati della rilevazione Istat dello “Stato civile” (Istat, 1981-1991), e per gli anni 2001, 2011 e 2016 di quelli delle indagini campionarie sulle nascite svolte dallo stesso Istituto (Istat, 2001-2016). In proposito, è da precisare che, al fine di operare su valori statisticamente più “consistenti”, i dati sulle nascite effettivamente utilizzati in questo lavoro sono stati determinati come medie annuali dei valori triennali dal 1980-82 al 2015-17.
Si vogliono ora descrivere le modalità di calcolo degli “indicatori” presentati in questo studio. A tale scopo è opportuno premettere che i diversi procedimenti hanno comunque preso a base le serie dei valori dei cosiddetti “quozienti specifici di fecondità”.  Questi, indicati con

in quanto riguardanti l’età x della donna al parto e l’anno t di osservazione, sono stati ottenuti mediante i rapporti:

                                                                                                                             [1]

Stando il simbolo al numeratore ad indicare il numero delle nascite da madri in età x riscontrato nell’anno t, e quello al denominatore l’ammontare medio, nello stesso anno t, della popolazione femminile di età x1.

Dunque, il primo degli indicatori di questo lavoro, vale a dire il ben noto “numero medio di figli per donna” (nel seguito indicato con ) è stato determinato, come usuale, semplicemente effettuando la somma dei sopra descritti quozienti specifici, cioè:

                                                              

Essendo il simbolo di sommatoria da intendere esteso a tutto l’intervallo fecondo femminile, cioè, convenzionalmente, dall’età 15 fino all’età 49.

Quanto al secondo degli indicatori qui proposti, definito “contributo percentuale del 1° ordine di nascita”, è stata utilizzata la formula di calcolo:

                                                            

Dove il simbolo   denota quozienti analoghi a quelli di cui alla relazione [1] ma facenti riferimento alle sole nascite del 1° ordine.

Infine, l’ultimo dei tre indicatori, che rappresenta “l’età media della donna alla nascita del 1° figlio”, è stato appunto ricavato come media aritmetica ponderata delle varie età dell’intervallo fecondo. In formula:                                                                                                 

                                                            

i cui pesi sono rappresentati dai quozienti specifici riguardanti il solo 1° ordine di nascita.

Principali risultati

Le tabelle 1 e 2 riportate nel seguito contengono i valori dei tre indicatori le cui modalità di calcolo sono state illustrate nel precedente paragrafo. In particolare, nella prima di tali tabelle figurano i dati riguardanti le condizioni di fecondità delle donne attive nel settore agricolo, mentre quelli della seconda sono riferiti alla generalità delle donne residenti in Italia. I valori della seconda tabella risultano indispensabili allo scopo di descrivere le peculiarità che il fenomeno allo studio presenta nel settore primario. Così pure, è chiaro che le serie di “numeri indici” (base 1981=100) che appaiono nella seconda parte delle due tabelle sono utili a descrivere l’andamento temporale dei valori presentati.
Il primo – e senza dubbio più importante – degli indicatori in oggetto è il cosiddetto “numero medio di figli per donna” che dà conto in maniera precisa e diretta della propensione a generare figli del collettivo femminile in esame. Infatti, il valore di tale indicatore rappresenta il numero medio di figli che una donna avrebbe nel corso del suo intero periodo fecondo, qualora alle diverse successive età fosse sottoposta alle condizioni di propensione riproduttiva implicite nei valori dei “quozienti specifici di fecondità” dell’anno di riferimento (cfr. il precedente paragrafo e la relazione [1]).
L’evoluzione temporale dei valori del suddetto indicatore riguardanti il settore primario (Tabella 1) presenta un andamento fortemente decrescente tra il 1981 (ben 3,53 figli per donna) e il 2001 (solo 1,31): può dirsi pertanto che in appena un ventennio la fecondità delle lavoratrici agricole è crollata da livelli largamente al di sopra del valore-soglia di cosiddetta “sostituzione” (circa 2,1 figli per donna) che cioè assicura, in prospettiva, la stabilità demografica, a valori viceversa largamente inferiori alla soglia medesima.  Successivamente all’inizio del secolo attuale l’indicatore segnala una debole e scarsamente significativa ripresa della propensione riproduttiva: 1,45 figli per donna nel 2011 e 1,39 al

Tabella 1 – Alcuni indicatori della propensione a generare figli delle lavoratrici italiane del settore agricolo negli anni indicati

Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat

Tabella 2 – Alcuni indicatori della propensione a generare figli della popolazione femminile italiana in totale negli anni indicati

Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat

2016. Confrontando il trend sopra delineato con quello corrispondente riferito all’intera popolazione femminile (Tabella 2) si riscontrano chiaramente forti discrepanze  tra le due successioni di valori, stante che i dati nazionali globali, tutti di entità assai ridotta, largamente al di sotto della soglia di sostituzione, mostrano, seppure oscillanti, una sostanziale stabilità nell’arco temporale considerato: basti osservare che nell’anno iniziale 1981 l’indice riferito al settore agricolo (3,53) supera quello generale (1,57) di ben il 125%. A conferma di quanto detto, prendendo brevemente in esame i “numeri indici” pure contenuti nelle due tabelle, si osserva che all’iniziale valore 100 del 1981 fa riscontro, con riferimento al settore agricolo, quello di appena 39,5 dell’anno finale 2016 (Tabella 1), mentre per il complesso delle donne in tale anno l’indice è pari a ben 85,4 (Tabella 2).
L’indicatore dianzi illustrato viene definito “diretto” nell’usuale terminologia della Statistica sociale, in quanto assume valori tanto più elevati quanto maggiore è l’intensità del fenomeno allo studio. Vengono invece detti “inversi” indicatori quali gli altri due (2° e 3°) presentati in questo lavoro, che viceversa – com’è facile convincersi – mostrano livelli tanto più alti quanto più è contenuta detta intensità. Si riscontra dunque che gli andamenti temporali dei due indicatori denotano comunque una graduale crescita, sia se riferiti al collettivo rurale (Tabella 1), sia con riguardo all’intera popolazione (Tabella 2), cosicché i corrispondenti “numeri indici” successivi al 1981 presentano sempre valori superiori a100.
In particolare, il secondo indicatore “contributo percentuale del 1° ordine di nascita”, che misura evidentemente l’incidenza dell’ammontare dei primogeniti rispetto a quello delle nascite in totale, con riferimento alle lavoratrici agricole (Tabella 1) passa dal 42,3% del 1981 al 54,7 del 2016: a tali valori fanno riscontro quelli corrispondenti generali (Tabella 2) pari rispettivamente al 45,5 e ben al 58,0%.
Il terzo indicatore “età media della donna alla nascita del 1° figlio” – la cui natura di “inverso” è chiaramente dovuta al fatto che una ritardata età al 1° parto abbrevia di fatto la durata dell’intervallo fecondo femminile – assume nel settore primario (Tabella 1) un valore di appena 21,1 anni nell’iniziale 1981 e di 27,2 nel recente 2016, mentre in relazione all’intera popolazione nazionale (Tabella 2) le due età corrispondenti risultano, nell’ordine, pari a 25,1 e a ben 31,6 anni.

Alcune note conclusive

I risultati ottenuti n questo studio, brevemente descritti nel precedente paragrafo, mostrano dunque che, nel corso dell’intervallo temporale considerato, è andata realizzandosi una sostanziale progressiva convergenza dei livelli di fecondità riguardanti i due collettivi presi in esame: quello delle donne italiane occupate nell’agricoltura e quello dell’intera popolazione femminile nazionale. Tale tendenza, chiaramente confermata dai valori di tutti e tre gli indicatori utilizzati, sembra segnalare, con buona evidenza, come i modelli socio-culturali di comportamento siano andati assumendo, negli ultimi decenni, tratti di sempre maggiore omogeneità tra le popolazioni delle aree rurali e quelle appartenenti alle zone urbanizzate.
Appare anche opportuno richiamare all’attenzione sull’immancabile e fatale incedere temporale del processo d’invecchiamento della popolazione, con il simultaneo calo del peso demografico delle classi di età giovanili e centrali. Da tali fenomeni comunque derivano gravi squilibri e inconvenienti sul piano socio-economico: ciò massimamente nel nostro Paese, la cui popolazione è notoriamente da considerare tra le più invecchiate del mondo (Salvini, M. S., 2015).
Con particolare riguardo al settore primario, si considerino, ad esempio, le difficoltà conseguenti alla possibile contrazione – appunto provocata dalla senescenza demografica – dell’inno­vazione delle tecniche lavorative, stante che le aziende condotte da giovani imprenditori  rappresentano la componente più dinamica dell’agricoltura italiana ed europea (Fanelli  D., 2007): occorre infatti tener presente che le  giovani  leve svolgono in genere una decisa funzione di stimolo nei confronti del progresso tecnologico.
Appare dunque quanto mai auspicabile l’adozione da parte degli organi politici di provvedimenti mirati a promuovere una decisa ripresa della natalità: ciò che anche può ottenersi garantendo un più agevole accesso a finanziamenti e agevolazioni fiscali, in tal modo contribuendo, tra l’altro, a valorizzare il ruolo delle aziende agricole a conduzione familiare.
In definitiva, sembra indispensabile nelle zone rurali l’avvio di piani e strategie di sostegno alla genitorialità, stabilendo e attivando per le madri strumenti e servizi atti a realizzare una effettiva conciliazione dei tempi di lavoro con quelli da dedicare alle attività familiari (Bolli M., Tarangioli S., Trisorio A., 2007).

Riferimenti bibliografici

  • Bartoli L., Bartoli V., Severo A. (2010), La mortalità italiana in agricoltura a confronto con industria e terziario, Agriregionieuropa. Anno 6, numero 23

  • Bolli M., Tarangioli S., Trisorio A. (2007), La politica di sviluppo rurale 2007-2013 per i giovani agricoltori. Documento di lavoro Oiga, Roma

  • De Rosa M. (2017), La famiglia agricola Italiana. AGR-Osservatorio Agroalimentare

  • Fanelli D. (2007), Le giovani imprese agricole sulla strada dell’innovazione e della competitività: l’esperienza dell’Oscar Green. Agriregionieuropa. Anno 3, numero 8

  • Istat (1981-1991), La rilevazione sugli “Iscritti in anagrafe per nascita

  • Istat (2016), Rilevazione sulle Forze di lavoro. Roma

  • Istat (1981-2011), Censimento generale della popolazione, http://daticensimentopopolazione.istat.it

  • Istat (2001-2016), Indagine campionaria sulle nascite e le madri

  • Piazza M. (2003), Le trentenni fra maternità e lavoro alla ricerca di una nuova identità, Mondadori Saggi, Milano, Arnoldo Mondatori Editore

  • Righi A. (2003), Le tendenze di fecondità e di partecipazione femminile al mercato del lavoro, Seminario. Cnel-Istat, Roma

  • Salvini, M. S. (2015), Longevità, vecchiaia, salute, Neodemos

  • 1. Seguendo la usuale terminologia dell’analisi demografica, i quozienti in questione vengono definiti nel modo suddetto in quanto “specificati” rispetto alle età delle madri, età che chiaramente influisce fortemente sull’intensità del fenomeno riproduttivo. Per ulteriore chiarimento si consideri, a titolo di esempio, l’età 25 della madre: il valore del quoziente q25(t) rappresenta in effetti, per come viene calcolato, il numero medio di nascite derivanti da una donna venticinquenne nell’anno t di riferimento. E’ poi evidente che la somma dei valori dei quozienti riguardanti tutte le età del periodo fecondo femminile fornisce il cosiddetto “numero medio di figli per donna” cioè il primo degli indicatori qui presentati.
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