Per una nuova definizione urbanistico-architettonica dei territori rurali

Per una nuova definizione urbanistico-architettonica dei territori rurali

Le recenti vicende storico-urbanistiche dei territori rurali

La storia urbanistica dei territori rurali ha fatto registrare nel corso del tempo alterne vicende; con un equilibrio tra città e campagna garantito dal principio dello scambio, protrattosi per secoli.
La città era il luogo dell’abitare, del lavoro artigianale e dei traffici commerciali attraverso i quali barattava i prodotti della terra; la campagna era il luogo della produzione agricola e zootecnica, a sostegno della vita cittadina.
Due assetti urbanistici distinti e complementari: concentrato e funzionalmente complesso il primo, diffuso e monofunzionale il secondo; due mondi tipologici, dal punto di vista architettonico, differenti ma unificati dai limiti materiali e cognitivi delle tecniche costruttive.
La disciplina urbanistica del XX secolo, a seguito della trasformazione dell’economia mondiale da agricola a industriale, si concentrò su due aspetti fondamentali: l’organizzazione dei centri d’insediamento (città e aree industriali), dei servizi e delle infrastrutture. La campagna non sembrò, allora, uno spazio da organizzare.
Ma neanche i Piani Territoriali di Coordinamento che, a partire dagli anni ’70, avrebbero dovuto promuovere la formazione di un quadro organico ed unitario dell’assetto territoriale, compresi i territori rurali, dimostrarono particolare attenzione per le aree agricole. Tant’è che, nel linguaggio corrente, esse furono identificate come “zona bianca”, sia nella rappresentazione cartografica che nella elaborazione tecnico-urbanistica.
Quest’assenza di “retini” negli elaborati cartografici dei Piani Regolatori, che specifichino, come avviene per le altre parti urbane dei territori comunali, le possibilità di trasformazione di una zona agricola rispetto ad un’altra, ha di fatto delegittimato dal punto di vista del significato urbanistico le aree agricole; per cui i suoi valori - paesaggio, ambiente, biodiversità, cultura contadina, architettura rurale – raramente hanno trovato il giusto riconoscimento nelle politiche di sviluppo, almeno fino alla fine degli anni ’80.
Si è infatti ritenuto, dal dopoguerra fino a quegli anni, che un unico articolo sulle “aree agricole”, contenuto nei Regolamenti Edilizi e nelle Norme Tecniche di Attuazione allegate al Piano Regolatore Generale, fosse sufficiente a controllare le trasformazioni del territorio e ad assicurare uno sviluppo adeguato delle aree agricole, malgrado si limitasse a stabilire solo l’indice di edificabilità di 0,03 mc/mq (100 mq per ha più annessi agricoli) e pochi altri parametri edilizi (altezza degli edifici, destinazioni d’uso compatibili, aspetti igienico-sanitari, ecc.).
Invece quelle aree, pur se all’interno di uno stesso Comune, non potevano essere considerate tutte eguali e quindi gestite attraverso un solo articolo, perché diverse sono la geomorfologia del territorio, la vocazione agricola, la distanza dal centro abitato, il valore ecologico ed ambientale, il significato paesaggistico, la dotazione di testimonianze storico-architettoniche; così come diverse sono le possibili relazioni con quell’altra parte del territorio non urbanizzato e cioè le aree boschive, i prati, i pascoli, che non presenta uno specifico utilizzo agricolo.

Il momento per una nuova definizione urbanistico/architettonica dei territori rurali

La prolungata indifferenza della strumentazione urbanistica nei confronti dei territori rurali, ma soprattutto la competizione mondiale sempre più complessa nel settore agroalimentare, ha portato l’impresa agricola a reagire con una serie di “aperture” rispetto al tradizionale settore produttivo, gettando, involontariamente, solide basi per una nuova definizione urbanistica e architettonica dei suoi territori.
Ieri, con l’invenzione del turismo enogastronomico e con la costruzione di una nuova generazione di cantine “d’autore” che ha aperto la strada del rinnovamento architettonico delle strutture di trasformazione; oggi, con la multifunzionalità dell’agricoltura e la sostenibilità ambientale delle attività e dei luoghi dell’agricoltura, che le politiche comunitarie stanno cercando in qualche modo di sostenere; domani, con i distretti rurali e con il recupero edilizio dei manufatti rurali storici che apposite leggi, per la verità senza molte risorse, stanno cercando di promuovere, tra le non poche difficoltà economiche create dall’allargamento dell’Unione Europea.
Segnali importanti di una strategia che vede i territori rurali protagonisti, insieme alle produzioni agroalimentari di qualità, di un progetto di sviluppo non più di settore, specialistico, di comparto, ma di un progetto integrato che intende coniugare produzione, ambiente, beni culturali e turismo.
n momento storico per l’agricoltura in particolare italiana che possiede tutti gli elementi di questa coniugazione e che, per questa ragione, deve insistere per un utilizzo totale e coordinato di tali risorse, se intende cercare soluzioni in grado di “fare la differenza” rispetto ad altri paesi concorrenti.
E’ stato sicuramente utile l’aggiornamento tecnologico degli anni ’80-90, ma oggi può diventare pericoloso continuare a rincorrerlo per il raggiungimento dei grandi numeri quando si hanno “prodotti culturali da vendere”.
Per decenni nei principali paesi sviluppati e più recentemente nei maggiori paesi in via di sviluppo, il motore dell’innovazione nelle campagne è stato identificato con l’innovazione tecnologica, e quest’ultima è stata a sua volta identificata tout-court con i macchinari e le attrezzature. Non vi è dubbio che entro certi limiti questa identificazione sia legittima; tuttavia, nell’agricoltura delle necessarie “compatibilità ambientali” e sempre più terziarizzata, questa concezione “quantitativa, materiale” e, aggiungerei “omologante”, dello sviluppo delle economie agricole si sta progressivamente modificando e ridimensionando al punto da rendere sempre più importante e critica, ai fini dello sviluppo dei sistemi agricoli, la parte dei servizi rispetto ai macchinari.
Per cui la strategia appena avviata del progetto integrato che intende mettere a sistema produzione di qualità, ambiente, beni culturali e turismo è perfetta, ma va tradotta immediatamente in due azioni fondamentali, di cui una “adattiva” e l’altra di “supporto”.
Più precisamente:

  • la ristrutturazione/recupero urbanistico dei territori rurali attraverso piani “ruralistici” (urbanistica per la ruralità) e progetti agroedilizi (edilizia per l’agricoltura) dotati di una propria specificità, basata su tematismi riconoscibili e riconducibili a principi di sostenibilità del mondo agricolo e forestale;
  • l’ideazione di una operazione di marketing territoriale che promuova e comunichi i contenuti e i luoghi di tale progetto di ristrutturazione, attraverso un programma di eventi concatenati, a scala regionale, per un periodo equivalente alla durata del Piano di Sviluppo Rurale (2007-2013).

La prima azione, cioè quella di adeguamento del territorio rurale agli obiettivi sopracitati, consiste in un lavoro di “ricostruzione di nesso”, fisica e non, di quei di luoghi/manufatti capaci di restituire continuità logica ad un sistema di itinerari, costruiti all’interno del capitale naturale offerto dallo spazio agricolo (alberi, minerali, ecosistema, atmosfera, ecc.).
Considerato tale capitale il vero elemento di differenza dei territori agricoli rispetto ai contesti urbani, è opportuno che sia il suo riconoscimento che la sua valutazione, cioè l’identificazione dell’offerta e la stima di quanto la natura contribuisce al benessere dell’uomo in uno specifico contesto, sia prioritaria a qualsiasi azione di ristrutturazione/recupero.
Numerosi sono ormai gli indicatori messi a punto per affrontare in termini scientifici i problemi relativi allo sviluppo sostenibile e applicabili alle analisi del territorio e delle produzioni agricole.
Ma altrettanto importante risulta il riconoscimento e la valutazione delle altre due risorse identitarie del territorio: risorse storico culturali (matrici storiche del territorio, sistemi di permanenze, rappresentazioni letterarie e figurative), e risorse sociali e simboliche (luoghi d’identificazione collettiva, universi di significati, caratteri percettivi) che insieme alle risorse fisico naturalistiche (vegetazione, habitat, ecologie di paesaggio) rappresentano l’offerta complessiva dello spazio agricolo. (Alberto Clementi)
La seconda azione, cioè quella di supporto, si esplicita in un progetto di comunicazione che sappia mettere a sistema le fiere, le mostre, i convegni, le sagre, l’editoria sulla produzione agroalimentare italiana di qualità, già presenti tra gli investimenti di settore, con la promozione dei territori di produzione, in modo da intrecciare localmente la molteplicità dei caratteri storico-culturali, morfologico-naturalistici, estetico-percettivi con quelli agroalimentari, e costruire un valore relazionale riconoscibile dall’universo dei consumatori, tra storia, natura e società locali.

Riferimenti bibliografici

  • AA.VV. (2005), “Il capitale naturale” in “Gli indicatori della sostenibilità-Un manuale”. Dipartimento di scienze e Clementi A. (a cura di) (2002), “Introduzione” in “Interpretazioni di paesaggio”. Meltemi editore, pp.13-52
  • Pastore R. (2002), Il marketing del vino e del territorio: istruzioni per l’uso. Franco Angeli
  • Tecnologie chimiche e dei biosistemi. Arca. pp. 34-40
  • Sonsini A. (2005), Architetture contemporanee per paesaggi vitivinicoli. Unicopli Milano
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