Innovazioni dal basso e imprese di comunità: i segnali di futuro delle aree interne

Innovazioni dal basso e imprese di comunità: i segnali di futuro delle aree interne
a Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani
b Avanzi - Sostenibilità per Azioni

Introduzione

La Strategia nazionale per le Aree interne sostiene che le politiche di sviluppo locale attivano il capitale latente, i patrimoni non utilizzati, i potenziali. Fanno leva sugli innovatori, contrastano i rentier e i sostenitori del puro approccio bottom-up; rifuggono dalle élite locali parassitarie e dai campioni del “comunitarismo chiuso”.
Altri contributi in questo stessa rivista diranno a quali risultati abbiano finora dato luogo la lotta contro i nemici dello sviluppo e il sostegno ai soggetti innovativi delle aree interne. Dal mio lato, porto degli argomenti a favore di quelli che considero i segnali di futuro presenti in questi territori, cercando di dimostrare come un disegno attento delle politiche pubbliche potrebbe utilmente sostenerli.
In questo contributo, toccherò dunque due aspetti: in primo luogo, proverò a riconoscere le forme di innovazione dal basso, indicando i loro caratteri principali, le risorse che mobilitano, i tipi di attori che le animano. Sostengo che tali innovazioni prendono la forma di imprese, che possiamo definire “di comunità”, in quanto costruiscono una interazione fertile con la comunità di riferimento. In secondo luogo, cercherò di tratteggiare le indicazioni di policy che è possibile trarre da queste forme di innovazione.

Cooperative di comunità: è quello che cerchiamo?

Da qualche tempo, ricerche sull’economia cooperativa e l’imprenditoria sociale hanno iniziato a riconoscere tracce di innovazione nelle aree interne (cfr. AA.VV., 2015; Sanna e De Bernardo, 2015). Sono casi di nuove forme organizzative, riferibili come cooperative di comunità. Attorno ad essi, si stanno appuntando molte attenzioni, grazie sia a recenti misure legislative regionali, sia ad azioni messe in campo da importanti centrali cooperative. Con riferimento alle prime, vanno ricordate le leggi sulla riforma del sistema della cooperazione sociale approvate negli ultimi due anni, in Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Puglia. Con riferimento alle seconde, va segnalato l’interesse di Legacoop e Confcooperative, che hanno sostenuto sperimentazioni e dedicato approfondimenti analitici al tema della cooperazione di comunità.
Gli esempi richiamati sono scarsi e ormai ben noti: la Comunità cooperativa di Melpignano produce energia da pannelli solari e con gli utili finanzia interventi per la comunità; i Briganti di Cerreto eroga servizi ambientali e turistici nell’Alto Appennino reggiano; l’Innesto, in val Cavallina, è una cooperativa sociale che agisce in più settori (dall’edilizia al turismo), impiegando i propri soci che sono tutti abitanti della valle. L’esiguità dei casi dipende certamente dal fatto che si tratta di un fenomeno ancora largamente agli inizi, ma anche dal condizionamento dato dal campo analitico scelto. I casi che questo tipo di ricerche selezionano sono cooperative sociali, che hanno tutte un forte radicamento locale. Sono cooperative che dalle comunità locali traggono i soci e le risorse da valorizzare e che, su quelle stesse comunità, reindirizzano gli utili. Nei casi segnalati, il criterio essenziale è la forma giuridica: sono imprese cooperative, che si identificano con una comunità ben definita.
La mia proposta è quella di ampliare lo sguardo e scegliere un campo analitico dettato dalla pluralità delle pratiche, più che coincidente con la forma organizzativa che assumono1. Inoltre, il loro carattere distintivo sembra essere quello della community ownership, che non necessariamente coincide con la forma della cooperativa. Mi pare possa tornare utile definire queste pratiche “segnali di futuro”, perché così si connotano per il loro alludere ad un futuro aperto, nel cui orizzonte definizione formale e comunità di riferimento sono altrettante poste in gioco di un processo decisionale largamente incerto2.

Segnali di futuro

I segnali di futuro sono la cifra del cambiamento in atto: nella produzione dei servizi, nelle forme del lavoro, nei modi di abitare, nella costruzione di percorsi di coesione sociale, nelle strategie quotidiane di cura del benessere individuale e collettivo, nelle pratiche culturali e in quelle agricole, nella mobilità individuale e collettiva. Sono forme ibride, difficilmente definibili: erogano servizi e producono beni; generano valore economico e impatto sociale; risvegliano risorse latenti e mettono in moto energie sociali. Nel corso del tempo, cambiano: nascono come gruppi informali e si strutturano in associazioni, ma il futuro è aperto: possono evolvere in cooperative o imprese sociali3.
Sono in ogni caso imprese in senso proprio. Sono il risultato della decisione di imprendere, dare inizio ad un’opera. Certo, spesso sono “opere aperte”, a volte perfino esito di improvvisazione. Ben poco era chiaro prima di mettersi in cammino: dove ci avrebbe condotto la nostra impresa? Sono “progetti di sviluppo” in senso proprio, perché – come argomenta Hirschman con i suoi illuminanti giochi di parole – inutile interrogarli con “il senno di poi”; meglio rileggerli con la “dissennatezza del prima” (Hirschman, 1994).
Mettono al lavoro beni pubblici: capitali locali, patrimoni di conoscenze tacite, saperi radicati. Nascono da capabilities già disponibili e tendono a riprodurle diffusamente. Sono imprese che utilizzano risorse (siano esse collettive o individuali) con cura. Intendo che ne fanno oggetto di design raffinato: le associano ad altre creativamente, le accostano a situazioni problematiche per le quali sembrano non darsi soluzioni facili, le fanno corrispondere tra loro secondo schemi sofisticati. Si affidano alla riflessività e, così facendo, generano apprendimento, cioè contribuiscono a ricostituire commons. Sono l’intrapresa di nuovi makers, che sentono l'importanza di seguire lo sviluppo di una iniziativa lungo l'intero processo, dal disegno all'implementazione. Sono imprese mosse dalla spinta alla co-creazione: fare insieme dipende anche dalla necessità della condivisione in fasi di scarsità, non necessariamente da spinte ideali o filosofie della virtù. La messa in comune di risorse, dotazioni e dispositivi può produrre giochi a somma positiva: partecipare alla costruzione della casa di paglia di una famiglia significa apprendere tecniche costruttive tradizionali e riapplicarle. Sono imprese che nascono a volte da idee nuove con nuovi materiali; ma sono anche spesso reinterpretazioni di cose antiche: reinventano, riciclano, riusano dispositivi, pratiche, strumenti, che erano già nella nostra cassetta degli attrezzi. Possono nascere da invenzioni, ma anche dalla copia di qualcosa di già visto, da abilità apprese e poi magari abbandonate, da pezzi di competenze non del tutto mature e mai messe al lavoro.
Nel voler rimettere in gioco un saper fare sopito possono aver bisogno di qualcuno che giunga da lontano, perché lì certe tecniche o certi processi ancora si usano e noi qui, nelle nostre aree interne omologate al conformismo culturale, li abbiamo dimenticati. Per questo, sono anche dispositivi di scambio: fanno società, non sono l’espressione di comunità chiuse. Certo non prosperano al riparo di una piccola patria, di un asfittico heimat; ma neppure sarebbero ben collocati in una comunità artificiale, in una rassicurante gated community. Per queste imprese, la comunità è il proprio campo di gioco: vi si riferiscono, ma non è necessariamente quella locale, perché possono far parte del campo di gioco attori, risorse e sistemi di opportunità anche non locali. Anzi questi sono sollecitati a far reagire gli ingredienti locali, sprigionando traiettorie di sviluppo non necessariamente intese. La comunità qui è un costrutto, non un dato4.
Le imprese che sto discutendo raccolgono comunità di interessi, di pratiche, di progetto; possono essere localizzate in un territorio definito, ma non necessariamente coincidono con un luogo. Sono piuttosto place-based: aderiscono ad un luogo, favorendovi sperimentalismo e innovazione, e sollecitando l’incontro con risorse e attori esterni. Il loro campo di azione è molteplice. La loro locality è una risorsa strategica: coincide con lo spazio definito dalla loro azione e dai network di relazione che gli attori della propria rete intrattengono5. Avendo un rapporto con il locale di natura progettuale, il tratto identitario risulta spesso debole. Sono infatti un “pubblico minore” (Bianchetti, 2014), che si costituisce per l’occasione, su base volontaristica, per reciproca utilità e con legami solidaristici. Sono “spazi della condivisione”, dove si danno azioni orientate (a volte intenzionalmente, a volte come risultato sotto-prodotto) a ispessire il legame sociale.
Si collocano a metà tra la pura appropriazione individualistica e l’ossessione comunitaria. Definiscono certamente comunità inclusive: sono agite da individui con sistemi di preferenze convergenti, mossi da interessi analoghi, che si riconoscono in obiettivi congiunti. Danno luogo a joint venture che erogano beni pubblici (servizi, infrastrutture) e aiutano a produrne (conoscenza, fiducia, riflessività, civismo), perché in queste imprese sono messi al lavoro. Anzi, si potrebbe dire che tra lavoro civismo riflessività e fiducia non ci sono più barriere. Il civismo, la riflessività, la fiducia si fanno lavoro e impresa. Inoltre, sono beni pubblici in quanto alimentano potenzialità non esplorate: piuttosto che rispondere a bisogni consapevolmente espressi dalla società locale, aprono a possibilità evolutive non intese6.
Sono imprese nate certamente dal ritrarsi e dall’assottigliarsi della sfera pubblica, dalla “deflagrazione del pubblico” (Bianchetti, 2008). Tuttavia sarebbe riduttivo leggerle come risposte a market failures o a state failures. Sono forme di produzione del pubblico, secondo regimi che non sono di supplenza, né nei confronti del pubblico, né del privato. Non è pertinente leggervi in opera il principio di sussidiarietà, perché esso “raramente ricopre la cooperazione tra pari” (Pichierri, 2014: 209). Sono piuttosto – sempre seguendo Pichierri – ordinamenti produttivi di “beni pubblici locali”. Il tipo di imprese che sto commentando produce servizi oltre la sfera del pubblico, spesso in competizione con le istituzioni, alieno da comportamenti da rent seeker concessi dal mercato protetto della erogazione di servizi pubblici in regime di accreditamento. Ciò non esclude la collaborazione con il settore pubblico: tuttavia, abbandonato l’approccio della sussidiarietà, esso sollecita la riqualificazione della sfera pubblica, secondo la logica della distinzione e dei processi abilitanti. La prospettiva che si apre è quella definita in sintesi come “innovazione sociale”, che mette al centro le pratiche di produzione di valore da parte di una “self-guiding society” (Lindblom, 1990). Sullo sfondo, si può leggere il processo di deperimento della distinzione tra pubblico, privato e terzo settore e l’emergere dell’approccio del valore condiviso (Porter e Kramer, 2011).

Considerazioni conclusive

In conclusione, vorrei provare a ricapitolare il ragionamento fin qui svolto e a trarre qualche indicazione di policy.
In sintesi, l’impresa di comunità cui mi sono riferito in questo articolo è una iniziativa dal basso, nella quale più soggetti (promotori, finanziatori, produttori, utenti, e a volte tutti questi ruoli insieme) compartecipano non solo al lancio di un progetto comune, ma al disegno e al mantenimento di un’infrastruttura organizzativa in grado di durare nel tempo. L’impresa mette la comunità, intesa come comunità di progetto, di pratiche, al centro della propria mission e del proprio modello di business. In questo senso, potremmo dire che, più che imprese di comunità, sono imprese comuni.
In termini di politiche, segnalo tre punti.

  1. Il primo punto è che non si nasce area interna, lo si diventa per effetto di decisioni di politica pubblica. Se c’è un valore aggiunto della Strategia nazionale è che essa non identifica le aree interne sulla base di criteri “naturali” (come ad esempio, l’altimetria), ma sulla base della capacità di accedere ai centri di servizio primari, nell’ambito della sanità, dell’istruzione, della mobilità. L’accessibilità non è un fattore assoluto, ma un elemento relazionale. Varia per ragioni geografiche di distanza, ma anche (e soprattutto) in funzione di decisione pubbliche: la chiusura di un ospedale, la dismissione di un plesso scolastico, il declassamento di una stazione ferroviaria.
    Si badi bene: l’influenza delle politiche pubbliche nel determinare la condizione di area interna non è solo in negativo (chiusura di un centro di servizio), ma anche in positivo, per effetto di precise scelte di policy, assunte a beneficio delle aree interne. Qualche anno fa, una ricerca curata da Paolo Fareri sul cosiddetto “Appennino delle quattro province” notava come i processi di marginalizzazione delle terre alte siano iniziati con i processi di infrastrutturazione del fondovalle. Le montagne continuano a vivere socialmente ed economicamente fino a quando prevale una logica di sviluppo del tipo “di massiccio”. Entro questo modello, i crinali costituiscono il punto di contatto fra i versanti. I processi di infrastrutturazione invertono rapidamente questa logica, enfatizzando la relazione fra versante e fondovalle. Quando ciò accade le montagne diventano discese lungo le quali persone e lavoro rotolano verso il basso, verso chances di sviluppo e condizioni di vita migliori. Le infrastrutture “migliorano” e si fanno più efficienti, i crinali vengono riconosciuti come confine (luogo della separazione) anche amministrativamente7.
  2. Il secondo punto è che, nelle aree interne, il puro approccio “dal basso” non funziona, perché i nemici dello sviluppo sono soprattutto i locali. La Strategia nazionale spiega bene come il “comunitarismo chiuso” inibisce l’innovazione e condanna al declino. Lavoro da molti anni in una area interna della Lombardia e ho avuto modo di cogliere con grande nettezza questo tipo di fenomeni: scarsa propensione all’innovazione da parte degli attori; produzione di nuove forme organizzative (distretti del prodotto tipico, e poi ipotesi di distretto territoriale per mettere a sistema i singoli distretti di filiera) per continuare ad alimentare il ceto politico; inseguimento di sempre nuovi sogni infrastrutturali. Le élite parassitarie mettono insieme attori politici, autonomie funzionali, multiutilities, organizzazioni degli interessi, imprese e cooperative8. Vedo il rischio che la Strategia nazionale, atterrando sui territori con risorse ingenti, possa alimentare di nuovo circuiti parassitari e rivitalizzare un ceto politico messo all’angolo dalla contrazione delle spesa pubblica assistenzialistica.
  3. Il terzo punto riguarda dunque proprio la natura della Strategia, che deve saper sollecitare assunzioni di responsabilità da parte degli innovatori, meccanismi di presa in carico, auto-candidature per le sperimentazioni, manifestazione di ownership9. Per questo, più che una strategia integrata, potrebbe configurarsi come un dispositivo di selezione dei meritevoli, come ad esempio una call for action, un concorso per innovatori intraprendenti, che salti la mediazione politica locale. D’altro canto, la pianificazione strategica più rilevante è quella che – come sostiene Lindblom – pianifica l’alterazione dei pattern di interazione e si affida all’intelligenza sociale (Lindblom 1975). Ancora da qui, è bene partire.

Riferimenti bibliografici

  • Aa. Vv. (2015), La morfogenesi dell’impresa di comunità, Impresa Sociale (numero monografico sull’impresa di comunità), n. 5

  • Appadurai A. (1996), Modernity at Large, Univ. of Minnesota press, Minneapolis (9th printing 2010)

  • Barca F. (2011), Alternative approaches to development policy: Intersections and divergencies, Oecd Regional Outlook 2011

  • Bianchetti C. (2008), Urbanistica e sfera pubblica, Donzelli, Roma

  • Bianchetti C. (a cura) (2014), Territori della condivisione, Quodlibet, Macerata

  • Bonomi A., De Rita G. (1998), Il manifesto per lo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, Torino

  • Calvaresi C. (2015), Le aree interne: un problema di policy, Territorio, n. 15

  • Calvaresi C., Ridenti R. (2010), Progettare politiche per le aree marginali: il caso delle Terre Alte, Archivio di studi urbani e regionali, n. 97-98

  • Carrosio G. (2015), Economia civile e gestione delle risorse ambientali nelle aree interne, Territorio, n. 73

  • Crosta P.L. (2010), Pratiche. Il territorio è l’uso che se ne fa, Franco Angeli, Milano

  • Hirschman A.O. (1994), Passaggi di frontiera, Donzelli, Roma

  • Lindblom Ch. (1975), “The sociology of planning: thought and social interaction”, in Bornstein M. (a cura), Economic Planning, East and West, Ballinger Publishing Co., Cambridge

  • Lindblom Ch. (1990), Inquiry and Change, Yale University Press, New Haven

  • Nuval Emilia Romagna (2009), Nati per combinazione. Risorse chiave e meccanismi generativi di beni pubblici locali nella montagna dell’Emilia Romagna, Bologna [link]

  • Pichierri A. (2014), “Privato/pubblico>Comune”, in Perulli P. (a cura), Terra mobile. Atlante della città globale, Einaudi, Torino

  • Porter M., Kramer M. (2011), Creating shared value, Harvard Business Review, December

  • Romano I. (2012), Cosa fare, come fare, Chiarelettere, Milano

  • Sanna F., De Bernardo V. (a cura) (2015), Sviluppo locale e cooperazione sociale. Beni comuni, territorio, risorse e potenzialità da connettere e rilanciare, Ecra, Roma

  • Venturi P., Zandonai F. (a cura) (2014), Ibridi organizzativi. L’innovazione sociale generata dal Gruppo cooperativo Cgm, Bologna, Il Mulino

Siti di riferimento

  • 1. Giovanni Carrosio, con riferimento alla gestione delle risorse ambientali, ha individuato alcuni casi interessanti, segnalandoli come “organizzazioni dell’economia civile” (Carrosio, 2015).
  • 2. L’espressione “Segnali di futuro” è il titolo di un progetto commissionato lo scorso anno da Triennale di Milano e Fondazione Cariplo ad Avanzi, per la mappatura e la restituzione di pratiche di innovazione sociale nell’area metropolitana milanese.
  • 3. Venturi e Zandonai usano l’efficace espressione “ibridi organizzativi”, per denotare quei fenomeni di innovazione messi in atto dalla cooperazione sociale e, nello specifico, dal Gruppo cooperativo Cgm (Venturi e Zandonai, 2014).
  • 4. Riprendo qui la riflessione sull’idea di comunità che conduce con grande profondità Cristina Bianchetti, quando nota che ci troviamo di fronte a nuovi orizzonti dell’azione collettiva, al tentativo di creare nuove sfere pubbliche, rompendo la separazione tra mondo dell’assistenza e mondo della produzione (Bianchetti, 2014).
  • 5.I view locality as primarily relational and contextual rather than as scalar or spatial. I see it as a complex phenomenological quality, constituted by a series of links between the sense of social immediacy, the technologies of interactivity and the relativity of contexts” (Appadurai, 1996: 178). L’approccio costruttivista nei confronti del locale è anche di Pierluigi Crosta, quando sostiene che “il territorio è l’uso che se ne fa” (Crosta, 2010).
  • 6. Lo nota una mirabile ricerca sui beni pubblici locali in Emilia Romagna (Nuval, 2009).
  • 7. Notavo tutto ciò in Calvaresi e Ridenti (2010).
  • 8. A questo proposito è utile richiamare la distinzione che fa Fabrizio Barca (Barca, 2011) tra l’approccio “comunitario” e approccio place-based. Il primo considera la conoscenza e i sistemi di preferenze degli attori locali come i driver primari dello sviluppo, la funzione degli esterni dovendosi limitare a costruire le condizioni per consentire il processo deliberativo della comunità. La comunità sa ciò di cui ha bisogno; lo sviluppo non può che prendere corpo da una aderenza ai valori locali. La prospettiva place-based invece, oltre che per il riconoscimento della funzione determinante dei contesti, si caratterizza per considerare fattore primario di sviluppo l’innovazione, cioè la nuova conoscenza che si forma nel corso del processo di interazione tra forze interne e forze esterne, e la multilevel governance, lo strumento per pilotare questo processo. Trovo molto condivisibile l’approccio di Barca e penso che faccia almeno due vittime: la prima è la versione dello sviluppo locale, che fu del Cnel di De Rita e ancora oggi di Bonomi (Bonomi, De Rita 1998), centrata sulla mobilitazione delle risorse endogene via “politiche a contratto”; la seconda vittima è la partecipazione come maieutica delle volizioni degli attori, che continua a costituire l’orizzonte teorico-metodologico della partecipazione assistita (Romano 2012).
  • 9. Lo sostengo in Calvaresi 2015.
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