I percorsi attorno all’agricoltura nella cornice dell’Economia Solidale

I percorsi attorno all’agricoltura nella cornice dell’Economia Solidale

Introduzione: la transizione verso una nuova agricoltura

Nella transizione verso sistemi agro-alimentari più sostenibili, l’agricoltura sta vivendo cambiamenti significativi, che coinvolgono la sua identità, il suo ruolo nei contesti sociali e il suo rapporto con le risorse ambientali.
Nella prima fase di questo processo evolutivo, di pari passo con il manifestarsi di elementi di criticità e l’emergere di nuove domande sociali, le forme dell’agricoltura uscite dalla modernizzazione hanno ceduto spazio a nuove configurazioni, nuovi obiettivi e modelli organizzativi, nuove forme di interazione tra azienda e contesti socio-ambientali. Al tradizionale modello produttivista, rivolto a massimizzare i risultati attraverso la specializzazione, l’intensificazione, l’ampliamento di scala, si sono affiancati percorsi di diversificazione nelle attività produttive, nell’insieme delle attività aziendali, negli obiettivi perseguiti. Le nuove forme di agricoltura mobilizzano varie risorse per dar vita ad una molteplicità di beni e servizi. La maggior attenzione alla qualità dei prodotti e al rapporto con le risorse ambientali è stata un elemento chiave in questo riorientamento.
Nuove recenti dinamiche stanno rinforzando questo processo evolutivo. Da una parte, le sempre più evidenti emergenze ambientali e sociali, l’accresciuta consapevolezza della necessità di sistemi produttivi sostenibili e resilienti in grado di garantire sicurezza alimentare, così come di rispondere alle preoccupazioni per la salubrità e gli aspetti etici del cibo. Dall’altra, l’interesse e il ruolo attivo attorno all’agricoltura e alle tematiche inerenti il cibo di diverse espressioni della società civile, che hanno contribuito allo sviluppo del dibattito e avanzato istanze, lanciando nuove sfide ma anche aprendo opportunità al mondo della produzione.
Diviene sempre più centrale, in questo contesto, la capacità dell’agricoltura di fornire beni percepiti come fondamentali per il benessere delle comunità, tanto da assumere il significato di beni comuni: qualità nutrizionale, cultura alimentare, qualità dei sistemi agro-ambientali e del paesaggio, salute, giustizia nei modi di produzione e consumo, relazioni sociali. La produzione e gestione di questi beni travalica i confini aziendali e, insieme alla loro fruizione, vede coinvolta una varietà di azioni e relazioni. È una agricoltura reintegrata nei contesti territoriali, la cui multifunzionalità porta alla co-produzione di molteplici valori sociali e ambientali.
Tutto ciò sposta l’attenzione sulle relazioni che si stabiliscono tra le aziende e gli altri attori privati e pubblici coinvolti nella gestione sostenibile delle risorse locali (o, in altri termini, sulla possibilità dello sviluppo di “civic food networks” (Renting et al., 2012); sui meccanismi che regolano questa nuova co-governance multi-attore delle funzioni agricole; sulle possibili strategie e politiche per ottimizzare il rapporto tra agricoltura e relativi contesti sociali e ambientali. L’efficacia e l’efficienza dell’implementazione del nuovo modello di agricoltura dipendono quindi fortemente dai caratteri dei contesti socio-culturali ed istituzionali in cui le attività agricole vengono svolte.
Il presente contributo si propone di leggere le dinamiche di transizione dell’agricoltura guardando al contesto dell’Economia Solidale e alle esperienze che in esso si sono sviluppate attorno alle pratiche di produzione-consumo di cibo. Dopo aver considerato i vari percorsi di innovazione attivati nel tempo, vengono analizzate le nuove sfide a cui tali percorsi si trovano a rispondere in un contesto in cambiamento e di fronte alla necessità di uscire da una condizione di “nicchia”: l’evoluzione sul piano organizzativo per rispondere ad una domanda crescente, la definizione di un nuovo modello di impresa, la diffusione di modelli di cooperazione più stringenti, il supporto all’agricoltura contadina, l’interazione con altri percorsi e processi di governance. Vengono infine indicati i nuovi percorsi di interazione che le varie espressioni del movimento si sono orientate ad esplorare al fine di rafforzare e valorizzare il potenziale trasformativo delle proprie esperienze.

I percorsi di innovazione dell’Economia Solidale

Gran parte del processo di cambiamento attorno alle valenze dell’attività agricola e dei modelli di produzione e consumo di cibo ha avuto ed ha un forte impulso dal basso. Come tale esso è stato ampiamente riconosciuto come un processo di innovazione sociale, originatosi in risposta a bisogni emersi in seno alla società, nel quale l’azione collettiva dà vita a nuove pratiche in grado a loro volta di avere un più generale ruolo trasformativo (Cajaiba-Santana, 2014). Nelle analisi che fanno riferimento alle teorie della transizione si parla al riguardo di “nicchie di innovazione”, in grado di generare cambiamento che può, in una certa misura e a certe condizioni, promuovere più ampi cambiamenti di sistema (Smith et al., 2005; Schot e Geels, 2008).
Molti percorsi di innovazione significativi generatisi ai margini del sistema agroalimentare dominante, per iniziativa di volta in volta di espressioni del mondo della produzione e del consumo, si sono sviluppati all’interno di una particolare cornice di senso che è quella del movimento dell’Economia Solidale, emerso a livello internazionale e nel nostro Paese negli ultimi due decenni (Mance, 2003; Biolghini, 2007; Tavolo per la Rete italiana di Economia Solidale, 2010). Sono numerose e diverse in Italia le esperienze che nel tempo sono venute a dare forza a questo movimento1, con realtà aderenti (Figura 1) più o meno formalmente ai principi e agli obiettivi di un modello che si definisce come un sistema economico e sociale orientato al “bene comune”, alternativo a quello capitalista neoliberista2. In rapporto con la Rete di Economia Solidale (Res) nazionale costituita nel 2002, in diversi territori sono nate Reti locali di Economia Solidale e sono stati avviati percorsi per istituire (o sono già stati costituiti) Distretti di Economia Solidale (Des), che coinvolgono oltre a Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) anche produttori, fornitori di servizi, associazioni ambientali e culturali, Organizzazioni Non Governative (Ong) e, in alcuni casi, anche istituzioni locali (Biolghini, 2013a). Sono stati avviati circa cinquanta percorsi di Des/Reslocali, con livelli di sviluppo diversi, che fanno riferimento al Tavolo Res3.

Figura 1 – Le tipologie di esperienze o attori aderenti alle Res locali

Fonte: ns. elaborazione

Le iniziative rivolte alla ricerca di un’alternativa nelle pratiche di produzione e consumo di cibo sviluppatesi all’interno della Rete hanno potuto beneficiare dei riferimenti teorici in essa condivisi e della particolare “dimensione socializzata” attraverso cui all’interno delle relazioni di rete avviene la formazione di nuovi modi di pensare (attraverso l’adesione a nuovi frame normativi e cognitivi) e la ridefinizione delle pratiche in forme coerenti.
Questi processi hanno supportato in primo luogo le aziende agricole che si sono orientate verso nuove modalità di conduzione e un diverso modo di relazionarsi con l’esterno (Brunori et al., 2011; Vitale, 2013). I caratteri sempre più frequentemente attribuiti in letteratura ai “nuovi contadini” (Willis e Campbell, 2004; Van der Ploeg, 2009; Canale e Ceriani, 2013) appaiono nelle esperienze che si riconoscono nei valori dell’Economia Solidale ulteriormente rafforzati dalla ricerca di coerenza rispetto ai principi condivisi di giustizia ambientale e sociale e di mutualismo. Gli agricoltori che operano in queste reti hanno avuto come principale modello tecnico di riferimento quello dell’agricoltura biologica, supportato da motivazioni di principio condivise con cittadini responsabili. Ora, nel processo evolutivo tuttora in corso, viene loro proposto dalle esperienze nel Sud del mondo il modello dell’agro-ecologia, ancora più rigoroso nel perseguire obiettivi di salvaguardia ambientale e in generale di gestione etica dell’attività (Wezel et al., 2009). Altrettanto importante è l’adesione comune a principi di equità e legalità nella gestione dei processi produttivi e delle relazioni economiche (Tavolo per la Rete italiana di Economia Solidale, 2013), la quale sostiene percorsi individuali o collettivi di rottura rispetto a prassi consolidate e diffuse nel mondo agricolo (si pensi alla bassa remunerazione del lavoro e ai problemi legati al bracciantato). In tutti questi processi, le reti dell’Economia Solidale hanno rappresentato lo spazio sociale in cui è stato condiviso lo sviluppo di nuovi atteggiamenti e di nuove pratiche, importante, più in generale, per la ridefinizione dell’identità, del ruolo e della responsabilità legati all’essere agricoltori (o “contadini”).
Anche le esperienze di cambiamento che vedono come promotori i cittadini-consumatori hanno visto il ruolo fondamentale della dimensione relazionale e delle dinamiche di apprendimento collettivo e di sviluppo di agency che in esse si realizzano (Rossi e Brunori, 2011). L’esperienza dei Gas sviluppatasi in Italia negli ultimi 20 anni (Figura 2) è oramai ben nota: è stata ed è oggetto di studio nel nostro Paese e a livello internazionale, è riconosciuta a livello istituzionale, è stata adottata come modello operativo anche al di fuori delle reti dell’Economia Solidale. In Italia è l’espressione più caratteristica e sviluppata di un movimento diffuso, seppure in forme diverse, in tutto il mondo, il quale vede i cittadini-consumatori attivarsi e creare condizioni nuove di relazione con il mondo della produzione, ispirate a principi di solidarietà.
La grande innovazione realizzata dai Gas (almeno nella loro formulazione originaria) è stata quella di riconnettere due mondi di fatto separati e di superare la mera dimensione dello scambio economico, per quanto diretto, attraverso una relazione stretta di condivisione di principi e conoscenze e su tale base di solidarietà. In un contesto in cui la “questione agraria” appare riproporsi come questione alimentare e cioè come diritto al cibo e sovranità alimentare, questa alleanza tra “nuovi contadini” e “consumo critico” è particolarmente significativa.

Figura 2 – Andamento delle iscrizioni dei Gas al sito retegas.org dal 1994 al 2015

Fonte: Gruppo di Lavoro Comunicazione del Tavolo Res Italia

All’interno di questa nuova relazione che unisce produttori e consumatori si possono sviluppare forme di stretta cooperazione, in termini di compartecipazione e corresponsabilità nella gestione dei processi produttivi (una nuova forma di “co-produzione”). Tali modalità di relazione possono venire a caratterizzare la vita dei Gas più avanzati nell’implementazione dei principi di solidarietà, creando condizioni più vantaggiose per gli agricoltori sul piano organizzativo ed economico-finanziario (possibilità di programmazione dell’attività produttiva, prezzi equi, pagamenti anticipati, credito per investimenti o sostegno finanziario in condizioni di difficoltà). Oppure possono dar vita ad altri modelli innovativi, come quello delle Community Supported Agriculture Csa (che cominciano ad essere sperimentate anche in Italia), in cui la comunità si fa carico del mantenimento dell’attività agricola sul proprio territorio, coinvolgendosi in modo ancora più stretto nelle scelte e responsabilità operative.
La definizione collettiva di nuovi approcci e di pratiche alternative nella produzione agricola e, dal lato del consumo, nel rapporto con il cibo e gli attori della sua produzione ha in questi anni trovato espressione in una molteplicità di iniziative che in modo più o meno diretto gravitano nell’area dell’Economia Solidale. Ne sono alcuni esempi l’avvio di sperimentazioni di sistemi partecipati di garanzia per le produzioni biologiche; la riorganizzazione di alcuni sistemi produttivi-distributivi in termini di legalità e giustizia sociale; la costruzione di filiere volte a valorizzare adeguatamente la qualità delle materie prime e del prodotto finito attraverso un coinvolgimento più diretto dei consumatori (Tavolo per la Rete italiana di Economia Solidale, 2010 e 2013).
Alla realizzazione pratica di nuovi modelli di produzione-consumo, in questi anni, si sono affiancate nelle Reti una crescente riflessione e la maturazione di una consapevolezza politica, che hanno rafforzato la cooperazione tra (reti di) agricoltori ed altri attori sociali e istituzionali attorno a tematiche cruciali. Ne sono esempi: la riflessione e la mobilitazione attorno alle questioni della sovranità alimentare e, strettamente legate, del controllo dei semi, della difesa della biodiversità e della terra, e più di recente dell’agricoltura contadina e dei suoi diritti.

Le nuove sfide

L’innovazione sviluppata all’interno di queste esperienze ha dato un contributo significativo alla crescita di attenzione al rapporto tra agricoltura e società, e alle rispettive potenzialità e necessità. Un processo che è uscito fuori dall’area dell’Economia Solidale e ha più ampiamente coinvolto l’opinione pubblica, il mondo produttivo e le istituzioni. Lo sviluppo in questi anni di un nuovo discorso attorno all’agricoltura e al cibo e alle problematiche connesse e i molteplici percorsi attivatisi al riguardo sono emblematici del cambiamento che si è innescato.
L’interesse e il consenso verso questa forma di agricoltura sono ben evidenti. Ne sono testimonianza il successo crescente incontrato dalle varie forme di relazione diretta tra produzione e consumo sviluppatesi nei territori, come anche il proliferare di iniziative di carattere culturale e valore sociale attorno a queste esperienze. Il ri-orientamento verso questi modelli da parte di importanti organizzazioni nazionali che ruotano attorno all’agricoltura è un’ulteriore evidenza in tal senso. Altrettanto significativo è il fatto che gli stessi grandi attori del sistema agro-alimentare non siano rimasti insensibili a questi processi nelle loro strategie di marketing. I finanziamenti elargiti dagli enti pubblici a livello locale, la mole di ricerca nazionale e internazionale su queste esperienze, e le prese di posizione di istituzioni internazionali a loro volta evidenziano quanto la diffusione di questo modello sia percepita come un significativo processo di innovazione nel sistema agroalimentare, in grado di produrre ricadute sociali ed economiche positive.
Queste dinamiche di cambiamento pongono i percorsi intrapresi attorno all’agricoltura e al rapporto responsabile tra produzione e consumo di cibo all’interno del mondo dell’Economia Solidale di fronte a nuove opportunità e nuove sfide, facendo emergere la necessità di ripensare strategie e modalità operative. Gestire al meglio il proprio ruolo di nicchia di innovazione nelle relazioni con un regime in cui si aprono opportunità di cambiamento è, in altre parole, la nuova sfida. La possibilità di generare più ampi processi trasformativi appare ora meno irreale; al tempo stesso le attenzioni da tenere non appaiono poche, dati i rischi connessi alla crescita di scala, allo sviluppo sul piano organizzativo, all’apertura di nuovi fronti di cooperazione, alla maggior “accessibilità culturale” delle pratiche di produzione-consumo, al conseguente ampliamento del bacino di fruizione e alla sua possibile diluizione in termini valoriali e motivazionali.
Un primo terreno importante su cui molte realtà agricole operanti nelle reti di Economia Solidale si stanno confrontando, alla ricerca delle strade più sicure ma anche promettenti per uscire dalla dimensione di nicchia, è quello dell’adeguamento della capacità di offerta, in modo da rappresentare un’alternativa reale per un numero crescente di persone. Molte imprese si sono già cimentate in importanti processi di incremento della propria capacità produttiva e organizzativa, gestiti in modo individuale o in forma cooperativa. Sono diverse le esperienze/sperimentazioni di nuovi modelli distributivi (come quello della Piccola Distribuzione Organizzata), orientati a soddisfare una domanda crescente e/o a superare i limiti legati alla non corrispondenza geografica delle aree di produzione e consumo. Questa esigenza di riorganizzazione dell’offerta deve/vuole inoltre tener conto dell’accessibilità economica dei prodotti.
La continua ascesa della domanda di prodotti a contenuto etico rappresenta evidentemente una grande opportunità per sviluppare l’“altra economia”, rafforzando le realtà produttive  e ampliando il bacino di conoscenza e utilizzo. C’è tuttavia la consapevolezza dell’importanza di gestire oculatamente questa opportunità. La riflessione che già da tempo si è sviluppata nelle reti rispetto a questi processi ha portato al confronto con alcuni trade-off, come quello tra acquisizione di maggior efficienza e mantenimento della coerenza con i principi fondanti (espressa dai caratteri distintivi dei processi/prodotti), o quello tra democraticità delle forme di consumo “consapevole” e attribuzione del giusto valore a processi produttivi e prodotti. Un’ulteriore riflessione teorica che sta impegnando parti del movimento è orientata al superamento di questi stessi trade-off, guardando ad una definizione organica di un nuovo modello di impresa sociale, l’impresa solidale, che operi in una prospettiva che vada al di là della logica e dell’operatività del mercato.
Rientra in questo processo l’attenzione rivolta verso l’implementazione di “patti”4. Quella pattizia è considerata all’interno del mondo dell’Economia Solidale la dimensione ideale verso cui protendere nelle relazioni tra produzione agricola e consumo. Alla sua base sta un radicale cambiamento nei rapporti tra le parti, che inserisce l’aspetto economico all’interno di obiettivi sovraordinati di benessere e solidarietà sociale. L’implementazione di questa forma di relazione e del relativo modello di impresa è un percorso molto impegnativo, che vede al momento la Rete impegnata a riflettere sugli aspetti teorici e le realtà territoriali portare avanti specifiche sperimentazioni, rilevando opportunità ma anche criticità (Tavolo per la Rete italiana di Economia Solidale, 2013).
La conversione della piccola e media agricoltura verso un diverso modello di impresa, in grado realmente di gestire e produrre beni comuni e creare valore sociale, in modo duraturo, è parimenti un processo complesso (Brunori et al., 2011), che richiede un supporto che va ben al di là dell’incentivo economico. È significativa in tal senso l’esperienza all’interno del Des Rurale del Parco Agricolo Sud di Milano in cui da anni si porta avanti un progetto di sostegno alla conversione (tecnico-organizzativa e culturale) all’agricoltura biologica di aziende “tradizionali”. Quando poi, come in questo caso, il progetto è più ambizioso e prevede di proporre ai Gas locali di diventare co-attori, in alleanza con i produttori, della realizzazione di filiere agro-alimentari sostenibili e di nuovi sistemi di economia locale, appare ancora più chiaro quale livello di complessità sia in gioco (Biolghini, 2013b).
Ai percorsi citati si affianca ora il possibile riconoscimento istituzionale dell’agricoltura contadina, il quale apre scenari nuovi rispetto alla ricerca di spazi di autonomia e di innovazione sin qui portata avanti. L’accettazione di questo modello di agricoltura è un importante cambiamento prima ancora che sul piano istituzionale su quello culturale. La sopravvivenza di una realtà agricola “ai margini” del sistema è sempre stata una caratteristica nota della nostra agricoltura, una delle espressioni della sua modernizzazione incompiuta. A questa realtà nel tempo si è cominciato a guardare con interesse, percependone l’importanza per la capacità di valorizzare risorse importanti per il benessere di territori e comunità (produzioni di prossimità, agro-ecosistemi, cultura, relazioni). Ora, si propone il riconoscimento pubblico del modello, con la relativa attribuzione di dignità e diritti. Le Reti dell’Economia Solidale hanno sviluppato un dibattito al proprio interno e si sono avvicinate ai soggetti che hanno portato avanti in questi anni la campagna per l’agricoltura contadina, nella consapevolezza dell’importanza di presidiare il processo trasformativo promosso, e salvaguardarne il potenziale innovativo.
Altre opportunità e sfide vengono dalla possibilità di interagire con altri percorsi di riconversione dei modelli di produzione-consumo (e con essi di gestione delle risorse agricole), portando in essi il proprio portato valoriale.
Al riguardo, il dibattito sviluppatosi attorno alle modalità con cui i contesti urbani si rapportano all’agricoltura ha in tempi recenti stimolato processi significativi di cambiamento sul piano culturale, economico ed istituzionale (Marino e Cavallo, 2016). Come noto anche in Italia negli ultimi anni sono stati intrapresi percorsi di definizione e sperimentazione di nuove strategie con cui gestire l’approvvigionamento alimentare nelle città o, più in generale, di strategie integrate che vedono il rapporto con il cibo al centro di una molteplicità di ambiti di azione, privata e pubblica. Rispetto a queste dinamiche il mondo dell’Economia Solidale ha avviato una propria riflessione, a livello nazionale e locale, inserendo questi percorsi e le relative potenzialità all’interno della più ampia problematica dell’implementazione della sovranità alimentare a livello territoriale e della creazione di condizioni di democrazia alimentare ai diversi livelli di governance.
Dall’altra parte, la ricerca di relazioni più strette tra città e campagna, tra domanda di “cibo buono” e sua produzione, portano in luce altri ambiti importanti di confronto/scontro in cui le esperienze di agricoltura solidale hanno da tempo speso energie. E’ il caso della difesa della destinazione agricola della terra rispetto alla generalizzata tendenza alla sua distruzione in nome di altri interessi sociali, ritenuti prioritari (viabilità e infrastrutture di trasporto, insediamenti industriali-commerciali, insediamenti abitativi). La strenua opposizione da parte della Retina dei Gas della Brianza alla costruzione di una superstrada su terreni agricoli importanti per una filiera locale del pane, è una delle più note esperienze di resistenza al consumo di suolo messe in atto dal mondo dell’Economia Solidale (Biolghini, 2013c). Altrettanto significativo è il più recente caso di Mondeggi Fattoria senza padroni, sulle colline fiorentine, un’esperienza ispirata ad una visione della terra come bene comune, da difendere e valorizzare socialmente, in contrapposizione ad una gestione delle risorse pubbliche guidata sostanzialmente da logiche economiche. Anche in questo caso l’alleanza tra contadini (compresi molti giovani aspiranti tali) e cittadini consapevoli e attivi (appartenenti a Gas ma non solo) è un elemento distintivo.
Sia le prime che le seconde esperienze citate sono emblematiche dell’esigenza di forme di governance più democratiche ed efficaci, in cui anche attori non istituzionali, espressione di segmenti attivi della società, abbiano modo di esprimersi e partecipare ai processi decisionali. Nel caso delle iniziative che vedono coinvolte espressioni del mondo dell’Economia Solidale, rispetto a tale bisogno emergono in forma ancora più evidente le difficoltà legate alla carenza di condizioni operative e di spazi pubblici adeguati (Biolghini, 2012). Questi aspetti sono cruciali per dare realmente spazio alle istanze che vengono dalla società civile e creare i presupposti per una “democrazia alimentare”.

Considerazioni conclusive: insieme nell’azione trasformativa

La necessità di uscire dalla nicchia è percepita dagli attori dell’Economia Solidale in misura crescente. La creazione di propri percorsi virtuosi è ritenuta non più sufficiente. La sfida appare ora quella di coinvolgersi nei percorsi attivati da altri attori/realtà nel contesto di crescente mobilitazione attorno alle tematiche dell’agricoltura e del cibo, e lì presidiare i significati su cui si è tanto costruito, difendendoli dal rischio di cooptazione e preservandone il potenziale di cambiamento. Si tratta di monitorare i processi ovunque e variamente attivati, di mantenere alto il livello degli obiettivi e di cercare coerenza in quanto realizzato, nonché di valutarne l’impatto.
Diviene essenziale in questa strategia l’apertura all’interazione con altri attori che in altri ambiti si impegnano per l’affermazione di un modello altro, ispirato agli stessi valori di giustizia e mutualismo. La consapevolezza di essere una realtà dai principi chiari ma dai confini non ben definiti è ben presente nella Rete di Economia Solidale. E d’altra parte questa è la condizione propria di ogni movimento che si proponga di crescere facendo leva sulla capacità di creare relazioni ed alleanze.
Nel tempo si è guardato con rispetto ad iniziative attivate al di fuori della Rete, percependone il valore per una causa comune, e si è cercato di far convergere gli sforzi. L’adesione della Res alla campagna per l’agricoltura contadina, strettamente legata alle mobilitazioni attorno alla tematica della sovranità alimentare, è emblematica in tal senso. Altrettanto significativi sono gli scambi con la federazione dell’Economia del Bene Comune, nella prospettiva di provare a lavorare insieme alla costruzione di un nuovo modello di impresa sociale, definendone aspetti operativi e normativi. Le relazioni con l’associazione Bilanci di Giustizia, a loro volta, hanno consentito di rafforzare ulteriormente la definizione di un diverso stile di vita e di un modello alternativo di consumo di cibo e di altri beni e servizi. Le interazioni con altre organizzazioni impegnate nell’affrontare le particolari problematiche dell’agricoltura del Meridione, aggravate in tempi recenti dallo sfruttamento dei fenomeni migratori (Corrado, 2011), ha consentito di ampliare e dare più forza all’impegno speso per l’attivazione di percorsi alternativi in quei contesti. Le relazioni con Banca Etica o con le Mag (Mutue di Auto Gestione) hanno introdotto la possibilità di supporto finanziario ad imprese, agricole e non solo, dell’economia solidale altrimenti escluse dall’accesso al credito. L’adesione alla campagna contro il trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale (Ttip) ha rappresentato un’ulteriore occasione di riflessione comune sui modelli produttivi e sulle relative cornici normative, nonché di rafforzamento di alleanze a sostegno di una visione orientata al benessere di economie e comunità locali. Significativa è anche la recente interazione avviata con le Reti Europee e Internazionali dell’Economia Sociale e Solidale (Ripess) e con Urgenci (International Network for Community Supported Agriculture). Le prime collaborazioni avviate con queste Reti hanno consentito di condividere su ampia scala la riflessione attorno ai temi della sovranità alimentare e dell’agricoltura di comunità, anche nella prospettiva di lavorare allo sviluppo di un ruolo politico per confrontarsi con le istituzioni sovra-nazionali.
Accanto alle iniziative di cooperazione con “propri simili”, laddove si sono create le giuste condizioni, hanno cominciato ad emergere esperienze locali di dialogo e collaborazione con altri soggetti, in particolare con amministrazioni pubbliche (locali e regionali), istituzioni della ricerca o operanti nelle aree del welfare sociale (es. agricoltura sociale). Di particolare significato sono i percorsi locali rivolti all’elaborazione di proposte di legge regionali sull’Economia Solidale, in cui sono state incluse le necessarie alleanze anche con l‘agricoltura contadina. Laddove questi percorsi sono stati fondati su un confronto paritario e costruttivo tra esponenti delle reti locali e soggetti pubblici i risultati sono stati positivi.
La consapevolezza dei benefici legati ad un modello di produzione e consumo di cibo ispirato a principi di solidarietà, sostenibilità e sobrietà sembra farsi strada all’interno della società, tra le imprese e le istituzioni. Si tratta ora di creare le condizioni, anche attraverso adeguate strutture istituzionali (il riconoscimento del modo di produrre contadino, forme adeguate di governance alimentare), affinché le diverse voci, esperienze e progettualità possano dialogare e convergere su strategie e percorsi inclusivi ed efficaci.

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  • 1. Si tratta di organizzazioni che nei loro statuti fanno riferimento ai principi ‘ecosol’: le botteghe del commercio equo (Botteghe del Mondo o BdM), le realtà della Finanza Etica (Mutue per l’AutoGestione o Mag) e Banca Popolare Etica (Bpe), gli Enti che aderiscono all’Associazione per il Turismo Responsabile (Aitr) (Biolghini, 2007).
  • 2. Il documento di riferimento della Res (Tavolo Res, giugno 2011) - “Le dieci colonne dell’Economia Solidale” - individua le seguenti caratteristiche fondanti dell’Economia Solidale: “1) promuove i beni comuni; 2) è fondata sul rispetto della "Madre Terra" e sul "benvivere" di tutti; 3) propone modelli collaborativi; 4) si basa sulle relazioni; 5) promuove il legame con il territorio; 6) incorpora il senso del limite; 7) si sviluppa nelle reti; 8) è una trasformazione sociale; 9) difende i diritti; 10) ridimensiona il ruolo del mercato.” Dalla Carta per la Rete Italiana di Economia Solidale (2007): “Il rapporto diretto tra consumatori e produttori, preferibilmente del medesimo territorio, apre nuove dinamiche relazionali, sociali e politiche che vanno ben al di là degli angusti spazi e regole che definiscono la tradizionale economia di mercato, verso la costruzione di una economia fondata sulle relazioni. In particolare, nell’ambito dell’economia solidale è possibile affermare che la dimensione economica viene posta a servizio di quella sociale e politica.”
  • 3. Nel 2007 I primi Des hanno dato vita al Tavolo Res come organo di coordinamento a livello nazionale (si veda [link]).
  • 4. Si veda, a proposito di patti, Bellanca (2011), L’economia solidale di fronte all’economia e alla politica, Intervento nell’Incontro nazionale 2011 a L’Aquila “Gas e Des: L’economia solidale oltre la crisi”, [pdf].
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