Pastori a colori

Pastori a colori

Introduzione1

Nell’epico lavoro di Fernand Braudel (1985), bussola di tutti i lavori sul mediterraneo, vi sono due definizioni che possono rappresentare i binari di un viaggio nell’attualità del mondo pastorale attuale: la montagna come terra di migrazione e il mediterraneo come mosaico di popoli.
In questo lavoro si illustrano i primi risultati del progetto di ricerca Tramed che analizza la rilevanza ed il contributo della forza lavoro immigrata nella pastorizia dei paesi dell'Europa Mediterranea (Eumed). Coinvolgere questa mano d’opera nei processi di adattamento e di innovazione del settore, e fornirli degli strumenti adeguati, stabilizzandoli e responsabilizzandoli offre l’opportunità di contribuire a costruire i pastori di domani, senza i quali il Mediterraneo rischia di perdere alcuni dei suoi guardiani più preziosi e sempre più rari.

Pascoli in transizione

A seguito di importanti dinamiche socio-economiche e demografiche le attività agricole in Europa sono svolte sempre più da stranieri, spesso coinvolti in attività poco specializzate, come le lavorazioni di base definite ‘low-skilled’. Ma esistono anche settori ed attività altamente specifiche e specializzate – ‘high-skilled’, appunto - dove comunità di immigrati giocano un ruolo preponderante e fondamentale. E’ il caso delle produzioni animali, dove si intrecciano profonde conoscenze zootecniche, veterinarie e anche agronomiche. Il settore zootecnico italiano in particolare vive una crescente presenza, sia in termini quantitativi che qualitativi, di comunità di stranieri che con la loro dedizione ed il loro know how specifico, spesso generato e elaborato altrove, permettono ai prodotti italiani di rimanere a livello di eccellenze mondiali, come per le filiere relative al Pecorino ed al Parmigiano. Mentre esistono studi che hanno permesso di analizzare ed apprezzare il contributo dei lavoratori di origine Sikh nel settore bovino intensivo in Italia (Lum, 2011), poco si sa di quanto e come gli immigrati contribuiscano all’allevamento estensivo che si pratica tradizionalmente in tutti paesi che si affacciano sul mediterraneo.
La pastorizia è un sistema di allevamento estensivo, in cui una gran parte dell’alimentazione del bestiame si ottiene a partire da risorse pascolabili. In questa maniera si valorizzano le risorse naturali di territori limite, che presentano caratteristiche agro-ecologiche tali da rendere difficile l’intensificazione e la meccanizzazione agricola, tipicamente aree di montagna o ambienti semiaridi, che coprono circa un terzo dei territori della regione mediterranea (Nori, 2010). Gli allevamenti che praticano la pastorizia sono una proporzione significativa di tutto il settore zootecnico; il criterio di base è il livello di uso estensivo del pascolo naturale come risorsa base per alimentare il gregge. Questo sistema è particolarmente diffuso per il bestiame ovo-caprino (focus di questa ricerca), ma vi sono anche razze bovine specificamente adatte ai territori montani euro-mediterranei, allevate secondo modalità pastorali come la Chianina, le Pezzate, la Podolica nel contesto italiano. In taluni di questi casi la presenza di lavoratori immigrati nel settore è di fondamentale importanza, come per filiera della Fontina.2
 

Figura 1 - Aree tradizionali di pastorizia nell’Europa mediterranea

Fonte: Duclos e Fabre, 2004
 

Tabella 1 - Produzioni ovine e specificità produttive (dati approssimati per il 2010)


Fonti: Istat, 2010; Magrama 2013; Ciheam, 2011; Thales, 2014

Nonostante manchino referenze specifiche si può ipotizzare che nei paesi euro-mediterranei almeno due terzi delle greggi ovo-caprine approfittino del pascolo aperto durante un periodo consistente dell’anno. La composizione del gregge, la specializzazione produttiva ed i livelli di performance variano in maniera sostanziale da regione a regione. Anche se i dati settoriali non sono sempre armonizzati e coerenti (vedasi Laore, 2013) le tendenze di medio termine degli ultimi decenni indicano tutte una diminuzione degli effettivi del settore, con una marcata riduzione complessiva degli allevamenti (30% in meno negli ultimi due decenni) mentre quelli rimasti hanno espanso il proprio gregge per aumentare i margini di guadagno (vedasi figura 2 per il caso Francese) e attuato strategie di abbassamento dei costi di produzione. Il refrain classico, dappertutto, è quello che “vent’anni fa con un gregge la metà di quello attuale si faceva una vita dignitosa e si poteva risparmiare ed investire. Adesso con un gregge di dimensioni doppie, si fa fatica a far quadrare i conti”3.

Figura 2 – Ristrutturazione del settore ovino da carne in Francia


Evoluzione della taglia delle greggi ovine da carne per classe.
Dall’alto: a) greggi < 50 capi; b) 50-149; c) 150-299 capi; d) > 300 capi
Fonte: Ine, 2013

Alla radice di questa ristrutturazione del settore vi sono politiche agricole e commerciali che hanno trasformato non solo l’economia rurale ma tutta la società sulle diverse sponde del Mediterraneo, con poca considerazione per le variabili socio-culturali ed ecologiche. Per una pratica forgiata per rendere produttivi territori fragili e marginali è evidentemente difficile reggere il confronto su parametri definiti dalle performance produttive. Sulle sponde meridionali ed orientali gli allevamenti locali hanno dovuto fare i conti con le importazioni sussidiate dai paesi dell’area UE, che hanno messo in crisi i sistemi estensivi in molte aree secondo una dinamica di polarizzazione del mondo rurale che ha visto un’intensificazione delle produzioni agricole nelle aree pianeggianti e litorali, ed un abbandono progressivo delle aree marginali e di montagna (Gertel e Breuer, 2010; Mahdi, 2014). Sulle sponde europee le recenti riforme della Pac hanno spostato il focus del sostegno pubblico verso una visione multifunzionale dell’agricoltura, che alla ‘zootecnia estensiva di montagna’ chiede sempre più di giocare un ruolo nelle politiche di gestione e protezione dell’ambiente, nella conservazione del paesaggio, per lo sviluppo socio-economico e la stabilità demografica di aree critiche (Nori e Gemini, 2011; Beaufoy e Mirazo, 2013). I fondi pubblici rappresentano oggi una parte sostanziosa del reddito di un allevamento pastorale, e nonostante sia possibile ascoltare che “un allevatore oggi passa più tempo sulle pratiche di banco che su quelle di campo”4, oppure leggere che “si sia considerati ormai più dei giardinieri che dei produttori di carne e latte” (Brisebarre, 2007; Nadal et al., 2010) questi contributi rappresentano una risorsa imprescindibile per il settore. Senza l’esistenza di questi aiuti l’allevamento ovo-caprino sarebbe scomparso in molte aree, con ulteriore spopolamento di aree rurali. Il ruolo di questa politica comunitaria è stato pertanto fondamentale per il mantenimento del territorio della regione e di tradizioni e costumi locali (Pastomed, 2007b).
Questa ristrutturazione ha modificato in profondità la dimensione delle aziende e la natura del lavoro, segmentando e marcando la divisione tra il lavoro gestionale e quello pratico, di campo. A dispetto della caratterizzazione estensiva di questa forma di allevamento, quello del pastore è un lavoro intenso e totalizzante, sia da un punto di vista fisico, sia per le conoscenze tecniche e gestionali che richiede - che spaziano dalla climatologia, alla botanica, alla fisiologia e salute animale, all’etologia dei predatori. Il tutto trascorrendo buona parte dell’anno in ambienti difficili, con scarsa densità di popolazione, soggette a tagli di servizi pubblici, scarso accesso alla rete, con poche opportunità di tempo libero ed attività alternative. A fronte dell’aumento delle mansioni e delle responsabilità, le condizioni di lavoro ed i margini di guadagno non sono generalmente migliorati: il prezzo del latte e della carne ovo-caprini hanno subito dinamiche altalenanti mentre son cresciuti i costi di produzione (Figura 3).

Figura 3 – Il rapporto prezzi/costi in Italia: ragione di scambio del settore ovino da latte in Italia


Fonte: Ismea, 2010

Tale ristrutturazione del settore ha contribuito a creare condizioni poco attraenti per le nuove generazioni, che, complici anche prospettive incerte e problemi strutturali come l’accesso alle terre e/o al credito, hanno spesso deciso di non seguire le orme dei padri. In questo senso va inquadrata la ‘crisi di vocazione’ che affligge la pastorizia e la relativa difficoltà di garantire il ricambio generazionale sui pascoli. Questa sfida era stata giá identificata come prioritaria dal programma Pastomed che nel 2007 segnalava l’altissimo tasso di ultra-cinquantacinquenni rispetto ai minori di 35 anni ed in molte aree la presenza di 10 volte più «anziani» che «giovani» (Pastomed, 2007a:18). Indicazioni simili e dichiarata difficoltà di disporre di mano d’opera qualificata, capace, motivata ed affidabile per la sostenibilità di questa attività sono riportate nelle relazioni e nei rapporti dei progetti settoriali (Domestic, Thales), nella letteratura accademica (Kasimis, 2010; Nadal et al., 2010; Meuret, 2010; Mannia, 2010; Pellicer, 2014) così come nei gruppi di discussione tematici5.
Più in generale questa tendenza sembra ricalcare il pensiero di Braudel (1985) delle aree di montagna come storicamente, quasi strutturalmente aree di emigrazione, di surplus di uomini e braccia, ‘fabbriche di uomini ad uso d’altri’.

Generazioni in sostituzione

Quale che sia stata la traiettoria di adattamento e di sviluppo aziendale perseguita per far fronte a questi cambiamenti il contributo della forza lavoro immigrata è stata in molti casi fondamentale, per fare fronte alla problematica delle risorse umane, fornendo forza lavoro relativamente qualificata a costi relativamente bassi. Questo contributo si è caratterizzato come miglioramento della produttività del gregge, qualità dei prodotti, diversificazione del reddito aziendale, ed altro. Senza la disponibilità dei lavoratori stranieri molti allevatori avrebbero oggi grandi difficoltà a continuare e questa risorsa rappresenta un’opportunità importante per i giovani allevatori locali che hanno voluto iniziare o proseguire questa attività (Inea, 2009; Nori e de Marchi, 2015). 
Come si può immaginare non esistono molti studi strutturati su questa tematica; il mondo rurale è ancora marginale nel dibattito sugli studi migratori, ed il mondo pastorale è estremamente marginale nei dibattiti del settore agricolo. Esistono quindi poche informazioni sulla presenza di immigrati sui pascoli di Spagna, Francia, Italia e Grecia - ed ancor meno sono quelle che tentano di quantificare e qualificare il fenomeno nelle varie regioni. Il progetto Tramed si occupa di ricomporre i pezzi del mosaico, con un’analisi dettagliata di materiale secondario esistente e integrando dati ed informazioni dove possibile e necessario.
Da un punto di vista metodologico le difficoltà per raccogliere dati ed informazioni certe ed affidabili al riguardo sono molte. Quantificare gli allevamenti che praticano la pastorizia attraverso i dati ufficiali è difficile, ed ancor più arduo comparare dati eterogenei tra regioni e paesi. Per quel che riguarda il lavoro di campo, le difficoltà logistiche sono immaginabili (greggi e pastori sparsi su un territorio vasto nelle diverse stagioni). Una buona parte di pastori è inoltre impiegata in maniera informale, senza un contratto, e quindi addentrarsi in dibattiti su queste tematiche può innescare reazioni non congrue – dal rifiuto a rispondere, al fornire informazioni non veritiere. Interagire direttamente con i lavoratori stranieri poi oltre a questioni di fiducia, relativa al rendere visibile l’invisibile, si confronta spesso con problemi di asimmetria dei ruoli e difficoltà di comunicazione e con il rischio di generalizzazioni. Le analisi di Tramed si basano dunque su dati ed informazioni che rappresentano un compromesso del possibile per un’indagine particolarmente irta di difficoltà a diversi livelli.
Il profilo tipico dell’immigrato che lavora come pastore salariato è quello di uomo, tra i 25 ed i 40 anni, originario di un paese della regione mediterranea, spesso con esperienza diretta nell’allevamento (non necessariamente con modalità pastorali). In molti casi può trattarsi di immigrati di religione cristiano-ortodossa (rumeni, bulgari) o musulmani (marocchini, albanesi, macedoni). Mentre per molti si riconoscono le doti tecniche, la passione e la professionalità, la disponibilità a lavorare per un salario basso e le capacità di adattamento, un problema posto da alcuni allevatori è quello dell’affidabilità del pastore.
Di seguito la tabella 2 che riepiloga le informazioni quantificate rintracciate sino ad ora al riguardo. Chiaramente queste informazioni sono indicative, poiché non esistono censimenti dedicati, e frutto anche di generalizzazioni e semplificazioni necessarie al lavoro.

Tabella 2 – Presenza di immigrati nella pastorizia euro-mediterranea

Fonte: elaborazione Tramed

D’altronde il contributo di comunità straniere al ricambio generazionale non è una novità per la pastorizia. Come già fu recentemente nel Novecento per le migrazioni di pastori dal Piemonte alla Provenza6, dalla Sardegna al centro-Italia7, dall’Andalusia ai Pirenei, dall‘Estremadura a Castiglia Léon, dalle valli bergamasche ai cantoni svizzeri. Simile, anche se peculiare, il discorso per i Valachi nel nord e gli Arvaniti nel centro della Grecia, e per i Kurdi in diverse aree della Turchia (Tabella 3). Queste comunità hanno contribuito sostanzialmente a mantenere vivi ed attivi i pascoli dei paesi di approdo. In questa logica regionale non è quindi strano che i pastori immigrati abbiano origine in altre aree dello stesso ecosistema, e d’altronde il migrare, il transumare, la mobilità in generale sono elementi specifici caratterizzanti i sistemi pastorali.

Tabella 3 – Distribuzione di comunità di pastori in alcune realtà europee nel Novecento


Fonte: elaborazione Tramed

Un elemento caratterizzante la presenza di certe nazionalità in certe aree è la lingua e la facilità comunicativa possibile tra lavoratore e datore di lavoro. In questa ottica si possono comprendere i flussi dei Piemontesi in Francia (aree di lingua occitana), i Marocchini in Francia, i Rumeni preferenzialmente in Italia e Spagna, i Valachi in Grecia. Due elementi caratteristici, collegati e complementari, che caratterizzano il lavoro immigrato nell’agricoltura dei paesi euro-mediterranei indiretta sono i livelli di ‘informalità’ dei contratti, e la scarsa possibilità di ascesa socio-economica del lavoratore (Pittau e Ricci, 2015). Queste caratteristiche si ritrovano in forme esponenziali negli allevamenti pastorali, con importanti implicazioni per lo sviluppo e la sostenibilità del settore.

  • Le condizioni contrattuali sono spesso informali, un po’ ovunque. Per dare un’idea della dimensione del fenomeno, nel solo caso della Val d’Aosta è stato stimato un centinaio di lavoratori al nero per i 300 alpeggi in uso8. Rappresentanti degli allevatori in quasi tutti i paesi della ricerca hanno sconsigliato interviste sui migranti pastori tra i loro soci, per l’elevatissimo tasso di lavoratori senza contratto formalizzato.
  • In una regione dove solo il 10% degli imprenditori agricoli ha meno di 35 anni il passaggio da manovalanza a imprenditorialità per gli immigrati pastori presenta tassi molto, molto bassi; oltre alle difficoltà di accesso alla terra e dal credito, ed a questioni culturali, sono segnalate anche problematiche relative alla durata del permesso di soggiorno, residenza – in generale di cittadinanza.

Una conseguenza di queste condizioni è che molto spesso i lavoratori rimangono mesi o anni nel settore, con grande mobilità tra allevamenti, ma tendono a non installarvisi, cercando nel tempo sistemazioni altrove, con condizioni più confortevoli, impieghi più stabili, retribuzioni migliori e maggiori opportunità di ascesa socio-economica9. Questa dinamica risulta particolarmente rilevante, perché elimina alla radice l’opportunità che la popolazione immigrata contribuisca allo sviluppo sostenibile della pastorizia in maniera più duratura e significativa.
In questa ottica si possono anche comprendere le recenti dinamiche di sostituzione etnica che hanno caratterizzato la manovalanza straniera nell’ultimo decennio, come il crescente numero di Rumeni in sostituzione di altri gruppi per questioni attinenti soprattutto alla sfera amministrativa, dato che dal 2013 sono cittadini della UE. In altri aree la presenza recente e crescente di membri delle comunità indiane e pakistane sembrerebbe indicatore di alta intensificazione del settore ovino locale, in cui il pascolo ricopre un ruolo ormai relativo. Sarebbe importante analizzare le implicazioni tecniche (conoscenze e abilità dei diversi gruppi) e socio-politiche (rivendicazioni contrattuali) di questo fenomeno.

Mobilità e migrazioni

La pastorizia moderna deve fare i conti con un’imprevedibilità e dei rischi legati non più solo ai fattori ecologici ed ai cambiamenti climatici, ma anche e sempre più a quelli originati nella sfera politica e commerciale. Nonostante le difficoltà che hanno caratterizzato il settore nei decenni recenti, sulla sponda europea sembra recentemente materializzarsi un’inversione di tendenza, e sempre maggiori sono i riconoscimenti e le richieste della società per i beni ed i servizi offerti dai pastori.

  • Se da una parte si assiste ad una valorizzazione commerciale dei prodotti - proteine animali, latte e carne di prima qualità, biologiche e prodotte secondo norme di benessere animale, che in molte aree rappresentano un elemento portante dell’identità territoriale locale10;
  • è anche cresciuto considerevolmente il riconoscimento delle pratiche pastorali per mantenere la stabilità del territorio e migliorare le capacità di mitigazione ed adattamento ai fenomeni di cambio climatico desertificazione e degrado ambientale (Nori e Davies, 2007; Olmeda et al., 2013), dalla creazione di parchi e riserve naturali;
  • fino ad iniziative di patrimonializzazione delle pratiche pastorali che permettono di valorizzare la cultura pastorale ed inserirla nei circuiti dell’ economia moderna, come il riconoscimento come Patrimonio Mondiale dell’Umanità da parte dall’Unesco del parco Causses-Cévennes come territorio agro-pastorale Mediterraneo ed i vari musei pastorali nella regione11.

Se in tempi recenti l’importanza della pastorizia è stata ridimensionata da un punto di vista meramente produttivo ed economico, le valenze ambientali e culturali di questa pratica sono dunque sempre più apprezzate. Per contribuire alla manutenzione del patrimonio naturale e culturale e partecipare al tessuto socio-economico rurale, la pastorizia deve però poter assicurare condizioni di vita e di lavoro dignitose per gli allevatori e per i pastori (Eychenne, 2011). In tal senso è necessario dare maggiore efficacia alle politiche e agli investimenti concepiti per dare respiro all’economia pastorale – dalle politiche di sostegno della Pac, a quelle di valorizzazione dei prodotti pastorali. La crescente incorporazione istituzionale e commerciale può sembrar contraddittoria per una pratica tipicamente concepita come anarchica ed autarchica, ma la pastorizia si è in verità storicamente evoluta grazie agli scambi ed alle interazioni con il resto della società, ed è stata proprio la pastorizia uno dei settori chiave che ha spinto l’integrazione delle aree montane al mercato capitalista durante i secoli XIX e XX (Nadal et al., 2010).
In questa prospettiva si deve inquadrare la crescente presenza della popolazione immigrata sui pascoli - un fenomeno rilevante sia per comprendere le dinamiche di ristrutturazione della pastorizia nelle sue diverse declinazioni, sia per ragionare sul futuro di questo settore. Se l’impiego di manodopera straniera in agricoltura può contribuire notevolmente al ricambio del capitale umano necessario per la sua sostenibilità (Inea, 2009), nel caso specifico della pastorizia una serie di elementi necessitano una approfondita comprensione e analisi .
L’elevata presenza di manodopera nella pastorizia - ma anche nel settore forestale (vedasi Inea, 2014) - euro-mediterranea sono indicatori della rilevanza del lavoro immigrato in pratiche fondamentali per mantenere produttivo il territorio montano, gestirne le risorse e proteggere dai rischi dal dissesto idrogeologico, che in questa parte di Europa caratterizzano ormai da anni le cronache. In queste realtà la popolazione straniera non solo partecipa alle attività produttive agro-silvo-pastorali, ma rappresenta più in generale una risorsa strategica per il mondo rurale nel suo insieme, contribuendo a ripopolare i borghi remoti e rimpolpare i numeri delle comunità più marginali, permettendo la continuità di una serie di funzioni critiche per l’economia e la società locali (Kasimis, 2010; Corrado, 2012)12. Gli immigrati risultano così risorse preziosissime per contrastare le problematiche relative al ricambio generazionale della professione e allo spopolamento delle aree montane.
Le ripercussioni dell’immigrazione sull’occupazione locale nel settore sembrano essere positive, giacché quella del pastore risulta un occupazione poco appetibile per i lavoratori locali, viste le recenti dinamiche di abbandono. I lavoratori stranieri non competono dunque con l’offerta locale di lavoro, mentre le greggi difficilmente competono nel rendere produttive aree e risorse altrimenti inutilizzate. Come abbiamo visto anzi il contributo dei lavoratori stranieri si caratterizza nel permettere l’evoluzione e la diversificazione delle aziende. Per quel che riguarda i salari invece andrebbe fatto un ragionamento più ampio data l’elevata precarietà delle condizioni di lavoro e di quelle contrattuali.
Come abbiamo constatato il fenomeno migratorio non risulta estraneo né eccezionale nel mondo pastorale, poiché la mobilità a vari livelli e l’arrivo e l’integrazione di comunità straniere ha permesso il ricambio di capitale umano in tante aree nei decenni passati. Questa prospettiva permette di guardare alla pastorizia mediterranea come ad un sistema regionale e comunicante, con le transumanze delle greggi dalle alture ai litorali, ma anche con gli spostamenti dei pastori e delle loro famiglie da una sponda all’altra della regione – recuperando così un’altra espressione di Braudel (1985), quella del Mediterraneo come ‘mosaico di tutti i colori’, che si mescolano e si ricompongono sul territorio per definire un immagine dinamicamente fedele a sé stessa, con la pastorizia che permane come elemento indispensabile all’identità locale.
Riconoscere quindi la valenza di tale fenomeno migratorio, e impegnarsi per renderlo sostenibile dovrebbe rappresentare una priorità politica in tempi di crisi ambientale, di scarsità di capitale umano in ambito rurale ed anche di difficoltà associate alla gestione dei flussi migratori. Avrebbe senso in quest’ottica lavorare per coordinare meglio le politiche migratorie con quelle agricole e professionali, partendo dal riconoscimento della necessità di integrare la forza lavoro immigrata in alcuni settori, come la pastorizia, favorendo anche meccanismi di evoluzione professionale e di capacità imprenditoriali. Un elemento chiave per contribuire a tale integrazione dovrebbe essere il riconoscimento e la valorizzazione delle loro capacità, elaborate in territori simili della regione mediterranea e spesso pertinenti e adeguate. Queste conoscenze andrebbero integrate attraverso meccanismi di formazione e di inserimento professionale, per integrare il loro know-how con le specificità del territorio locale, delle pratiche moderne e del contesto europeo. A tal riguardo esistono scuole per pastori in Francia (4) ed in Spagna (5). Estendere queste esperienze al resto della regione – anche nei paesi extra-europei in un ottica di co-sviluppo - e metterle in rete permetterebbe di creare una massa critica di discussione e valorizzazione di questo settore. Questo consentirebbe inoltre di migliorare la trasparenza delle relazioni contrattuali, che in molti casi risultano instabili e precarie. Queste sono le basi per lavorare sull’acquisizione dei diritti di cittadinanza e poter un giorno favorire l'evoluzione da manovalanza ad imprenditorialitá di allevatori del domani – di cui il settore, il territorio e la società hanno un gran bisogno.

Considerazioni conclusive

Nelle aree montane e collinari dell'europa mediterranea la pastorizia garantisce il sostentamento e lo sviluppo socio-economico locale, permettendo la presenza e l’insediamento umano su questi territori, e contribuendo in maniera profonda alla definizione del patrimonio culturale e dell'identità territoriale. Questa attività, spesso raccontata al passato, mostra interessanti segni di resilienza e adattamento ai processi di recente ristrutturazione del settore zootecnico. Il lavoro di stranieri immigrati in queste regioni svolge un ruolo importante in questo processo, fornendo in molti casi manovalanza qualificata a costi relativamente bassi, permettendo così la prosecuzione, l’evoluzione e la diversificazione di un’attività sempre più riconosciuta come fondamentale per la salvaguardia del nostro patrimonio naturale e culturale, ma sempre meno praticata dai cittadini europei (Mannia, 2010).
Dato il ruolo fondamentale che i lavoratori stranieri ricoprono nel mantenere produttivi e vivi questi territori l’integrazione della mano d’opera migrante rappresenta un’opportunità cui gli attori dello sviluppo rurale dovrebbero guardare con interesse per rendere operativi i principi di lotta allo spopolamento ed il sostegno ad attività che valorizzano le produzioni sostenibili e la gestione delle risorse naturali – come enunciato da tante politiche nazionali ed europee. Questo significa anche facilitare, laddove possibile, l’evoluzione dei lavoratori stranieri da manovalanza ad allevatori, imprenditori, contribuendo a rimpolpare il settore di aziende di piccole e medie dimensioni, che sono quelle che più hanno sofferto la crisi negli ultimi decenni, permettendo così il passaggio generazionale ed il mantenimento di forme di produzione a dimensione più familiare.
Una pastorizia sostenibile sarà dunque il frutto non solo di un sistema di aiuti, ma avrà necessariamente bisogno di un più vasto quadro politico, che includa la revisione delle politiche agricole, commerciali, migratorie e professionali - oltre a iniziative ed investimenti adeguati. L’attrattività e la redditività del settore, la vivibilità della aree interne, insieme con l’integrazione degli immigrati che vi operano e la valorizzazione di questa manodopera rappresentano le sfide prioritarie per il futuro e la sostenibilità di un’attività antica e fondamentale per la gestione delle risorse agro-pastorali mediterranee.

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  • 3. Indagini Tramed; Josetxu Larraz, Fustiñana (Navarra); F.lli Costa, Grotte di Castro (Lazio).
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  • 7. Vedasi I lavori di Benedetto Meloni al riguardo.
  • 8. Intervista per Dislivelli a S. Trione di Crea [link].
  • 9. Contributo di M. Verona.
  • 10. Ottima a tal riguardo l’iniziativa del Festival Cheese http://cheese.slowfood.com/
  • 11. Come il Museo virtuale de la Transumanza in Slovénia, i Musei de la Transhumancia a Guadalajar e ad Aigüestortes in Spagna, les Maisons de Berger e de la Transhumance in Francia, l’Ecomuseo della pastorizia in Val Stura.
  • 12. Vedasi anche la recente iniziativa dell'Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della Montagna [link]
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