Investimenti in capitale umano nell’impresa agricola familiare

Investimenti in capitale umano nell’impresa agricola familiare
a Università di Sassari, Dipartimento di Economia e Sistemi Arborei

Introduzione

Parlare di agricoltura implica automaticamente far riferimento a imprese che con molta probabilità sono a conduzione diretta del coltivatore e che si avvalgono per lo più di manodopera familiare. Il Rapporto sullo Stato dell’Alimentazione dell’Agricoltura (Fao, 2014) indica infatti che il 90% dei 570 milioni di aziende agricole nel mondo è a gestione familiare. Nell’Unione Europea questo tipo di aziende agricole occupa il 69% della superficie agricola e opera su un’estensione media circa 15 volte inferiore a quella su cui conta ciascuna delle aziende costituite in forma societaria (European Commission, 2013). Anche nel nostro paese il 92% delle aziende è a conduzione diretta, mentre più di tre giornate lavorative su quattro sono fornite dall’imprenditore stesso e dai suoi congiunti (Istat, 2015a). Per quanto sotto l’etichetta di impresa agricola familiare si possano accomunare tipologie e logiche gestionali quanto mai differenziate, non solo per dimensione, ma anche per il ruolo assunto nella formazione del reddito del nucleo o per il grado di integrazione con fornitori e clienti (Anonimo, 2013), è indubitabile che la compenetrazione profonda che caratterizza la relazione tra la conduzione aziendale e le dinamiche interne all’istituto famiglia non consente di trattare l’attività agricola alla stregua di un’ordinaria gestione imprenditoriale assimilabile a quelle di altri settori.
Pertanto, nel momento in cui vengono concepite misure di intervento pubblico a sostegno delle imprese occorre sempre tener in mente la peculiare natura gestionale che permea i criteri di scelta operativa che, nel breve come nel medio-lungo periodo, contrappuntano i percorsi evolutivi della massima parte delle unità aziendali. In particolare, le nuove molteplici fonti di creazione di valore che l’impresa agricola multifunzionale è chiamata ad intercettare esigono competenze e capacità inedite per le nuove generazioni di imprenditori (Marotta e Nazzaro, 2011). Allo stesso modo, l’incessante opera di ricerca e sviluppo produce continuamente innovazioni organizzative, di processo e di prodotto che divengono decisive per il posizionamento competitivo delle imprese e di interi sistemi territoriali (European Commission, 2010). Può pertanto rivelarsi rilevante la dotazione di capitale umano in capo all’impresa agricola, sia al fine del rafforzamento delle sue capacità di resilienza a fronte di uno scenario mercantile sempre più caratterizzato dalla volatilità dei prezzi agricoli (Visciaveo e Rosa, 2012), sia nel perseguimento di politiche mirate all’accoglimento delle istanze e delle aspettative che la collettività ripone nei confronti del settore primario. Premesso che in questa sede il riferimento al capitale umano si limiterà alle sole componenti relative all’istruzione istituzionale ed alla formazione sul posto di lavoro (Becker, 1962), il discorso può assumere connotati decisamente più complicati nel momento in cui si considerano ambiti più ampi di quello prettamente aziendale e si investe della responsabilità di creazione e diffusione di conoscenza e innovazione una vera e propria rete di soggetti pubblici e privati, a cui sono attribuiti ruoli distinti che finiscono con il condizionare le decisioni dell’impresa e della famiglia agricola in merito alla formazione ed all’istruzione dei propri membri (Leeuwis, 2004; Viaggi, 2012).
Il crescente interesse nei confronti della dotazione di capitale umano a supporto delle attività agricole deriva, da un lato, dalle tendenze in atto nello scenario economico politico mondiale – riassumibile nelle quattro parole chiave globalizzazione-Ict-differenziazione demografica-cambiamento climatico (Visco, 2009) – che solleva ambiti problematici talmente complessi e interconnessi da esigere la qualificazione della risorsa lavoro e delle capacità amministrative e di governo adatte a fronteggiarli; dall’altro, ha trovato vigore in nuove scuole di pensiero in tema di crescita, che hanno contrapposto alla tradizionale visione esogena, fondata sostanzialmente su risparmio e progresso tecnico (Solow, 1957), un approccio prettamente endogeno che attribuisce un ruolo decisivo proprio all’accumulazione del patrimonio di conoscenza (Romer, 1986 e 1990; Lucas, 1988; Grossman e Helpman, 1991).
Lo sviluppo degli studi in materia di economia della conoscenza ha prodotto numerose proposte definitorie che supportano i diversi obiettivi analitici che hanno caratterizzato la ricerca in questo campo. Si distingue così la conoscenza esplicita, codificabile e trasmissibile nello spazio e nel tempo, da quella tacita, specificamente formata in contesti circoscritti e difficilmente trasferibile; allo stesso modo, occorre aver ben presente se oggetto della trattazione è lo stock di conoscenze acquisite o se si parla invece di flussi di saperi in uscita (destroying) e in entrata (learning) da tale dotazione; nell’ambito di questi ultimi ci si può trovare di fronte a diverse forme di apprendimento: da altri o autonomamente, con sforzo individuale o collettivo (Pilati, 2006). Non è infine trascurabile la natura che assume la stessa risorsa conoscenza, la quale appare caratterizzata da limitata rivalità e da assoluta escludibilità nell’accesso, ciò che la rende assimilabile alla categoria dei beni pubblici impuri, con tutte le implicazioni che ciò comporta in merito alla discrepanza tra la dotazione ottimale e quella effettivamente predisposta.
In questo nuovo contesto scientifico e operativo, che ha trovato nell’adozione della Strategia di Lisbona da parte del Consiglio Europeo (2000) un preciso riscontro politico, l’agricoltura è chiamata a caratterizzare le proprie traiettorie di sviluppo su percorsi nuovi, nei quali il volume e la qualità della dotazione di capitale umano ricoprono un ruolo fondamentale. Appare perciò utile valutare quali condizioni favoriscono tale percorso, specialmente alla luce della stretta connessione che al riguardo contraddistingue la gestione delle imprese con le dinamiche dell’istituto familiare.

Impresa agricola, famiglia e dotazione di capitale umano
Un primo elemento di riflessione è offerto proprio dalla natura dell’istituto famiglia. Questa può essere definita come una comunità di conviventi, legati da relazioni di parentela, che impiega risorse comuni per conseguire obiettivi comuni (Briant e Zick, 2006). Parentela e comunanza di obiettivi e risorse caratterizza dunque questo istituto che, a differenza di altri, formula le proprie scelte di produzione, consumo e sviluppo in un ambito caratterizzato da solidarietà e reciprocità, ma anche da dinamiche di potere, di divisione dei ruoli e di priorità strategiche mutevoli in funzione del contesto socio-culturale nel quale maturano, nonché della particolare fase del ciclo di vita che la famiglia attraversa (Nalson, 1968).
Queste specificità si ripercuotono in misura rilevante sulla gestione ordinaria e sulla pianificazione strategica dell’impresa agricola. Indubbiamente, la disponibilità di manodopera leale e a basso costo (Carter, 1979) e la condivisione e la fluida circolazione delle informazioni all’interno della compagine aziendale costituiscono punti di forza delle imprese familiari nel momento in cui riducono al minimo i costi di transazione legati al reclutamento ed alla gestione dell’unità produttiva. Un ulteriore elemento di vantaggio apportato dalla stretta relazione con il nucleo familiare deriva dalla possibilità di accedere alle risorse della comunità ai fini del finanziamento di almeno una parte delle anticipazioni necessarie per la gestione ordinaria dell’azienda e degli investimenti. Occorre d’altra parte riconoscere che simili destinazioni entrano in contrasto con le esigenze di consumo e risparmio che cadenzano i ritmi evolutivi della famiglia. Per tutti questi motivi, le scelte imprenditoriali strategiche possono abbracciare orizzonti temporali piuttosto ampi, riguardanti anche un’intera generazione, ed essere improntate su uno spirito maggiormente conservativo, volto a tutelare l’entità del patrimonio investito in azienda, anziché intraprendere l’introduzione di innovazioni nei processi e nell’organizzazione dell’impresa. Tutto ciò premesso, non è da ritenersi affatto scontato che il massimo profitto sia da ritenere l’obiettivo prioritario dell’impresa agricola familiare (Gasson et al., 1988). Si tratta di una peculiarità che viene spesso persa di vista nel momento in cui si valutano le prestazioni economiche delle aziende, ma che deve essere tenuta nel debito conto anche ai fini della modulazione delle misure di intervento pubblico nel settore. In particolare, se è vero che la conduzione familiare conferisce all’impresa quei connotati di flessibilità, fiducia e disponibilità di risorse che, combinati con una logica strategica non prioritariamente legata alla massimizzazione del profitto, accentuano in misura esponenziale le doti di resilienza alle avversità congiunturali e di capacità di consolidamento in scenari competitivi in espansione, d’altra parte essa dovrebbe collocare le procedure di introduzione di innovazioni di qualunque natura in un contesto decisionale particolarmente vischioso, quanto meno intriso di scetticismo. Non di poco conto, infine, appare la sempre minor frequenza con cui le imprese agricole costituiscono la fonte esclusiva o principale di reddito e occupazione per le famiglie che ad esse fanno riferimento (Istat, 2015a).
L’investimento in capitale umano presso le famiglie agricole è strettamente inerente alle logiche appena espresse. Esso non è da considerare in maniera disgiunta dalle scelte in materia di ricambio generazionale: le due questioni sono anzi intimamente connesse. La letteratura è densa di riscontri empirici rinvenuti in contesti quanto mai differenziati. Tra quelli più prossimi alle nostre realtà operative, i rilievi più significativi evidenziano che in condizioni di maggiore redditività e di caratterizzazione professionale della conduzione aziendale il problema della successione rinviene la soluzione più probabile all’interno della famiglia (Simeone, 2006). Allo stesso modo, una volta giunta al timone delle unità produttive, la prevalenza degli imprenditori più giovani doterebbe l’azienda di un apparato di mezzi meccanici, bestiame e capitale fondiario adatto agli ordinamenti colturali più redditizi (Simeone e Spigola, 2004). Un’analisi dei dati censuari ha evidenziato, inoltre, che in Italiale opportunità occupazionali migliori sono prospettate nelle aree agricole nelle quali prevalgono ordinamenti produttivi maggiormente orientati all’investimento in seminativi, all’impiego di mezzi meccanici e ad un impiego più rilevante della manodopera salariata rispetto alla media nazionale. Ciò rivelerebbe una connotazione maggiormente improntata alla forma capitalistica della conduzione delle aziende agricole da parte di imprenditori che si qualificano per un bagaglio di conoscenze acquisite presso i canali di istruzione istituzionali (Idda et al., 2011).
Ciò che conta maggiormente è comunque il fatto che le decisioni inerenti al ricambio alla conduzione dell’azienda costituiscono lo sbocco di un processo lungo e articolato di più ampia portata (Russo, 2003), all’interno del quale gli investimenti in capitale umano riguardanti i membri della famiglia costituiscono parte rilevante.A questo proposito, diversi studi empirici evidenziano la frequente emergenza di una sorta di fenomeno di selezione avversa, che conduce a riservare la responsabilità della prosecuzione dell’attività agricola ai membri meno dotati di capacità e competenze (Gisser e Davila, 1998), condizione riscontrabile anche in prestazioni non lusinghiere nello studio (Broomhall e Johnson,1994). A monte del fenomeno si possono enumerare due principali fonti di motivazioni. La prima concerne il tasso atteso di rendimento degli investimenti in istruzione e formazione professionale, che risulterebbe più basso se destinato all’occupazione agricola rispetto a quella relativa ad altri settori (Kimhi, 1995). La seconda riguarda invece il ruolo assunto dalla conoscenza tacita, prettamente contestuale, nel bagaglio di competenze necessarie alla gestione di processi produttivi, quali quelli agricoli, fortemente influenzati dalle specifiche condizioni dell’ambiente fisico, sociale ed economico nel quale vengono condotti. Una più lunga esperienza trascorsa e accumulata sul campo anziché sui banchi di scuola, dunque, favorirebbe la candidatura alla successione alla guida dell’impresa familiare. Se Rosenzweig e Wolpin (1985) hanno riscontrato tale connessione nelle realtà rurali dei pvs, anche in aree rurali non certo arretrate del nostro paese è stato dimostrato un ruolo non trascurabile dei saperi informali nell’avvicendamento generazionale (Corsi, 2009).

Le tendenze in atto
I ragionamenti sopra riportati possono essere d’aiuto nella lettura delle tendenze in atto nella dinamica strutturale del settore agricolo nazionale, con riferimento alla qualità della compagine imprenditoriale. Innanzitutto, il processo di emorragia delle unità produttive è in corso di attenuazione. Se infatti è vero che la recente indagine sulle strutture agricole (Istat, 2015a) ha evidenziato che in soli tre anni il numero di aziende si è ridotto di un ulteriore 9,2% rispetto all’ultima osservazione censuaria, la recente dinamica delle partite Iva denuncia per i primi nove mesi del 2015 un incremento del 22% delle aperture nel settore primario rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente (Ministero dell’Economia e delle Finanze, 2015). Il quadro relativo alle decisioni di investimento in capitale umano deve dunque essere inserito in un contesto di riassetto strutturale nel quale sono per lo più le imprese più piccole a chiudere i battenti e a cedere le proprie risorse ad unità produttive di maggiori dimensioni, se non ad altri settori quando addirittura non si verifica l’abbandono tout court delle terre. La stessa Indagine strutturale (Istat, 2015a), infatti, rivela che tra il 2010 e il 2013 la riduzione della superficie totale in capo alle aziende agricole è stata del solo 2,4%, con conseguente aumento della dimensione media nazionale da 7,9 a 8,4 ettari. La chiusura delle aziende più piccole ha comportato la riduzione del numero di familiari addetti all’agricoltura (-13%), mentre è aumentato quello dei non familiari(+14,3%) per lo più a tempo determinato.
Un simile riassetto ha consentito al settore di tenere sostanzialmente nel periodo di crisi (Istat, 2015b): nel 2013 il valore della produzione è infatti aumentato del 3,3% rispetto all’anno precedente. A ciò hanno fatto riscontro gli incrementi del valore aggiunto (4,9%), del margine operativo lordo (5,2%) e del risultato lordo di gestione (6,7%). Sono soprattutto le grandi imprese, che fatturano oltre 100.000 euro l’anno, a realizzare tali prestazioni: pur essendo pari al 5,5% delle aziende italiane, esse infatti concorrono per il 57,5% alla formazione della produzione, al 56,2% del valore aggiunto, del 54,2% del margine operativo lordo e del 53,7% del risultato lordo di gestione. Ad esse compete peraltro il 39,3 dei contributi erogati a vario titolo nell’ambito dell’applicazione della Pac (pagamenti accoppiati, Pua, aiuti alla produzione e agli investimenti, calamità naturali, agricoltura biologica ed altri).
È interessante verificare come il 10% delle aziende agricole sia deditaesclusivamente alla produzione per l’autoconsumo, a cui compete un valore che incide per lo 0,3% del prodotto totale, mentre un altro 10% delle unità produttive è classificato come multifunzionale e fattura il 28% circa del totale. Sono queste ultime imprese a realizzare valori di produzione medi decisamente più alti rispetto a quelli complessivi nazionali (84.000 contro 29.000 euro circa), a dimostrazione del progressivo mutamento della natura e della missione delle imprese agricole e della rilevanza del portafoglio di valori creato al fine del posizionamento competitivo e della capacità di resilienza (Marotta e Nazzaro, 2011).
Nell’ambito di questa dinamica tendenziale, il ruolo dei giovani appare comunque ancora marginale. La figura 1 mostra come nell’ultimo periodo solo il 21% delle nuove aperture abbia riguardato titolari under 35, mentre l’iniziativa imprenditoriale continua ad essere avviata per oltre il 40% delle pratiche da ultracinquantenni. Occorre pertanto considerare con cautela eventuali letture di dati che proclamano il ritorno dei giovani alla terra: la realtà delle cifre non sembra suscitare altrettanti entusiasmi.

Figura 1 – Aperture di partite Iva in agricoltura, silvicoltura e pesca per classi di età

 

Fonte: Ministero dell’Economia e Finanze

Uno dei parametri che può apparire utile al fine di comprendere simili dinamiche è senza dubbio quello relativo alle retribuzioni medie previste dai contratti di lavoro nei diversi settori economici. La figura 2 evidenzia che, pur continuando ad attestarsi su livelli decisamente inferiori a quelli dell’economia nel suo complesso (circa 17.000 contro oltre 24.000 euro annui), la retribuzione della manodopera agricola ha tenuto sostanzialmente il ritmo delle dinamiche salariali complessive, migliorando peraltro la propria posizione in confronto agli emolumenti erogati a favore dei dipendenti pubblici. In altri termini, nelle regioni in cui la pubblica amministrazione costituisce opportunità di occupazione ancora preminente, l’agricoltura ha migliorato la propria appetibilità relativa nel mercato del lavoro. Ciò non può non aver riscontro nelle decisioni di lungo periodo inerenti all’investimento in capitale umano.
Pur restando prevalente la componente on the job del bagaglio di competenze in capo alle nuove leve dell’agricoltura, va tuttavia diffondendosi la convinzione di poggiare tali saperi su una base formativa istituzionale, codificata ed esplicita. Ne è testimonianza la crescita del 45% degli immatricolati nei corsi di laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie in un periodo, compreso tra il 2008 e il 2013, in cui gli Atenei italiani hanno subito nel complesso una contrazione del 12,5% delle nuove iscrizioni (Coldiretti, 2013). Le rilevazioni relative al 2015 sottolineano una crescita significativa, dell’ordine del 12% rispetto all’anno precedente, anche per le iscrizioni presso gli istituti tecnici agrari (Coldiretti, 2014). Va detto tuttavia che gran parte delle competenze formate con l’istruzione superiore e universitaria non viene direttamente destinata alla qualificazione del lavoro delle imprese agricole, ma finisce con ingrossare le file delle diverse attività che ruotano intorno ad esse. L’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati nelle Università italiane, ad esempio, evidenzia che nel 2014 risultava occupato in agricoltura solo il 27,9% (circa 500 persone) dei dottori in agraria e veterinaria, mentre il 20,3% ha trovato impiego nel commercio, il 10,4% nelle consulenze varie, il 13,2% nella sanità e nella ricerca (AlmaLaurea, 2015).

Figura 2 – Numeri indice delle retribuzioni contrattuali di cassa per dipendente (2005=100)

Fonte: Istat, nostre elaborazioni
La statistica suggerisce uno spunto di riflessione di non trascurabile spessore, perché prefigura una sorta di divisione del lavoro in merito alla dotazione di competenze in capo alla conduzione dei processi produttivi agricoli: se infatti all’interno delle aziende prevale una manodopera prevalentemente dotata di conoscenza contestuale, formatasi on the job e adatta a fronteggiare le specifiche problematicità del contesto locale, nel momento in cui si devono risolvere questioni di portata più ampia e diversificata, riguardanti estese cerchie di portatori di interessi, la responsabilità ricade per lo più sui servizi pubblici e privati di ricerca, sviluppo e assistenza alle imprese, per i quali si adatta un’adeguata dotazione di conoscenza esplicita, codificata e istituzionale, formatasi a scuola e all’università. Del resto, l’apporto di nuove dotazioni di conoscenza ad integrare quella contestuale è ampiamente raccomandato per scongiurare il pericolo di relegare i sistemi locali in una “trappola delle competenze”, eccessivamente fondata su saperi e tradizioni, che finirebbe col limitare le opportunità di introdurre qualunque tipo di innovazione nella produzione nella gestione aziendale (Lodde, 1999).

Considerazioni conclusive

La presente nota analitica, nel breve spazio concesso ad un articolo di questa natura, ha provato a sviscerare le principali implicazioni che la gestione familiare delle imprese agricole impone nei confronti della qualificazione delle risorse umane impiegate nel settore primario. Con specifico riferimento al nostro paese, è emerso un quadro complesso e in lenta ma decisa transizione verso un nuovo assetto del sistema produttivo, nel quale il capitale umano vede ridefinito il proprio ruolo strategico. Innanzitutto, la ricomposizione della dotazione fondiaria intorno ad unità produttive di maggiori dimensioni sembra privilegiare forme di conduzione che si avvalgono prevalentemente di manodopera extra-familiare a tempo determinato. In tali contesti, nei quali l’ordinamento produttivo si orienterebbe verso le attività più redditizie attraverso l’introduzione di tecniche innovative, si rinverrebbero con maggior frequenza conduttori dotati di titoli di studio più elevati. In secondo luogo, le aziende agricole ricoprono un ruolo sempre meno rilevante nella formazione dei redditi e nell’assicurare occupazione alle famiglie che le detengono.Terzo, continua a mantenere importanza preminente la dotazione di conoscenze contestuali, non trasferibili in altri contesti, su cui potrebbero essere costruite posizioni competitive attraverso la caratterizazione della produzione agricola su base locale, purchè si possa contare su un contesto ambientale nel quale le conoscenze esplicite sono diffuse, condivise e messe a disposizione della conduzione dell’impresa. Quarto, l’azienda agricola diventa sempre più spesso, al pari della famiglia, fonte di redditi diversificati, grazie alle capacità multifunzionali riconosciute dalla collettività e dal mercato. Ciò può consentire alle imprese di affrancarsi dalle posizioni di subalternità contrattuale in cui è sovente relegata da fornitori e clienti dotati di maggior potere di mercato. Tale diversificazione, d’altra parte, esige specifiche competenze che non sempre derivano dall’esperienza agricola e che possono essere maturate in famiglia, come nel caso della ristorazione agrituristica, o presso scuole e istituti professionali. Il quadro, come si può notare, appare sempre più complicato.
Se dunque anche in Italia pare affermarsi una nuova classe contadina, intesa nell’accezione di Van der Ploeg (2008), mirante a conquistare posizioni di sostanziale autonomia nei confronti del cosiddetto Impero, le cifre sembrano rivelare la predominanza di un modello imprenditoriale intermedio, caratterizzato da aziende profondamente integrate nelle catene di offerta agroalimentari, che ricercano comunque fonti di valore che possano consolidarne la posizione contrattuale e le prestazioni reddituali e finanziarie. In questi ambiti, un’adeguata dotazione di capitale umano e sociale in capo all’intero sistema di imprese e di fornitori di servizi costituisce un pilastro fondamentale nella pianificazione dello sviluppo. Compito della politica agraria è favorire l’affermarsi di tali condizioni attraverso pacchetti di misure miranti ad accentuare i tassi di rendimento degli investimenti in capitale umano. Tra queste, vale qui la pena citarne due.
La prima dovrebbe riguardare la realizzazione di condizioni di maggiore fluidità dei mercati fondiari, trattandosi di risorse che spesso costituiscono ostacoli insormontabili all’accesso di risorse imprenditoriali fresche e qualificate. La seconda concerne invece il miglioramento – attraverso dotazioni di servizi e infrastrutture – della qualità della vita nei territori rurali che, a parità di condizioni reddituali e occupazionali, rappresenta motivo di emigrazione di giovani potenzialmente capaci alla conduzione di imprese agricole. In assenza di tali presupposti, qualunque politica di supporto al ricambio generazionale ed alla qualificazione del capitale umano in agricoltura è da ritenersi già in partenza destinata al fallimento.

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Sitografia

  •       AlmaLaurea: [link]

  •       Ministero dell’Economia e delle Finanze: [link]

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