Sostenibilità ambientale in agricoltura. Alcune considerazioni introduttive

Sostenibilità ambientale in agricoltura. Alcune considerazioni introduttive
a Università Politecnica delle Marche (UNIVPM), Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali

Garantire la sostenibilità ambientale” è uno degli Obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals-MDGs) stabiliti dalle Nazione Unite, cui si collega il tema di Expo Milano 2015. Partendo da una definizione di sostenibilità che è quella del rapporto Brundtland (Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo, 1987), ovvero: “soddisfare i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”, questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto “in particolare stimolando politiche e programmi di sviluppo sostenibile per invertire l’attuale perdita di risorse ambientali, riducendo il processo di annullamento della biodiversità”.1
Siamo ormai a pochi mesi dal termine entro cui verificare il raggiungimento dei MDGs (settembre 2015) e, pur nella eterogeneità dell’andamento dei diversi paesi, dovuto anche ai diversi strumenti e politiche messe in campo, a livello globale, nonostante i progressi fatti (ad esempio, la quasi totale eliminazione delle sostanze dannose per l’ozono e l’aumento della percentuale delle aree marine e costiere protette), rilevanti minacce alla sostenibilità ambientale continuano ad aumentare (i cambiamenti climatici, la deforestazione, la perdita biodiversità) (UN, 2015).
Nel frattempo, si stanno elaborando i Sustainable Development Goals (SDGs)2 i nuovi obiettivi, lanciati nella conferenza Rio+20 nel Giugno del 2012, che andranno a sostituire i MDGs alla fine del loro mandato. Ad oggi sono stati definiti ben 17 obiettivi e 160 target che dovrebbero costituire il punto di partenza per i SDGs, denotando una scarsa tendenza alla semplificazione. Tra i 17 obiettivi ce ne sono diversi di matrice “ambientale” (tra cui promuovere azioni per combattere il cambiamento climatico; garantire la salvaguardia e l’utilizzo sostenibile delle risorse marine, degli oceani e del mare; proteggere e ripristinare gli ecosistemi terrestri e arrestare la perdita di biodiversità) a cui si aggiungono obiettivi più generali, con un impatto anche sulla sostenibilità ambientale, come “promuovere modelli di produzione e consumo sostenibili”. Una maggiore attenzione alla sostenibilità, dunque, che però è “più ambientale che sociale e economica”, e comunque non coglie “la necessità di fondo nell’integrare le tre dimensioni” (Monni e Pallottino, 2014).
Nel frattempo, nello scenario globale, si fanno strada nuovi paradigmi di sviluppo, più orientati alla crescita, come, appunto, il concetto di crescita verde (green growth), usato per la prima volta durante la quinta Conferenza ministeriale sull’ambiente e lo sviluppo, tenutasi a marzo 2005 a Seul, dove 52 governi e stakeholder provenienti da Asia e Pacifico, hanno deciso di andare oltre la “retorica” dello sviluppo sostenibile. La crescita verde è divenuta quindi un’iniziativa della Commissione per l’Asia e il Pacifico delle Nazioni Unite (United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific - Unescap), per cui è una strategia chiave per il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile, al pari dei MDGs (Unescap, 2012). L’approccio della crescita verde cerca di armonizzare la crescita economica con la sostenibilità ambientale, migliorando l’efficienza ecologica della crescita e le sinergie tra ambiente ed economia. Il concetto ha suscitato grande attenzione a livello internazionale, perché molti vedono nella crescita verde una possibile via d’uscita dal ristagno economico che ha seguito la crisi finanziaria del 2008-09.
Nel giugno 2009, alla riunione del Consiglio ministeriale dell’Ocse, i rappresentanti di circa l’80% dell’economia mondiale, hanno approvato una dichiarazione che riconosce la crescita verde come un obiettivo perseguibile, e hanno chiesto all’Ocse di sviluppare una strategia di crescita verde, che coniughi aspetti economici, ambientali, finanziari e di sviluppo tecnologico in un quadro globale (Unescap, 2012). Dal Novembre 2010, il concetto di crescita verde fa parte degli obiettivi dei paesi del G20, come parte integrante dello sviluppo sostenibile e come risposta alla crisi finanziaria. Nel 2012, il G20 ha introdotto la “crescita verde inclusiva” come priorità trasversale nella sua agenda di sviluppo ed è stata lanciata la piattaforma internazionale di condivisione delle conoscenze-la Green Growth Knowledge Platform - per colmare le principali lacune conoscitive sul tema e aiutare i paesi in via di sviluppo a progettare e attuare politiche di crescita verde.
A livello comunitario, negli ultimi venti anni, l’Unione Europea (UE), ha dato un forte impulso alle politiche per la sostenibilità ambientale, diventando anche un leader a livello globale. Un esempio paradigmatico è dato dalla politica climatica comunitaria che, sul fronte della mitigazione delle emissioni di gas a effetto serra, vede l’UE aver assunto un ruolo di capofila a livello globale nelle trattative per raggiungere un accordo vincolante all’interno della convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e, a livello comunitario, fissare unilateralmente obiettivi di riduzione delle emissioni sempre più ambiziosi, per arrivare alla decarbonizzazione3 dell’economia al 2050 (Commissione Europea - CE, 2011a). Altri importanti elementi della politica ambientale UE riguardano l’uso efficiente delle risorse (CE, 2011b), gli strumenti volontari per le imprese (CE, 2003), e, più di recente, la strategia della c.d. bioeconomia (CE, 2012) e l’economia circolare (per cui sarà presentata una strategia proprio quest’anno)4
Lo sviluppo e la piena attuazione di questa visione della politica UE orientata alla sostenibilità e alla solidarietà, sono tuttavia contrastati, da un’altra visione più preoccupata per le sorti competitive dell’Unione, che vuole portare avanti approcci più liberisti, e che sta diventando sempre più rilevante - soprattutto nell’ultimo decennio - anche per effetto della crisi economica. Di là dalle questioni ideologiche, ai due diversi paradigmi, corrispondono diverse strategie di policy. In particolare, la questione su cui ci si interroga è se e fino a che punto, la strategia sulla bioeconomia e l’orientamento all’economia circolare, possano rappresentare lo strumento per mantenere la competitività dell’UE e creare occupazione, consentendo il disaccoppiamento tra crescita e degrado ambientale.
Per provare a capire quale sia l’orientamento che si sta facendo strada, è interessante guardare ad alcuni elementi che caratterizzano l’operato dell’attuale Commissione dell’Unione Europea, presieduta, dal 1 novembre 2014, da Jean-Claude Juncker. Già dal suo insediamento, il commissario ha dato una forte impronta al suo mandato, operando anche cambiamenti alle strutture comunitarie di interesse. Seguendo una logica secondo cui “la tutela dell’ambiente e il mantenimento della competitività europea devono andare di pari passo, mirando entrambe a un futuro sostenibile5 alcuni portafogli sono stati riorganizzati e razionalizzati. È stato questo il caso delle DG Ambiente e Affari marittimi e pesca, unite sotto un unico commissario (Karmenu Vella) per riflettere l’identica logica della crescita “blu” e “verde”, e della DG Clima ed Energia, la cui unione sotto un unico commissario (Miguel Arias Cañete), ha destato non pochi pareri contrari da parte di associazioni ambientaliste e governative.
Interessanti sono le priorità elencate nelle “mission letter” inviate a ciascun commissario al momento dell’insediamento.
Spicca, tra le missioni prioritarie del commissario responsabile delle politiche in materia di clima ed energia, l’assenza dell’adattamento ai cambiamenti climatici - uno dei pilastri della precedente DG clima - mentre fondamentale, è la mitigazione delle emissioni, ma vista in termini di produzioni di energia da fonti rinnovabili, considerate la risposta alla necessità dell’UE di disporre di energia a prezzi competitivi a medio termine. Proprio la questione energetica, attraverso l’iniziativa trasversale “Energy Union”, è un tema centrale per l’attuale commissione, cui contribuiranno tutti i due portafogli riorganizzati.
Per quanto riguarda il portafoglio ambiente e affari marittimi e pesca, le priorità indicate fanno riferimento soprattutto al ruolo delle politiche ambientali nella creazione di posti di lavoro, nella tutela delle risorse, nell’incentivazione della crescita e nello stimolo degli investimenti. Assenti priorità sulla biodiversità, tranne un riferimento alla possibilità di riformulare la legislazione relativa alla rete Natura 2000. Questo, nonostante il più recente rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea, 2015), evidenzi come le principali minacce per l’ambiente UE rimangono la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico e, sebbene la piena attuazione delle politiche esistenti sarà essenziale, essa non sarà sufficiente per raggiungere gli obiettivi della strategia europea per il 2050.
Non va meglio sul fronte agricolo: nella sua lettera al commissario agricoltura, Junker, tra le priorità su cui concentrarsi, non fa riferimento a priorità ambientali, tranne il richiamo al contributo del settore agricolo al raggiungimento dell’efficienza energetica e alla riduzione delle emissioni.
Eppure, nonostante i progressi fatti grazie alle graduali riforme della Politica Agricola Comune (Pac), l’agricoltura europea deve fare ancora molto per migliorare la sua sostenibilità ambientale. A fronte di una crescita della produttività, che soprattutto negli ultimi 50 anni si è basata sull’intensificazione produttiva, portando con sé gravi impatti ambientali, la vera sfida per il futuro è trovare percorsi di c.d. intensivizzazione sostenibile (IS), ovvero, uno sviluppo del settore che migliori contemporaneamente la produttività e la gestione ambientale dei terreni agricoli. Per un’agricoltura come quella europea, tuttavia, già tra le più intensive a livello globale, perseguire l’IS implicherebbe porre l’accento più sulla sostenibilità, che sulla crescita della produttività agricola (Rise Foundation, 2014).
Semplificando e generalizzando, le accuse di insostenibilità ambientale sono rivolte più all’agricoltura commerciale (che spesso porta a problemi di erosione del suolo, declino della fertilità, inquinamento delle acque, perdita di biodiversità e degrado del paesaggio), mentre l’agricoltura marginale è considerata più insostenibile dai punti di vista economico e sociale (elevata dipendenza dai contributi, abbandono delle terre, scarsa vitalità delle aree rurali). Le zone c.d. “intermedie” possono presentare problematiche legate a tutte queste sfide (Rise Foundation, 2014)6. I percorsi di IS per l’agricoltura marginale, pertanto, riguardano più la sfida di trovare il modo di incentivare e premiare la fornitura di beni e servizi ambientali pubblici. Fondamentale, in questo senso, è il ruolo della Pac e dei finanziamenti pubblici.
Parlare di IS per l’agricoltura commerciale, invece, è più complesso e implica la riduzione dell’intensità di produzione per limitare le esternalità negative e aumentare le esternalità positive, pur mantenendo la crescita della produttività agricola. Il dibattito sulle riforme della Pac degli ultimi dieci anni ha riguardato, per la maggior parte, proprio i meccanismi di policy che potessero essere più adatti a raggiungere questo obiettivo (ad es. eco - condizionalità, greening, pagamenti agroambientali, ecc.). La sfida dell’intensivizzazione sostenibile, da un punto di vista ambientale, richiede una gestione del territorio e delle risorse naturali in genere che si basi, non tanto sul maggiore uso di input fisici, ma sullo sviluppo di un’alta intensità di “conoscenza per ettaro”, incorporata nel lavoro, nei macchinari, ecc. che permetta di produrre, con risorse scarse e il minimo impatto ambientale, sia cibo, che esternalità ambientali positive (sequestro di carbonio nei suoli e nelle biomasse, biodiversità, paesaggio, ecc.). In sostanza, si tratta di investire su una maggiore “intensità di conoscenza” (c.d. knowledge intensification), e in tal senso essa rappresenta una sfida anche per il mondo della ricerca e sviluppo per il ruolo fondamentale delle innovazioni di ogni tipo (scientifiche, tecnologiche, organizzative, commerciali, ecc.).
Due obiettivi appaiono rilevanti in questo senso: definire, in pratica, strumenti e indicatori per testare realmente il significato della parola sostenibile in agricoltura e fornire semplici indicatori di qualità ambientale a livello aziendale, che possano guidare il processo di IS. Ciò che non si misura, infatti, raramente può essere gestito e spesso, chi gestisce il territorio (agricoltori, gestori forestali, ecc.), non ha la percezione degli effetti delle proprie attività sull’ambiente. Occorrerebbe pertanto identificare i valori soglia di alcuni parametri ambientali (ad es. erosione del suolo, declino della sostanza organica, ecc.), preferibilmente a livello aziendale/territoriale, oltre cui la produttività viene minacciata (Rise Foundation, 2014).7
Negli ultimi 20 anni, la politica è cambiata e partendo dal riconoscimento dei fallimenti del mercato nella fornitura o la salvaguardia di beni pubblici ambientali, ha cercato di proporre strumenti che fossero in grado di diminuire le esternalità negative e aumentare quelle positive dell’agricoltura, riconoscendo e affermando in modo ancora più incisivo il suo carattere multifunzionale. Un carattere che appare sempre più necessario all’agricoltura del futuro (Esposti, 2012), che deve essere in grado di produrre non solo cibo, ma anche beni e servizi congiunti, scongiurando il rischio che il paradigma della bioeconomia, la costringa al ruolo di mero produttore di indistinta biomassa.
Lo sviluppo del tema nel presente numero di Are, presenta in apertura due riflessioni proprio sulle alcune implicazioni della strategia sulla bioeconomia UE per i settori agricolo (Brunori e Bartolini) e forestale (Romano e Pettenella).
Il numero prosegue poi con una raccolta di analisi del rapporto tra agricoltura e ambiente e di esperienze nella costruzione di percorsi di sostenibilità ambientale in agricoltura, da diversi, certamente non esaustivi,8 punti di vista.
Il primo, più ristretto, gruppo di articoli, propone delle riflessioni sui rischi per le maggiori “risorse” ambientali - acqua (Dono e Mazzapicchio), suolo (Marandola) e biodiversità (Trisorio) - che sono sia “input” che “output” del processo produttivo agricolo, prospettando anche criticità e potenzialità degli strumenti e delle politiche (soprattutto la Pac) utili ad affrontare tali sfide.
Viene poi proposto un aggiornamento sullo stato dei negoziati sul clima (Gaudioso), che avranno importanti implicazioni per il settore agroalimentare mondiale (estremamente vulnerabile ai cambiamenti e nello stesso tempo interessato dalle politiche di mitigazione delle sue emissioni di gas serra).
Segue un più corposo gruppo di articoli, uniti dall’intento comune di cercare di offrire “soluzioni” o “esperienze” di sostenibilità ambientale in agricoltura a diversi livelli, con una particolare attenzione all’approccio locale e territoriale, che rappresenta la strada maestra da seguire per affrontare anche questioni globali.
Abitabile et al. propongono un’analisi delle politiche per il consumo sostenibile per quanto riguarda i prodotti biologici, in considerazione dell’importanza della prospettiva del consumo, nel raggiungimento di obiettivi di sostenibilità ambientale.
Segue un approfondimento sulla nascita e l’affermazione standard e certificazioni di sostenibilità nel settore delle risorse agricole e naturali, che costituiscono un sistema ibrido di governance transnazionale che coinvolge le imprese private e rappresentanti della società civile al fine di regolare l'eccessivo sfruttamento delle risorse e promuovere lo sviluppo sostenibile (Zezza).
La questione della mitigazione delle emissioni di gas serra, viene affrontata da più contributi. Partendo dall’assunto che la metrica sia il primo passo per affrontare il problema dei cambiamenti climatici, vengono presentati i dati sulle emissioni agricole a livello globale, stimati per la prima volta dalla Fao (Tubiello et al.), che rappresentano un utile strumento sia ai policy maker che per i negoziatori di un accordo sul clima. Sempre in una prospettiva globale, l’articolo di Antimiani et al. propone un confronto tra diversi scenari di policy come possibili soluzioni al problema della riduzioni delle emissioni di gas serra. A livello comunitario, poi, interessante è la valutazione del potenziale contributo della Pac alla riduzione delle emissioni di gas serra, con particolare riferimento al greening, che ha tra i suoi obiettivi anche la stabilità climatica (Solazzo et al.).
Guardando agli strumenti aziendali che possono offrire un modo per perseguire e segnalare la sostenibilità delle produzioni, in senso più ampio di quello solamente ambientale, vengono presentate le esperienze di analisi dei risultati aziendali attraverso il bilancio del “Bene Comune” (Franco et al.) e della valutazione della sostenibilità nella vitivinicoltura in Italia attraverso il progetto V.i.V.A. del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (Ravaglia e Valentino).
Sul fronte delle bioenergie, due elementi rilevanti: la valutazione del potenziale energetico ed economico dei residui colturali in Italia (Molinari e Donati) e l’esperienza della Global Bioenergy Partnership (Morese), con la collaborazione tra i governi dei paesi produttori di bioenergie, per lo sviluppo di indicatori di sostenibilità, ma anche lo scambio di esperienze e conoscenze.
Ruolo chiave per il raggiungimento di obiettivi di crescita del settore agricolo in un contesto di risorse scarse, lo gioca evidentemente l’innovazione tecnologica, utilizzata, nello specifico, per un uso sostenibile della risorsa idrica in agricoltura (Nino e Vanino). Tuttavia, la questione dell’acqua (in alcuni paesi) coinvolge anche aspetti di geopolitica delle aree interessate dalla sua scarsità; pertanto, si rendono necessarie anche soluzioni tecniche per scongiurare una guerra per l’acqua, come mostra il caso del progetto Red-Dead nel bacino del Giordano (Quagliarotti).
Per quanto riguarda la risorsa suolo, da un punto di vista quantitativo, Pagliacci propone un’analisi sul consumo di suolo in Italia, per sottolineare come, nella competizione con altri settori per l’uso del suolo, determinante è il ruolo delle politiche urbanistiche e territoriali.
Parlando di biodiversità due esperienze regionali affrontano altrettanti elementi importanti per la salvaguardia della biodiversità stessa: la questione dell’identificazione delle aree con elevato valore di biodiversità, con l’esperienza toscana della rete ecologica regionale (Lombardi e Giunti) e la questione del bisogno di incentivi - diversi dai Psr-alla conservazione della biodiversità, con l’esperienza veneta dell’introduzione di pagamenti per i servizi ecosistemici per i nardeti in Lessinia (Secco et al.).
In chiusura, una riflessione sul ruolo del fenomeno, con tratti fortemente nazionali, ma estensioni e ripercussioni internazionali, dell’economia sommersa e illegale nell’agroalimentare, che rappresenta un vincolo allo sviluppo sostenibile del sistema in tutte le tre dimensioni “classiche”: economica, sociale e ambientale (Coderoni, Macrì e Perito).
Lo sviluppo del tema, è stato pensato per fornire un insieme di riflessioni, sicuramente composito, ma senza alcuna pretesa di esaustività e organicità, che possa offrire al lettore sia sguardi di insieme che approfondimenti, su una materia alquanto complessa e in evoluzione. Lo stato attuale del dibattito, lungi dall’avere un quadro unitario di riferimento, può trovare negli articoli proposti alcuni interessanti spunti di riflessione. Manca, volutamente, una composizione unitaria delle valutazioni emerse, che si vuole lasciare al dibattito e alla ricerca futuri, sperando di aver fornito, almeno in parte, materiale per contribuirvi.

Riferimenti bibliografici· 

  • CE (2003), Politica integrata dei prodotti, sviluppare il concetto di ciclo di vita ambientale, Com (2003) 302, Bruxelles

  • CE (2012) Innovating For Sustainable Growth: A Bioeconomy For Europe. Swd(2012) 11 Final

  • CE (2011a), A Roadmap for moving to a competitive low carbon economy in 2050, Com(2011) 112 Final

  • CE (2011b), A resource efficient Europe, Com(2011) 21.

  • Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo (1987), Our Common Future - Brundtland Report, Oxford  University Press, New York

  • Eea (2015), The European environment - state and outlook 2015, [link]

  • Esposti, R. (2012). Knowledge, Technology and Innovations for a Bio-based economy: Lessons from the Past, Challenges for the Future. Bae, 1(3), 235-268

  • Monni S. e Pallottino M, (2014), Dai Millennium Development Goals (MDGs) ai Sustainable Development Goals (SDGs): Lost in translation, Eticaeconomia

  • Rise Foundation (2014), The Sustainable Intensification of European Agriculture. A review sponsored by the Rise Foundation, Rise Report, Giugno 2014, Bruxelles

  • UN (2015), The Millennium Development Goals Report 2014, United Nations, New York. Scaricabile a [link]

  • Unescap (2012), Green Growth, Resources and Resilience: Environmental Sustainability in Asia and the Pacific, Isbn 978-92-1-120635-7, Bangkok 2012

  • 1. www.un.org/millenniumgoals
  • 2. https://sustainabledevelopment.un.org/owg.html
  • 3. La decarbonizzazione è il termine con cui viene indicato il processo di riduzione della dipendenza dell’economia dalla produzione di energia da fonti fossili.
  • 4. http://ec.europa.eu/environment/circular-economy/index_en.htm
  • 5. http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-984_it.htm
  • 6. Per un approfondimento sull’argomento, si rimanda alla presentazione del Prof. Allan Buckwel “Knowledge intensification: a new frontier for a growing and sustainable agricultural production”, Pre-Conference Session “Policies for knowledge intensification: an EU agriculture perspective” 4a Conferenza Aieaa, Ancona l’11 giugno, 2015, disponibile al [link]
  • 7. Se infatti cominciano ad essere disponibili dati sulle emissioni di gas serra e sull’efficienza energetica e nell’uso della risorsa idrica, poco o nulla si sa sulla qualità del suolo e dell’acqua o la biodiversità a livello aziendale.
  • 8. Mancano molti temi su cui è pure molto importante riflettere. Si pensi, ad esempio, al ruolo delle azioni collettive nella fornitura di beni pubblici in agricoltura, tema a cui è stato dato spazio altre volte su questa stessa rivista (Chiodo E., Vanni F., 2014. La gestione collettiva delle misure agro - ambientali: oltre le esperienze pilota?, Agriregionieuropa, n.36) o su sue iniziative regionali (Coderoni S. 2011, L’accordo d’area della Valdaso. Un esempio di approccio territoriale per l’azione agroambientale, Agrimarcheuropa, n. 0, Dicembre).
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