Il futuro del riso italiano tra sfide ed opportunità

Il futuro del riso italiano tra sfide ed opportunità

Premessa

Sostenuto da una sedimentazione plurisecolare di conoscenze oltre che da una tradizione gastronomica riconosciuta ed apprezzata a livello internazionale, il riso si configura come uno dei simboli della qualità agroalimentare italiana. Con una superficie investita di oltre 235 mila ettari ed una produzione annua grezza che, nonostante una leggera flessione, si è mantenuta nel 2012 superiore al milione e mezzo di tonnellate, il nostro paese si conferma leader del settore in ambito europeo, generando più della metà dell’offerta comunitaria ed alimentando un volume di esportazioni pari a circa 10,2 milioni di euro (Istat, 2013). Le statistiche attestano ad oltre 4.400 il numero di aziende agricole operanti nel comparto, evidenziandone una forte concentrazione nelle regioni settentrionali (Figura 1)1.

Figura 1 - Distribuzione delle aziende risicole (unità) e delle superfici investite a riso (ettari), per provincia (anno 2012) 


Fonte: elaborazione propria su dati Ente Risi (2013)

Oltre l’85% dei produttori si localizza tra Piemonte e Lombardia, in particolare nell’area compresa tra le province di Vercelli, Novara, Pavia e Milano, dove hanno sede circa i ¾ dei risicoltori italiani, mentre le superfici destinate a riso risultano di poco inferiori al 90% del dato nazionale.
Le crescenti pressioni esercitate dai competitor internazionali, unite alle inefficienze interne scaturite dagli assetti consolidati, evidenziano la presenza di forti vincoli allo sviluppo del comparto, animando un acceso dibattito sul futuro della risicoltura in Italia. Molteplici appaiono i segnali di un indebolimento della competitività del settore, richiamando l’attenzione sulla necessità di approntare, in modo tempestivo ed efficace, gli adeguati correttivi per garantirne la sopravvivenza.
Sulla base delle statistiche ufficiali, ma anche grazie ad un approfondimento delle tematiche operative, strategiche e relazionali reso possibile da interviste dirette ad aziende ed istituzioni2, il presente lavoro si propone di delinearne alcuni dei tratti caratterizzanti del sistema risicolo, allo scopo di definirne i principali punti di forza e debolezza e, parallelamente, di individuare i fattori di rischio ed opportunità che sembrano ad oggi maggiormente in grado di influire sulla sua crescita.

Profili imprenditoriali e dinamiche evolutive

Le dinamiche demografiche mettono in luce la presenza nel settore di una pluralità di attori di modeste dimensioni, segnalando una progressiva contrazione della base imprenditoriale associata ad un processo di accorpamento areale, che ha contribuito ad intensificare il carattere territorialmente concentrato della produzione. Una larga parte delle aziende risulta costituita in forma individuale e ciò contribuisce a conferire alla gestione un carattere familiare, attribuendo al titolare un ruolo centrale in ambito operativo e decisionale e determinando una condizione di forte autoreferenzialità nel reperimento delle risorse. Il ricorso a fonti di finanziamento ed a capitale umano esterno di esterne si mantiene infatti circoscritto, nonostante una parziale inversione di tendenza legata al graduale ampliamento del core business e ad un’intensificazione dei fabbisogni finanziari.
Altrettanto marcato è il livello di specializzazione settoriale, laddove la produzione di riso risulta fonte primaria del reddito per la maggioranza delle imprese, mentre in termini funzionali, nonostante le forti spinte alla diversificazione miranti a ridurre il rischio d’impresa e a recuperare margini di profitto, si registra una focalizzazione (per molti quasi esclusiva) sulle fasi iniziali del ciclo (coltivazione e raccolta).
Da un punto di vista strategico-operativo, le soluzioni adottate configurano un caleidoscopio di modelli, talvolta antitetici: in alcuni casi più dinamici e performanti, in grado di cogliere gli input esterni e di tradurli in schemi gestionali che consentano di anticipare e guidare il cambiamento; in altri più statici e passivi, incapaci di tenere il passo con l’evoluzione dei mercati e connotati da una maggiore probabilità di espulsione (Figura 2).

Figura 2 - Modelli d’impresa per il settore risicolo 


Fonte: elaborazione propria su dati Istat, Inea, Ente Nazionale Risi, indagine campionaria

La risicoltura tra luci e ombre

Integrando le riflessioni sulle caratterizzazioni imprenditoriali con un’analisi delle dinamiche del contesto esterno (Tabella 1), è possibile ottenere un quadro d’insieme dei fattori che ad oggi appaiono maggiormente in grado di discriminare le sorti della risicoltura italiana.

Tabella 1 - Punti di forza e debolezza, minacce e opportunità della risicoltura italiana


Fonte: elaborazione propria

Sostenuto da un’evoluzione dei modelli di consumo e dei redditi che ha permesso di compensare almeno in parte la staticità della domanda interna e la saturazione dei segmenti tradizionali con l’apertura di nuovi target e mercati, il settore risicolo si confronta oggi con una congiuntura difficile, dove l’incertezza dovuta ad una crisi diffusa e persistente si combina ad una contrazione delle risorse disponibili, deprimendo consumi ed investimenti. All’erosione delle quote di mercato conseguente al rafforzamento della concorrenza internazionale e alla progressiva rimozione delle barriere protezionistiche, si sommano gli effetti delle tensioni politiche in alcuni paesi dell’area mediterranea oltre ad un’evoluzione sfavorevole del cambio col dollaro, che contribuiscono a frenare le esportazioni ed aggravano le problematiche del settore riconducibili alle fluttuazioni ed al trend cedente delle quotazioni.
Nonostante l’operato istituzionale a sostegno della crescita (sviluppo rurale, integrazione dei redditi, innovazione, internazionalizzazione e promozione del made in Italy), numerose perplessità rimangono circa la reale efficacia e coerenza degli strumenti predisposti. Unitamente ad una serie di critiche sull’adeguatezza concettuale ed attuativa di alcune misure, gli operatori tendono ad evidenziare le ripercussioni dovute al carico fiscale, all’eccessiva burocrazia e agli oneri indotti dalla normativa sulla sicurezza (ambientale e sociale)3.
Particolari preoccupazioni emergono inoltre in relazione alla nuova fase della politica agricola comunitaria, laddove anche i più recenti riconoscimenti del valore ambientale intrinseco nella risicoltura (con una parziale esenzione dai vincoli imposti dal greening), la previsione di meccanismi di gradualità nella transizione ed il plausibile mantenimento di una quota di aiuti in forma accoppiata, non sembrano aver scongiurato il pericolo di un ulteriore calo della redditività d’impresa e di un conseguente aumento del tasso di uscita dal mercato. Il precario equilibrio finanziario conseguente dal continuo incremento dei costi di esercizio, associato ad un andamento incerto dei ricavi, rende infatti estremamente critica l’ipotesi di una cospicua contrazione dei contributi Pac4, configurando per molte aziende risicole un improbabile raggiungimento del punto di pareggio.
Altrettanto controverso appare il rapporto con il sistema del credito e della ricerca. In una fase in cui la capacità di autoapprovvigionamento viene compromessa dal rallentamento del mercato, dalla contrazione dei margini e da un incremento dell’insolvenza, mentre si registra un aumento generalizzato dei costi di produzione, le difficoltà di accesso al credito (rating ed onerosità) finiscono per esacerbare la crisi di liquidità delle imprese, limitando la gestione corrente e pregiudicando fortemente le scelte strategiche. Parallelamente, nonostante gli indubbi contributi offerti dal progresso scientifico attraverso lo stimolo alla meccanizzazione ed il passaggio verso un’agricoltura intensiva, con la diffusione di tecnologie labour saving e di strumenti automatizzati di precisione che hanno innalzato la produttività riducendo tempi, costi ed inefficienze, permangono numerose questioni irrisolte, legate all’onerosità ed efficacia delle soluzioni proposte, come pure alla capacità di trasferimento delle conoscenze nonché alla presenza di potenziali impatti negativi sull’ambiente. Tutto questo, in un contesto in cui la forte esposizione alla variabilità climatica non fa che innalzare i livelli di criticità della produzione, andando sempre più spesso ad incidere, anche con eventi estremi, sull’efficienza dei processi.
Le capacità del sistema di reagire alle problematiche e di cogliere le opportunità legate alle dinamiche del contesto esterno appaiono strettamente connesse dagli elementi di forza e di debolezza venutisi nel frattempo a configurare al suo interno. In termini strutturali, la risicoltura ha potuto contare su un innalzamento delle dimensioni aziendali, grazie a processi di accorpamento e riorganizzazione che hanno portato ad ampliare le superfici investite e ad affiancare il nucleo originario delle funzioni con attività connesse/complementari5, spostandosi per lo più lungo la filiera, in un tentativo di ottimizzazione delle competenze ed internalizzazione di fasi a maggior valore aggiunto. La crescente multifunzionalità, unita al consolidamento delle esperienze e alla prossimità fisica-culturale tra gli attori, ha favorito l’accumulazione e condivisione delle conoscenze, traendo dall’esperienza diretta e dai meccanismi di trasmissione informali un contributo fondamentale per i processi formativi.
Le strategie di prodotto si sono orientate in misura crescente alla qualità e al servizio al cliente, innalzando il valore di un’offerta già di per sé ricca in termini varietali, versatile ed apprezzata a livello internazionale, assecondando il posizionamento su nicchie di mercato meno esposte alla concorrenza dei competitor asiatici. I progressi compiuti testimoniano inoltre un diffuso spirito innovativo, quale parte integrante del sistema di valori e dell’etica imprenditoriale, rivelandone la molteplicità di espressioni e forme. Innovazione e dinamismo si manifestano infatti sia in relazione a prodotti e processi, sia sotto il profilo organizzativo, dando vita non solo a miglioramenti incrementali ma anche a veri e propri momenti di rottura col passato.
Il rapporto coi mercati mostra inoltre un graduale rafforzamento delle reti, sia sotto il profilo numerico che spaziale6, ritenuto un indispensabile presupposto per l’ampliamento delle opportunità di business e l’ottenimento di vantaggi di costo. Conoscenza diretta e fiducia reciproca si confermano discriminanti per l’instaurazione ed il consolidamento dei legami, mentre si segnala una crescente adesione ai nuovi strumenti dell’Ict in aggiunta ai canali tradizionali (fiere, agenti). Altrettanto intenso è il dialogo con le istituzioni, giudicate positivamente soprattutto per l’attività di promozione e la fornitura di assistenza tecnico-amministrativa. Più complesso appare invece il rapporto con i mediatori, laddove la fiducia e credibilità acquisite grazie al ruolo svolto nel dialogo tra domanda e offerta ed alle capacità di problem solving sviluppate tramite servizi complementari7 si scontrano con le critiche mosse per l’opacità dell’operato ed i livelli di professionalità.
Tra le problematiche irrisolte permane inoltre l’elevata frammentazione dell’offerta, alimentata da un forte individualismo ed una spiccata concorrenzialità tra gli agenti, che ostacolano i processi di coordinamento e frenano l’aggregazione, restringendo il campo della cooperazione ed impedendo il raggiungimento della massa critica necessaria per il conseguimento di economie di scala e scopo8. L’inadeguatezza di taluni modelli traspare altresì da un’eccessiva focalizzazione sulle rese a dispetto della qualità del prodotto, dal riproporsi di fenomeni di mismatch rispetto alla domanda, come pure dal mantenimento di un nucleo estremamente ristretto di funzioni e competenze, causa di un incremento dell’esposizione alle fluttuazioni dei mercati e alle pressioni dei competitor. Tali atteggiamenti risultano spesso riconducibili alla scarsità di risorse disponibili, oltre che ad un atteggiamento di chiusura mentale, che imprigionano le aziende in modelli strategici statici, poco attenti alle opportunità che configurano nei mercati e soprattutto incapaci di garantire la sostenibilità delle iniziative.

Scenari futuri ed ipotesi per il rilancio del sistema

Allo stato di fatti, sebbene l’intrinseca imprevedibilità di alcune variabili, unita alla pluralità degli attori e delle dimensioni coinvolte, renda plausibile una molteplicità di scenari evolutivi, appare verosimile prospettare per il sistema un’ulteriore accentuazione dei processi di accorpamento, associata ad un ridimensionamento dell’offerta conseguente all’inasprimento della selezione di mercato ed alla parziale conversione verso nuove colture9, con ripercussioni negative sulla disponibilità di materie prime per la filiera ed una inevitabile perdita di beni per usi alimentari. In assenza di adeguati correttivi, è altresì ipotizzabile che le strategie di compressione dei costi conducano ad un blocco degli investimenti e pregiudichino gradualmente la qualità delle materie prime e dei processi, arrivando a sacrificare la difendibilità del sistema nel lungo periodo a fronte di un recupero immediato della remuneratività.
Elementi chiave per garantire la sopravvivenza del sistema e rivitalizzarne le performance diventano la promozione di un cambiamento culturale che consenta da un lato di rafforzare la mentalità imprenditoriale e di superare gli atteggiamenti individualistici, orientando gli operatori verso soluzioni più dinamiche ed interattive, ed intervenga dall’altro sui consumatori, favorendo la promozione di una “cultura del riso” attraverso azioni mirate condotte in modo organico. Un apporto positivo potrebbe derivare inoltre da azioni volte a migliorare l’impatto ambientale dei processi, non solo in un’ottica di sostituzione degli incentivi al reddito con altre forme connesse alle tematiche naturali, ma anche in un tentativo di qualificazione del prodotto mediante la valorizzazione dell’ambiente in cui viene coltivato e di estensione delle interconnessioni funzionali e delle politiche di contenimento dei costi attraverso lo sviluppo di attività di rivalorizzazione degli scarti.

Riferimenti bibliografici

  • Casati D., Banterle A., Baldi L. (1999), Il distretto agro-industriale del riso, F.Angeli, Milano

  • Ente Nazionale Risi (2012), Riso: evoluzione di mercato e sue prospettive, [pdf]

  • Ente Nazionale Risi (anni vari), Banca dati sulle statistiche della risicoltura italiana

  • Ismea (2011) Report economico finanziario: Agrumi, Bovini da latte, riso, suini, vivaismo, Ed. Ipsoa

  • Istat (anni vari), Censimento dell’agricoltura, [link]

  • Istat (anni vari), Statistiche sul commercio estero, [link]

  • Prospera (2012) Relazione di filiera. Riso, [link]

  • Usda (anni vari), Rice outlook, Economic Research Service report, [link]

  • 1. La superfici e le unità presenti in Sardegna fanno riferimento in prevalenza all’attività sementiera.
  • 2. Quale contesto di riferimento per l’indagine, sono state scelte le province di Vercelli, Novara e Biella, ritenendo quest’area dotata di una discreta rappresentatività data la consistenza numerica degli operatori e la centralità riconosciuta nell’ambito del panorama risicolo nazionale ed internazionale. Le informazioni sono state raccolte tramite la somministrazione di appositi questionari con il metodo dell’intervista diretta a domande aperte.
  • 3. Al di là della bontà d’intenti questi hanno finito infatti per gravare le imprese di ulteriori costi, riducendo un margine di guadagno già gravemente compromesso dalle condizioni di mercato e dagli squilibri di potere nei rapporti con gli interlocutori a valle della filiera (trasformatori e distribuzione).
  • 4. Sebbene la mancanza, allo stato di fatti, di indicazioni chiare e certe circa la posizione che il paese andrà ad assumere in merito ad alcune variabili cruciali per la definizione dell’importo dei contributi, quali ad esempio, i criteri di definizione di imprenditore attivo, i destinatari e l’entità degli aiuti mantenuti in forma accoppiata, la misura e la direzione dei trasferimenti di fondi tra il I ed il II pilastro, i criteri di regionalizzazione e le tempistiche (oltre al grado) di convergenza, anche le simulazioni più ottimistiche suggeriscono infatti una drastica riduzione della componente di reddito legata ai titoli, con un dimezzamento (quantomeno) dell’importo percepito dai risicoltori come aiuto diretto, con ripercussioni palesi ed estremamente preoccupanti in termini di sostenibilità economica delle aziende.
  • 5. Dalla produzione di sementi alla prima trasformazione, fino a giungere alla commercializzazione del prodotto, allo sviluppo di servizi ricettivi o all’utilizzo dei derivati del riso e dei suoi sottoprodotti per fini alimentari, energetici, ecc.
  • 6. Le statiche sul commercio estero mostrano ad esempio un trend positivo delle vendite, dove al primato dell’ambito comunitario si associano interessanti esperienze di interscambio con paesi del nord Africa, del Medio Oriente, dell’Asia, come anche con Russia, Stati Uniti e Sud America.
  • 7. Questi ultimi spaziano dal reperimento di materie prime o informazioni alle anticipazioni in conto capitale.
  • 8. Una maggiore aggregazione potrebbe invece rivelarsi determinante per un recupero della redditività, in una fase dove lo squilibrio di potere nei confronti di committenti e le oscillazioni dei prezzi compromettono seriamente la profittabilità, aumentando la dipendenza dal finanziamento pubblico.
  • 9. Compatibilmente con i vincoli colturali legati alle caratteristiche dei terreni, al sistema irriguo e ai costi/tempi di transizione richiesti da una parziale modifica delle competenze ed attrezzature oltre che con le opportunità legate ai nuovi sistemi di incentivazione previsti dalla Pac.
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