Proprietà della terra ed impresa agricola: i nodi della politica tributaria

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Proprietà della terra ed impresa agricola: i nodi della politica tributaria

Introduzione

La terra, in senso generale del termine, costituisce per il settore agricolo un fattore di produzione, ma è un fattore molto sui generis non assimilabile al capitale reale di cui normalmente si parla nelle tradizionali funzioni di produzione. Inoltre la terra è necessaria per tutte le attività umane sia market che non-market, il suo uso, come nudo suolo, nel settore agricolo entra quindi in competizione con tutti gli altri usi possibili.
Di conseguenza “dal dì che nozze, tribunali ed are...” la regolamentazione della proprietà della terra è stata una costante di tutti i sistemi normativi e la sua evoluzione a partire dalla rivoluzione industriale è stata strettamente connessa con l’evoluzione complessiva del sistema economico.
Più di recente si è andata affermando una maggiore attenzione alla funzione della terra, per la produzione e forse più correttamente per il mantenimento dei “beni comuni” (ambiente in senso lato del termine); funzione connessa non solo all’attività agricola in senso stretto, ma anche del tutto autonoma e quindi con essa in concorrenza, anche perchè la produzione di beni agricoli per il mercato può essere altamente inquinante. Inoltre la stessa struttura dell’impresa agricola, dal punto di vista dimensionale, è stata posta recentissimamente in discussione; il “nanismo” delle imprese agricole italiane, non sarebbe più un punto di debolezza, ma prefigurerebbe un assetto sociale ideale per la teoria della “decrescita felice” (Bertaglio, Pallante, 2013).
Queste tematiche assumono una particolare veste nella realtà economica italiana, in cui il numero di proprietari terrieri è estremamente elevato rispetto al numero degli imprenditori propriamente detti. Si tratta, come è noto, di circa 6 milioni di persone fisiche a fronte di poco più di 500.000 imprenditori agricoli. E’ un retaggio del passato; i contadini degli anni cinquanta hanno cambiato mestiere, ma hanno mantenuto la proprietà dei terreni.
I rapporti tra queste due categorie peraltro non sono mai stati idilliaci; le associazioni imprenditoriali, come è noto, hanno sempre guardato con sospetto “gli agricoltori della domenica”, la cui produzione è, poco o tanto, in concorrenza con quella dell’impresa agricola ed in particolare della “piccola” impresa individuale.
In questo quadro la politica tributaria ha giocato un ruolo non indifferente, anche se ha seguito percorsi non lineari; è cronaca recente la contrattazione che è avvenuta tra le associazioni imprenditoriali e il governo, relativamente all’applicazione dell’Imu alle imprese agricole, con l’adozione di una clausola di salvaguardia, che, nei suoi termini specifici, è un caso più unico che raro (Capparelli, 2013).
Si tratta quindi di analizzare, da questo punto di vista, due diversi mondi, che producono un mix di beni privati (market e non market) e di “beni comuni”, ma in proporzioni differenti e con organizzazioni produttive differenti.
Il lavoro mette anzitutto a fuoco le caratteristiche socio-economiche dei proprietari e degli imprenditori agricoli principalmente sulla base dei dati ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi, dell’Iva e dell’Irap, che consentono di descrivere una realtà che, specie per quanto riguarda i proprietari, è relativamente sconosciuta (Cristofaro, 2011).
Di ambedue i gruppi viene poi analizzato il trattamento tributario negli anni più recenti E’ in questo periodo infatti che si chiude definitivamente il tentativo iniziato con la riforma Visco del 1997, di dare, dopo parecchi anni, un assetto omogeneo all’imposizione dell’impresa agricola, distinguendo gli imprenditori, che hanno forme organizzative e dimensioni del tutto analoghe a quelle proprie degli altri settori produttivi, e tutti gli altri produttori, la cui differenza con gli “agricoltori della domenica” è più di tipo quantitativo che qualitativo (Cristofaro, 2012). Il tentativo fallisce e con gli ultimi provvedimenti in materia di Imu e di Irpef la barriera tra l’imprenditore agricolo in senso generico del termine ed il mero proprietario terriero viene sostanzialmente mantenuta, senza riconoscere a quest’ultimo una qualche funzione specifica in termini di “produzione” di “beni comuni”.

Proprietari ed imprenditori: gli aspetti socio-economici

In questi ultimi anni il numero di proprietari, iscritti nel catasto terreni, in quanto titolari di reddito dominicale, è rimasto sostanzialmente stabile, ma le loro caratteristiche hanno subito significativi mutamenti.
Se i vari soggetti vengono identificati con la caratteristica di produrre o meno per il mercato si possono distinguere due diverse tipologie:

  • proprietari di terreni che non esercitano un’attività agricola in modo abituale, producono solo “occasionalmente” per il mercato e di conseguenza non sono titolari di partita Iva;

  • imprenditori la cui attività principale si esplica nel settore agricolo1;

Al primo gruppo, i cui componenti potrebbero essere definiti come “proprietari puri” fa capo sostanzialmente un’attività di autoconsumo in senso lato del termine; esso dovrebbe comprendere, da un punto di vista economico, anche quei proprietari di terreni, titolari di partita Iva, ma con un volume di affari particolarmente modesto, da non essere tenuti alla relativa dichiarazione, ma non si hanno dati statistici sufficienti.
Il secondo gruppo deve essere poi suddiviso in diverse categorie in relazione sia alla forma giuridica, che al trattamento tributario, con particolare riguardo alle imposte sul reddito ed all’Irap; distinguendo tra imprese individuali, società di persone, società di capitali ed enti non commerciali.
Nella tabella 1 è indicato, per gli anni 2000 e 2010, il numero dei proprietari e degli imprenditori, così come il relativo volume d’affari2.

Tabella 1 - Numero dei proprietari di terreni, e quota del volume d'affari


Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni

Come si può notare il numero dei proprietari puri è particolarmente elevato ed il loro peso economico, come gruppo, in termini di volume d’affari è significativo, intorno al 18% nel 2010, con un incremento del 20% rispetto al 2000.
Tra gli imprenditori agricoli il peso più rilevante con oltre il 56% del volume d’affari spetta a quelli organizzati in forma societaria, con particolare riguardo alle società di persone il cui numero è aumentato di circa il 36% nel periodo. All’interno delle società di capitali assume particolare rilevanza la dinamica delle società a responsabilità limitata, il cui numero tra il 2004 ed il 2010 è più che raddoppiato, probabilmente anche come effetto di alcuni cambiamenti normativi, come l’opzione per la determinazione del reddito, ai fini Ires, su base catastale.
Il declino degli imprenditori individuali è del tutto evidente; in termini numerici si ha un decremento del 22% a cui corrisponde una diminuzione del 14% della quota sul volume d’affari. Inoltre le imprese individuali sono le imprese più piccole con scarti particolarmente rilevanti sia in termini di redditi agricoli che di volume d’affari rispetto a quelle organizzate in forma societaria. Nel 2010 il valore medio del volume d’affari era pari a 2 mila euro per i proprietari puri, a 48 mila euro per le imprese individuali, a 134 mila euro per le società di persone ed infine a 1388 mila euro per le società di capitali. Come si è già avuto occasione di osservare (Cristofaro, 2011) siamo in presenza di un mondo duale in cui la maggior parte della produzione (quasi il 70% del volume d’affari, se si escludono i proprietari puri) è concentrato in un numero relativamente piccolo di imprese medio-grandi. Tutti questi aspetti si sono accentuati con la crisi economica; fino a tutto il 2007 il numero delle imprese individuali superava le seicentomila unità e la quota del volume d’affari il 35%. Anche le caratteristiche sociali di questa categoria hanno subito almeno tra il 2009 e il 2010 alcuni mutamenti significativi. Nella tabella 2 ne è indicata la distribuzione per classi di età e per sesso, con riferimento ai soli imprenditori a determinazione catastale del reddito, che peraltro come si è visto sono la stragrande maggioranza.

Tabella 2 - Distribuzione deglli imprenditori individuali a determinazione catastale del reddito per classi di età e sesso


Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni

E’ un mondo decisamente maschile e questa caratteristica che a partire dal 2001 era sembrata attenuarsi lentamente viene ribadita nel 2010 in cui la quota femminile ritorna ai livelli di alcuni anni precedenti. Era un mondo di anziani, con oltre il 35% di imprenditori di età superiore ai 64 anni; peraltro il ringiovanimento tra il 2009 e il 2010 è forse solo un effetto ottico, derivante dalla diminuzione assoluta, per la prima volta particolarmente significativa del numero delle imprese.
Fuoriescono donne e anziani che sembrano approdare al mondo dei puri proprietari accentuandone alcune caratteristiche socio-economiche3:

  • la componente maschile (55%) si colloca ad un livello leggermente superiore rispetto ai contribuenti non agricoli, ma molto al di sotto di quella relativa agli imprenditori;

  • una percentuale rilevante (42%) di proprietari puri si colloca nella fascia di età superiore ai 64 anni; si tratta sostanzialmente di pensionati; tale percentuale è significativamente superiore a quella dei contribuenti “senza terra”, così come a quella degli “imprenditori”;

  • la quota di proprietari puri, rispetto al numero dei contribuenti, è maggiore nelle regioni meridionali (16 %), così come si verifica per gli imprenditori (2%);

  • la quota dei proprietari puri, rispetto al numero dei contribuenti, è maggiore nelle classi più elevate di reddito (oltre il 25% rispetto a una media del 14 %), con valori medi del reddito da terreni, relativamente più elevati;

La politica tributaria

Fino a tutti gli anni ‘80 non c’era alcuna distinzione per quanto riguarda le imposte sul reddito (Irpef, Irpeg, Ilor) relativamente a tutti i soggetti proprietari di terreni. La base imponibile era costituita dal reddito catastale, ossia un reddito potenziale, la cui determinazione era del tutto svincolato dal reddito effettivamente percepito, nonché dalle forme organizzative necessarie a produrlo. Praticamente ai fini delle imposte dirette l’impresa agricola era un soggetto “inesistente”, anche se poi riacquistava visibilità ai fini dell’Iva, così come per alcune agevolazioni in tema di imposta di registro. Ciò dava luogo ad una “fiscalità di vantaggio” derivante dalla differenza tra reddito catastale e reddito effettivo; in tutto il periodo che va dal 1980 al 2010 il primo non ha mai superato il 20% del secondo. Dai primi anni novanta prevalse una diversa filosofia, mirante a separare le imprese agricole, che per struttura non erano diverse da quelle operanti negli altri settori produttivi, dalle imprese individuali di più ridotte dimensioni; di conseguenza prima le società di capitali e poi le società di persone in accomandita semplice ed in nome collettivo furono assoggettate all’imposizione in base a bilancio. Analogamente quando nel 1997 fu introdotta l’Irap furono stabiliti due distinti regimi, uno per le società e l’altro per le imprese individuali, con la previsione, che entro un tempo ragionevole quest’ultimo dovesse essere limitato alle imprese più piccole, il che poi non avvenne (Cristofaro, 2012). In entrambi i regimi fu prevista un’aliquota ridotta, rispetto a quella applicabile agli altri settori produttivi.
Nello stesso tempo non fu minimamente presa in considerazione la figura del proprietario puro, a cui non veniva riconosciuta nessuna funzione specifica, né in termini di produzione di beni agricoli, né in tema di “produzione” di beni comuni”; il reddito imponibile continuava ad essere determinato su base catastale, ma gli venivano negate diverse agevolazioni di varia natura (imposta di registro, Ici e successivamente Imu) riconosciute anche ad “imprese agricole” talmente modeste, da esserne sostanzialmente indistinguibili. Non fu peraltro assoggettato all’Irap.
La “fiscalità di vantaggio” in tema di imposte sia dirette che indirette ha prodotto il risultato che nel settore agricolo il rapporto tra il gettito tributario, ed il valore aggiunto, sia notevolmente inferiore a quello prevalente nel resto del sistema economico. La pressione tributaria sul settore è stata pari, in media, negli ultimi anni a circa il 40% di quella imputabile agli altri settori produttivi4.
Se tuttavia da analisi così aggregate si passa a considerare l’impresa agricola operante nei singoli settori, il quadro si fa molto più complesso; in effetti gli elementi che determinano il gettito tributario, non dipendono soltanto da specifiche normative, ma anche dalla configurazione generale del sistema tributario, che usualmente opera discriminazioni a seconda della natura giuridica, delle dimensioni dell’impresa, nonchè dal mix di fattori produttivi usati dall’imprenditore (Bosi, Guerra, 2008).
Nella tabella 3 è indicato per i tradizionali settori produttivi5il rapporto tra l’Irpef, inclusa la parte imputabile ai proprietari puri, l’Ires e l’Irap, ed il risultato lordo di gestione, calcolato ai prezzi base.
L’inclusione dell’Irap tra le imposte dirette, quali sono l’Irpef e l’Ires è probabilmente uno dei punti più controversi, perché nella contabilità nazionale l’Irap è compresa tra le imposte indirette; tuttavia tra gli studiosi di scienza delle finanze c’è un sostanziale accordo che debba essere considerata come un’imposta a carico del reddito d’impresa (Bosi, Guerra, 2008; Monda, 2012). Un discorso analogo andrebbe fatto anche per l’Ici/Imu, ma non esistono dati statistici sufficienti per i singoli settori ad esclusione dell’agricoltura.
I dati sono stati calcolati come media per gli anni 2008 – 2010, ma non è stato possibile confrontarli con gli anni pre-crisi, perchè il cambiamento dei codici Ateco, avvenuto a partire dal 2007 rende non comparabili, a questo livello di disaggregazione, i dati sul gettito dei diversi tributi.

Tabella 3 - Pressione tributaria e quota dell'Ires sul gettito complessivo


Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni
Istat, Conti nazionali 2012

Come si può vedere, le imprese agricole hanno un tasso di pressione pari al 35 % di quello complessivo del sistema economico, confermando così i risultati relativi al calcolo della pressione tributaria, a livello di valore aggiunto a cui si è già accennato. Peraltro sono in buona compagnia! Abbiamo sostanzialmente un settore molto particolare (Alloggio e ristorazione) con un tasso di pressione praticamente uguale a quello dell’Agricoltura, e due settori (Trasporti e magazzinaggio, Attività artistiche), con tassi significativamente inferiori alla media; tutti gli altri hanno tassi più elevati, il cui valore massimo (15,5 %) è riferibile al settore industriale.
Le spiegazioni di queste diversità sono molteplici ed includono aspetti normativi, ma anche di struttura e di comportamento dell’impresa, come ad esempio l’evasione fiscale. Peraltro si può rilevare come una parte non trascurabile delle differenze sia spiegabile con la “dimensione” giuridica dell’impresa. Quasi tutti i settori in cui predominano le società di capitali e nei quali è, di conseguenza, rilevante la quota di Ires sul gettito complessivo, hanno i tassi di pressione più elevati; tale quota invece é particolarmente modesta nel settore agricolo.
In questo quadro i proprietari puri rappresentano un caso molto particolare; è pur vero che il “reddito agricolo” rappresenta una frazione marginale del loro reddito complessivo, ma è altrettanto vero, come si è già detto, che la politica tributaria li ha sostanzialmente trascurati, anche in questi ultimi anni in cui la loro funzione di “produttori di beni comuni” (paesaggio, salubrità dell’aria, difesa del territorio), è stata variamente messa in evidenza. Sta di fatto che il tasso di pressione riferibile alla parte agricola del loro reddito, sembra essere particolarmente elevato, anche se occorre muoversi con qualche cautela, perchè la determinazione del reddito agricolo a loro spettante, non è semplicissima. Comunque per il 2009, applicando al volume d’affari, determinato più sopra, un tasso di redditività, pari a quello attribuibile alle aziende dedite esclusivamente all’autoconsumo (Istat, 2011b), il reddito agricolo dei proprietari puri può essere stimato intorno al 2% del loro reddito complessivo, ed il tasso di pressione intorno al 20% del reddito agricolo, un valore di gran lunga superiore a quello riferibile agli imprenditori agricoli. Tale divario derivava soprattutto dall’Ici, di cui quest’ultimi erano in gran parte esenti.
Sembra quindi che almeno fino al 2011 i proprietari puri fossero significativamente penalizzati, anche se i motivi di questa scelta non sono mai stati esplicitati e forse non esistono. Con l’introduzione dell’Imu nel 2012 il divario dovrebbe essersi attenuato, perché l’ammontare a carico dei proprietari puri rimane più o meno uguale, mentre quello a carico degli imprenditori agricoli aumenta sensibilmente (Dipartimento delle Finanze, 2013).

Riferimenti bibliografici

  • Bertaglio A., Pallante M. (2013), Autoproduzione vs mercato globale: la rivoluzione di Rahbi, Il Fatto Quotidiano, 27 marzo

  • Bosi P., Guerra M.C. (2008), I tributi nell’economia italiana, Il Mulino, Bologna

  • Capparelli A. (2013), Imu, dai terreni gettito di 628 milioni, Agrisole, n 8

  • Cristofaro A. (2011), Le statistiche tributarie: una lente deformata ma necessaria per l’analisi del mondo agricolo, Agriregionieuropa, n. 26

  • Cristofaro A. (2012), Il prelievo tributario in agricoltura da Vanoni a Calderoli, QA-Rivista dell’Associazione Rossi-Doria, n.3

  • Inea (2012), Annuario dell’agricoltura italiana 2011, Inea, Roma

  • Istat (2011a), La revisione dei conti nazionali in generale e della branca agricoltura [pdf]

  • Istat (2011b), I risultati economici delle aziende agricole (Rica-Rea)[link], [link]

  • Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali [link]

  • Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali, (2013), IMU: analisi dei versamenti 2012.

  • Monda M. (2012), L’Irap nel settore agricolo ed i suoi effetti sulla domanda di investimenti, Tesi di dottorato in Economia Politica, XXII ciclo, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

  • Preziosi F., Tosoni G.P. (2012), Agricoltura e fisco, Gruppo24ore, Milano

  • 1. A questi andrebbero poi aggiunti anche gli imprenditori la cui attività principale non si esplica nel settore agricolo, ma che comunque svolgono un’attività agricola e sono proprietari di terreni. Tuttavia nelle statistiche sulle dichiarazioni non ci sono informazioni sufficienti; inoltre in contabilità nazionale la loro produzione agricola, il cui ammontare peraltro è noto, è esclusa dalla produzione della branca “Agricoltura”(Istat 2011a).
  • 2. Il volume d’affari relativo ai proprietari puri è stato stimato sulla base del rapporto tra il reddito da terrreni ed il volume d’affari degli imprenditori agricoli a determinazione catastale del reddito. Si tratta ovviamente di un volume d’affari virtuale in quanto i proprietari puri non vendono ordinariamente la loro produzione sul mercato. Peraltro almeno parzialmente il suo ammontare è incluso nelle statistiche sulla produzione della branca “Agricoltura” (Istat 2011a). Inoltre l’ammontare è probabilmente sovrastimato perchè non si è potuto tenere conto nè dei terreni incolti, né soprattutto di quelli sottratti ad usi agricoli dall’abusivismo edilizio.
  • 3. I dati si riferiscono al 2009; non è possibile elaborarli per gli anni precedenti al 2008 e non sono ancora disponibili quelli relativi al 2010.
  • 4. Cfr. Inea (2012), Cap.17.
  • 5. E’ stato escluso il settore finanziario- assicurativo perchè ha specificità che lo rendono non direttamente comparabile con gli altri settori produttivi; inoltre sono stati esclusi quei settori in cui la presenza pubblica è talmente rilevante (sanità, istruzione etc.) da rendere i dati aggregati, come risultano dalla contabilità nazionale, inutilizzabili per calcolare il risultato lordo di gestione delle imprese private in essi operanti.
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