Crisi ambientali e paesaggio agrario nelle Marche: un approccio storico

Crisi ambientali e paesaggio agrario nelle Marche: un approccio storico
a Università Politecnica delle Marche (UNIVPM), Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali

Premessa

È in atto, a livello italiano ed europeo, un ampio dibattito sul tema del paesaggio nei suoi rapporti con la pianificazione territoriale e con un diverso modello di sviluppo rurale (Agnoletti, 2009). In questo quadro, in una riflessione di carattere storico sulle trasformazioni del paesaggio appare utile partire dagli studi di Sergio Anselmi sul ruolo della mezzadria quale forma dominante di conduzione della terra e di gestione del territorio rurale nelle regioni collinari dell’Italia centrale. In alcuni studi pionieristici, fin dagli anni Ottanta Anselmi ha chiarito che alla base della scelta mezzadrile non vi erano state soltanto le convenienze economiche, ma anche precise esigenze di carattere geo-pedologico. Infatti, nell’Italia centrale, cioè in regioni caratterizzate (o totalmente dominate, come nel caso delle Marche) da un suolo collinare a base geologica fragile, perché di natura prevalentemente argillosa, la famiglia mezzadrile doveva svolgere un fondamentale ruolo di presidio territoriale e di salvaguardia ambientale (Anselmi, 2000).
A queste conclusioni si è giunti quando le vicende dell’agricoltura mezzadrile sono state affrontate con un approccio marcatamente diacronico, secondo le indicazioni dei primi studi di storia ambientale promossi in Italia da Alberto Caracciolo (Caracciolo, 1988 e 1990). Nelle Marche l’ottica di lungo periodo, utilizzata in modo sistematico in alcuni lavori, si è rivelata particolarmente proficua, perché ha fatto emergere la mancanza di linearità nelle trasformazioni dell’ambiente e ha consentito di meglio individuare i momenti critici, che talvolta hanno prodotto vere e proprie catastrofi, con conseguenze devastanti sull’assetto territoriale (Anselmi, 2000; Moroni, 2012). A questi momenti critici, sono dedicate le pagine che seguono, attente soprattutto alle trasformazioni del paesaggio agrario ed agli effetti che tali trasformazioni, intrecciate con le vicende climatiche e demografiche di lungo periodo, ebbero sull’assetto dei suoli in un’area geo-pedologicamente fragile come quella marchigiana. Ci si concentrerà sulle crisi ambientali più gravi dell’ultimo millennio, quelle del Cinquecento e del Settecento, per porre infine la questione della crescita del dissesto idrogeologico oggi, probabile preludio di una nuova crisi ambientale, alla quale le istituzioni non stanno ponendo adeguata attenzione.

Mezzadria, suoli e crisi ambientali: l’Italia centrale e il Piceno

La crescita economica e demografica basso-medievale provocò nelle regioni dell’Italia centrale problemi fino ad allora in gran parte sconosciuti. In Toscana fin dal Duecento si incominciarono a cogliere gli effetti negativi a livello territoriale dell’ampio processo di colonizzazione agricola che si era reso necessario per alimentare una popolazione in fortissima crescita. Di qui la scelta di dare avvio alla formazione di una fitta rete di poderi gestiti da famiglie coloniche insediate stabilmente sul fondo e capaci di garantire una conduzione dei suoli argillosi remunerativa nell’immediato e sostenibile nel tempo (Anselmi, 2001).
Come è noto, nelle Marche la mezzadria compare più tardi, a fine Trecento, ma si diffonde soprattutto tra Quattrocento e Cinquecento (Anselmi, 2001); si generalizza nei due secoli successivi, anche per effetto della “piccola età glaciale” che a partire dal 1570 provoca numerosi fenomeni di dissesto idro-geologico (Le Roy Ladurie, 1982); di qui una forte spinta alla diffusione della coltura promiscua che anche nelle Marche assumerà il volto del seminativo vitato e arborato (Sereni, 1974; Paci, 2002).
L’analisi storica mostra che nella seconda metà del Cinquecento gli effetti più devastanti della crescita del dilavamento nelle aree alto-collinari come conseguenza della maggiore piovosità si manifestano in due aree nelle quali la mezzadria risulta meno strutturata, mentre il diboscamento fin dagli inizi del secolo era stato più intenso a causa della crescita demografica: nelle Marche meridionali e nel Montefeltro (Moroni, 2003).
Nel Piceno già a fine Cinquecento l’aumento della piovosità aveva provocato una prima crisi territoriale, a causa del forte diboscamento che si era avuto nei decenni centrali del secolo. In particolare nelle colline argillose del Fermano, la rapida riduzione della copertura vegetale determinò un intenso processo erosivo; tra fine Cinquecento e inizio Seicento la documentazione ufficiale registra non solo piene sempre più rovinose e un crescente numero di frane e smottamenti, ma anche i primi segnali di un incipiente collasso idrogeologico (Verducci, 1992).
Le prime notizie relative a movimenti franosi risalenti alla seconda metà del Cinquecento si riferiscono a un centro della fascia collinare come Castignano e al colle di Sant’Andrea su cui sorge il centro costiero di Marano, ma è appunto sulla costa che si notano gli effetti più macroscopici della crisi in atto. Tra Grottammare e San Benedetto del Tronto le acque torbide di fiumi e torrenti determinarono la formazione di una piana alluvionale (i “relitti di mare”), la cui lenta crescita si accentuò nei primi decenni del Seicento, quando giunse al culmine il processo di sfaldamento dei suoli collinari a prevalente tessitura argillosa, denudati nel corso del secolo precedente. Il fenomeno è così rilevante che, in seguito, enti locali e privati arriveranno a contendersi quei suoli; i “relitti di mare”, una volta bonificati, saranno valorizzati a fini agricoli dalla famiglia Salvadori, che dal Comune di Fermo ne aveva ottenuta in enfiteusi una parte consistente, per una estensione di ben 500 ettari (Rossi, 1991).
I suoli del Piceno attraversano di nuovo una fase critica nel Settecento; ancora una volta non mancano smottamenti lungo la fascia costiera, dove sono colpiti il Monte delle Quaglie, presso Grottammare, e l’abitato di San Benedetto del Tronto, ma questa volta i movimenti franosi investono soprattutto i centri dell’entroterra collinare. Nel 1717 le acque del torrente Rignano fanno franare una parte del colle su cui sorge Castignano; nel 1733 si apre una voragine nel castello di Capradosso, posto nel contado di Ascoli Piceno; nei decenni centrali del secolo, oltre al crollo di parte dell’abbazia farfense di Offida, si ha notizia di movimenti franosi in centri come Montappone e Montottone; nel 1766 è la volta del versante orientale della collina di Montelparo, mentre nel 1771 si sfalda il colle Matenano su cui sorgeva il complesso monumentale di Santa Vittoria. Il caso più clamoroso sarà quello di Servigliano, dove i movimenti del “terreno cretoso e incostante” nel 1771 conducono al totale abbandono del paese, che allora contava circa 1700 anime; il nuovo abitato verrà riedificato nel fondovalle del Tenna, a breve distanza dal convento francescano di Santa Maria del Piano (Verducci, 1992).
Nello sforzo di dare una maggiore stabilità alle fragili colline picene, nell’area più meridionale della regione si risponderà alle numerose vicende franose rendendo più compatta la rete poderale e intensificando la diffusione dei patti mezzadrili.

Il Montefeltro, una “regione in isfacelo”

Fenomeni analoghi si verificano nel Montefeltro, un’area che un grande geografo come Roberto Almagià, in un classico studio sulle frane in Italia, ha incluso nel novero delle “regioni in isfacelo” (Almagià, 1907). Anche qui nella seconda metà del Cinquecento l’accresciuta piovosità, unita al forte diboscamento realizzato nella fascia appenninica, provoca violente alluvioni. Frane sono segnalate negli anni Sessanta e Settanta a Sant’Agata Feltria, Valle Sant’Anastasio, Pennabilli e, nel 1596, a Perticara. Si spiegano così i bandi con i quali nella seconda metà del secolo il duca di Urbino vieta “di estirpare o far cavare selve [...] per redurle a colture”. Analoghi provvedimenti vengono presi nell’entroterra romagnolo passato sotto il controllo toscano dove, negli stessi anni, i Medici proibiscono di “sterpare col ferro”, “arroncare col fuoco” e dissodare in qualunque modo i versanti appenninici (Cherubini, 1978).
Nuovi problemi si manifestano tra Sette e Ottocento. I movimenti franosi si determinano in concomitanza con periodi di forte piovosità, come quelli che nell’area feretrana si manifestarono negli anni 1691-1715, 1736-1755, 1771-1780, 1806-1826, 1911-1930 e 1950-1970. Dopo l’acuta fase di freddo intenso e forte umidità che nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento aveva provocato frane a Pennabilli, San Leo, Maiolo e Perticara, l’instabilità dei suoli permane in modo endemico in tutto il territorio feretrano-romagnolo: è emblematico che nel 1752 un geografo esperto come Giuseppe Boscovich manifesti tutta la sua meraviglia per essere giunto in una regione in cui “gli alberi vanno camminando al par degli uomini” (Allegretti e Lombardi, 1993). Ma è a partire dagli anni Ottanta del Settecento che, con una nuova frana nel 1785 a Sant’Agata Feltria, si hanno chiari segnali di una incipiente crisi ambientale, che poi esploderà in modo devastante nel primo quindicennio dell’Ottocento, con movimenti franosi di particolare gravità di nuovo a Sant’Agata Feltria, ma anche a Talamello e a Montegrimano (Allegretti e Lombardi, 1993).
Come stava accadendo nel Piceno, anche nel Montefeltro si cerca di arginare il dissesto con una forte intensificazione delle colture arbustive, realizzata tramite il lavoro della famiglia mezzadrile. Che non si tratti di fenomeni locali, lo si comprende se si allarga lo sguardo all’intera area regionale.

Agricoltura, popolazione, mercato

Se la crisi ambientale del Settecento rientra, malgrado il forte incremento demografico, lo si deve in gran parte all’agricoltura mezzadrile. Il processo di crescita dell’alberata prosegue per tutto l’Ottocento. I seminativi arborati e vitati che nel 1826 coprivano circa un quarto della superficie complessiva, toccano il 44 per cento nel catasto del 1910, a spese sia dei pascoli che dei boschi, i quali si riducono rispettivamente al 18 e all’11 per cento, raggiungendo così la loro estensione minima (Moroni, 2003).
Questi dati, nella loro apparente linearità, nascondono avvenimenti particolari, momenti congiunturali e processi di medio periodo che sottopongono il sistema mezzadrile a scossoni e progressive trasformazioni, anche se non giungono a stravolgerlo. Due le sollecitazioni che meritano di essere richiamate: quella proveniente dal mercato e quella derivante dall’incremento demografico.
Dopo l’Unità, di fronte alla inarrestabile spinta del mercato che, privilegiando l’immediata remunerazione, non può che incentivare la tendenza alla dissipazione delle risorse naturali, si prende coscienza che il necessario riequilibrio deve essere garantito dallo Stato, dal quale soltanto possono venire gli interventi capaci di rispondere ai bisogni ambientali e sociali più urgenti. Alla spinta del mercato, si somma quella indotta dall’incremento demografico. Nel corso dell’Ottocento la popolazione della regione infatti passa dai 710.288 abitanti del 1802 ai 908.515 del 1861, per toccare nel 1901 quota 1.088.763, con evidenti fenomeni di eccessiva pressione demografica, che negli ultimi anni del secolo e soprattutto nel primo Novecento produrranno consistenti flussi migratori verso il nuovo mondo (Vernelli, 1987).
A questa forte crescita della popolazione si risponde con interventi in più direzioni, ma senza stravolgere le strutture di fondo del sistema mezzadrile e anzi accentuando alcuni dei suoi caratteri. Tende innanzitutto a ridursi l’estensione dei poderi; aumentando il numero delle famiglie coloniche la terra può essere coltivata in modo più intensivo e ciò permette di accrescere anche la produttività della terra. Questi risultati, raggiunti soprattutto con un maggiore impiego di lavoro colonico, risolvono però solo in parte i problemi connessi all’incremento della popolazione. Alla crescente pressione demografica si poteva rispondere soltanto estendendo i coltivi. Nelle Marche l’obiettivo di ampliare le superfici coltivate viene ottenuto eliminando totalmente gli incolti, dissodando terre marginali, riducendo ulteriormente i boschi residui (che nella fascia collinare passano dal 4 per cento del 1826 all’1,9 per cento del 1910) e realizzando costanti interventi di miglioramento fondiario (Paci, 2002).
È nel corso dell’Ottocento che, nell’ambito del processo di ruralizzazione ora descritto, i patti mezzadrili incominciano a risalire la montagna, dando vita a quella “mezzadria degenerata” di cui ha parlato Henri Desplanques (Desplanques, 1975). Nell’ampia fascia collinare, mentre prosegue il processo di intensificazione delle colture, ai problemi del dissesto idrogeologico si cerca di rispondere ampliando gli arativi vitati e arborati: in tal modo nello stesso campo si hanno colture erbacee temporanee e piantagioni permanenti. Tutto ciò spiega perché, nonostante il forte incremento demografico, l’agricoltura mezzadrile riesca a conservare un ancora equilibrato assetto dei suoli, anche di quelli acclivati e geologicamente più fragili. Ci riesce non solo rivestendo le colline con un altissimo numero di arbusti ed alberi allineati in filari paralleli o disposti a quinconce, come nel caso delle folignate, ma anche garantendo un costante controllo delle acque tramite una capillare rete di scoline e acquadocci e la periodica pulizia dei fossi (Anselmi, 2001).

La fine della mezzadria e gli effetti sul paesaggio agrario

Questo “complesso agrario”, costituito, come ha osservato Desplanques, dall’inestricabile intreccio di mezzadria, appoderamento, insediamento sparso e coltura promiscua, si mantiene nelle sue strutture di fondo fino al secondo dopoguerra (Dasplanques, 1975). Negli anni fra le due guerre mondiali le trasformazioni non mancano; le innovazioni tecniche e colturali, che si stavano diffondendo altrove, vengono introdotte anche nelle Marche, ma sempre badando a non modificare equilibri sociali ormai consolidati o, per meglio dire, pressoché cristallizzati.
Tutto cambia rapidamente, invece, all’indomani del secondo conflitto mondiale, con effetti dirompenti per l’intero sistema. In pochi decenni, con la fuga dalle campagne e la fine della mezzadria sancita dalla legge del 1964, ha inizio una radicale trasformazione del paesaggio agrario; non solo nell’entroterra appenninico, ma anche nelle colline con maggiori pendenze, mentre si riduce drasticamente la superficie coltivata, tornano a crescere alberi e arbusti. La riforestazione interessa inizialmente le aree marginali e i terreni più acclivati, ma ben presto investe i pascoli e i campi abbandonati sia della fascia appenninica che dell’entroterra alto-collinare; dopo il processo di diboscamento che aveva caratterizzato l’Ottocento, con l’aumento della superficie forestale dell’ultimo cinquantennio il bosco viene ad essere uno dei principali “fattori dinamici del paesaggio” (Agnoletti, 2005).
Dal punto di vista della tenuta dei suoli i fenomeni più preoccupanti si manifestano nell’area della media e bassa collina, dove l’esodo rurale, la meccanizzazione e le concimazioni chimiche, insieme con la diffusione dell’affitto e l’affermarsi, fra gli affittuari, del contoterzismo, provocano il progressivo abbandono della policoltura e il ritorno a quelle “steppe di cereali” che erano state all’origine dei problemi idrogeologici emersi in età moderna. Ciò significa che in quest’area le mutate pratiche agricole, spesso guidate soltanto da una logica meramente produttivistica, e l’estensione delle monocolture non solo hanno determinato una forte semplificazione del paesaggio, ma stanno anche preparando una nuova crisi ambientale.

Verso una nuova crisi ambientale?

Oggi con l’arativo arborato ridotto ai minimi termini, con i terreni denudati e piallati, con i fossi ricoperti e la rete di scolo delle acque senza più alcuna manutenzione, le frane e tutte le altre forme di dissesto territoriale sono da tempo tornate di grande attualità. Il problema di una seria manutenzione dei suoli viene riproposto periodicamente anche dalle sempre più numerose esondazioni e alluvioni, provocate dall’assenza di una qualsiasi attività di controllo e di gestione della rete idraulica.
Recenti ricerche, intanto, hanno documentato la crescita del fenomeno di perdita dell’humus, che già era stata lamentata in occasione dei convegni organizzati nei primi anni Ottanta in preparazione dello Studio generale della collina italiana, promosso dall’Associazione nazionale delle Bonifiche, delle Irrigazioni e dei Miglioramenti fondiari (Associazione nazionale delle Bonifiche, delle Irrigazioni e dei Miglioramenti fondiari, 1986). A sua volta l’eccessivo impiego di prodotti chimici sta provocando una crescente distruzione di vita organica, con la progressiva riduzione della biodiversità. Altrettanto preoccupante risulta, però, la perdita di tenuta dei suoli. Con un’ampia ricognizione, le istituzioni regionali hanno censito frane e smottamenti arrivando ad attuare un costante monitoraggio dei suoli e si sono dotate di dettagliate mappe dei “dissesti gravitativi”, ma tali strumenti, almeno finora, non sono riusciti a incidere in modo significativo sulla gestione dei territori locali e neppure sulle scelte delle stesse Regioni in tema di programmazione territoriale. Nelle Marche tali attività, avviate nel corso degli anni Novanta, sono state riorganizzate dalla legge regionale n. 13 del 25 maggio 1999, che ha portato nel 2001 all’adozione del Progetto di Piano (Pai) e poi, nel 2004, alla stesura del Piano stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico dei bacini di rilievo regionale.
Il Piano stralcio del 2004, costantemente aggiornato con nuovi inserimenti, eliminazione di perimetri e modifiche ai livelli di pericolosità e rischio, ha fatto il punto della situazione ed ha offerto il quadro del dissesto idrogeologico nel territorio delle Marche a quella data. Ebbene alla data del 2004 sono censite 18.946 frane, di varia pericolosità; la superficie totale interessata è di 139.189 ettari, pari al 16,7 per cento dell’intera superficie di bacino (che non coincide con il territorio regionale, poiché altre zone, seppure di ridotta estensione, rientrano nei bacini del Conca-Marecchia, del Tevere e del Tronto). A queste aree andrebbero aggiunte quelle a rischio esondazione, anch’esse distinte in base alla pericolosità: si tratta di 432 aree, per un totale di 16.744 ettari, pari al 2 per cento del territorio di bacino (Regione Marche, 2004).
I dati contenuti nel Piano stralcio del 2004 innanzitutto confermano la grande fragilità del territorio regionale: sono sufficienti fenomeni atmosferici improvvisi, anche se non eccezionali, per provocare pesanti danni economici con costi che poi ricadono sull’intera comunità regionale. Sono “i costi pubblici dei profitti privati” denunciati da Anselmi fin dal 1983. Ma non si tratta soltanto di questo. Sebbene l’Autorità di bacino non sia ancora in grado di attestare l’andamento dei movimenti franosi fornendo una serie storica seppure di breve periodo (ed è invece auspicabile che lo faccia quanto prima), i dati finora raccolti dimostrano che è in atto una terza crisi ambientale, dopo quelle di fine Cinquecento e di fine Settecento. Il processo di riforestazione, pur ponendo altri problemi, sta attenuandone gli effetti nelle aree appenniniche, ma nella fascia della media e bassa collina la fragilità dei suoli, sottoposti a pressioni ormai insostenibili, è tale che fenomeni eccezionali (ma che storicamente si verificano in media tre o quattro volte ogni secolo) potrebbero avere effetti dirompenti; lo conferma quanto accaduto nella primavera 2011: un evento atmosferico poco al di sopra della norma ha portato al collasso ampie zone del territorio regionale.

Tutela del paesaggio e sviluppo rurale

A questo quadro, senza dubbio preoccupante, fortunatamente è possibile aggiungere il richiamo a una nota positiva che potrebbe contribuire a far emergere una logica diversa, rispetto a quella finora descritta.
L’approvazione della Convenzione europea del paesaggio ha spinto a guardare con occhi diversi alla “risorsa paesaggio”. Richiedendo una forte integrazione delle politiche territoriali, spingendo a una maggiore partecipazione degli attori locali e ampliando la nozione di paesaggio fino a farla coincidere con l’intero territorio, ivi comprese le aree degradate, la Convenzione ha favorito un allargamento del dibattito oltre i tradizionali specialismi, costringendo tutti ad affrontare i problemi paesaggistici in un’ottica non più soltanto di conservazione, ma anche di trasformazione e di gestione integrata. Non solo. Nel dibattito apertosi prima e dopo l’approvazione della Convenzione si è affermata una nuova consapevolezza: la necessità di legare la tutela del paesaggio allo sviluppo rurale. Di qui la scelta (in vari Paesi europei, Italia compresa) di puntare sui piani di sviluppo rurale anche al fine di governare le trasformazioni del paesaggio (Agnoletti, 2006).
In molte regioni si sta lavorando in questa direzione, in attuazione del nuovo Codice dei beni culturali, il cosiddetto Codice Urbani, che con le modifiche del 2006 ha recepito la Convenzione europea. Nelle Marche, negli ultimi due anni, si è operato per adeguare alle nuove norme il Piano Paesistico Ambientale che era stato approvato dalla Regione nel 1989. In questo clima non solo è sorto presso l’Università Politecnica delle Marche un Centro interdipartimentale per il paesaggio, ma soprattutto sono nate molte associazioni che, oltre a mostrare una nuova sensibilità per la salvaguardia territoriale e l’equilibrio ambientale, stanno concretamente operando nella convinzione che il paesaggio è un inestricabile intreccio di storia, cultura e natura ed è in questo intreccio che va individuata la vera identità dei luoghi. Effetti concreti purtroppo ancora non se ne vedono, ma questi nuovi soggetti stanno contribuendo a far crescere quella cultura diffusa senza la quale è difficile che si giunga a nuove scelte a livello di politica territoriale.
Anche il tema della riduzione della biodiversità, al quale si è già fatto riferimento, va inserito in questo quadro di fondo; ad essere protette non possono essere soltanto le varietà colturali che rischiano di scomparire ma, proprio per l’intreccio di cui si è detto, deve essere l’intero processo di civilizzazione. La biodiversità, infatti, va intesa non soltanto come diversità specifica delle specie vegetali e animali, ma anche come diversità degli ambienti che caratterizzano il paesaggio di un Paese: questo vale tanto più per l’Italia e per i Paesi mediterranei che in Europa si caratterizzano più di altri per la loro estrema varietà paesaggistica e per l’esistenza di paesaggi di qualità che rappresentano l’armonica integrazione fra fattori sociali, economici ed ambientali nel tempo e nello spazio (Agnoletti, 2009).
D’altra parte, accanto alla riduzione della biodiversità, intesa nell’accezione ampia ora richiamata, oggi si sta determinando una grave perdita della sociodiversità, provocata dallo spopolamento e dalla destrutturazione delle comunità che avevano costruito, presidiato e valorizzato i territori dell’entroterra. Con la scomparsa di tante piccole comunità si sta perdendo anche il sistema di saperi, di valori e di simboli che innervava la vita di quelle comunità e che da esse era stato prodotto. Da quanto si è detto, è evidente che la biodiversità e la sociodiversità si tutelano davvero solo salvaguardando insieme i paesaggi e i paesi, le specie animali e quelle vegetali, le forme di coltivazione e le culture locali, le case e i saperi contadini, le risorse economiche e quelle relazionali (Moroni, 2007).
Non si tratta solo di contrastare la tendenza all’omogeneizzazione, che ha già prodotto molteplici e ben noti fenomeni di semplificazione degli ordinamenti colturali; è necessario salvaguardare i caratteri sistemici del paesaggio sopra richiamati, che hanno reso così peculiare e significativo il caso italiano a livello internazionale. A questo scopo, occorrono politiche adeguate che riescano a coniugare cultura e natura, storia ed economia, memoria e sviluppo e, più specificamente, qualità dei prodotti e qualità dei paesaggi, nella convinzione che un paesaggio di pregio assicura un forte valore aggiunto anche ai beni (agricoli e non solo) che vi si producono. Muovendosi in questa direzione, i Piani paesistici regionali e i Piani di sviluppo rurale, elaborati nell’ambito delle linee contenute nel nuovo Codice dei beni culturali e nel Piano strategico nazionale di sviluppo rurale 2007-2013, possono indubbiamente fornire contributi e impulsi significativi alla valorizzazione dei caratteri storici dei nostri territori (Agnoletti, 2009).

Riferimenti bibliografici

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