L’agricoltura multifunzionale nelle aree montane

L’agricoltura multifunzionale nelle aree montane
a Università di Trento, Dipartimento di Economia e Management

Premessa

I profondi mutamenti in atto nello scenario socio-economico impongono di ripensare al ruolo del settore primario. Risolto praticamente, almeno nei paesi occidentali, il principale problema che ha assillato per secoli agricoltori e politici, vale a dire la ricerca di soluzioni atte a garantire una sufficiente produzione di derrate alimentari a prezzi contenuti, si tratta di identificare altri obiettivi socialmente condivisibili.
Il tema non è né semplice né risolvibile solo dal punto di vista scientifico, implicando il medesimo la messa in discussione di certezze e “visioni del mondo” che si credevano acquisite una volta per tutte. Tuttavia l’irrompere, da un lato delle nuove tecnologie fra cui le biotecnologie che sembrano in grado di modificare così profondamente l’attività agricola da renderla una cosa del tutto diversa da quella che noi conosciamo, dall’altro il crescente interesse verso forme di agricoltura biologica, provocano contrasti così evidenti in aree anche territorialmente contigue, da obbligare a ripensare il ruolo dell’attività agricola e gli strumenti utilizzati per valutarne i risultati.
Non appare casuale che questo processo di messa in discussione degli obiettivi dell’agricoltura sia particolarmente vivace nelle aree di montagna. In tali zone, infatti, negli ultimi tempi il settore agricolo fatica più che altrove a svolgere il proprio ruolo di tassello indispensabile per una crescita armonica, dal punto di vista sociale ed economico, della collettività.

Il limite

Sotto certi punti di vista, l’idea stessa di limite rappresenta l’essenza della vita in montagna. Nelle valli è limitato l’orizzonte, vi sono limiti altitudinali per le diverse colture, vi è un limite fisico alla possibilità di scambi, anche fra aree che in linea d’aria sono estremamente vicine, e via di questo passo. Orbene, si può sostenere che quando si è riusciti a tramutare i limiti in opportunità, vi è stato un vero sviluppo, mentre quando gli stessi sono stati trasformati, vuoi per ragioni culturali o politiche, vuoi per ragioni tecniche, in vincoli assoluti vi è stata stagnazione. Così ad esempio l’aver saputo sfruttare i limiti orografici e climatici creando un modello di sviluppo basato sulla piccola proprietà privata nel fondovalle e la grande proprietà collettiva in quota, ha portato ad una fase d’espansione dell’economia alpina che è durata, sia pur attraverso alterne vicende, fin verso la fine dell’Ottocento. Allo stesso modo l’esser riusciti ad utilizzare i limiti derivanti dagli inverni rigidi e nevosi, in funzione della pratica degli sport invernali, ha portato allo sviluppo turistico di molte zone delle Alpi. Quando invece i limiti climatici, orografici e sociali – questi ultimi collegati con l’esistenza di comunità piccole anche se coese – non hanno costituito il punto di partenza per un percorso innovativo, ma si sono trasformati in un vincolo sentito, a torto o a ragione, come immodificabile, è puntualmente arrivato il declino, sia economico che demografico.
In tempi recenti, quando si parla di montagna, compare frequentemente una nota di rimpianto per un mondo che è stato e non è più. Prevale, così, il desiderio di conservare anche se, molte volte, non sono ben chiare le strategie necessarie allo scopo. In questo caso la nostalgia della “montagna” del passato non sarebbe altro che un vuoto rimpianto di valori ormai privi di senso. Ciò che converrebbe, in tal caso, non sarebbe nient’altro che cercare di eliminare il più in fretta qualsiasi differenziazione, omologando dal punto di vista sociale, economico e, per quanto possibile, anche dal punto di vista fisico, le montagne alle vicine pianure.
Ci si può chiedere, tuttavia, se sia veramente così. Se l’inquietudine, che talvolta assale improvvisa di fronte ai mutamenti, per certi versi sconvolgenti cui assistiamo quotidianamente, sia solo un residuo del passato o non rappresenti anche un presentimento di ciò che potrebbe accadere in un futuro assai più vicino di quanto sarebbe, forse, auspicabile. Ed in effetti l’idea di limite, o meglio della necessità del limite, compare sempre più frequentemente quando si tratta di delineare i possibili scenari futuri. Quest’idea nasce dalla constatazione, ovvia ma non banale, che la terra è un sistema finito e le stesse capacità dell’uomo sono finite, che molte scelte sono irreversibili e quindi, nonostante tutto, le probabilità di incontrare limiti, comunque invalicabili in periodi di tempo predefiniti, aumentano di giorno in giorno.

Dal limite alla sostenibilità

Sotto un certo profilo, la traduzione in linguaggio moderno della necessità di fare i conti con il limite o i limiti si ritrova nel termine sostenibilità. È noto, in proposito, come secondo il rapporto Brundtland per sviluppo sostenibile si intenda un tipo di sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Ma tale tipo di sviluppo deve fare i conti – entro un’etica basata su valori condivisi – con dei limiti in almeno tre campi completamente diversi tra loro. Infatti si parla, a proposito di sostenibilità, di aspetti economici, sociali ed ambientali. Va da sé che questi tre aspetti non possono essere considerati in maniera isolata, ma è necessario tenere conto anche di tutte le possibili interazioni. Il punto diventa quindi quello di non considerare i limiti ambientali, sociali ed economici come qualche cosa di assoluto, definito una volta per tutte. Parlando di sostenibilità sarebbe, infatti, un errore considerare un aspetto particolare come di per sé decisivo. È nell’insieme delle diverse componenti ambientali, sociali ed economiche che va ricercato il “vero” limite ad una crescita economica continua senza ostacoli insuperabili. In questa logica, la vecchia “visione del mondo” propria della “montagna” diventa nuovamente quanto mai attuale. Si tratta infatti, ancora una volta, di considerare tali vincoli come delle opportunità in grado di facilitare la ricerca di soluzioni efficienti.
Se così è, non vi è allora dubbio che proprio nelle aree in cui i limiti economici, sociali ambientali delle diverse attività sono più evidenti, vale a dire nelle zone di montagna, possono essere sviluppate prima che altrove soluzioni atte a garantire sostenibilità, vale a dire un tipo di sviluppo equo e duraturo. Ciò vale in particolare per attività come quella agricola in cui la multifunzionalità, ossia la capacità di svolgere contemporaneamente più funzioni, appare particolarmente evidente.

Un nuovo limite per l’agricoltura di montagna

Diventa allora interessante ripensare, in tale ottica, al ruolo ed alle funzioni dell’agricoltura nelle zone di montagna. Tale ripensamento non può che partire dall’identificazione delle variabili rilevanti nell’attuale contesto. Variabili che sono parzialmente diverse da quelle del passato, anche recente, e che impongono, pertanto, di ridefinire sia gli obiettivi sia gli strumenti utilizzati per raggiungerli.
Nello specifico va approfondita in primo luogo, nelle sue implicazioni e conseguenze, l’affermazione che nelle aree di montagna la produzione agricola da un lato, e l’ambiente naturale e socio-culturale dall’altro, sono necessariamente dei prodotti congiunti provenienti da uno stesso processo produttivo. È importante osservare, a tale proposito, che parlare di produzione congiunta significa implicitamente abbandonare, o per lo meno limitare, la ricerca di quelle economie di scala che, per certi versi, sono alla base di tutto lo sviluppo socio-economico contemporaneo. L’idea di produzione congiunta richiama, per contro, le economie di flessibilità e, di conseguenza, l’adozione di ricette di politica economica diverse da quelle standard normalmente consigliate e/o impiegate. In ogni caso la consapevolezza di aver a che fare con produzioni congiunte va, a nostro giudizio, letta all’interno dell’ottica di sostenibilità dianzi richiamata.
La ricerca di un ruolo specifico delle regioni montane nella società del futuro dipende allora anche dalla capacità di influire sulla direzione del cambiamento tecnologico. Tuttavia va subito rilevato che non è tanto l'innovazione in sé ad essere rilevante, quanto piuttosto la disponibilità di un insieme di attività e capacità complementari idonee a consentire con successo la sua adozione.
Ci si può chiedere allora quale tipo di progresso tecnico occorra perseguire. Al di là delle problematiche collegate con i “valori” che si intende privilegiare, non v'è dubbio che, ad oltre quindici anni di distanza dal convegno Innovazione tecnologica e sviluppo nelle regioni dell'Arge Alp, risulti ancora valida l’affermazione di Ratti (1988) secondo il quale, «sotto il profilo economico, per le aree montane risultano utili tutte le innovazioni in grado di mobilitare le risorse locali». In altri termini il progresso tecnico meritevole di diffusione è quello in grado di valorizzare il più possibile le risorse locali attribuendo loro un ruolo fondamentale nel processo produttivo.

Agricoltura e comunità locali

Per molti secoli la società alpina, con alcune rare eccezioni, si è identificata con l’attività agricola e silvo-pastorale. Tale identificazione non solo ha portato al formarsi di istituzioni come quelle relative alle proprietà collettive, che rappresentano «una sorta di intima commistione tra la cura degli interessi economici e quella degli interessi in senso lato politico-sociali» (De Martin, 1990, p. 9) ma ha inciso sulle stesse modalità con cui, per secoli, è avvenuta la socializzazione all’interno delle comunità locali. Più in generale la stessa “visione del mondo” della società alpina tradizionale ne è rimasta profondamente influenzata, incorporando valori quali il prevalere di reti informali, il legame forte ed a volte quasi patologico con il territorio, l’opportunità di sacrificare gli interessi immediati a visioni di lungo periodo. Valori che da un lato hanno contribuito a rendere sostenibile per lunghi secoli il modello alpino, dall’altro finiscono per risultare controproducenti in una società dinamica come quella attuale.
In ogni caso, nonostante la perdita di centralità del settore agricolo, le esigenze di garantire la sostenibilità dello sviluppo non sono venute meno. In tale ottica, l’apporto, anche in termini di valori, degli addetti del settore primario al governo delle comunità locali nelle Alpi continua ad essere indispensabile. Così come, all’opposto, la sopravvivenza dell’attività agricola nelle aree montane, passa per il riconoscimento da parte della comunità del ruolo produttivo e di fornitura di esternalità positive della stessa. Attraverso, quindi, il riconoscimento di quella che è stata definita come «legittimazione sociale a produrre» (Gios, 1993, p. 12). In tale logica, particolare importanza assumono quelle forme di programmazione dal basso che sembrano essere, nell’attuale contesto socio-economico, uno dei mezzi più efficaci per promuovere modalità di sviluppo di lungo periodo (Raffaelli e Basani, 2003). Infatti, a tal fine, la partecipazione dei diretti interessati costituisce un requisito indispensabile per ottimizzare e valorizzare prima le risorse endogene del territorio e, in un secondo momento, per attrarre risorse ed attività dall’esterno. In tale ottica, quindi, le vecchie modalità di partecipazione alle scelte economiche e sociali messe a punto in un’economia agricola di sussistenza, quale era quella alpina fino a pochi decenni orsono, possono rappresentare un punto di partenza per l’individuazione, attraverso opportune rielaborazioni ed adattamenti, di nuovi modelli di sviluppo adatti alle specifiche realtà locali.

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