Riflessioni per un sistema di informazione e conoscenza agricola in Italia

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Riflessioni per un sistema di informazione e conoscenza agricola in Italia
a Università di Perugia, Dipartimento di Scienze Economiche-Estimative e degli Alimenti

Premessa

Un tempo circolava la storiella confuciana del poveretto che chiedeva continuamente l’elemosina, per avere qualcosa da mangiare. Arrivò un pescatore il quale, invece di regalare del pesce, gli insegnò a pescare, così che il povero fosse indipendente e non dovesse più chiedere la carità. Da qui l’importanza dell’educazione, su cui nessuno ovviamente dubita e la convinzione che il compito del divulgatore (vedremo poi meglio questo termine) fosse quello di insegnare, per stimolare l’indipendenza dell’agricoltore.
Ma siamo sicuri che, se Confucio vivesse oggi, direbbe le stesse cose? E se invece dicesse che sì, insegniamogli pure a pescare al poveretto, ma convinciamolo anche che solo noi sappiamo dove sta il pesce migliore, solo noi disponiamo (a pagamento) delle canne e delle esche migliori. E se arrivassimo addirittura a proporgli di vendere solo a noi il pescato? Del resto, se proprio tutti imparassero e pescassero liberamente, il prezzo del pesce crollerebbe e ben presto il fiume resterebbe senza un solo pesce. Ecco quindi che oggi, se il consulente (divulgatore, assistente tecnico o altro) o l’ente che gestisce tale servizio, vuole avere prospettive di sopravvivenza economica, non deve puntare a conseguire l’indipendenza dell’agricoltore, ma deve innescare dei meccanismi di dipendenza permanente, ovviamente a pagamento. Questo è successo in Irlanda, in Inghilterra, in Olanda e in Danimarca (Santucci 2001).

Sistema di informazione e conoscenza agricola

Tra il 1986 e il 1991, il Prof. Niels Roeling di Wageningen, allievo del famoso Anne Van Den Ban, con esperienze plurime nei Paesi in via di sviluppo, è venuto elaborando una sua visione del sistema della conoscenza nell’agro-industria e ha coniato il termine Akis (Agricultural Knowledge and Information System), in italiano Sica (Sistema di informazione e conoscenza agricola), con il quale indicava che le conoscenze non sono generate solamente dalla ricerca “ufficiale”, privata o pubblica che fosse, così come l’informazione non circola solo grazie ai divulgatori, pubblici o privati o delle Ong, ma che il sistema é molto più complesso e con un’enorme pluralità di soggetti. L’agroalimentare, in ogni paese, evolve anche in assenza di (o spesso contro) la ricerca e/o la divulgazione ufficiale. Non ci sono solo Monsanto, Kraft, Lidl, Nestlé, università e centri di ricerca pubblici, ma un’infinità di agenti. L’espressione Akis è divenuta d’uso corrente e si è generata un’abbondante letteratura, anche metodologica, per descrivere, monitorare e valutare i Sica, con particolare riferimento ai Paesi in via di sviluppo (Rivera, Qamar e Mwandemere, 2005). In Italia e in Francia, ma non solo, si è spesso usato il termine “servizi di sviluppo agricolo”, il quale però non include solo divulgazione e ricerca, ma anche la distribuzione di mezzi tecnici, l’assistenza post-vendita, le assicurazioni, il catasto, le banche (specializzate per l’agricoltura o no), i servizi meteorologici, quelli di analisi del suolo, gli enti di certificazione e quelli di controllo sulla salubrità alimentare, i servizi veterinari (che in Italia dipendono da Ministero e Assessorati regionali alla salute), le scuole di agricoltura (che in Italia non dipendono dal Ministero dell’agricoltura) e soprattutto gli enti di gestione della spesa pubblica (Ministero, Regioni e Enti di sviluppo) ecc. Anche tutti questi enti generano in proprio o digeriscono e rielaborano delle conoscenze e provano a diffonderle, per cui farebbero parte dei Sica – nella definizione larga di Roeling. Oramai è però entrata nell’uso più comune un’accezione “ristretta” di Sica, che fa riferimento prevalentemente a due funzioni: la produzione di conoscenza mediante ricerca applicata e la divulgazione agli operatori. Tale consuetudine ha addirittura portato nel 2004 Roeling quasi a “ripudiare” il suo stesso pensiero, nel corso di un convegno a Roma (2007).
Limitandoci – per semplificare assai – alla ricerca e alla divulgazione, da sempre il problema principale è stato il loro assetto istituzionale: a) pubblico, b) privato profit oriented o c) privato società civile (sindacati, cooperative, associazioni di produttori, consorzi di tutela, ecc.), unitamente all’organizzazione delle singole agenzie (rapporti interni ed esterni, risorse umane), agli aspetti gestionali (chi decide cosa, chi programma e chi valuta, con quali procedure – più o meno partecipative), anche se comunque il problema di base resta sempre lo stesso: chi ne sostiene i costi, e come? I contribuenti o gli utenti? La fiscalità generale o quella in qualche modo legata al sistema agro-alimentare?
È importante a questo punto introdurre alcune specificazioni. È sbagliato parlare di “ricerca” tout court, come se fosse un qualcosa di monolitico. In realtà, esistono diversi livelli di ricerca, con un notevole sforzo semplificabili in almeno due estremi di un continuum: quella di base e quella applicata. La prima punta a avanzare lo stato delle conoscenze, con approcci sperimentali di tipo riduzionistico, studiando un solo fenomeno, è altamente specializzata, è realizzata da team di scienziati di altissimo livello, è condotta in laboratorio, ha generalmente costi enormi, può avere risultati anche negativi, cioè non utilizzabili, non brevettabili, che sono diffusi (oppure no) a poche decine o centinaia di altri scienziati, con comunicazioni a convegni internazionali e pubblicazioni scientifiche internazionali, generalmente in lingua inglese, dopo un’attenta peer review con revisori altrettanto qualificati, tramite un processo di affinamento progressivo dell’articolo che può anche richiedere anni.
La ricerca applicata punta a prendere i risultati della ricerca di base e li trasferisce a livelli sempre più vicini alla realtà operativa, fino ad arrivare ad attività più propriamente definibili con la parola “sperimentazione”, con un approccio integrato, combinando più aspetti dello stesso problema. Quest’ultima é realizzata da gruppi multidisciplinari ed è volta a definire, su scala reale l’impatto delle innovazioni (di processo e di prodotto), affinché si possano valutare i benefici e i costi derivanti dalla loro applicazione. Scienziati e tecnici collaborano nella messa a punto su scala reale, di procedure replicabili, affinché, qualora l’esito risultasse buono, se ne possa prevedere la trasferibilità. Se prossimi alla ricerca di base, la divulgazione avviene secondo le modalità sopra descritte, mentre se vicini alla realtà la divulgazione dei risultati avviene prevalentemente nella lingua nazionale, con la partecipazione a convegni e con l’uso di media stampati (in Italia: L’informatore agrario, Terra e Vita, varie testate anche locali) e sempre di più con l’impiego di internet. Spesso, ma non sempre, si ricorre ad una peer review, anche a livello nazionale.
Pensare che uno stesso scienziato possa essere interessato ai due livelli di ricerca è di per sé un errore. Sempre estremizzando, chi è in grado di far parte dell’élite scientifica non usa il suo tempo in attività applicata di sperimentazione e comunque la conoscenza prodotta non è di alcun interesse pratico immediato. Chi è impegnato in sperimentazioni applicate produce invece conoscenze immediatamente utili, che possono/debbono essere divulgate e applicate quanto prima, ma non si tratta di “avanzamenti dello scibile” degni di essere pubblicati in riviste che danno accesso all’altra categoria. In una società avanzata e complessa, tecnologicamente evoluta, entrambe le categorie di scienziati sono necessarie: la prima per le prospettive di sviluppo di medio - lungo periodo, la seconda per lo sviluppo immediato, per la rapida ricaduta conseguente alla diffusione dei loro risultati. Entrambe le categorie, per estrinsecare le loro capacità, hanno bisogno di lavorare in strutture organizzate, dotate di mezzi e di personale, in cui sia possibile fare carriera, con sistemi di gestione moderni, orientati al risultato.
In Italia, dai tempi dei progetti finalizzati Ipra e Raisa (e forse da prima) si è voluto finanziare (poco e male) contemporaneamente l’uno e l’altro tipo di ricerca, confondendo gli scopi delle ricerche e i ruoli degli scienziati, e ciò si è accentuato negli ultimi anni, quando nei bandi dei progetti, a finanziamento biennale o triennale, si è chiesto sia l’avanzamento delle conoscenze, sia l’impatto. Addirittura, vi sono finanziamenti di poche decine di migliaia di euro, per progetti annuali, che chiedono contemporaneamente un progresso scientifico e una stima della ricaduta, come se in tale ridicolmente corto lasso di tempo fosse contemporaneamente possibile conseguire un avanzamento delle conoscenze e un qualche impatto sulla realtà, in termini di adozione delle innovazioni e di loro conseguenze tecniche, economiche e sociali.
Il problema principale è quindi la riorganizzazione delle strutture di ricerca. La situazione italiana è insostenibile e una drastica riforma è improcrastinabile. Venticinque facoltà di agraria (per non dire delle altre sedi universitarie dove si fa ricerca con una ricaduta sull’agricoltura: veterinaria, economia, architettura, ingegneria, ecc.), Cra, Cnr, Ismea e Inea, stazioni di ricerca regionali assorbono, per la sola sopravvivenza, fondi notevolissimi, ma poi non vi sono risorse reali per la ricerca, né di base né applicata. È impensabile che questi enti si ristrutturino da soli. Si guardi invece al caso olandese: negli anni ’90, la ristrutturazione è stata studiata e guidata da società di consulenza esterne, che hanno fatto confluire in un’unica struttura tutta la ricerca applicata e i relativi servizi di diffusione primaria, creando la Wageningen University and Research (Wur) (il nome è in inglese), con circa 5 mila dipendenti, concentrati in una sola località. Analoghe riorganizzazioni sono state compiute in Inghilterra e in Irlanda, con massicce dismissioni immobiliari e reinvestimento in pochi centri d’eccellenza. La recentissima proposta di legge di Pignedoli et al. (2012) sul riordino degli enti controllati dal Mipaaf va nella giusta direzione, ma riuscirà a vedere la luce? Sarà mai realizzata? Vi saranno le resistenze dei dipendenti, l’opposizione dei sindacati e il fermo no delle amministrazioni locali. La difesa dell’esistente, anche se inutile e insostenibile, in genere vince sulle ipotesi di cambiamento. E comunque la proposta Pignedoli non affronta il problema del Cnr, che dovrebbe tornare ad essere un organismo finanziatore e non esecutore (ma questo significherebbe chiudere numerosi centri di ricerca e trasferirne il personale), né quello dei centri di ricerca o affini regionali.
Si veda ora la divulgazione. Amilcar Cabral, già leader politico dell’indipendenza di Cabo Verde e Sao Tomé, era solito dire “somos todos extensionistas”, ovvero “siamo tutti dei divulgatori”, e con ciò invitava i funzionari e le persone con una certa istruzione ad usare parole e modi di dire comprensibili agli agricoltori analfabeti e più in generale al popolo. Essere comprensibili non significa però essere utili. Il divulgatore, quindi, potrebbe anche non essere un consulente. Per usare un concetto economico, il divulgatore produce un “bene pubblico”, orientato alla massa, non specifico e non personalizzato. Diversa è la parola “consulenza”, che indica l’elaborazione di un consiglio mirato, ad un gruppo o ad una sola persona. Il consulente produce quindi un “bene privato”. È ovvio che il consulente deve farsi capire e quindi deve essere per forza di cose un divulgatore. a a che vedere con l’assistenza tecnica, in Italia spesso usata come sinonimo di divulgazione o di consulenza, la quale indica invece un tipo di prestazione professionale, anche molto qualificata, dove un tecnico interviene per risolvere un problema, riparare qualcosa che non funziona, “assistere” qualcuno o una ditta o magari un ente, non in grado di realizzare una certa attività.
Dove prendono la conoscenza il divulgatore e il consulente? In parte, si tratta di saperi e saper fare (knowledge and skills) appresi sui banchi di scuola e all’università, ma poi si tratta di educazione permanente, di conoscenze e di saper fare continuamente aggiornati, con letture, corsi, scambi informali, osservazione, ecc. Raramente, il consulente è anche ricercatore, come nel caso israeliano, dove una parte del tempo di lavoro deve andare alla ricerca applicata. Anche il fascinoso concetto dell’innovation broker, del mediatore cioè dell’innovazione, non esce da questo paradigma. Per mediare si deve per forza di cosa saperne di più dei clienti, sul piano tecnico o su quello economico commerciale. Vi deve essere un qualche know how che permette all’agente facilitatore di giocare il suo ruolo di mediatore. Il nuovo nome non risolve il problema relativo alla copertura dei costi: chi paga gli stipendi e ne sostiene i costi operativi?
È in ogni caso certo che v’è un gradiente di conoscenze e di saper fare. Che si tratti di consigliare un singolo o un gruppo, oppure di divulgare un contenuto mediante una trasmissione radiofonica, o di un intervento di assistenza tecnica per aiutare un’amministrazione regionale in difficoltà, c’é qualcuno che ne sa di più e qualcun altro che ne sa di meno. Come garantire che la conoscenza sia trasferita dal tecnico all’agricoltore (utente, cliente, beneficiario)? Non a caso, in inglese si usa il termine extension (estendere, diffondere). Da anni in Italia la “metodologia della divulgazione” (metodi di comunicazione, uso dei media, tecniche di animazione, ecc.) è stata cancellata dai curricula universitari, e la sociologia rurale non vi è mai entrata. Gli studenti di agraria (e ancor più quelli di veterinaria) studiano tanto di microbi, suolo e crescita delle piante, di genetica e fisiologia vegetale, ma a sanno della psicologia degli agricoltori, della resistenza al cambiamento, di come attivare dinamiche umane di sviluppo.
Nel settore privato (produttori di mezzi tecnici, fissi o circolanti), chi produce l’innovazione e ne detiene il brevetto (conoscenza incorporata – embedded) dispone di un sistema organizzato di reti distributive e di tecnici, ben formati e continuamente aggiornati, i quali, con un notevole bagaglio di risorse a disposizione, la portano a conoscenza degli utilizzatori finali. Questi tecnici promotori, formati anche in tecniche di comunicazione (essendo essi dei veri divulgatori) hanno obiettivi di vendita e di quote di mercato ben chiari, una supervisione continua, premi e incentivi; possono ipotizzare una crescita professionale e una carriera che li può anche portare ai vertici di una multinazionale.
Sempre nel settore privato, chi vuole far funzionare le proprie fabbriche di cibo e non può correre il rischio di non avere fattori da trasformare, si organizza mediante forme diverse di agricoltura contrattuale, affinché un pacchetto tecnologico sia trasferito e il suo uso sia insegnato agli agricoltori e agli allevatori. Il pacchetto tecnologico è spesso concordato con i produttori e distributori di input e talvolta l’industria funge anche da intermediario nella distribuzione di mezzi tecnici. Non é importante che gli agricoltori e gli allevatori lo capiscano e che lo apprendano, conta che lo sappiano usare, per produrre quello che l’industria (o la cooperativa) vuole, nei modi e nei tempi stabiliti per la produzione industriale. Tecnici di campo, ben formati e aggiornati, seguono il processo e sono pronti ad intervenire per evitare disfunzioni. Non a caso in francese quest’approccio si chiama encadrement e nacque in Africa, per garantire un flusso costante di noccioline. Interessante diventa in questo caso vedere chi paga lo stipendio e le spese operative dei tecnici di campo: a volte è l’industria, a volte l’associazione dei produttori, altre volte l’ente pubblico. Nel primo caso, è evidente che il tecnico è chiamato a difendere gli interessi dell’industria. Nel secondo potrebbe dovrebbe difendere (per quanto possibile) gli agricoltori. Nel terzo, si potrebbe addirittura i otizzar un ruolo d’intermediazione dello Stato, per avere un’agricoltura contrattuale più “equa”.
Ancora nel settore privato, un numero crescente di consulenti (agronomi, forestali, enologi, tecnici della qualità, ecc.) è sul mercato tout–court, vendendo i propri consigli e i propri servizi agli imprenditori, singoli e associati, relativamente a pratiche innovative, a forme e canali di commercializzazione, all’elaborazione di progetti e domande per accedere ai finanziamenti dell’Unione europea. Il modello organizzativo varia dal singolo individuo che lavora in proprio allo studio multidisciplinare, con anche la formazione di reti a livello nazionale. I tecnici operanti in questo modello sono obbligati all’aggiornamento professionale, mediante letture e corsi, per non perdere clienti. Spesso, sono obbligati dall’ente pubblico locale a conseguire un certo numero di “crediti”, pena la cancellazione dall’elenco degli agronomi convenzionati. In questo caso, la conoscenza è un bene privato, confezionata su misura per l’imprenditore che la richiede. Ovviamente il consulente deve farsi capire, essere chiaro nel linguaggio e portare il cliente a condividere certe scelte, tecniche ed economiche. Deve quindi essere anche un divulgatore.
Come si regge tutto ciò? Chi ne garantisce la sostenibilità, e cioè la durabilità economica? La ricerca applicata privata, finalizzata alla realizzazione di innovazioni brevettabili e vendibili, si paga da sola (ma certo non disdegna l’aiuto pubblico), includendo nel mezzo tecnico venduto anche una frazione dei costi di ricerca e sviluppo. Anche i costi della divulgazione e commercializzazione sono inclusi (hidden, nascosti) nel prezzo che l’agricoltore paga per il mezzo tecnico, o che il consumatore finale pagherà per un certo alimento. Dentro la catena del valore c’è spazio anche per questi costi. I consulenti privati free lance si fanno pagare a fattura, talvolta condizionando il pagamento al successo del progetto.
È nel settore pubblico che il sistema non funziona da tempo o funziona poco: i mezzi a disposizione sono incomparabilmente inferiori a quelli del settore privato, i pochi ricercatori sono spesso slegati dalla realtà, con messaggi contraddittori dalla committenza, oppure senza fondi, per cui si producono poche innovazioni trasferibili. Il collegamento con lo sviluppo e la produzione d’innovazioni sono assai scarsi. I divulgatori lavorano in altre agenzie, separate istituzionalmente e fisicamente e quindi hanno poco o a da divulgare, spesso non saprebbero come, spesso senza mezzi per diffondere conoscenze e capacità. In Italia, i contenuti tecnici si sono ridotti o anati, spostandosi sempre di più verso la gestione dell’applicazione della politica agraria e delle norme, cosa del resto importantissima, vista la rilevanza della Pac, sia del primo che del secondo pilastro.
Tra il settore pubblico e quello privato profit oriented, in Italia (ma non solo, ovviamente) v’è il vastissimo universo del privato no profit, delle Ong, ovvero dei sindacati di categoria (con una capillare organizzazione territoriale) e dei loro enti, delle associazioni dei produttori, dei consorzi di tutela, che fanno parte integranti del Sica, visto che spesso generano conoscenze e molto più spesso contribuiscono alla loro diffusione. Queste agenzie erogano servizi reali (Iva, tasse, patronato, gestione Pac, ecc.) a pagamento e anche contribuiscono a divulgare fra i propri associati le informazioni più disparate. Il loro finanziamento deriva quindi da quote associative, dal pagamento dei servizi, dai rimborsi dello stato per i Caaf e il patronato e anche dalla partecipazione a progetti di ogni tipo, a finanziamento regionale, nazionale ed europeo. Nel passato più recente, e anche con i Psr, a queste agenzie sono state trasferite risorse ingenti per attività di divulgazione, nel presupposto che potessero raggiungere gli agricoltori più e meglio delle agenzie pubbliche. Molto personale lavora in condizioni di precariato, le possibilità di far carriera sono modeste, v’è un elevato turn over, il che impedisce lo stabilirsi di quel rapporto di fiducia che è basilare tra il consulente e il beneficiario della consulenza. Questa non è una caratteristica solo italiana, ma di tutte le situazioni analoghe, in economie sviluppate come in quelle dei paesi emergenti.
I modelli organizzativi e procedurali fin qui brevemente esposti sono tutti di tipo top down, con processi diffusivi a cascata, a macchia d’olio, secondo un gradiente conoscitivo e all’interno del paradigma dominante, sostanzialmente governato da quanto scritto da Rogers (1995).
Il contributo di Roeling con la sua teoria dell’Akis porta a considerare la capacità dei produttori di creare conoscenze e di diffonderle, con meccanismi orizzontali e quindi con un movimento dal basso verso l’alto - bottom up. Parte da lontano e fa parte della contestazione al modello produttivo e di consumo occidentale, basato su tecnologie dure ed esogene. Modello che Cochrane già nel 1958 in Usa chiamava del treadmill, del tapis roulant, dove l’imprenditore corre e corre (= è obbligato a adottare innovazioni) ma non va avanti (= il suo reddito non cambia) e cade se si ferma (chiude l’attività, è espulso dal processo produttivo), e che egli fortemente criticava. Al paradigma dominante è quindi opposto da oltre cinquant’anni un paradigma alternativo, fatto di “piccolo è bello” (Schumacher, 1973), di “tecnologie appropriate”, di “gruppi di apprendimento”, di farmer to farmer extension, e così di seguito, in cui gli agricoltori più svegli e capaci co-producono l’innovazione, insieme con divulgatori-animatori e con scienziati che accettano di lavorare a scala reale, nelle aziende agricole diventate farmers field school. Il continuum ricerca-divulgazione-produzione diventa quindi il triangolo dell’innovazione. Oltre a Roeling, altri autori (Fraser e Restrepo-Estrada, 1998) hanno ipotizzato la trasformazione dell’extension in communication for development (comunicazione per lo sviluppo) per dar maggior potere agli agricoltori, sia nei riguardi della ricerca (Santucci e Calabrese, 2004), che nei riguardi della politica (Piccioni e Santucci, 2005). La “scuola di Wageningen” ha visto il contributo recente di Leeuwis (2006) che anche con contributi di Van den Ban ha rivisitato tutte le teorie dell’extension.
Chi ha studiato la storia dell’agricoltura biologica, tra il 1926 e pochi anni fa, sa bene che questa generazione dal basso della conoscenza è innegabile, e che esistono processi diffusivi in orizzontale (Santucci 1999). La storia recente del recupero e valorizzazione di tanti prodotti tipici è spesso caratterizzata da queste interazioni (Ventura e Milone 2005; Hartwich e Scheidegger 2009; Santucci 2010), dove pochi tecnici e qualche scienziato (tutti però retribuiti da denaro pubblico) e alcuni agricoltori hanno interagito, con storie di successo. Si tratta appunto di casi, interessanti quanto si vuole, ma che hanno coinvolto poche decine o centinaia di agricoltori, a fronte delle decine di milioni serviti dai modelli del paradigma dominante.
In questo secondo paradigma, non è però stato risolto il problema dello scaling-up, vale a dire di come sistematizzare le procedure e stabilizzare le forme di finanziamento, affinché la successiva diffusione su larga scala delle innovazioni non sia lasciata al caso e alla buona volontà dei singoli e si abbia garanzia di continuità. Vi sono vari punti irrisolti. Il primo è di tipo economico e sociale e fa riferimento all’esistenza delle quasi-rendite da innovazione. Quale convenienza hanno gli agricoltori-sperimentatori a diffondere le nuove conoscenze messe a punto? Che si tratti di innovazioni di prodotto o di processo, che si abbia un aumento delle rese a parità di costo o di riduzione del costo di produzione, se l’innovazione si diffonde ed è di conseguenza adottata dalla maggioranza dei produttori, il gruppetto di testa vede la propria posizione indebolirsi. Il secondo punto è di tipo metodologico: una volta che l’innovazione è ipoteticamente definita da un gruppo paritetico di agricoltori, tecnici e scienziati, questa dovrebbe essere comunicata alla grande maggioranza dei produttori potenzialmente interessati alla sua applicazione. Con ciò, si ricadrebbe nel primo paradigma, con attività divulgative top-down.

Conclusioni

Due paradigmi caratterizzano oggi ricerca e divulgazione nel sistema agro-industriale, a livello mondiale e l’Italia non fa eccezione. Il modello dominante, per forza economica, dimensioni e capacità di lobby, è top–down, con procedure oramai consolidate e con enormi finanziamenti certi, dove società private di mezzi tecnici e società di valorizzazione delle derrate di base impongono il cambiamento all’impresa agricola. In questo modello dominante, con pochi colossi a dimensione planetaria, la ricerca e divulgazione a matrice pubblica operano in maniera analoga, e sono spesso complementari al privato, con cui collaborano. Il modello alternativo, estremamente minoritario in termini di risorse, è invece portato avanti da una miriade di soggetti, di gruppi, di enti pubblici e di organismi non governativi, con geometrie variabili e con finanziamenti risibili o modesti, a volte anche pubblici, con la forza e la debolezza dello spontaneismo e spesso del volontariato. Tantissime micro storie di successo, che però ancora non fanno sistema, né hanno generato un modus operandi generalizzabile.
In Italia, è necessario procedere il più rapidamente possibile ad una profonda riorganizzazione strutturale della ricerca agricola, coinvolgendo anche le università, il Cnr e le Regioni. Vanno distinti i finanziamenti per la ricerca di base da quella applicata, anche mediante un cost-sharing che coinvolga le categorie eventualmente beneficiarie (su questo la casistica mondiale e la letteratura sono ricchissime). Il modello operativo della ricerca applicata più vicino al trasferimento dovrebbe essere di tipo più partecipativo. Ben più difficile appare la riorganizzazione della fase post-ricerca, che sia chiamata divulgazione, animazione, intermediazione o consulenza, poiché la frammentazione spinta e la devolution hanno determinato situazioni forse insanabili, anche se con poche eccezioni, come ad esempio il caso del Trentino. Su quest’aspetto è necessario continuare a riflettere e studiare ipotesi organizzative adeguate. Mettere poi insieme, in maniera economicamente sostenibile nel medio e lungo periodo, tutte le forze in campo, resta una sfida aperta.

Riferimenti bibliografici

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