Editoriale n.25

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Editoriale n.25

Seppure rinviato a ottobre, si annuncia un progetto di riforma della Pac con una sostanziale conferma. Il pagamento unico aziendale (Pua) non sarà smantellato, ma avrà forse un ruolo rafforzato. Esso sarà “spacchettato” in quattro elementi: parte fissa e omogenea per tutti, pagamento “verde” aggiuntivo, supplemento per le aree svantaggiate, residuo “accoppiato”. Resterà anche in gran parte la allocazione della spesa nell’UE, salvo un certo riequilibrio a beneficio dei Paesi dell’Est. Se poi dovesse prevalere, come probabile, una blanda regionalizzazione per piccole aree, resterà anche una consistente discriminazione tra territori e tra imprese.
La Pac post 2013 sarà quindi ancora incentrata su uno strumento la cui natura economica è ambigua. Non è propriamente un aiuto al reddito: nel calcolo manca ogni riferimento al reddito del percettore. Non è un pagamento per servizi ambientali: il suo importo non è in relazione ai costi in più e ai ricavi in meno per la produzione di common goods. Dopo gli anni ormai passati dalla riforma del 2003, non può essere più inteso come un aiuto al cambiamento. Qualcuno lo ha ribattezzato: payment for doing nothing (pagamento per non fare niente).
Questo giudizio è impietoso alla luce dei tentativi (eco-condizionalità o altre simili soluzioni) di collegare la spesa a qualche obbligazione. Ma, dato che l’importo, quale sia il metodo di calcolo (per ettaro, occupato, ecc.), è comunque predefinito rispetto al compito assegnato, esso rischia in grande misura di sottopagare qualcuno (mancando il risultato) e sovracompensare qualcun altro (sprecando denaro pubblico).
L’ambiguità del Pua è evidente anche sotto un altro profilo. L'articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell'UE precisa cosa sono gli “aiuti di Stato” (vietati nell’UE agli Stati membri): origine pubblica dei fondi, vantaggio a favore di talune imprese o produzioni, impatto sulla concorrenza, incidenza sugli scambi tra Stati membri. Il Pua ha tutte queste caratteristiche. Esso sarebbe, in sostanza, incompatibile con gli stessi principi fondativi dell’Unione.
La natura ambigua rende peraltro molto difficile anche l’analisi del suo impatto sull’agricoltura e sullo sviluppo socio-economico dell’UE. Mentre la valutazione è imposta come esercizio essenziale per assicurare qualità a tutte le politiche europee, sull’effettiva efficacia, efficienza e necessità del Pua mancano valutazioni. Quali effetti ha prodotto fin qui sulle decisioni imprenditoriali? quali sulla competitività delle imprese agricole? quali sul ricambio generazionale? quali sui redditi stessi degli agricoltori? quali sulla mobilità fondiaria? quali sullo sviluppo delle zone rurali? Tutte queste domande non hanno trovato fin qui risposte soddisfacenti, e c’è il sospetto che al riscontro di una analisi scientifica molte avrebbero potuto essere negative.
Ciò nonostante, come se niente fosse, si va avanti acriticamente con questa misura mentre, anche per il suo peso sul bilancio dell’UE, sarebbe un dovere per la Commissione e per i suoi sostenitori portare prove convincenti della sua utilità.
L’unico vero vantaggio del Pua è che la sua permanenza, allineando il futuro al passato, tranquillizza gli interessi costituiti della vecchia PAC nella speranza che, cambiando poco rispetto alla situazione attuale, la distribuzione dei fondi resti sostanzialmente invariata nell’immediato e, diluendo i cambiamenti, si procrastini il più possibile nel tempo. Nessuna meraviglia che, in queste condizioni, il 2° pilastro sia passato in secondo piano tanto che, in vista della riforma del bilancio, si vocifera di una proposta Barroso volta a sacrificarlo per il dopo 2013. L’Europa, con riferimento alla Pac, è imbottigliata. Prevale così un realismo autolesionista.

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