Un’analisi statistica degli infortuni sul lavoro nell’agricoltura italiana tra il 2005 e il 2009

Un’analisi statistica degli infortuni sul lavoro nell’agricoltura italiana tra il 2005 e il 2009

Considerazioni generali

Negli anni recenti il tema della sicurezza sul lavoro è emerso con evidenza nel nostro Paese, obbligando le istituzioni a confrontarsi con un problema che è stato per lungo tempo messo in secondo piano nelle strategie di mercato. Sono stati infatti privilegiati gli aspetti economici del progresso, riservando scarsa considerazione alla qualità dello sviluppo, in particolare alle condizioni di vita e di sicurezza negli ambienti lavorativi. Le recenti statistiche italiane sugli infortuni sul lavoro sono da considerare quanto meno inquietanti e pongono in risalto la scarsa efficacia dei provvedimenti a tutela dei lavoratori, nonché il perpetuarsi di molteplici disparità - in relazione, ad esempio, alla zona geografica, alle dimensioni aziendali, alla natura del rapporto di lavoro - che tipicamente caratterizzano l’entità dell’infortunistica.
Attualmente il nostro Paese - secondo una stima dell’INAIL - dedica al risarcimento dei danni da lavoro alle persone il 3,6% del proprio Pil, con una spesa annuale pari a quasi 35 miliardi di euro per gli infortuni e circa 6,8 miliardi per le malattie professionali: dunque 41,8 miliardi complessivamente (Di Nunzio, 2010).
Lo scopo di questo studio è quello di porre in risalto i differenziali di rischio di infortunio sul lavoro in agricoltura, negli anni dal 2005 al 2009, rispetto agli altri settori. L’analisi è stata svolta distintamente per i due sessi e per grandi classi di età dei lavoratori, consentendo così di comprendere meglio l’esposizione ai rischi in relazione agli ambiti occupazionali. Ciò può aiutare a individuare strumenti di prevenzione efficaci e mirati, capaci di tenere nella dovuta considerazione le disparità dell’incidenza infortunistica che caratterizzano le condizioni di lavoro.
In conclusione di questa nota introduttiva sembra opportuno osservare che le pur necessariamente ridotte dimensioni del lavoro possono comunque - in ragione dell’obbiettivo interesse dei risultati ottenuti - fornire agli studiosi utili spunti di riflessione per ulteriori approfondimenti, in particolare per quel che riguarda la tipologia degli infortuni, nonché una più estesa analisi storica e un opportuno dettaglio territoriale.

Fonti statistiche e metodologia

Riguardo alle statistiche di base, si è fatto ricorso ai dati annuali, dal 2005 al 2009, della rilevazione INAIL in materia di infortuni sul lavoro (INAIL, 2010), mentre per la popolazione di riferimento si sono considerati gli aggregati medi annuali degli “occupati” secondo le rilevazioni ISTAT sulle Forze di lavoro (ISTAT, 2010).
L’analisi è stata svolta quantificando il rischio d’infortunio mediante “quozienti di rischio”, pari al rapporto tra il numero annuale degli infortuni (moltiplicato per 1000) e gli occupati. Tali rapporti sono stati calcolati per settore economico, per sesso e per classe di età. Per avere una visione di sintesi sono stati analizzati anche gli indicatori di rischio medi per l’intero periodo esaminato. E’ opportuno far presente che tali rapporti contengono al numeratore dati desunti da fonte amministrativa, e al denominatore dati di derivazione prettamente statistica. Perciò esiste la possibilità che i livelli di rischio risultino in certa misura sottostimati: infatti, mentre l’aggregato degli occupati (denominatore) comprende anche gran parte dei lavoratori “irregolari”, non altrettanto può dirsi per quello degli infortuni (numeratore) che verosimilmente dovrebbe riguardare, per i lavoratori non regolari, soltanto l’esigua parte degli infortuni più gravi.

Descrizione dei principali risultati

Basta dare uno sguardo ai valori degli indicatori di rischio (infortuni per 1000 occupati) contenuti nella tabella 1 e nelle figure 1 e 2, per constatare una marcata e generalizzata prevalenza del rischio di infortunio in agricoltura rispetto a quello dei restanti settori produttivi. Così, facendo riferimento all’insieme dei due sessi e alla classe di età più ampia (15-64), si osserva un valore medio quinquennale dell’agricoltura del 59,7 per 1000, cui fa riscontro il livello di rischio notevolmente più contenuto - ma comunque elevato - degli altri settori in complesso (37,7). Per meglio quantificare le suddette divergenze è opportuno prendere in esame i numeri indici della tabella 2, in cui i valori del settore primario sono stati ottenuti facendo uguali a 100 i corrispondenti valori dei quozienti riguardanti l’insieme degli altri settori: si osserva, in sintesi (complesso delle età e dei due sessi), che il rischio di infortunio dei lavoratori agricoli supera mediamente nel quinquennio quello degli altri lavoratori di ben il 58,4%. Si osserva pure in detta tabella che lo squilibrio è decisamente più alto in relazione alle lavoratrici (+75,3%) che non ai lavoratori (+45,3%), nonché fortemente più elevato per le età mature e pre-senili (+80,3%) rispetto a quelle giovanili (+16%).
Passando a considerare più in dettaglio gli indici delle tabelle 1-A, 1-B e 1-C, emerge con chiarezza come il tasso infortunistico dei lavoratori agricoli sia sistematicamente - e in misura considerevole - superiore a quello dei lavoratori degli altri settori sia nell’ambito di ognuno dei due sessi, sia con riferimento a ciascuna delle due grandi classi di età considerate. Ciò vale soprattutto per i maschi, mentre per le femmine la situazione sfavorevole riguarda essenzialmente l’insieme delle età oltre i 35 anni. Inoltre, nei quozienti delle tabelle 1-A e 1-B, nonché nelle figure 1 e 2, è immediato riscontrare le rilevanti disparità del rischio di infortuni tra lavoratori e lavoratrici del settore primario a vantaggio di queste ultime: tale circostanza è del resto del tutto verosimile, stante che il settore agricolo è quello dove risulta maggiore la presenza di lavoro irregolare fornito da immigrati (spesso extra-comunitari) di sesso maschile (Veronico, 2006). A questi ultimi, infatti, sono sovente affidate le mansioni più pericolose, in mancanza di esperienza e di adeguata formazione (Brusco e Gallieri, 2010).
Se in particolare si considerano gl’indici di rischio femminili della classe di età 35-64 della tabella 1-B, è possibile valutare in modo più analitico la penalizzazione delle lavoratrici agricole rispetto alle colleghe degli altri settori di attività economica: 57,2 e 47,2 (con una riduzione del 17%) per 1000 sono i valori dell’indicatore di rischio del settore primario in relazione, rispettivamente, agli anni 2005 e 2009, cui fanno riscontro quelli notevolmente più bassi dei settori non agricoli: 26,4 e 25,6 per 1000. Lo svantaggio è ancora più evidente se si analizza il valore medio quinquennale dell’indicatore nella classe di età suddetta: 50,2 per 1000 è il tasso di rischio nel settore primario cui corrisponde il valore 25,8 dei settori non agricoli. Infine, osservando i quozienti più aggregati della classe di età 15-64 (Tabella 1-B e Figura 2), è possibile valutare in modo sintetico la situazione sfavorevole delle donne occupate in agricoltura rispetto alle lavoratrici degli altri settori: 46,6 per 1000 è il valore medio negli anni dal 2005 al 2009, contro il 26,6 degli altri settori.
In proposito, è opportuno tener presente che l’impiego femminile in agricoltura negli ultimi anni ha assunto un ruolo fondamentale nello sviluppo rurale: secondo gli ultimi Censimenti dell’Agricoltura, le donne rappresentano circa un terzo degli addetti, mentre le imprese agricole a conduzione femminile costituiscono circa il 40% del totale. D’altro canto, tali lavoratrici sono

Tabella 1 - Quozienti di rischio d’infortunio sul lavoro (infortuni x 1000 occupati) per settore di attività economica, classe di età e sesso negli anni indicati.

A - Maschi

B - Femmine

C - Maschi e femmine

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT e INAIL.

Tabella 2 - Numeri indici (settori non agricoli = 100) dei quozienti di rischio del settore agricolo per classe di età e sesso negli anni indicati.

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT e INAIL

spesso prive di copertura assicurativa e di tutela giuridica, mentre, di frequente, prestano la loro opera in aziende a conduzione familiare, con mansioni manuali che non richiedono competenze particolari. In agricoltura le donne, più spesso degli uomini, lavorano part-time e hanno ruoli gestionali soltanto in aziende di piccole dimensioni. Inoltre le lavorazioni affidate alle donne spesso sono associate ad un elevato rischio di malattie professionali, così come il frequente utilizzo di attrezzature meccaniche comporta un aumento del rischio di infortuni (Smuraglia, 2008).
Con riguardo ai maschi, è da dire che l’andamento degli indicatori di infortunio non è molto dissimile da quello sopra descritto per l’altro sesso. Analizzando l’indice di frequenza degli infortuni per 1000 occupati nel settore primario (Tabella 1-A), per la classe di età 35-64 si osservano valori da 72,1 nel 2005 a 61,3 nel 2009, con una contrazione pari al 15% circa; a tali cifre fanno riscontro quelle notevolmente più basse dei settori non agricoli, da 41,7, a 34,1, con una riduzione del’indice del 18%. Osservando infine i quozienti più aggregati della classe di età 15-64, è evidente la forte penalizzazione del settore primario: 65,6 infortuni per 1000 occupati è il valore medio dell’indicatore negli anni dal 2005 al 2009, contro 45,1 degli altri settori.

Tabella 3 - Numeri indici (2005 = 100) dei quozienti di rischio per settore di attività economica e classe di età negli anni indicati. (Maschi e femmine)

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT e INAIL

Se poi, da ultimo, si fa riferimento all’andamento temporale dei quozienti, si riscontra una decisa e sistematica diminuzione - nel sia pur breve periodo esaminato - del rischio di infortunio che ha interessato la generalità dei lavoratori italiani nel quinquennio allo studio. Ciò emerge con grande chiarezza prendendo in considerazione i numeri indici (base 2005=100) figuranti nella Tabella 3: con riguardo al complesso delle età, nel settore agricolo il valore del 2009, pari all’84,4%, segnala una contrazione del rischio di infortunio di ben il 15,6%, mentre una diminuzione ancora più marcata, superiore al 18%, si registra in relazione all’insieme dei settori non agricoli.

Figura 1 - Quozienti di rischio (infortuni x 1000 occupati) per settore di attività economica negli anni indicati. (Età 15-64)
Maschi

Figura 2 - Quozienti di rischio (infortuni x 1000 occupati) per settore di attività economica negli anni indicati. (Età 15-64)
Femmine

Conclusioni

La legislazione in materia di sicurezza sul lavoro è in Italia ponderosa e dettagliata, infatti, accanto alle leggi dello Stato, esiste una nutrita serie di disposizioni antinfortunistiche emanate dagli enti assicurativi competenti (Poniz, 2007), riguardanti specifiche attività economiche e particolari professioni. Esistono inoltre molteplici norme che regolamentano l’uso di strumenti, apparecchiature e particolari sostanze nell’ambito del ciclo produttivo, talora in relazione a determinate categorie di lavoratori (ad esempio, donne in maternità).
L’insieme dei regolamenti per la sicurezza e il miglioramento delle condizioni di lavoro hanno determinato nel nostro Paese una progressiva riduzione del rischio infortunistico, anche se quest’ultimo presenta ancora molteplici e preoccupanti disparità: detta diminuzione è stata pienamente confermata dalla sia pur breve analisi temporale qui svolta.
Nell’insieme degli indicatori presentati in questo lavoro è immediato riscontrare le assai rilevanti diversità del rischio di infortuni nel settore agricolo rispetto ai restanti settori, a tutto svantaggio dei primi, ciò che avvalora la tesi che tuttora, malgrado la capillare normativa antinfortunistica, non esiste un’omogenea esposizione ai rischi lavorativi.
La comparazione tra i coefficienti di rischio del settore primario e quelli non agricoli mostra dunque come il lavoro nei campi presenti ancora maggiori pericoli rispetto a quanto avviene negli altri settori: ciò che lo rende particolarmente insicuro è la circostanza che il campo aperto non può essere considerato “luogo di lavoro” al pari degli ambienti chiusi, risultando esposto a una quantità di fattori - pioggia, freddo, vento, eccesso di luce, impiego di sostanze chimiche, ecc. - che possono pregiudicare le condizioni di sicurezza e contribuire all’insorgenza di alcune patologie degenerative (Bartoli L., Bartoli V., Severo, 2010). In agricoltura buona parte degli incidenti avviene poiché vi è la tendenza ad utilizzare attrezzature inadeguate o non a norma (ad esempio, macchinari non sottoposti a manutenzione, trattori in grave stato di usura o comunque privi della prescritta cabina, ecc.).
L’analisi svolta ha pure mostrato che gli infortuni in agricoltura sono sensibilmente più elevati nelle età mature e pre-senili (classe 35-64) rispetto a quanto si registra nelle età giovanili. Ciò presumibilmente in quanto in detta classe più frequentemente si riscontrano condizioni di salute non ottimali, oltre al fatto che nei più anziani subentra una parziale perdita dei riflessi, spesso associata ad un certo eccesso di sicurezza derivante dall’esperienza, fattori che possono innalzare in misura non trascurabile i livelli di rischio.
A conclusione di questa nota, sembra il caso di puntualizzare che il numero degli infortuni legati al mondo agricolo potrebbe essere sensibilmente contenuto, oltre che con l’aumento della frequenza e della qualità dei controlli, attuando efficaci politiche per la formazione e l’addestramento della forza lavoro, così da ottenere piena coscienza dei fattori d’insicurezza e dunque un buon grado di condivisione e di prevenzione dei rischi (Castel, 2004). Infine, sembra auspicabile che le modalità e l’organizzazione del lavoro, unitamente alla qualità ed efficienza delle attrezzature, vengano studiati per rispondere alle specifiche e concrete esigenze degli operatori, anche se è indubitabile che una piena consapevolezza da parte dei lavoratori e delle imprese della convenienza e opportunità di adottare strumenti e comportamenti “sicuri” sarebbe di per sé sufficiente a garantire una drastica riduzione dell’incidenza infortunistica.

Riferimenti bibliografici

  • Bartoli L., Bartoli V., Severo A. La mortalità italiana in agricoltura a confronto con industria e terziario, Agriregionieuropa, n. 23, [link]
  • Brusco A., Gallieri D. (2010), “Il lavoro, gli infortuni e le malattie professionali”, INAIL, Roma
  • Castel R. (2004), “L'insicurezza sociale”, Einaudi, Torino
  • Di Nunzio D. (2010), “L’organizzazione dei processi di lavoro e la frammentazione delle tutele per la salute e la sicurezza”, ISES, Roma
  • INAIL (2010), “Analisi dell’andamento infortunistico”, Roma.
  • ISTAT (2010), “Rilevazioni delle forze di lavoro. Anni dal 2005 al 2009”, Collana Annuari, Roma.
  • Poniz L.(2007), “Legislazione in materia di sicurezza sul lavoro e intervento penale”, in Questione Giustizia, n. 5, Franco Angeli, Milano.
  • Smuraglia C. (2008), “Le malattie da lavoro”, Ediesse, Roma.
  • Veronico L. (2006), “Una stima degli infortuni in nero”, in Dati INAIL, n.12, Roma.
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