Pastori e società pastorali: rimettere i margini al centro

Pastori e società pastorali: rimettere i margini al centro

Introduzione

La pastorizia è un sistema insieme antico e postmoderno. Le società di pastori hanno spesso scontato l’incomprensione e la sfiducia delle popolazioni sedentarie, di stampo agricolo o urbano, e dei loro modelli culturali dominanti. Insultati come barbari o romanticizzati come poeti, i nomadi sono stati in verità in genere poco compresi nelle loro strategie. È  tempo oggi di riconsiderare la pastorizia come un sistema più che mai attuale, necessario e sostenibile. In tempi in cui la crisi ambientale e quella alimentare minacciano sempre più la società ‘moderna’, produrre proteine in ambienti marginali rispettando l’ambiente e con grandi capacità di adattamento pare la risposta antica a problemi del futuro.
In aree semiaride dove per una ragione (limitata piovosità) o un’altra (temperature molto basse) la disponibilità di acqua è tradizionalmente molto scarsa, la popolazione si è ingegnata nel tempo con sistemi di vita e di produzione basati sulla mobilità anziché sulla stanzialità. Per sfruttare al meglio questi territori, l’uomo ha addomesticato nel tempo animali che, attraverso forme di mobilità sul territorio, gli permettessero di trasformare la scarsa copertura vegetale in cibo, fibre e servizi necessari per sopravvivere e svilupparsi in condizioni così estreme. Le condizioni ambientali nelle regioni di pastorizia sono tali che la scarsa disponibilità totale di acqua si combina con la forte variabilità climatica, spostando continuamente tale disponibilità da un luogo all’altro e da una stagione all’altra. Così, ad una bassa produttività del territorio si associano anche variabilità e incertezza, rendendo ogni sistema produttivo altamente complesso.
Negli anni 1980 un gruppo di biologi conosciuto come New Range Ecologists (Coughenour et al., 1985; Ellis & Swift, 1988; Behnke & Scoones, 1992) ha permesso di meglio comprendere l’ecologia che caratterizza le praterie e le steppe semidesertiche popolate dai pastori, dimostrando che la gestione che i pastori fanno delle risorse naturali non è solo efficace ed efficiente, ma anche più sostenibile di altre forme di produzione agricola in questi contesti. Questo ha permesso di classificare la pastorizia non più come sistema di passaggio dalle civiltà di cacciatori e raccoglitori a quelle sedentarie di agricoltori - ma come sistema agricolo specializzato per sfruttare nicchie ecologiche estreme. Da notare, che le dinamiche climatiche tipiche delle zone pastorali (intensità di fenomeni estremi, limitazioni nella disponibilità di acqua e imprevedibilità strutturale) caratterizzano anche i fenomeni di cambiamento climatico cui stiamo assistendo in tempi recenti (IPCC, 2007).
Questo lavoro propone una descrizione dei sistemi pastorali, seguendo una traccia che partendo dagli elementi che tradizionalmente li caratterizzano arriva a definirne le problematiche attuali, dall'accesso alle risorse, ai fenomeni di cambiamento climatico, ponendo in evidenza la trasversalità della questione della sostenibilità ambientale.

Pastori di tutto il mondo

La produzione pastorale interessa circa il 25% delle terre emerse, dalle zone aride dell’Africa (66% della superficie continentale) e della penisola Arabica fino agli altipiani dell’Asia e dell’America Latina. La World Initiative on Sustainable Pastoralism1 al momento attuale offre una stima di circa 200 milioni di pastori nel mondo. Quantificare tale consistenza è sempre assai difficoltoso, e ancora più difficile risulta l’effettuare stime separate dagli agro-pastori, presenti soprattutto nelle zone Saheliane, che includono sistemi misti di colture cerealicole e allevamento estensivo che derivano foraggio dai pascoli. Questa la ragione per cui relativamente all’Africa sub-sahariana le stime variano da 22,5 (NOPA, 1992) a 216 milioni di pastori (Swallow, 1994).

Figura 1 - Distribuzione globale dei popoli pastori (Nori e Davies, 2007)

I pilastri della pastorizia sono gli animali allevati e la mobilità degli operatori. Gli animali allevati rappresentano la “tecnologia” che permette di trasformare la vegetazione dei pascoli in alimenti e altri prodotti utili per gli esseri umani. Muovendosi, gli animali permettono di approfittare al meglio delle nicchie ecologiche in cui la presenza saltuaria di piogge dà vita a forme specifiche di vegetazione che nutrono l’animale e trasformano la biomassa vegetale in latte e carne. Inoltre gli animali allevati consentono di conservare e dilatare la disponibilità di cibo attraverso le stagioni, e sono in grado di spostarsi da una località all’altra, sopperendo a periodiche penurie di cibo. Ad esempio una femmina di dromedario che vive in ambienti a piovosità limitata (come nel Nord-Est Somalia piove per circa dieci giorni l’anno) produce latte costantemente per circa 12 - 14 mesi, permettendo così di nutrire una famiglia per tutto l’anno.
La capacità di trasporto degli animali consente la mobilità delle famiglie e sostiene molte vie commerciali; in tal modo gli animali sono contemporaneamente fattori di produzione e fornitori di servizi. Inoltre, gli animali sono importanti come strumento per le transazioni economiche e sono una fonte primaria di scambi, risparmi, introiti, prestito e doni, rappresentando spesso il mezzo principale di risparmio, investimento e assicurazione in questi ambienti. Gli animali contribuiscono a formare relazioni sociali influendo su possibilità di impiego, salute, prestigio, identità, rispetto sociale, connessioni dentro e fuori dalla propria comunità. Gli scambi di animali fra famiglie e tribù creano legami esclusivi che sono rilevanti per un gran numero di strategie di adattamento sociale. Ad esempio lo scambio di animali come dote, associato al matrimonio, crea legami profondi e duraturi tra i gruppi (o clan) ai quali appartengono le due famiglie, legami che risultano in seguito critici per accedere ai pascoli e ai pozzi d’acqua in momenti di necessità, oppure per negoziare scambi o accordi di pace.
Spesso nella stessa mandria si trovano animali di diverse specie e appartenenti a diverse famiglie. Questa diversificazione permette di distribuire e minimizzare i rischi e ottimizzare la produttività. Se una mandria viene colpita da qualche epidemia oppure viene rubata, la famiglia può comunque recuperare gli animali che teneva in altre mandrie, garantendo continuità alla propria sussistenza.
D’altro canto, la presenza di ruminanti di piccola e grande taglia nelle greggi serve ad accentuare la complementarità di risorse e a diminuire i rischi di annate sfavorevoli; capre, pecore, bovini e cammelli (per il contesto africano) hanno infatti differenti comportamenti al pascolo e tassi di resistenza e riproduzione diversificati. I diversi animali giocano così ruoli distinti e complementari nell’economia pastorale. Vi sono studi che analizzano le relazioni fra le specie animali che caratterizzano una società pastorale e le relative implicazioni agro-ecologiche e socio-politiche (Man, 1969-1972).

Tabella 1 - Zonizzazione regionale dei sistemi pastorali e delle diverse specie animali (Blench, 1999)

Viaggi senza frontiere

La mobilità degli operatori è critica per le attività pastorali e consente di seguire in maniera opportunistica la disponibilità di risorse, di valutare le opportunità e le vie di uscita possibili da difficoltà prevedibili. Swift (2008) ha recentemente classificato la mobilità in base all’obiettivo principale, ovvero: 1) la produzione, 2) gli scambi, 3) la fuga (da conflitti, malattie, siccità o altri tipi di crisi). Altre classificazioni si basano sulle dimensioni geografiche della mobilità. In tal senso la mobilità è definita verticale (spostamenti stagionali fra altopiani e pianure, come nelle aree montane del contesto mediterraneo, compreso l’Alpeggio), oppure orizzontale (attraverso aree geografiche diverse come nella transumanza nord-sud nella regione Saheliana). Una distinzione può essere fatta anche fra spostamenti regolari, oppure nei casi di emergenza nei periodi critici dovuti a siccità, epidemie animali o conflitti. Vi sono tipi di mobilità che vanno dal nomadismo puro (opportunistico, senza base stanziale fissa), a varie forme di transumanza (su percorsi migratori consolidati su base stagionale), a varie forme di agro-pastorizia (in cui durante la stagione della pioggia si producono colture agricole, spesso cereali). Ciascuna tipologia richiede diversi coinvolgimenti della famiglia e delle greggi (Nori et al., 2005).
La mobilità pastorale si impernia su due elementi fondamentali, il capitale umano e quello sociale - la cui rilevanza diventa fondamentale in ambienti in cui la risorsa naturale è fortemente limitata e variabile e molto elevata è l’imprevedibilità.
Il capitale umano nelle società pastorali si caratterizza per una profonda conoscenza delle dinamiche agro-ecologiche degli ecosistemi aridi e semi-aridi, che si traduce in una capacità di analizzare le variabili climatiche e identificare la disponibilità e la qualità delle risorse di pascolo. A queste si aggiunge un’intima conoscenza della fisiologia e della salute degli animali: conoscenze che, nel loro insieme, permettono di elaborare continuamente strategie di sopravvivenza e adattamento in ambienti tradizionalmente ostili allo sviluppo umano. Il continuo tessere reti interattive tra individui e comunità rappresenta un’altra importante caratteristica del cosiddetto capitale umano, che permette ai pastori di codificare, gestire e scambiare informazioni importanti in tempi utili.
Complementare ad esso, il capitale sociale dei pastori si impernia su una serie valori, norme e codici condivisi, intorno a cui ruotano forme di organizzazione e di contrattazione che regolano i diversi interessi, il relativo accesso e l’utilizzazione delle risorse disponibili; e gestire i relativi conflitti che ne possono scaturire. I legami parentali estesi rappresentano la matrice fondamentale dell’organizzazione clanica, patriarcale, e dunque centrata sui legami di sangue tra membri maschili di un gruppo. Ma esistono anche reti di interazione e scambio trasversali a quelle claniche, centrate su relazioni tra donne o gruppi minoritari e particolarmente importanti per facilitare gli scambi commerciali e negoziare accordi tra i clan. Due principi importanti che caratterizzano il capitale sociale in queste regioni sono la reciprocità e la flessibilità, fattori fondamentali per permettere di utilizzare al meglio le risorse locali. Gli animali e le terre nelle società pastorali raramente appartengano ad un solo individuo o famiglia, ma sono piuttosto associate a diritti d’accesso e uso che spaziano tra diversi gruppi e diversi individui in un gruppo. Tutto quindi deve essere continuamente negoziato a diversi livelli, tra i diversi attori sociali che sono implicati nella gestione di una risorsa. Uno studio recente analizza come il latte di cammella, venduto nei mercati del Nord Est della Somalia, sia il prodotto di una lunga serie di contrattazioni e accordi che prendono corpo ogni giorno tra i diversi attori della filiera (Nori, 2010).
Data l’ostilità degli ambienti in cui è ospitato, per un pastore un errore anche minimo può costare la vita. In questa ottica, la continua e dinamica interazione tra il capitale umano (conoscenze) e quello sociale (interazioni) è di importanza strategica per minimizzare tale rischio per tutti i membri della comunità, rispetto al massimizzare il profitto individuale che caratterizza le nostre società. Quelli che noi definiamo "salamelecchi", sono invece importanti momenti di scambio e interazione, poiché sapere dove e quanto ha piovuto, quali piante si trovano, se vi sono rischi per la salute degli animali e altre informazioni del genere serve a prendere le giuste decisioni su dove, come e quando muovere le mandrie. Questa logica è applicata non solo all’uso delle risorse naturali (come acqua e pascolo.) ma anche alle risorse cosiddette societarie (come mercati e rappresentanza politica).
Un terzo cardine di sempre maggiore rilevanza per i sistemi pastorali è lo scambio commerciale. A questo proposito, giova ricordare che le carovane mercantili che attraversano i deserti e gli altopiani in Asia come in Africa, sulle vie della seta, dell’incenso e del sale, sono istituzioni tradizionalmente legate alle culture nomadi. Per i popoli pastori, infatti, l’accesso ai mercati e all’opportunità di acquisire altri prodotti (come cereali o zucchero) è di vitale importanza, probabilmente più importante che per altri gruppi rurali, date la stagionalità della produzione e la difficoltà di conservazione del prodotto chiave dell’economia pastorale: il latte. In tempi più recenti, inoltre, sempre meno pastori sopravvivono consumando direttamente i propri prodotti (auto-sussistenza), e sempre più invece vendono i propri prodotti animali - bestiame, carne, latte, prodotti caseari e fibre varie - per acquisire i cereali dalle popolazioni agricole, o i servizi offerti dalle popolazioni urbane, necessari al proprio sviluppo. Il favorevole tasso di cambio calorico tra prodotti animali (proteine) e cerealicoli (amidi) è infatti alla base della crescita di popolazione in aree di pastorizia. In poche parole, se con un litro di latte si sfama una persona per mezza giornata, attraverso lo scambio al mercato, lo stesso litro di latte si trasforma in cinque chilogrammi di sorgo che sfamano una persona per dieci giorni. (Swift, 1986; Kerven, 1987).

Anarchici e terroristi, colpevoli e vittime

Per permettere mobilità e flessibilità d’adattamento, le società di pastori si sono organizzate secondo forme estremamente fluide e decentralizzate, sostenute da sistemi di tipo clanico attraverso articolate reti di relazioni sociali non gerarchiche, dette acefale. Questo ha creato vari fronti di conflitto con le diverse forme di Stato centralizzato che rappresenta invece l’evoluzione gerarchica e piramidale di società sedentarie e, in molti contesti, l’esportazione del modello di governance prettamente occidentale2.
Una semplice occhiata alle mappe del mondo basta per identificare nelle regioni di pastori le aree maggiormente segnate, in tempi recenti, da guerre e conflitti (fig. 1). Se un tempo questi conflitti erano prettamente frutto dell’avanzata di forme di agricoltura in aree importanti per i pastori (ad esempio i fondovalle, dove il pascolo rimane più verde durante le stagioni secche o le aree contigue ai fiumi o ai laghi, che investimenti irrigui hanno consentito di destinare ad usi agricoli), la successiva creazione di aree protette e turistiche ha ulteriormente contribuito a erodere i diritti dei pastori sui loro territori tradizionali. Più di recente le regioni semiaride sono diventate le aree di maggiore estrazione di materie prime, come petrolio e uranio, oppure sono state destinate alle colture per la produzione di agro-carburanti, come la Jatropha spp. Molto dell’interesse recentemente dimostrato dai governi e dalle organizzazioni internazionali per queste aree non è (ancora) frutto di un ravvedimento etico o politico, ma il riflesso di interessi geopolitici che hanno fatto del petrolio e dei suoi simili il cardine dello sviluppo militare ed industrialedella nostra epoca.
Un indicatore di semplice lettura di questa crisi è la crescente conflittualità che caratterizza le regioni di pastori - dall’Asia centrale (Afghanistan, Mongolia, Tibet, Kirghizistan) al Caucaso, a tutta la sub-regione somala nel Corno d’Africa, alla fascia Saheliana con le problematiche del Sudan, Ciad e Niger, alla fascia Sahariana con i popoli Saharawi e Tuareg perennemente in conflitto con i governi regionali, fino al bacino Mediterraneo, dove le popolazioni più tradizionalmente legate alla pastorizia, Curdi, Beduini, Berberi e minoranze balcaniche, ma anche Sardi e Còrsi, rimangono socio-economicamente marginalizzate, mentre le loro terre servono altri interessi.
Questo processo è sicuramente alla radice delle dinamiche di radicalizzazione e conflittualità che segnano il tempo in queste regioni. Non è un caso che, nelle aree pastorali si sia smesso da tempo di investire in sviluppo e sempre più si spenda in aiuti alimentari e militari: il modo migliore per controllare un popolo è tenerlo in ginocchio, affamato e con un fucile puntato alla tempia (Nori et al., 2008).
In questo contesto, la New Range Ecology, ha permesso di comprendere la pastorizia come un adattamento produttivo specializzato e sostenibile in ambienti estremi, scardinando il concetto secondo cui la pastorizia fosse una forma di sviluppo pregressa all’agricoltura stanziale. I tanti, vari e gravi fallimenti che - ovunque dall’Etiopia al Tibet - hanno accompagnato la sedentarizzazione forzata degli allevatori nomadi, dimostrano come la mobilità sia un fattore critico per sopravvivere in tali contesti; e come quindi mettere confini e costruire case sia, in questi ambienti, controproducente. Cosi come sempre più rischioso si dimostra il produrre proteine animali in allevamenti sempre più intensivi (indicatori sono le gravi esternalità ambientali negative di questi allevamenti, che hanno impatto sul benessere e sulla salute animale ed umana: come anche le recenti epidemie della mucca pazza e dell’influenza aviaria dimostrano).
Un altro sguardo alla mappa del mondo (fig. 1) permette invece di constatare come la maggior parte delle aree dei parchi e delle riserve naturali siano state ritagliate in regioni di pastorizia, dal Serengeti-Mara al Ngorongoro in Africa al Three Riverheads in Cina, fino al Parco degli Abruzzi al Gennargentu, al Picos de Europa. Evidentemente, dunque, i pastori sono stati più capaci di altri sistemi di conservare l’ambiente e proteggere la biodiversità delle loro regioni, rispetto alle civiltà agricole e urbane, che hanno disboscato, diserbato e addomesticato gli ambienti in cui si sono sviluppate. Il paradigma che associava i pastori alla desertificazione si sta dunque ribaltando, e coloro che venivano spesso considerati come i principali colpevoli del degrado ambientale e dell’avanzata dei deserti, risultano oggi invece le prime vittime di un processo più globale di cambiamento climatico, in cui la desertificazione è una delle conseguenze dell’intenso e insostenibile uso delle risorse di civiltà urbane e industriali. I pastori dunque, più che colpevoli dei processi i desertificazione, ne sono le vittime primarie - come recentemente anche le Nazioni Unite hanno riconosciuto (Nori e Davies , 2007).

Una pista per il futuro

Nonostante le notevoli capacità della pastorizia di fornire importanti prodotti (principalmente proteine animali attraverso latte, carne e fibre) e servizi (custodia di aree marginali, mantenimento di riserve naturali e parchi, salvaguardia di risorse d’acqua e biodiversità, mobilità e trasporto) la centralità di questi sistemi produttivi e del conseguente stile di vita sono poco considerate nell’insieme delle politiche e delle leggi che regolano l’accesso e l’utilizzazione delle risorse naturali nelle diverse regioni pastorali del mondo. Le politiche agricole e alimentari sono spesso concepite per perseguire i bisogni e gli interessi dei gruppi urbani e agricoli, che hanno migliore rappresentanza e consistenza numerica nelle architetture degli stati.
Le dinamiche caratterizzanti l’evoluzione recente dei sistemi pastorali variano comunque da una regione all’altra del globo. Mentre, in alcune aree, la pastorizia diventa sempre più importante per la sicurezza alimentare, civile e ambientale, con un aumento della popolazione praticante (in alcune aree dell’Asia Centrale, a seguito del collasso del sistema industriale sovietico - ma anche in Africa Orientale, dove in Kenya e Somaliland sono stati istituiti veri e propri ministeri per lo sviluppo delle aree pastorali), in altri territori la pastorizia vive uno stato di sempre maggiore abbandono istituzionale, soprattutto dove le speculazioni del petrolio e del cemento avanzano a ritmi incessanti. Nel contesto mediterraneo, la migrazione tra diverse aree di pastorizia rappresenta attualmente un fenomeno importante, con pastori marocchini che curano la transumanza delle greggi della Francia meridionale, pastori albanesi che pascolano in Abruzzo e nel Lazio, pastori montenegrini nelle isole greche e manovalanza nigerina che migra con le mandrie di possidenti libici.
Nei tempi in cui, oggi, si costruisce l’Unione europea, si comunica attraverso Internet e si cercano risposte ai cambiamenti climatici causati dall'uomo, sarebbe interessante ascoltare l’esempio di chi produce rispettando le risorse, osservare il percorso di chi segue le nuvole e non conosce frontiere, imparare da chi da secoli fa dei sistemi d’informazione e di scambio il suo punto di forza.

Riferimenti bibliografici

  • Coughenour M.B., Ellis J.E., Swift D.M., Coppock D.L. and Galvin K, 1985. Energy extraction and use in a nomadic pastoral ecosystem. Science 230(4726): 619 - 625
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  • Blench R., 1999. Extensive pastoral livestock systems: issues and options for the future. Food and Agriculture Organization, Rome
  • Ellis J. and Swift D.M., 1988. Stability of African pastoral ecosystems. Journal of Range Management, 41:450–459
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  • Nori M. and Davies J., 2007. Change of wind or wind of change? Climate change, adaptation and pastoralism. Report from an electronic conference. World Initiative for Sustainable Pastoralism, Nairobi [link]
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  • Scott J., 1998. Seeing like a State. How certain schemes to improve the human condition have failed. Yale University Press
  • Swift J. J., 1986. The economics of production and exchange in West African pastoral societies. In: Adamu M. and Kirke-Greene A.H.M. (eds.), Pastoralists in the West Africa Savanna. International African Institute, Manchester University Press
  • Swallow B., 1994. The Role of Mobility Within Risk Management Strategies of Pastoralists and Agropastoralists. In: Gatekeeper Series, No. 47. International Institute for Environment and Development, London
  • Swift J.J., 2008. Introductory notes to the workshop of pastoral mobility organised by IIED and SoS Sahel in Addis Ababa in October 2008. Buffet Foundation
  • 1. WISP: [link]
  • 2. Leggere a tal riguardo il rilevante testo di James Scott, 1998. Seeing like a State. How certain schemes to improve the human condition have failed. Yale University Press.
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