Fenomeni migratori nelle campagne italiane

Fenomeni migratori nelle campagne italiane

Introduzione

Le campagne italiane sono in continuo movimento. Dopo il grande esodo rurale, dopo il riassestamento abitativo delle aree agricole più vicine ai centri urbano-industriali, si assiste ad un fenomeno nuovo: l’arrivo nelle campagne di lavoratori stranieri (Kasimis, 2010). Le ragioni principali sono note: bisogno di assistenza domestica e infermieristica per popolazioni rurali piuttosto vecchie, esigenza delle aziende agricole di prestazioni di lavoro stagionali o di lavori ultrastabili come quello negli allevamenti, relativa disponibilità di abitazioni a basso costo, almeno laddove la campagna non è stata raggiunta dalla periurbanizzazione.
Risulta facile constatare che i tre fattori di attrazione evidenziano l’estrema precarietà degli immigrati. Si tratta infatti di condizioni di lavoro contrassegnate da bassi salari e basso livello di prestigio sociale, fino ad arrivare a forme di schiavismo. Anche la disponibilità di case segnala la presenza di un patrimonio abitativo fatiscente piuttosto che ricchezza di opportunità. Si presenta per le campagne una nuova questione sociale, dopo che quella antica dei locali (povertà, insalubrità delle abitazioni, scarso accesso all’istruzione, debole rete dei servizi, proletariato agricolo ecc.) era ormai scomparsa. Il problema è garantire ai nuovi arrivati condizioni di vita eque, in particolare la tutela del lavoro, un alloggio dignitoso, l’accesso ai servizi e un minimo di accettazione sociale (Luisi, 2009).

Lo spazio lavorativo nelle campagne italiane

Per capire la situazione che si è venuta a creare nelle campagne italiane in seguito all’arrivo degli immigrati stranieri, è utile il concetto di “spazio lavorativo”. Con esso si intende mettere in luce il fatto che i rapporti di lavoro si intrecciano con specifiche modalità di sfruttamento delle risorse naturali. La questione non è nuova: i rapporti di produzione esistono anche in agricoltura e quest’ultima si qualifica come un modo “locale” di fruire della natura. In altre parole, la produzione richiede il capitale terra, in genere di proprietà privata, e una più ampia presenza in loco dei lavoratori, data l’assenza di mobilità di tale fattore di produzione. Le varie forme di tale rapporto di produzione, nel quale sono coinvolti immigrati, sono la pastorizia, l’allevamento in stalla, la raccolta e prima trasformazione di prodotti ortofrutticoli e lattiero-caseari, le lavorazioni meccaniche più semplici. Si noti, per inciso, che anche il lavoro delle collaboratrici domestiche presenta queste caratteristiche.
La peculiarità delle attività agricole è che l’accesso ai mezzi di produzione, in primis la terra, è molto difficile per uno straniero. Sappiamo che il possesso della terra è stato una sorta di spartiacque nell’Italia del decollo industriale. Il possesso di un appezzamento anche piccolo, in concomitanza con adeguate politiche di sostegno, ha permesso di contenere la proletarizzazione di molti contadini. Le politiche di sostegno sono state ampie, ma parlando dei mezzi di produzione, basterebbe citare l’accesso al credito agevolato per l’acquisto di macchine agricole e di appezzamenti di terreno.
Non è il caso di entrare nelle valutazioni di tali politiche, quanto sottolineare come per gli immigrati ciò che fa difetto è l’accesso ai mezzi di produzione agricoli, in primis la terra. E ciò è dovuto al fatto che il valore dei terreni si mantiene alto a dispetto della loro redditività per una serie di ragioni extra-produttive (bene rifugio, bene affettivo, bene accessorio alla residenzialità), a cui vanno aggiunte le politiche comunitarie (contributo ad ettaro) e le esenzioni fiscali nazionali che, in diverso modo, accentuano il carattere di rendita della terra.
In altri termini, la soglia di entrata al lavoro agricolo nella forma più diffusa in Italia - la conduzione diretta di terreni propri e in affitto - è decisamente alta per gli immigrati. La cosa può sembrare ovvia, ma non così scontate sono le conseguenze. La scarsa possibilità di accedere alla terra fa sì che molti immigrati vengano inseriti in posti di lavoro subordinato (Ievoli e Macrì, 2009). Non esiste in altre parole quel canale di mobilità professionale che in altri settori è rappresentato dal lavoro autonomo (Ambrosini, 2005). Nel 2007 le imprese agricole con titolare extracomunitario registrate nelle Camere di commercio erano 6.578 contro le 90.000 del commercio e le 60.000 dell’edilizia (Cicerchia e Pallara, 2009, p. 99). A fronte di questo, si calcola che gli occupati extracomunitari in agricoltura nel 2006 fossero oltre 160.000 (Cicerchia e Pallara, 2009, p. 61). Si produce una divisione sociale e spaziale del lavoro che non ha eguali in altri settori economici e nelle aree urbano-industriali. La maggiore mobilità e accessibilità dei fattori di produzione extra-agricoli permette agli immigrati, per quanto poveri essi siano, di creare piccole imprese autonome o, addirittura, mini-filiere. Sono casi estremi, ma val la pena citare il dinamismo dei cinesi nel settore tessile-abbigliamento o quello degli immigrati dell’est europeo nel settore edile.
Certamente, si tratta di micro-aziende che tendono a produrre forme di auto sfruttamento etnico e di discriminazione statistica (le etnie vengono identificate solo con certi lavori, bloccando anche in questo caso la mobilità professionale e settoriale), ma è pur sempre una situazione più varia e flessibile rispetto a quella che si riscontra nelle campagne italiane. In queste vi è il rischio di un più accentuato dualismo fra i locali, saldamente in possesso dei fattori di produzione e delle professioni extra-agricole, e gli immigrati, praticamente confinati nella posizione di braccianti. Ciò vale in particolare per le aree in cui vi sono gli allevamenti intensivi, aree che corrispondono in particolare ad alcune fasce lungo il Po e a singoli comuni dove vi sono gli allevamenti avicoli.
La particolare relazione di produzione che si stabilisce in queste aree ha risvolti sociali molto rilevanti. Si tratta abbiamo detto di lavorazioni ultrastabili in termini spazio-temporali. Ciò induce una presenza altrettanto stabile di immigrati che tendono a portare con se la famiglia. La struttura per età dei piccoli comuni dove hanno sede tali allevamenti risulta profondamente modificata nel senso che si registra una massiccia presenza di bambini figli di immigrati nelle scuole primarie con qualche tensione con le famiglie dei bambini autoctoni. La questione è numerica, per ora non sembra riguardare la qualità delle relazioni o pregiudizi culturali. Ma si sa che la quantità finisce per influire sulla qualità. Quindi, rapporti di produzione particolari portano a conseguenze ampie sul versante dei servizi e della convivenza. Nelle aree rurali caratterizzate da insediamenti con piccoli numeri e con popolazione vecchia, il distacco con le giovani famiglie di immigrati con prole numerosa è destinato ad ampliarsi.

Le politiche per gli immigrati nelle campagne

A fronte di questa peculiare situazione delle campagne italiane, le politiche sono di tre tipi: vi sono le norme a tutela dei lavoratori agricoli stagionali e non, che sono molto rigorose e non danno spazio a discriminazioni dei lavoratori stranieri. Rispetto a ciò, i controlli e le verifiche sul campo sono assai blande, carenza questa che vale per tutti i luoghi di lavoro. Le cifre relative all’ingaggio illegale di lavoratori sono enormi, più ampie nel settore ortofrutticolo e meno in quello lattiero-caseario e degli allevamenti intensivi. La struttura aziendale frammentata dell’agricoltura italiana in questo caso non aiuta perché induce un precariato diffuso.
Vi sono iniziative locali puntuali di sostegno all’accesso all’abitazione per i lavoratori stranieri. Si tratta di case alloggio per gli stagionali e di piccoli aiuti per quegli stranieri in grado di acquistare e ristrutturare casolari di campagna. In genere, sono casi di welfare mix nel senso che vedono la compartecipazione di enti locali, associazioni di volontariato e degli stessi agricoltori. Esempi virtuosi sono segnalati anche al sud, dove il ricatto occupazionale viene sostenuto da condizioni abitative particolarmente precarie. Infine, ancora più raro è il caso di corsi di formazione rivolti in special modo a stranieri. Le materie di insegnamento sono la potatura, la manutenzione degli attrezzi agricoli, la mungitura e la trasformazione del latte.
La formazione professionale è uno dei pochi campi in cui si può intervenire, vista la rigidità del fattore terra. Essa ha un valore in prospettiva molto elevato per una ragione non ancora ben focalizzata. Se proseguiranno queste tendenze, l’agricoltura italiana scivolerà lentamente nelle “mani” degli stranieri, nel senso che le mansioni più materiali saranno loro appannaggio mentre ai proprietari dei fondi, spesso neanche residenti in loco, resterà la direzione. Si creerà un accentuato dualismo dentro il settore agricolo, ma anche una segmentazione della popolazione rurale. Da un lato, vi saranno, i residenti autoctoni in genere pensionati o occupati in settori extra-agricoli, dall’altro, vi saranno gli immigrati a svolgere le mansioni agricole meno professionali. Tale dualismo economico-residenziale produce però anche un’altra conseguenza: la dipartita degli immigrati dotati di migliori risorse umane e professionali. In altri termini si profila per le campagne una sorta di selezione avversa, con permanenza solo di quegli stranieri che hanno meno motivazioni e abilità. Se la campagna non offre occasioni di mobilità professionale, arriveranno gli stranieri meno dotati, mentre quelli più preparati lasceranno le comunità per trasferirsi dove vi sono maggiori chance.
Se questo quadro risulta realistico, bisogna introdurre nuove misure a sostegno dell’agricoltura; ad esempio, si tratta di verificare se e come sia possibile estendere il credito agevolato per l’acquisto di terra a persone, come gli stranieri, che possono dare garanzie patrimoniali quasi e. Su questa area vi sono misure per i giovani realizzate in passato che andrebbero rispolverate. Ma certo bisognerebbe mettere mano ai summenzionati fattori politici che rendono la terra una fonte di rendita per eccellenza.
Un fattore invece del tutto nuovo riguarda la mobilità spaziale. Abbiamo detto che il lavoro agricolo è molto condizionato dalla presenza in loco. Misure di sostegno alla mobilità dei lavoratori permetterebbero di ridurre il ricatto abitativo a fronte di un buon lavoro in campagna o, viceversa, il ricatto lavorativo in presenza di una buona sistemazione abitativa in area rurale. La materia e le misure concrete sono tutte da inventare, ma vi sono margini di intervento (Osti, 2010).
Un’area che resta tutta da esplorare riguarda le politiche di sviluppo rurale. Queste non sono state pensate finora per possibili immigrati stranieri. Essendo basate sul principio della partnership fra attori agricoli ed extra-agricoli, fra aree rurali e non, si dovrebbe ampliare il loro raggio di competenza, includendo anche le reti degli immigrati. Ciò potrebbe portare a inedite opportunità per le campagne: progetti di cooperazione internazionale con le aree rurali da cui provengono gli immigrati, una multifunzionalità ancora più ampia dell’agricoltura italiana, allorquando gli immigrati si prestano ad integrare il lavoro agricolo con servizi ambientali, incremento dell’offerta enogastronomica grazie a pratiche e ricette nuove, così come succede nelle città con i frequentati ristoranti etnici.
Infine, vi è l’area dei controlli del lavoro illegale, quella che attualmente suscita le maggiori tensioni. In questo caso è possibile la convergenza delle associazioni di categoria, interessate a ridurre la concorrenza sleale dovuta all’impiego di manodopera irregolare, e dei consumatori, che hanno interesse ad avere lavoratori tutelati in forza del fatto che ciò garantisce una migliore qualità dei cibi. Si può pensare che un lavoratore sfruttato finisca per lavorare peggio, danneggiando il prodotto finale. Insomma, oltre al potenziamento dei controlli formali, oltre ad una previdenza agricola più mirata, si possono attivare forme di autocontrollo da parte delle organizzazioni locali, siano queste le associazioni agricole o i gruppi di acquisto solidale.

Riferimenti bibliografici

  • Ambrosini, M. (2005), Sociologia delle migrazioni, Bologna, Il mulino
  • Cicerchia, M., Pallara P. (2009), a cura di, Gli immigrati nell’agricoltura italiana, Roma, Inea
  • Kasimis, C. (2010), "Trend demografici e flussi migratori internazionali nell’Europa rurale", Agriregionieuropa, Anno 6, Numero 21, Giugno [link]
  • Ievoli, C., Macrì M.C. (2009), Politica agricola, immigrazione e mercato del lavoro in agricoltura, Agriregionieuropa, Anno 5, Numero 17, Giugno [link]
  • Luisi, D. (2009), Immigrazione ed offerta di servizi socio-assistenziali: una ricerca nelle aree rurali della Calabria, Settembre, tratto dal sito [link]
  • Osti, G. (2010), Mobility Demands and Participation in Remote Rural Areas, Sociologia Ruralis, Vol 50, Number 3, July 2010, pp. 296-310
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