Cambiamento climatico e agricoltura nei Paesi in via di sviluppo: nuove sfide per la povertà e l’insicurezza alimentare

Cambiamento climatico e agricoltura nei Paesi in via di sviluppo: nuove sfide per la povertà e l’insicurezza alimentare

Introduzione

Il cambiamento delle condizioni climatiche registrato in questi ultimi anni sta destando particolari preoccupazioni circa il suo impatto negativo sui progressi verso il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e, in particolare, di quello della riduzione della povertà e della fame assicurando la sostenibilità ambientale. Queste sfide rappresentano un importante e difficile banco di prova per l’agricoltura dei paesi in via di sviluppo (Pvs) dove il settore non ha pari in termini di sensibilità agli eventi climatici, soprattutto nelle aree caratterizzate da bassi redditi e da una forte incidenza di popolazione sottonutrita. Per questo motivo, una consistente parte del dibattito politico internazionale si sta concentrando attorno alla necessità di trovare le soluzioni più appropriate per aumentare la resistenza del sistema di produzione agricolo e alimentare delle economie arretrate alle attuali minacce poste dal cambiamento climatico.
In questo contesto, il presente lavoro mira, anzitutto, a chiarire le principali ragioni che rendono centrale la questione nei paesi in via di sviluppo per porne, successivamente, in evidenza le più importanti implicazioni negative sulla produzione agricola e alimentare e le possibili strategie per farvi fronte. Nelle conclusioni si evidenziano gli elementi di maggior criticità che le considerazioni sviluppate pongono e che rappresentano importanti e urgenti elementi di confronto nell’ambito dell’attuale dibattito politico.

Il ruolo dei paesi in via di sviluppo

È oramai comunemente accettato che i cambiamenti climatici siano il risultato dell’attività umana (IPCC, 2001). Considerando le informazioni relative alle attività responsabili delle emissioni di gas serra, l’economia mondiale può essere divisa in due blocchi (figura 1).

Figura 1 - Contributo delle attività economiche all’effetto serra

 
Fonte: Nostre elaborazioni su dati World Bank, 2008

Da un lato, vi sono i paesi industrializzati che sono responsabili della quota più significativa di tali emissioni e, dall’altro lato, vi sono le economie povere che ne subiscono gli effetti. La maggiore vulnerabilità di queste ultime aree deriva dal combinato agire di diversi fattori che variano da paese a paese e all’interno di ciascun paese. In termini generali, le principali responsabilità possono essere attribuite, anzitutto, alla posizione geografica. Si tratta, infatti, di paesi le cui temperature possono raggiungere valori elevati e dove le precipitazioni sono modeste e variabili, come in ampie aree dell’Africa sub-sahariana. A tali cause, si affiancano la maggior dipendenza dalle risorse agricole e naturali, le scarse infrastrutture e l’insufficienza dei servizi pubblici, i bassi livelli di reddito e l’elevata incidenza di povertà e sottonutrizione. Tutti questi elementi rendono più complessa l’introduzione di strategie di adattamento ai cambiamenti climatici rispetto a quanto si possa riscontrare nei paesi sviluppati.

Il ruolo dell’agricoltura

Nei Pvs il settore primario gioca un ruolo importante nelle sfide poste dal cambiamento climatico. Esso è, al tempo stesso, parte del problema e parte della soluzione.
La figura 1, precedentemente introdotta, pone in evidenza come in queste aree l’agricoltura e l’attività di deforestazione, considerate nel loro aggregato, siano la principale fonte di emissione di gas serra (Smith et al., 2008). Al tempo stesso, il settore primario dispone di un alto potenziale tecnico nel ridurre tali emissioni e nel sequestrare carbonio, uno dei principali gas serra presenti nell’atmosfera (Fao, 2009).
Le recenti tendenze socio-economiche e sfide ambientali stanno, tuttavia, ponendo dei grossi limiti alla capacità dell’agricoltura di soddisfare il fabbisogno alimentare assicurando una gestione sostenibile delle risorse naturali. La necessità di far fronte alle esigenze alimentari di una popolazione crescente (più che raddoppiata negli ultimi 40 anni e stimata attorno ai 9 miliardi di persone al 2050), nell’ambito delle problematiche poste dal cambiamento climatico, pone una pressione significativa sul settore agricolo e, per questa via, sulla questione alimentare globale. La sfida del cambiamento climatico rappresenta oggi una significativa minaccia anche perché i suoi effetti sull’agricoltura, passando attraverso le componenti socio-economiche ad essa collegate, impattano negativamente e in maniera incisiva sul benessere della popolazione delle economie arretrate, dove il settore primario è spesso la principale fonte di reddito e di occupazione.

Le implicazioni per l’economia agricola e alimentare

Un recente studio dell’IFPRI con riferimento alle implicazioni dei futuri scenari climatici sull’agricoltura e il benessere della popolazione nei paesi sviluppati e in via di sviluppo indica conseguenze più severe per i secondi e, in particolare, per le colture irrigue di quelle aree (Nelson et al., 2009). Nel caso del grano, ad esempio, si stima una perdita di produzione al 2050 che si aggira attorno al 30 percento, con l’Asia e l’Africa sub-sahariana come le aree più esposte a tale tendenza. Lo stesso studio sottolinea il pesante impatto che questa situazione può determinare sui prezzi mondiali delle materie prime agricole. Senza aggiustamenti economici, sempre per il grano, si stima ad esempio un aumento del prezzo di circa il 100 percento al 2050, contro un suo incremento del 40 percento circa in assenza di cambiamenti climatici.
In questo scenario, si possono facilmente intuire le conseguenze sulla sicurezza alimentare e sulla povertà. Le stime proposte indicano, ad esempio, una significativa riduzione delle calorie disponibili, il 10 percento in meno nel complesso dei Pvs al 2050, con una contrazione ancor più drammatica nell’Africa sub-sahariana. Il cambiamento climatico sta già agendo su tutte le dimensioni della sicurezza alimentare, la disponibilità di cibo e la stabilità della sua offerta, il suo accesso e il suo utilizzo, e ciò a livello tanto locale che globale (Glantz, Gommes, Ramasamy, 2009). I recenti studi sottolineano tutti come, in tale contesto, i gruppi maggiormente vulnerabili siano i poveri e gli agricoltori di piccole dimensioni.
Buona parte della popolazione in condizioni di povertà, 370 milioni di persone, vive in aree ecologicamente fragili, quali le zone aride e semi aride, lontana dalle vie di comunicazione e ha un limitato accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e al mercato del lavoro. Per queste persone anche un cambiamento marginale nelle condizioni climatiche può avere effetti disastrosi sul proprio benessere.
Quanto agli agricoltori di piccole dimensioni, l’85 percento della popolazione contadina mondiale se si considerano come tali quelli con aziende con meno di due ettari, essi sono particolarmente sensibili alle variazioni climatiche per un complesso articolato di ragioni. Tra queste, si annovera che molto spesso essi sono i più poveri dei poveri; sono culturalmente marginalizzati; coltivano aree remote (ad esempio, senza irrigazione e con forti pendenze) a volte a forte rischio ecologico (ad esempio, suscettibili a disastri naturali); hanno limitato accesso ai servizi agricoli e ai mercati sui quali, oltretutto, non sono competitivi.
A ciò si aggiunge, frequentemente, una diffusione di pratiche agricole che non danno loro quanto necessario per la sussistenza, con la conseguenza che la forza lavoro più qualificata è costretta a migrare. In molti paesi, inoltre, gli agricoltori di piccole dimensioni risentono già degli effetti negativi dei cambiamenti climatici in termini di massicce erosioni del suolo, di perdita di raccolti dovuta a precipitazioni eccezionali e di perdita di capi di bestiame a causa di malattie ed epidemie.

Le risposte

Le risposte ai cambiamenti climatici sono distinte in due ampie categorie: le strategie di mitigazione e quelle di adattamento (Meinzen-Dick, Markelova, Moor, 2010).
Le prime fanno riferimento agli interventi volti a ridurre la probabilità che il cambiamento climatico si manifesti. Si tratta di un insieme di pratiche che, appunto, mitigano il crescente manifestarsi e la crescente severità e incertezza delle condizioni meteorologiche legate ai cambiamenti climatici. Tra queste vi sono le misure introdotte per ridurre le emissioni di gas serra e i metodi di cattura e sequestro del carbonio.
Tipici esempi di strumenti che rientrano nella prima categoria sono la diversificazione energetica verso le fonti rinnovabili, gli incentivi economici, e l’introduzione di apposite tecnologie. Rispetto a queste ultime si sottolinea l’impegno della Fao nel censire le buone prassi1 al fine di promuoverne la diffusione.
Tra i metodi di cattura e sequestro del carbonio, di cui si rinvia ai contributi di Pettenella e Ciccarese (2010) e di Brotto e Pettenella (2010) per una più completa trattazione, si sottolinea il Clean Develoopment Mechanism (CDM), che trae le proprie origini nel Protocollo di Kyoto2, il cui art. 12 consente, ai paesi che hanno sottoscritto l’accordo di riduzione o limitazione delle emissioni, di implementare dei progetti di riduzione delle emissioni nei Pvs. In cambio essi guadagnano dei certificati di riduzione delle emissioni che vengono considerati nel calcolo dei progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Il CDM si connota, pertanto, come il primo schema di investimento e credito ambientale globale. Operativo dal 2006, tale meccanismo ha già registrato quasi duemila progetti3.
Le strategie di adattamento, invece, consistono nelle azioni che le comunità e gli individui pongono in essere come risposta al modificarsi delle condizioni climatiche. Tra queste vi sono le misure realizzate nell’ambito del settore agricolo e che hanno a che fare con la efficace gestione delle risorse naturali. In questa categoria rientrano le forme di agricoltura tradizionale attraverso le quali gli agricoltori di piccole dimensioni hanno sviluppato strumenti e posto in essere strategie per far fronte agli effetti del cambiamento climatico attraverso l’evoluzione nella gestione delle risorse biologiche, tecnologiche, sociali, culturali di cui dispongono. Queste pratiche sono ora oggetto di attento studio al fine di migliorarne la comprensione e prospettarne la diffusione.
Un’ulteriore modalità di adattamento particolarmente diffusa nei Pvs è la migrazione dall’agricoltura e la diversificazione occupazionale con l’aumento della capacità di resistenza nelle aree rurali attraverso l’uso delle rimesse. Infine, vi sono anche le strategie di risposta alle scarsità di breve periodo adottate da famiglie e individui quando reddito e/o cibo non sono sufficienti a soddisfare i loro bisogni di base. Si tratta delle cosiddette coping strategies le quali rispetto ai cambiamenti climatici fanno per lo più riferimento alle reti di sicurezza locali, alle assicurazioni e alla vendita di attività non agricole.

I costi e i benefici dell’adattamento e della mitigazione

Le strategie di adattamento e mitigazione sono importanti ma i relativi costi di implementazione vanno valutati con attenzione. Per contrastare l’impatto del cambiamento climatico nei Pvs si stima la necessità di un investimento a beneficio dell’agricoltura di oltre 7 miliardi di dollari di cui quasi la metà da destinare all’Africa sub-sahariana. Si tratta di un importo da indirizzare per lo più al miglioramento dei sistemi di irrigazione e delle reti stradali. La stima dei benefici che ne possono derivare è incoraggiante. In Bangladesh, ad esempio, si è stimato che un miglioramento della rete stradale rurale può ridurre i costi di trasporto tra il 36 e il 38 percento, contenere il prezzo dei fertilizzanti tra il 45 e il 47 percento e aumentare il prezzo delle materie prime agricole tra il 3 e il 5 percento. Ancora, in Kenya si stima che un aumento degli investimenti nel settore dell’irrigazione dell’1 percento possa determinare una riduzione della povertà del 3,9 percento; e una crescita dell’investimento di pari ammontare nella rete stradale rurale possa contribuire al contenimento della povertà del 2,4 per cento.

Conclusioni

Dall’analisi sviluppata emerge, come primo chiaro messaggio, l’importanza di sostenere la produttività agricola nei Pvs come mezzo per affrontare le problematiche poste dagli eventi climatici. Un secondo elemento di rilevo è legato all’esigenza di porre al centro delle strategie per la gestione del cambiamento climatico i poveri e gli agricoltori di piccole dimensioni. Solo in questo modo tali interventi possono essere considerati effettive politiche di sviluppo. Per quanto concerne gli agricoltori di piccole dimensioni, la sfida è di creare quelle condizioni che permettano loro di accumulare i mezzi e le conoscenze necessarie per delineare una efficace strategia di adattamento.
Il problema, gli obiettivi e gli strumenti sono stati identificati, ciò che oggi è ancora carente nell’obiettivo di affrontare le minacce climatiche è l’azione. Il passaggio alla fase dell’intervento è urgente perché i costi della non azione si stanno rilevando severi e destinati a protrarsi nel lungo termine.
In tal senso, si avverte l’esigenza di un’azione istituzionale coordinata e ben articolata nei tempi e negli strumenti che parta dal campo e arrivi sino ai tavoli negoziali internazionali. Ciò implica la necessità di chiarire il ruolo degli attori e le loro responsabilità, anche in relazione alla questione strettamente finanziaria. Affrontare le sfide dei cambiamenti climatici è possibile ma ha un costo e, pertanto, occorre definire chi lo deve sostenere e in che modo. La questione è estremamente delicata se si tiene conto del fatto che la spesa pubblica in agricoltura nei Pvs si è ridotta in maniera significativa (tra il 1980 e il 2005, ad esempio, la sua quota sul totale si è diminuita del 50,43 percento) e l’aiuto al settore da parte dei paesi donatori ha seguito la stessa tendenza facendo registrare una contrazione drammatica. Occorre quindi riportare al centro dell’azione politica la questione agricola e il suo nesso con le sfide poste dal cambiamento climatico che vanno inquadrate nell’ambito degli sforzi per affrontare la questione della povertà e dell’insicurezza alimentare e promuovere lo sviluppo economico.

Riferimenti bibliografici

  • Brotto L., Pettenella D. (2010), Progetti REDD+: nuove frontiere e vecchie barriere nel mercato forestale del carbonio, Agriregionieuropa, 6, 21, giugno [link]
  • Fao (2009), Food Security and Agricultural Mitigation in Developing Countries: Options for Capturing Synergies, Rome, FAO
  • Glantz M.H., Gommes R., Ramasamy S. (2009), Cooping with a changing climate: consideratons for adaptation and mitigation in agricolture, Rome, FAO
  • IPCC. 2001. Climate Change 2001: Impacts, Adaptation & Vulnerability: Contribution of Working Group II to the Third Assessment Report of the IPCC. In J. J. McCarthy, O. F. Canziani, N. A. Leary, D. J. Dokken and K. S. White, eds. Cambridge, UK: Cambridge University Press
  • Meinzen-Dick R., Markelova H., Moor K. (2010), "The role of collective action and property rights in climate change strategies", CAPRi, Policy Brief, 7
  • Pettenella D., Ciccarese L. (2010), Agricoltura, selvicoltura e cambiamenti climatici, Agriregionieuropa, 6, 21, giugno [link]
  • Gerald C. Nelson, Mark W. Rosegrant, Jawoo Koo, Richard Robertson, Timothy Sulser, Tingju Zhu, Claudia Ringler, Siwa Msangi, Amanda Palazzo, Miroslav Batka, Marilia Magalhaes, Rowena Valmonte-Santos, Mandy Ewing, and David Lee (2009), Climate change. Impact on Agriculture and cost of adaptation, Washington D.C., IFPRI
  • Smith, P., D. Martino, Z. Cai, D. Gwary, H.H. Janzen, P. Kumar, B. McCarl, S. Ogle, F. O’Mara, C. Rice, R.J. Scholes, O. Sirotenko, M. Howden, T. McAl-lister, G. Pan, V. Romanenkov, U. Schneider, S. Towprayoon, M. Wattenbach, and J.U. Smith, Greenhouse gas mitigation in agriculture. Philosophical Transactions of the Royal Society B, 2008. 363(1492): p. 789-813
  • World Bank (2008), Agriculture for development, Washington D.C., The World Bank
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