Trend demografici e flussi migratori internazionali nell’Europa rurale

Trend demografici e flussi migratori internazionali nell’Europa rurale

Traduzione di Valentina Cristiana Materia

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Trend demografici nell’Europa rurale1

L’Europa sta vivendo un periodo di rapido cambiamento demografico in virtù del quale i lavoratori che decidono di emigrare diventeranno sempre più numerosi e importanti.
Nel 2005 la Commissione europea, pienamente cosciente di questi sviluppi, ha pubblicato un Green Paper nel quale ha dichiarato che l’Unione Europea necessiterà di 20 milioni di migranti tra il 2010 e il 2030 per coprire l’attuale declino della popolazione economicamente attiva. Ad ogni modo, ad oggi, il tentativo di definire e implementare un piano politico per la migrazione legale non sembra avere avuto il successo sperato (Commissione delle Comunità Europee, 2005).
L’Unione Europea non ha ancora risolto la contraddizione tra il riconosciuto bisogno di lavoro e l’adozione di politiche restrittive di migrazione. Nonostante tutto, i flussi netti di migrazione all’interno dell’Europa sono ancora crescenti e rappresentano attualmente la più grande componente del cambiamento della popolazione.
Per quasi tutto il ventesimo secolo, il modello regionale di evoluzione della popolazione nella maggior parte dei paesi europei è stato caratterizzato dall’“esodo rurale” e da una crescente urbanizzazione.
Eppure, dagli anni Settanta in poi, il processo di migrazione dalle città verso le aree rurali (detto fenomeno di “contro-urbanizzazione”) è diventato un trend comune nelle più sviluppate aree del mondo. In parallelo con il processo di allontanamento dall’agricoltura da parte delle famiglie rurali e il crescente sviluppo di attività non prettamente agricole nelle aree rurali, questi fenomeni hanno contribuito largamente alla formazione di una “nuova ruralità” in Europa.
L’età della popolazione costituisce da sempre un notevole fattore di criticità nelle regioni rurali di alcuni Stati membri, in particolare Spagna, Grecia, Portogallo e Francia, dove la popolazione rurale è costituita da un’alta percentuale di persone sopra i 65 anni. Gli stessi paesi mostrano una presenza relativamente bassa di bambini (0-15 anni) rispetto ai pensionati (con più di 65 anni), un basso tasso di giovani (fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni) di nuovo in rapporto al numero di pensionati, e un alto tasso di dipendenza (data dal rapporto tra la popolazione complessiva e la popolazione in età di lavoro, dunque tra i 15 e i 64 anni).
Pertanto, non sorprende che l’età della popolazione rurale e agricola e il bisogno di adeguare o ridurre il flusso di giovani fuori dalle campagne siano stati una sfida seria per il rinnovo generazionale e la sostenibilità delle regioni rurali europee. Questo sviluppo rivela la complessità dei mercati del lavoro in ambito rurale e la discrepanza tra la domanda e l’offerta di occupazione.
Le statistiche mostrano che quasi il 17% della popolazione rurale in Europa supera l’età della pensione. Nelle regioni rurali di Francia, Grecia, Spagna e Portogallo, in particolare, la quota di pensionati si assesta sopra la media europea, con valori tra il 18% e il 22%, mentre sono più alti i tassi di dipendenza. In Europa, solo il 10% degli agricoltori è al di sotto dei 35 anni (Commissione Europea, 2006).
D’altra parte, ci si aspetta che la continua ristrutturazione e modernizzazione dell’agricoltura europea costituisca un fardello che graverà su molte aree rurali. Secondo una Comunicazione della Commissione (COM 2006 857 finale), sulla base degli attuali trend, ci si aspetta che entro il 2014 circa 2 milioni di lavoratori a tempo pieno dell’Europa a 15 Stati membri lasceranno il settore.
In aggiunta, 1-2 milioni di lavoratori a tempo pieno potrebbero potenzialmente lasciare il settore agricolo all’interno dei dieci nuovi Stati membri, e 1-2 milioni di occupati solo in Bulgaria e Romania (Commissione Europea, 2007).
In particolare, le aree rurali più remote, spopolate o dipendenti dall’agricoltura si troveranno negli anni a venire dinnanzi a sfide complesse per quanto riguarda la crescita, il lavoro e la sostenibilità.

I migranti nelle regioni rurali d’Europa

Alcuni degli squilibri demografici descritti finora hanno avuto un arresto per via di due sviluppi indipendenti: il fenomeno della “contro-urbanizzazione”, menzionato in precedenza, e le migrazioni internazionali. L’articolo si concentra su queste ultime, poiché la migrazione è considerata cruciale per il rilancio sia demografico sia economico delle zone rurali.
I forti flussi migratori verso le regioni rurali sono un fenomeno relativamente nuovo nel contesto europeo e hanno avuto un impatto significativo e crescente nelle zone periferiche e rurali. Una serie di fattori può spiegare questo fenomeno.
Da un lato, il processo di “ristrutturazione” dell’agricoltura ha creato una domanda di lavoro che non può essere soddisfatta a causa di cambiamenti demografici sfavorevoli connessi all’esodo rurale e all’invecchiamento della popolazione; dall’altro, il lavoratore autoctono ha raramente la motivazione e la predisposizione alla mobilità necessarie per svolgere tale lavoro, e non è disposto ad accettare salari bassi e cattive condizioni di lavoro. Inoltre, la campagna europea, nel corso degli anni, è diventata un’arena per lo sviluppo di attività non prettamente agricole - vale a dire, attività manifatturiere, turismo, nuovi modelli di consumo - collegate al tempo libero e alla ricreazione, che hanno aumentato la domanda di lavoro.
In tale contesto entrano in gioco gli immigrati, che colmano i vuoti lasciati nel mercato del lavoro da parte della popolazione nazionale. Questi vuoti sono socialmente definiti e disciplinati, ma non strettamente previsti dalla teoria economica.
Gli occupati convergono nei diversi segmenti del mercato del lavoro sulla base dell’etnia, del genere e della loro classe sociale. I migranti trovano occupazione principalmente in agricoltura, nell’edilizia, nell’artigianato, nel turismo e nei servizi domestici, settori in cui generalmente sono sfruttati, sottopagati e spesso senza certezze né sicurezza (Kasimis, 2008).

Paesi dell’Europa meridionale

Una serie di fattori interdipendenti come la globalizzazione, l’allargamento dell’Unione Europea e la particolare evoluzione socio-economica nei Paesi del Sud europeo (miglioramento del tenore di vita e istruzione, integrazione delle donne nel mercato del lavoro, espansione del terziario e, infine, la sempre più diffusa economia informale) ha trasformato la natura di questi paesi da luoghi di origine a paesi accoglienti i flussi migratori (King, 2000).
I dati mostrano un rapido aumento dell’occupazione straniera in agricoltura e nelle regioni rurali, specialmente sul finire degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Questo fenomeno è da associare al particolare peso dell’agricoltura nelle economie e società di tutti i paesi dell’Europa meridionale. In effetti, la metà della popolazione agricola impiegata e i due terzi delle aziende agricole dell’Europa a 15 erano concentrati nel Sud Europa prima dell’allargamento (Commissione europea, 2004).
In Italia, gli immigrati che lavorano nel solo settore agricolo sono sovra-rappresentati in confronto alla popolazione economicamente attiva del Paese (13,1% contro 5,3%). Costituiscono il 60% della forza lavoro totale stagionale in agricoltura, eppure per la maggior parte sono irregolari e impiegati stagionalmente nei raccolti. Due terzi degli occupati provengono da paesi dell’Est europeo come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Romania (De Zulueta, 2003; Calavita, 2006).
Secondo il Censimento del 2001, in Spagna il 17% degli immigrati risiede nelle zone rurali, e quasi il 10% di tutti gli immigrati regolari è impiegato proprio nel settore agricolo. In particolare, il 40,7% di questi è costituito da marocchini, il 15,3% da ecuadoregni, infine l’11,5% da rumeni.
Recenti rilevazioni hanno dimostrato che oggi i rumeni e i bulgari sembrano sostituire in termini di presenza quelli che un tempo erano principalmente migranti di origine africana (Cánovas Pedreño, 2005; Mendoza, 2001).
Anche l’agricoltura su larga scala del Portogallo sembra attualmente affidarsi al lavoro poco costoso degli immigrati. Nelle zone rurali, questi lavoratori sono occupati soprattutto nel settore delle costruzioni e nel settore agricolo (in particolare nelle regioni Alentejo, Ribatejo e Oeste) (Baganha e Fonseca, 2004).
In Grecia la percentuale degli immigrati impiegati in agricoltura è pari a oltre il 17% della popolazione totale. Essi rappresentano quasi un quinto dell’ammontare complessivo di giorni lavorativi spesi in un settore che è diventato contributore esclusivo nel paese di lavoro salariato (Kasimis, 2008).
Arrivando dai Balcani, dall’Africa e dall’Asia, i migranti hanno alimentato queste economie regionali spesso ad alta intensità di lavoro, per lavorare in zone rurali economicamente ristrutturate e in un’agricoltura stagionale sempre più specializzata.
Questo ultimo punto implica nuove continue assunzioni di lavoratori agricoli provenienti dai più bassi segmenti del mercato del lavoro, e ad essi sono assegnate generalmente le occupazioni non solo meno qualificate e/o su base casuale, ma anche talvolta irregolari, e questo per svolgere mansioni sia in aziende imprenditoriali, sia in aziende a conduzione familiare.
Tuttavia, i migranti non sono limitati al settore agricolo. Svolgono spesso un ruolo multifunzionale nelle regioni rurali, alternandosi tra agricoltura, turismo ed edilizia, nonché offrono un sostegno per la popolazione anziana, specialmente nelle zone rurali marginali o montane.
I migranti e le donne (sia migranti, sia autoctone), lavorano nelle colture intensive, dove sesso ed etnia definiscono i termini e le condizioni di lavoro.
Nel Sud, gli immigrati irregolari sono assunti per garantire rapporti di lavoro flessibili in un momento di continui sforzi per la deregolamentazione dei mercati del lavoro. A tal fine, spesso il trattamento istituzionale della migrazione riflette le esigenze di un’organizzazione sociale dell’agricoltura in cui il soggetto sociale della produzione è spesso privato dei diritti di cittadino (Pedone, 2005; Mendoza, 2001).
Quella dei lavoratori migranti nelle regioni rurali dell’Europa meridionale costituisce una “nuova classe rurale” la cui presenza ha spesso provocato tensioni sociali collegate direttamente al loro modo di vita, alle condizioni di lavoro cui sono sottoposti e al loro permesso di soggiorno.
D’altro canto, il continuo arrivo di immigrati irregolari fa sì che perduri un modello di produzione agricola che inibisce l’evoluzione dei rapporti di lavoro e l’integrazione sociale degli stessi migranti in queste regioni rurali.

Paesi del nord Europa

In alcuni paesi del Nord Europa, come Irlanda, Scozia, Inghilterra, Germania e nei paesi scandinavi (in particolare Norvegia), le aree rurali hanno particolarmente beneficiato dell’allargamento dell’Europa avvenuto nel 2004.
L’evidenza empirica suggerisce che la maggior parte dei lavoratori emigrati dagli Stati che hanno aderito nel 2004 ha trovato occupazione nelle zone rurali piuttosto che nei centri di migrazione tradizionali.
Almeno un lavoratore agricolo su tre nel Regno Unito (Inghilterra e Scozia) si stima sia un immigrato proveniente da uno degli otto paesi di nuova adesione, pari a circa un quarto di quanto nel complesso riportato dal sistema nazionale di registrazione dei lavoratori (WRS) (Jentch, 2007).
Circa una su tre aziende lattiero-casearie in molte zone rurali dà occupazione a lavoratori polacchi, mentre circa 300.000 polacchi e qualche migliaio di rumeni o cechi affluiscono ogni anno in Germania durante la stagione (circa sei settimane) di raccolta degli asparagi (The Christian Science Monitor, 2006).
Anche il settore agricolo norvegese riceve un alto numero di lavoratori immigrati, specialmente nella stagione estiva. Dal 1990, quando le autorità norvegesi hanno stabilito una quota di immigrazione stagionale programmata al fine di soddisfare la domanda di lavoro nel settore, il numero dei lavoratori immigrati occupati in agricoltura è aumentato, al punto di raggiungere una stima di circa 22.000 unità nel 2005 (Andrzejewska, 2007).
Una prima analisi dei modelli di migrazione verso le regioni rurali del nord Europa dimostra che il fenomeno dei lavoratori immigrati nelle zone rurali è in gran parte legale, è più stagionale rispetto alle zone urbane e geograficamente concentrato in specifici settori: agricoltura e industria alimentare, produzione, distribuzione.
Eppure, gli immigrati che lavorano nelle aree rurali del Nord Europa non sono sempre regolari ed europei. Ad esempio, nel caso del mercato del pesce vi è un largo impiego di lavoratori cinesi irregolari. Il lavoro irregolare sembra espandersi sempre di più, al contempo si deteriorano le condizioni di lavoro e le retribuzioni sono sempre più basse. Nei periodi immediatamente precedenti la crisi, si rilevava piuttosto una sempre maggiore carenza di manodopera, e si richiedeva con urgenza un aumento del numero di lavoratori stagionali specialmente per l’agricoltura.
Secondo quanto dichiarato dagli stessi datori di lavoro, soprattutto per attività nel campo della piscicoltura e nel processo di trasformazione e produzione (latticini, frutta e verdura), il lavoro degli immigrati è molto richiesto, tanto da divenire una caratteristica strutturale del settore agricolo.
A livello geografico, una volta che si esamina comparativamente il fenomeno della migrazione, diventa chiaro che i paesi europei in esame non costituiscono un quadro di riferimento omogeneo. Così, il costrutto teorico di un “modello europeo del Sud” e di un “modello europeo del Nord” delle migrazioni potrebbe essere contestato al giorno d’oggi. In primo luogo, i paesi dell’Europa meridionale non sono un’entità geograficamente “unificata” e all’interno di ciascuno di essi - in particolare, in Italia e in Spagna - le differenze regionali sono notevoli. In secondo luogo, l’accento dovrebbe essere posto sulle differenze osservate tra i paesi dell’Europa meridionale, soprattutto in relazione alla composizione della popolazione migrante e alle relazioni tra il paese di arrivo e i paesi di origine.
Quindi, i paradigmi teorici discussi circa le migrazioni del Nord e del Sud non dovrebbero essere trattati come modelli statici in considerazione dello sviluppo del fenomeno e dell’evoluzione che una serie di altri fattori può portare alla maggior parte dei paesi. I cambiamenti nella sfera socio-economica e demografica della migrazione, come pure la discussione su integrazione e diversità nel Sud europeo, potrebbero portare a una convergenza delle caratteristiche dei modelli di migrazione del Sud e del Nord.

Le implicazioni attese della crisi economica

L’attuale crisi economica hamesso in evidenza ancora di più le contraddizioni delle politiche di immigrazione in Europa e il rischio di perdere un fattore che contribuisce alla sostenibilità rurale, posto che vi sia la possibilità di un graduale ritiro dei migranti provenienti dal mercato del lavoro rurale.
La crisi si attende possa influenzare la migrazione su quattro livelli: l’occupazione, il ritorno in patria, le rimesse e l’integrazione sociale (Development Research Centre on Migration, Globalisation & Poverty, 2009).
Nei settori agricolo e alimentare, le pressioni del commercio internazionale, la riforma della PAC, la conseguente riduzione dei sussidi e i cambiamenti delle colture, che sono seguiti alla recente crisi economica, hanno portato a crescenti pressioni da un lato, per ridurre le dimensioni del fenomeno del lavoro migrante, dall’altro, però, anche per coinvolgere più membri della famiglia, al fine di ridurre i costi del lavoro.
Un tale sviluppo comporterebbe una ridefinizione dei rapporti di lavoro e di divisione del lavoro familiare dentro e fuori l’azienda, e può avere conseguenze per il futuro degli immigrati nelle regioni rurali.
La crisi ha portato anche modifiche negli atteggiamenti della popolazione autoctona nei confronti del lavoro agricolo. La stampa ha riportato la notizia secondo la quale sta crescendo sempre più la domanda da parte dei cittadini britannici per svolgere alcuni dei lavori più stagionali, del tipo di quelli agricoli che, fino ad oggi, hanno sempre respinto (Financial Times, 2009).
La situazione è invece diversa per gli immigrati al di fuori dell’Unione europea. Nonostante la distanza ravvicinata con paesi di accoglienza come la Grecia e l’Italia, non sono stati rilevati ritorni di massa nel caso, per esempio, degli albanesi. La struttura familiare e la lunga durata del soggiorno, insieme con le deboli prospettive economiche nel proprio paese di origine, rendono meno semplice la decisione di ritornare in patria.
Anche in altri casi l’elevato costo del ritorno, il debole capitale umano accumulato e le condizioni familiari rendono quella del ritorno una decisione difficile da prendere.
Nel bel mezzo di una crisi economica, la direzione degli sviluppi e la dimensione delle minacce per la sostenibilità dei territori rurali di entrambi i paesi riceventi e di origine sono ancora difficili da prevedere.
Tutto dipende dalla profondità e dalla durata della crisi, nonché dalle caratteristiche strutturali dei mercati del lavoro e degli stessi migranti.

Conclusioni e implicazioni per la politica

I migranti sono stati impiegati in molte attività, con competenze diverse, e significativa mobilità geografica anche per le attività più stagionali. In sostanza, hanno fornito una forza lavoro altamente flessibile. Essi non hanno soppiantato i lavoratori autoctoni, anzi, hanno migliorato l’organizzazione e la gestione delle imprese agricole, sollevando i familiari dalle attività manuali. Ingaggiati per svolgere un lavoro arduo, pericoloso per la salute e a bassa retribuzione, hanno servito le zone rurali e sono stati molto importanti per l’agricoltura e lo sviluppo economico delle stesse aree.
Nelle regioni in cui l’agricoltura riveste una posizione di rilievo nell’economia locale, le conseguenze positive del lavoro migrante hanno spaziato dalla salvaguardia delle aziende agricole alla loro espansione e modernizzazione.
Nelle zone marginali, gli immigrati hanno fornito alle famiglie rurali la manodopera necessaria per il mantenimento della loro vita tradizionale e culturale. Questo ultimo contributo è fondamentale per comprendere specialmente le implicazioni sociali e demografiche della presenza dei migranti nelle regioni rurali dell’Europa meridionale.
I migranti hanno offerto ottimi servizi in altre forme di attività economiche rurali quali l’edilizia e il turismo, nonché alle quali hanno fornito la manodopera necessaria a basso costo. Essi hanno anche migliorato gli indicatori demografici in molte aree rurali. Ad esempio, le donne migrate, sposandosi con uomini del luogo, hanno contribuito al miglioramento dei tassi di fertilità di molte aree rurali, mantenendo giovane la popolazione in quei territori, e avvicinando gli stessi giovani all’agricoltura e al mondo rurale.
Sebbene il lavoro degli immigrati sia sempre più importante, la maggior parte degli Stati membri manca di politiche volte ad incentivarlo e a beneficiarne. Al contrario, gli Stati membri designano sempre più spesso politiche e programmi senza successo piuttosto per il rimpatrio degli immigrati, quando i problemi persistenti del settore agricolo europeo e delle regioni rurali richiedono invece politiche che disciplinino e controllino il loro impiego e la loro integrazione. Queste politiche devono affermare il rispetto dei principi di giustizia sociale, e dovrebbero risolvere i problemi di regolarizzazione, di parità di retribuzione e dei diritti sociali. Dovrebbero, cioè, promuovere l’efficienza economica attraverso la formazione professionale e l’istruzione. Tale approccio deve anche sostenere la ristrutturazione del settore agricolo e lo sviluppo della campagna.
Per concludere, è doveroso riconoscere che le zone rurali devono anche affrontare le nuove politiche dell’Unione europea per la tutela ambientale, la produzione di prodotti agricoli di qualità, nonché le esigenze di un’agricoltura multifunzionale, che oltre a produrre cibo e fibre, preservi il paesaggio e crei occupazione rurale.

Riferimenti Bibliografici

  • Andrzejewska, I (2007), ‘Mobile Livelihoods. Social practices of Polish farm labour migrants in Norway’, paper presented at the XXII ESRS Congress 20-24 August 2007 in Wageningen.
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  • The Christian Science Monitor (2006), A. Tzortzis, ‘When Germans join migrant field hands, the harvest suffers’, May 24.
  • The Financial Times (2009), J. Boxell, ‘Recession spurs migrant workers to leave’, May 21.
  • 1. Il presente articolo è tratto da una relazione tenuta dall’autore in occasione del Symposium tematico intitolato “Mobilità e stabilità nello spazio rurale”, organizzato dalla Società Europea di Sociologia Rurale (ESRS) nel contesto del XXIII Congresso della ESRS tenutosi a Vaasa, in Finlandia, nell’Agosto 2009.
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