Vite contadine – storie dal mondo agricolo e rurale

Vite contadine – storie dal mondo agricolo e rurale

Fabio Maria Santucci

Con libri come questo, l’INEA dimostra che v’è ancora un cuore ed un’anima, dietro (o davanti) la freddezza dei numeri, delle elaborazioni statistiche e che il mondo agricolo si compone, grazie al Cielo, di uomini e donne vere, fatti di carne ed ossa, di desideri ed aspirazioni, di ideali e di sofferenze, i quali quotidianamente si impegnano (e spesso combattono) per garantire ai consumatori produzioni di qualità, la salvaguardia del territorio, la difesa della biodiversità ed a volte della stessa legalità, contro gli abusi edilizi, gli scempi paesaggistici, la criminalità organizzata.
E’ per queste donne e per questi uomini che noi, economisti agrari, studiosi di politica agraria, esperti delle relazioni economiche e sociali, dobbiamo lavorare, per contribuire alla sopravvivenza e possibilmente al miglioramento delle loro imprese e quindi del Paese in cui viviamo e non per garantire rendite di posizione a proprietari terrieri spesso assenteisti.
Ho ricevuto il volume di Monica Caggiano e Francesca Giaré, con le belle foto di Francesco Vignali (peccato quella della copertina, alquanto desolante) pochi giorni dopo la chiusura del XIX Seminario Europeo sulla Divulgazione (agricola) e dopo il meeting della Neuchatel Initiative [link], anch’esso tenutosi ad Assisi, durante i quali si era a lungo dibattuto del valore del fattore umano nello sviluppo agricolo – in Europa come nel resto del mondo - e di come si potesse operare, a livello micro ed a quello macro, per facilitare la valorizzazione delle risorse umane nei sistemi agricoli ed alimentari.
Come ricorda la Giaré, l’INEA già nel passato aveva prodotto studi analoghi, ma si tratta di lavori oramai datati di qualche decennio, ed è quindi una piacevole sorpresa l’apparizione di un volume come questo. E’ peraltro vero che l’approccio del case study, anche se un po’ marginale, non è mai stato assente dal panorama dell’Economia Agraria italiana; si pensi ad esempio ai lavori più recenti di Ventura e Milone, entrambi allievi e collaboratori dell’olandese Van der Plough.
Ciò premesso, nel volume di Caggiano, Giaré e Vignali, gli imprenditori vengono descritti, anzi si auto-descrivono, come persone autentiche, con le loro paure e frustrazioni, con i loro limiti (tecnici e culturali), ma anche con le loro ricchezze di storie vissute, di legami familiari, di associazionismo partecipato, di difficoltà con la natura, il mercato e le istituzioni.
Nella quasi totalità, si tratta di aziende di dimensione modesta, 10 – 15 ettari, con un estremo inferiore di soli due e un massimo di 130 ettari, nel caso di una cooperativa di gestione. Molti i neo-agricoltori o gli agricoltori di ritorno. Frequente l’elemento culturale, la proiezione verso l’esterno.
L’essere agricoltore è presentato come scelta e non come destino.
Tanti gli elementi in comune: gli agricoltori praticano una notevole diversificazione orizzontale e verticale, per motivi sia culturali, che economici o ambientali, molti l’agricoltura biologica; il recupero della biodiversità, quasi cancellata da cinquanta anni di “progresso tecnologico” si manifesta nelle varietà di colture, nell’allevamento di muli o suini di razze locali, nell’appartenenza ad associazioni di “custodi dei semi”. Le fattorie didattiche e gli agroturismi non sono solo una fonte di reddito, ma un ponte culturale verso la città, come le attività di formazione e sensibilizzazione in cui molti sono impegnati. Evidente la ricerca di canali commerciali più favorevoli e più brevi, che siano la vendita in azienda, oppure il mercatino, i Gruppi di Acquisto Solidale, l’artigiano alimentare che apprezza la derrata di qualità, o via internet. Forte appare il capitale sociale: associazioni biologiche, culturali, professionali agricole, cooperative, rapporti con gli enti locali (quest’ultimi a volte un po’ difficili). Il passo dall’agricoltura allo sviluppo rurale è breve, e l’uno non può fare a meno dell’altro.
Si prenda il caso di Giuseppe, neo agricoltore in Campania su azienda di famiglia, di soli 14 ettari. Il suo apprendimento è avvenuto grazie ai vicini: “gli agricoltori sono gli unici che mi hanno dato consigli un po’ più pratici ed ho sperimentato varie tecniche”. In realtà, ci sono stati anche i consigli di vari agronomi, fra cui quello che ha redatto un piano di sviluppo, e delle visite ad amici in Umbria, dove ha appreso le tecniche di potatura. La diversificazione produttiva è massima: olivi, frumento, ortaggi, agrumi, erbe aromatiche. Tutti i prodotti sono elaborati e valorizzati in azienda o nel territorio, presso piccole imprese artigiane. L’olio extra vergine è imbottigliato e venduto in azienda a turisti o spedito addirittura in Piemonte e Lombardia, il frumento duro è usato per confezionare friselle e pasta, le erbe aromatiche sono essiccate e messe in sacchetti, gli agrumi diventeranno marmellate.
Si legga di Andrea ed Emanuela, neo-rurali neanche trentenni, e della loro cooperativa, che gestisce in affitto dall’Ente Parco di Portofino oltre 130 ettari di bosco ed oliveti, lasciati a se stessi da decenni e che punta al recupero di un borgo totalmente abbandonato, raggiungibile solo a piedi. Terrazzamenti costruiti nei secoli, olivi piantati fin dal 1400, oramai degradati e coperti da rovi, mentre “ci sono stati tanti finti agricoltori autorizzati a costruire annessi agricoli, poi trasformati in appartamenti”.
Dopo oltre quattro anni passati a ripulire i boschi, a recuperare i terrazzamenti olivati, a ristrutturare alcune abitazioni con i criteri della bioedilizia, la cooperativa produce adesso miele di vario tipo, piante officinali, liquore di mirto e di mandarino, focacce, aceto di mele, gestisce la manutenzione dei sentieri e l’educazione ambientale, ed un “agri-rifugio” dove gli escursionisti si rifocillano con i prodotti del territorio. L’impegno pubblico è stato evidente, senza di esso i giovani della cooperativa non avrebbero avuto un reddito accettabile. D’altro canto, cosa si sarebbe potuto fare senza il loro sforzo e coinvolgimento?
Ci spostiamo poi in Basilicata e nella storia raccontata da Francesco, trentenne, quasi laureato in Ingegneria, figlio d’agricoltore, troviamo il riassunto della crisi profonda dell’agricoltura convenzionale, della semplificazione aziendale degli anni ‘50, del mito della specializzazione produttiva – basata sulla monocultura di cereali, che ha portato tanta parte del Sud alla desertificazione sociale ed ambientale, alla scomparsa delle siepi e delle alberature. Dice Francesco: “.. l’influenza dei sussidi sulla cultura contadina è stata devastante, l’agricoltore ha perso la capacità di scegliere autonomamente e con questa anche la capacità di sentire e valutare i bisogni della terra..”. Lui adesso, sui 30 ettari dell’azienda di famiglia, grazie alle proprie esperienze, alle tante letture ed al confronto con altri agricoltori, sta percorrendo il sentiero a ritroso: la scelta biologica, con meno cereali, molti legumi di tanti tipi, ortaggi, tredici ettari di forestazione produttiva, con 8.000 alberi di cinque essenze diverse. Scende la quota di frumento venduto ad intermediari locali e sale quella ceduta ad imprese di trasformazione biologica, mentre cresce lentamente, a Matera, la vendita di ortaggi tramite un GAS ed al mercato settimanale. Per concludere e null’altro anticipare al futuro lettore, un libro da gustare come tanti racconti brevi, per non perdere di vista che gli imprenditori sono donne ed uomini reali, e per ricordare che tanti miti dell’industrializzazione del settore primario si sono dimostrati illusori e fallaci. Forse qualcuno dovrà fare un mea culpa, qualcun altro penserà “.... io l’ho sempre detto..”, ma tutti dovrebbero leggerlo, meditare e consigliarlo ad altri.

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