La conoscenza locale, una componente negletta del capitale umano nelle aree rurali

La conoscenza locale, una componente negletta del capitale umano nelle aree rurali

La società della conoscenza e il mondo rurale (1)

La conoscenza è considerata oggi la risorsa più importante nello sviluppo economico. La strategia di Lisbona (marzo 2000), elaborata dal Consiglio europeo, si pone l’obiettivo di trasformare l’Unione Europea nell’economia della conoscenza più dinamica e competitiva entro il 2010.
Tuttavia, negli approfondimenti sulla società della conoscenza, si lascia sempre intendere che a sostenere lo sviluppo tecnologico e il benessere delle nazioni siano le conoscenze sviluppate nel milieu innovativo urbano per eccellenza delle grandi università e dei grandi centri di ricerca, in particolare nel campo dell’informatica, delle telecomunicazioni e dell’ingegneria genetica. Come già nell’età industriale, il processo di modernizzazione è considerato nella società post-industriale il portato della conoscenza scientifica incorporata nella tecnologia. Nessuna o poca importanza è attribuita alla conoscenza locale nelle sue varie forme ed espressioni. In questo contesto il contributo, in termini di conoscenza, che le aree rurali potrebbero dare alla società sembrerebbe molto povero. La valenza cognitiva dello sviluppo rurale si fonda, infatti, sulla conoscenza locale e sul suo legame con il territorio.
Vari filoni di studi, in campo sociologico e antropologico, mettono tuttavia in discussione questa visione riduttiva (IAASTD 2009). Da un lato appaiono sempre più evidenti i limiti della conoscenza scientifica, dall’altro lato emerge l’importanza della conoscenza locale per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità.

Le critiche al modello di sviluppo tecnocratico

In questa direzione la sociologia della scienza mette in risalto i rischi collegati ad un modello di sviluppo tecnocratico, che si lascia guidare prevalentemente dal sistema delle conoscenze scientifiche, da sempre associate alla capacità di rappresentare in modo oggettivo e fedele la realtà. Due critiche emergono oggi a questa visione. Da una prospettiva metodologica, gli studi sulla scienza e la tecnologia mettono in risalto l’insufficienza di un metodo rimasto ancorato prevalentemente al positivismo e al riduzionismo, in un mondo che diventa sempre più complesso e nel quale i fatti scientifici sono sempre più incerti (Funtowich e Ravetz, 1993): si pensi al dibattito sul cambiamento climatico o sugli effetti degli organismi geneticamente modificati sulla biodiversità, argomenti sui quali gli scienziati non trovano ancora un accordo definitivo. Dalla prospettiva dell’analisi sociale, si evidenzia come la produzione scientifica è sempre contestualizzata, legata cioè a uno specifico contesto economico e sociale e influenzata, quindi, da elementi di soggettività e da interessi economici (Jasanoff e Martello 2004, Nowotny e Gibbons 2001).
D’altra parte, gli studi sullo sviluppo hanno da tempo richiamato l’attenzione sulle conseguenze negative e distruttive che la diffusione delle tecnologie moderne ha avuto in particolare sull’ambiente, sulla biodiversità, sulla diversità culturale così come sulle condizioni di vita e sulle conoscenze locali delle popolazioni rurali. L’applicazione top-down di progresso tecnico e scientifico in agricoltura non ha sradicato completamente la fame e la povertà, non ha garantito la riproduzione delle risorse naturali impiegate nei processi produttivi, né livelli di vita adeguati a tutti gli agricoltori, non ha risolto i problemi di equità sociale e di genere (IAASTD 2009).

Le diverse forme della conoscenza locale

L’attenzione per la “conoscenza locale” è oggi ravvivata dal dibattito sulla biodiversità e sulle conoscenze tradizionali ad essa associate. È questo un tema sollevato sia dall’estensione della protezione brevettuale alle innovazioni biotecnologiche e, più in generale, a quelle relative alla materia vivente, sia dall’applicazione della Convenzione sulla biodiversità. Il dibattito rende evidente che le conoscenze locali tradizionali, basate sull’esperienza di molte generazioni e sull’interazione con i luoghi di produzione, per quanto incomplete e controverse (proprio come le conoscenze scientifiche, del resto), hanno una loro validità, soprattutto nella gestione delle risorse naturali e, in qualche modo, propongono una sfida alla conoscenza scientifica dominante.
Il dibattito recente sulla conoscenza locale è giunto a differenziarla in due componenti principali (Tovey e Mooney 2007, Fonte 2008): la conoscenza “tacita” e la conoscenza “tecnica” locale. Nella letteratura economica la conoscenza locale si associa tout court alla conoscenza tacita, la quale, creata attraverso il normale processo di socializzazione, riguarda il modo specifico di interagire tra le persone. Essa è differenziata a seconda delle specifiche forme culturali delle “comunità” o dei gruppi di persone (non solo rurali) che hanno tra loro relazioni frequenti, di lunga data e relativamente chiuse. La conoscenza tacita è minacciata da una cultura globalizzata che tende a spazzare via ogni differenza di comportamento tra le diverse culture. Oltre che un valore sociale, ha un valore economico in quanto genera fiducia, che è la pre-condizione delle transazioni economiche (Granovetter 1985). Secondo una visione sociologica classica, la conoscenza tacita (spesso identificata in parte o totalmente con il capitale sociale) è un patrimonio diffuso nelle aree rurali, luogo privilegiato delle comunità.
La conoscenza “tecnica” come componente importante della conoscenza locale è una conoscenza che attiene invece al rapporto degli uomini con le cose, «con “la realtà oggettiva”, il mondo materiale, le connessioni pratiche causali», o con la visione di “come funzionano le cose” (Tovey e Mooney 2007). Sono forme di conoscenza empirica «riferite alla biodiversità o all’ecologia, alla gestione delle risorse naturali, alla salute e alle malattie, all’educazione e all’urbanizzazione» (Bicker, Sillitoe e Pottier 2004: xi), che non possono essere apprese attraverso il processo normale di socializzazione, “ma sono insegnate da alcune persone ad altre persone o acquisite tramite particolari circostanze esperenziali” (Bruckmeier e Tovey 2007), tramite pratiche di apprendimento condivise, non formalizzate e non standardizzate. La mancanza di formalizzazione e codificazione le rende “legate ad un luogo specifico”. In questo modo esse contribuiscono a creare nelle persone un attaccamento particolare al luogo che abitano, “un senso del luogo”, che è parte anche se non coincide totalmente con l’identità territoriale (Bruckmeier e Tovey 2007). Il legame ad un luogo specifico è anche alla base della non trasferibilità delle conoscenze tecniche locali e della loro inamovibilità, che conferisce loro un grado minore di status e di potere rispetto alla conoscenza scientifica, che è formalizzata e codificata, e che quindi, come tale, è mobile.
Le conoscenze tecniche locali sono oggi oggetto di grande attenzione da parte della scienza ufficiale. Si pensi alle spedizioni di bioprospezione che i grandi centri di ricerca e le grandi imprese farmaceutiche organizzano presso le comunità tradizionali per acquisire conoscenze relative alle caratteristiche e alle proprietà delle diverse specie di piante e di animali, spedizioni che talora conducono ad atti di biopirateria, ossia di appropriazione indebita da parte di enti pubblici o imprese private delle conoscenze tradizionali (Fonte 2004).

La conoscenza locale nelle aree rurali in Europa

Nelle iniziative e nei progetti di sviluppo rurale dei paesi europei, queste conoscenze tecniche locali non sono tenute in debito conto. Forse si ritiene che, nei paesi dell’Unione Europea, la cosiddetta conoscenza locale non esista più, soppressa dalle tendenze omogeneizzatici della modernizzazione. Eppure in una recente indagine sul ruolo della conoscenza nello sviluppo rurale condotta in dodici paesi europei (Corason 2004-2007) emerge chiaramente che nei paesi “marginali” (i paesi mediterranei o anche alcuni dei paesi ex-socialisti) e nelle aree marginali di alcuni paesi considerati centrali (la Norvegia, ad esempio), quelle cioè solo perifericamente investite dall’industrializzazione fordista, resiste un grande patrimonio di conoscenze locali, spesso ingessate e statiche, ma non per questo meno degne di essere recuperate, mobilitate e valorizzate come capitale umano; nei paesi dove un tale patrimonio di conoscenze locali in campo agroalimentare non esiste più, perché distrutto da decenni di sviluppo agroindustriale orientato dal progresso tecnico e scientifico dell’agricoltura industriale (Irlanda, Svezia, Scozia, Germania), è diffusa l’esigenza di una ricostruzione della conoscenza locale, necessaria per accompagnare le iniziative di ri-localizzazione dei sistemi agro-alimentari in funzione di obiettivi di sviluppo rurale sostenibile.
Alcuni dei casi discussi dal gruppo italiano della ricerca Corason, che riguardano iniziative di sviluppo rurale realizzate nel territorio del Parco Nazionale dell’Aspromonte, mettono in luce importanti problemi rispetto alle conoscenze locali tradizionali. Esse sono state soggette ad un lungo processo di erosione, derivato dalla marginalizzazione delle comunità rurali locali nello sviluppo economico; in tanti casi hanno smesso di evolversi, giustificando così un uso del termine “conoscenze tradizionali” come sinonimo di conoscenze statiche, vecchie, inadeguate ad affrontare situazioni e problemi nuovi in un mercato globalizzato.
Tuttavia, con i loro limiti e con le loro caratteristiche, queste conoscenze hanno custodito la biodiversità nei campi coltivati e hanno permesso la sopravvivenza di risorse specifiche e culture locali, ivi comprese le espressioni musicali, le lingue quasi scomparse e i prodotti alimentari o artigianali tipici. Molte delle nuove iniziative di sviluppo rurale si propongono di valorizzare queste risorse. La valorizzazione è spesso un processo controverso perché implica in ogni caso una trasformazione: come si può salvare una lingua in via di estinzione, che ha smesso di evolversi da secoli; oppure come valorizzare la musica grecanica, che sopravvive nei paesi della Calabria greca ai piedi dell’Aspromonte, senza snaturare il suo carattere originario intimamente legato alle occasioni di vita quotidiana? Nel caso dei prodotti alimentari tipici, la valorizzazione è spesso accompagnata da processi di formalizzazione e standardizzazione, che possono avere effetti molto ambigui, a seconda degli obiettivi che si perseguono e del ruolo e dello status che gli attori locali riescono a conquistarsi nel processo di valorizzazione. Il processo di certificazione ad esempio è necessariamente selettivo, riguardo a quali pratiche specifiche includere nei disciplinare di produzione. Se tale processo di selezione non è gestito in modo appropriato, la mercificazione del prodotto tipico avviene a scapito della sua “autenticità”, della sua capacità, cioè di incorporare, interpretare, rispettare e valorizzare l’identità, le abilità e le conoscenze dei produttori locali (Tovey e Mooney 2007).
La rivalutazione della conoscenza locale è tuttavia una tappa fondamentale per la sostenibilità dello sviluppo rurale, in quanto può portare a nuovi percorsi di valorizzazione delle risorse specifiche, alla conservazione della diversità culturale e biologica, al coinvolgimento delle persone che ne sono portatrici e del loro capitale umano nelle nuove pratiche dello sviluppo. Allo stesso tempo, alla sostenibilità di un percorso di sviluppo rurale, può contribuire non tanto una ricostruzione artificiale o una estrema codificazione della conoscenza locale, quanto il restituire ad essa capacità evolutiva e di adattamento, rimettendola in movimento, ricostruendola e rendendola capace di dialogare, incorporare e confutare le altre forme di conoscenza scientifica, per la creazione di una nuova cultura della conoscenza meno gerarchica e più rispettosa della varietà del capitale umano nelle aree rurali.

Note

(1) Quest’articolo riprende dei temi trattati anche in Fonte (2007)

Riferimenti bibliografici

  • Bicker A., Sillitoe P. y Pottier J. (2004) Investigating Local Knowledge: New Directions, New approaches, Ashgate, Aldershot.
  • Bruckmeier K. e Tovey, H. (2007) Dinámicas del conocimiento, identidad territorial y desarrollo rural sostenible en la Unión Europea, in M. Fonte e C. Ranaboldo (a cura di), Desarrollo rural, territorio e identidad cultural. Perspectivas desde América Latina y la Unión Europea, OPERA, Universidad Externado de Colombia.
  • CORASON (2004-2007) A cognitive approach to rural sustainable development: the dynamics of expert and lay knowledge, ricerca finanziata dal VI Programma Quadro dell’Unione Europea, [link]/STRONG>
  • Fonte, M. (2007) Lo sviluppo rurale nella società della conoscenza, Verde Ambiente anno Xxiii, n.2.
  • Fonte M. (2004), Organismi Geneticamente Modificati. Monopolio e diritti. Franco Angeli, Milano.
  • Fonte, M. S. Grando, V. Sacco (2007). Aspromonte. Natura e cultura nell’Italia estrema. Donzelli
  • Funtowicz, S., Ravetz, J. R. (1993), Science for the Post-Normal Age. Futures, 25:735-755.
  • Granovetter, M. (1985), Economic Action and Social Structure: the Problem of Embeddedness, in «American Journal of Sociology »91, 3.
  • IAASTD (2009) International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development, [link]
  • Jasanoff S. e M.L. Martello (2004) Eartly Politics. Local and Global in Environmental Governance. Massachusetts institute of Technology
  • Nowotny, H.P. Scott e M. Gibbons (2001) Re-thinking Science. Knowledge and the Public in an Era of Uncertainty. Cambridge, Polity Press.
  • Tovey, H. e R. Mooney (2007). A cognitive approach to rural sustainable development - the dynamics of expert and lay knowledge. Rapporto Finale. Progetto finanziato dall’Unione Europea, VI Programma Quadro (contratto n. 506049). Co-ordinatrice Hilary Tovey, Trinity College, Dublino, disponibile sul sito [link]
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