The Atlas of Food

The Atlas of Food
Who eats what, where and why
a Università di Perugia, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali

L’Università della California ha appena pubblicato la seconda edizione, aggiornata e migliorata, di un volume ricchissimo di informazioni e dati, che dovrebbe figurare sul tavolo di ogni docente universitario interessato, a livello globale, agli andamenti della produzione agricola, delle trasformazioni alimentari, del commercio internazionale, dell’ambiente.
Si tratta di un vero e proprio sourcebook, un testo che a sua volta rimanda alle fonti originali, e quindi permette successivi approfondimenti. I due curatori, Erik Millstone e Tim Lang, sono rispettivamente professori di Science policy all’Università del Sussex (UK) e Food policy alla City University di Londra. Al secondo si deve il concetto di food miles, che così spesso si sente oramai menzionare e che sta avendo un impatto anche in Italia (si pensi ai Gruppi di acquisto solidale oppure alla campagna “km zero” della Coldiretti).
Nella presente edizione del lavoro, che nel 2003 si è meritato il premio dell’André Simon Memorial Fund [link] come miglior libro sul tema dell’alimentazione, i due curatori sono affiancati da altri 17 collaboratori, di varie università, centri di ricerca ed organizzazioni non governative inglesi, e da due collaboratori dell’Università di Friburgo, in Germania.
Il volume, di circa 130 pagine, si presenta strutturato in quattro parti principali mentre una quinta contiene dati strutturali e di produzione, raccolti in forma tabellare. Le quattro parti, “Sfide contemporanee”, “Farming”, “Commercio”, “Trasformazione, distribuzione e consumo”, sono organizzate rispettivamente in 8, 15, 6 ed 11 schede, ciascuna di due pagine, dove il testo, con una veste grafica accattivante, è arricchito da cartine, grafici e disegni vari.
I due curatori, che si attribuiscono la responsabilità del taglio e dell’ispirazione complessiva dell’opera, sono chiaramente portatori di un atteggiamento critico sul modello di sviluppo che ha caratterizzato il sistema agro-industriale mondiale negli ultimi decenni.
Le multinazionali della trasformazione, del commercio e della distribuzione sono abbastanza apertamente indicate come le responsabili delle storture attuali, con la massa dei produttori spesso senza diritti (specialmente nei Pvs) e senza potere contrattuale, mentre i consumatori, indicati a volte nella stampa internazionale come i driver degli equilibri di mercato, in realtà hanno, fino dalla più tenera infanzia, il cervello “lavato” dalle campagne pubblicitarie. Il commercio internazionale delle materie prime e del cibo è nelle mani di pochissime corporation ed i curatori sostengono che non v’è alcuna logica nel trasferire cibo da zone caratterizzate dalla sottonutrizione, per indurre obesità in altre zone del mondo. L’intero sistema agro-industriale, includendo la fase primaria, le politiche dei paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo, l’eccesso di consumo di proteine animali, ecc. è posto sott’osservazione, con numerosissimi dati ed esempi, che ne mostrano tutte le contraddizioni.
Scorrendo le varie schede, si scopre che la produttività del terreno è diminuita sul 12% delle terre coltivate e che l’80% delle emergenze alimentari è dovuto a cause climatiche, come siccità ed esondazioni, a loro volta imputabili al degrado ambientale, all’eccesso demografico, ed al cambiamento climatico. Si legge anche che 250 milioni di bambini soffrono per carenza di iodio e che due miliardi sono anemici, accanto peraltro ad alcune centinaia di milioni sovrappeso ed obesi, anche nei Pvs. In Italia ci sono più trattori che agricoltori, mentre in Ruanda c’è un trattore ogni 71.000 attivi agricoli; in Niger la resa dei cereali è di 394 kg/ha, contro gli oltre 7.000 del Regno Unito.
Se questi ultimi dati sono comunque già abbastanza noti, ancora più interessanti appaiono le schede sui nuovi fenomeni, come l’agricoltura urbana e periurbana (che fornisce il 30% dell’alimentazione della città di La Paz, Bolivia e coinvolge il 50% delle famiglie a Sofia, Bulgaria), l’agricoltura biologica, praticata inconsapevolmente dall’80% degli agricoltori dei PVS, e quindi non certificata, il fair trade che coinvolge quasi seicento organizzazioni in 59 paesi, il ruolo dell’agricoltura nella produzione di gas serra (il 24% del totale nel 2007). Nella scheda dedicata ai sussidi di mercato si legge (pagina 71) “Minore attenzione è stata rivolta all’impatto nutritivo dei sussidi. Grandi ricettori sono i cibi malsani, come lo zucchero ed i grassi del latte (…). E’ spesso dimenticato che non solo gli agricoltori, ma le grandi società ricevono sussidi”. Nella figura accanto, appaiono i dieci grandi percettori di sussidi in Inghilterra, con in testa la Tate&Lyle Europe (zucchero), che da sola, nel 2004-05, ha incassato ben 124 milioni di sterline. Pure interessanti le informazioni (ed i rimandi per ulteriori approfondimenti) nella schede: 32 - “Giganti della trasformazione”; 33 - “Potere della distribuzione”; 36 - “Mangiare fuori”; 37 - “Fast food”; 39 - “Pubblicità e marketing”. Si legge quindi che le prime dieci società agro-alimentari hanno un fatturato di 33 miliardi di dollari, superiore alla somma del prodotto interno lordo dei 75 paesi più poveri del mondo, e che per la pubblicità alimentare nel 2001 si spendevano già 40 miliardi di dollari, con un numero incredibile di spot indirizzati ai bambini, ovviamente proprio nel mezzo dei programmi a loro dedicati. Analizzando poi le categorie merceologiche spinte dalla pubblicità, si osserva che la quasi totalità era sui cibi più malsani, grassi e zuccherati, fast food e merendine pronte.
Per fortuna, osservano i curatori del volume, si sta affermando una progressiva presa di coscienza sulle interrelazioni fra modelli di consumo, salute, degrado ambientale e povertà, per cui una (ancora purtroppo ristretta) minoranza di agricoltori, scienziati, consumatori, investitori e uomini politici sta prendendo coscienza della situazione e comincia ad agire per contribuire alla creazione di un modello di sviluppo meno impattante e più solidale. La disponibilità di informazioni, quantitative e qualitative, è oltremodo importante per capire dove sta andando il pianeta e per elaborare politiche correttive; un obiettivo al quale il volume sicuramente contribuisce.
Per concludere, si tratta di un libro agile, di facile consultazione, che migliora le conoscenze, a livello globale, e fornisce utilissimi spunti, anche per la didattica.

The Atlas of Food – who eats what, where and why
Erik Millstone e Tim Lang (a cura)
2nd Edition, University of California Press, Berkeley e Los Angeles, 2008

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